2012/02/26

Saro Dipasquale, scrittore

Scrittori iblei

Il gioco della mosca cavallina
racconti
di  Saro Dipasquale


Questo libro, “Il gioco della mosca cavallina” di Saro Dipasquale è una gradita sorpresa. Personalmente conosco l’autore da quando lui ed io abitavamo a Modica ed eravamo vicini di casa. Ricordo la madre, maestra di scuola elementare e il padre, professore di disegno. Saro era per me un amico particolare, diverso dagli altri: discreto, osservatore acutissimo, grande ascoltatore, nelle conversazioni riusciva sempre a presentarti il suo punto di vista con la massima discrezione, con il massimo rispetto per l’interlocutore. Era come se questo giovane fosse nato adulto, maturo, saggio. Lo ricordo ancora amante della natura e con una tenace passione per il calcio, al quale dedicava la maggior parte del suo tempo libero.  

Quello che mi colpiva,  allora, di Saro Dipasquale, era questo riuscire ad essere per se stesso, questo vivere in un suo mondo che ai miei occhi lo rendeva amante di romitaggi urbani, e però, sempre amante dei contatti umani, aperto e disponibile a un dialogo sano e costruttivo con gli altri.

A distanza di anni, la sorpresa. Colui che era solo un amico e un appassionato pittore, pubblica per i tipi dell’editore “Genius Loci”, Il gioco della mosca cavallina. Si tratta di venticinque racconti nei quali, con una vena di velata e finissima ironia, Saro Dipasquale racconta, ma sarebbe bene dire, si diverte a raccontare, eventi che, nel nostro più o meno recente passato, hanno fatto parte della nostra cultura e del suo vissuto personale. Racconti divisi per categorie: Così scherzavano una volta, Imprevisti della vita, Nel mondo contadino, Dalla campagna alla città, che richiamano alla memoria tutta la tradizione di questo genere letterario che ha avuto nobili rappresentanti dell’umorismo, a partire da Le cento novelle del Sacchetti sino a Carrube e Cavalieri di Raffaele Poidomani.

Ciò che accomuna questi scrittori di racconti è il rapporto ironico con la materia narrata. Eventi quotidiani apparentemente insignificanti, come Un feroce mal di denti, Una gita al mare, Una domenica in campagna, fatti di ordinaria routine, vengono intercettati dallo scrittore, ritagliati dal contesto di altri avvenimenti e rivissuti come fatti a sé, sotto un’ottica nuova, venata di umorismo, che mette a nudo in modo spietato la dinamica dei rapporti umani, le nostre umane debolezze, le paradossali ambiguità della nostra cultura, per rinascere, come fatti nuovi nella dimensione del racconto, e nell’evento letterario.        

Volendo fare una analogia con la pittura, dico che ogni racconto è un guache, e tutti i racconti partecipano alla realizzazione di un affresco, che ridipinge una storia inusitata del nostro passato: microstorie delicate, curatissime, coinvolgenti, nelle quali in varia misura tutti potremmo riconoscerci; affresco che fissa, anzi fotografa, aspetti del nostro vivere, comportamenti, abitudini, che raccontati dal nostro scrittore fissano modalità linguistiche, dinamiche familiari, ma anche l’umorismo tipico del siciliano di un tempo.

Protagonista delle storie narrate è l’ambiente ibleo recuperato da una distanza spazio-temporale appena appena necessaria perché il tempo abbia avuto il tempo   di sfocarne i connotati, per rendere le storie narrate parte di una memoria che ora ha le connotazioni del mito.

Ma, il vero e unico protagonista di questi racconti è Saro Dipasquale, che in questa opera si rivela scrittore dalla capacità di osservazione assoluta, originale, finissimo e originale nella capacità di rilevare la realtà e di riproporla in una scrittura pulita, chiara e coinvolgente. Miscostorie, che entrano nel dettaglio in modo analitico, quasi scientifico per diventare documenti di vita, di storia, di verità.

                                                        Gino Carbonaro
    

    


La pittura di Salvatore Chessari

Considerazioni a margine delle opere
di
Salvatore Chessari

                                                                   di Gino Carbonaro
a. Il senso del dipingere

Mi chiedo sempre cosa vuole realizzare un pittore quando si mette davanti a una tela bianca e comincia a disporre i colori sulla tavolozza. Sicuramente si appresta a un rito. La tela bianca è il nulla, colori e pennello sono il mezzo. Ciò che verrà fuori è creazione, discorso, vita. Perlomeno nelle intenzioni. Il creatore è lui. Il rito è sacro.

Nel gioco dei simboli, il pittore è sacerdote. Lo studio che accoglie il pittore si fa tempio, spazio sacro dove si celebra la religione dell’arte, grande utero che assiste al travaglio dell’opera che vedrà la luce e dirà di quel mondo dal quale proviene.

È in questa ricerca l’essenza dell’arte. Perché, l’opera da realizzare è sempre una scommessa che l’artista fa con se stesso: obiettivo è quello di scandagliare se stesso per cogliere un rapporto e scoprire una parte sconosciuta del sé.


2.  Prigioniero del tempo

Per Chessari la pittura è religione. Io lo vedo così. Di giorno a inseguire se stesso, nell’inesausto correre appresso alla necessità delle cose, sempre teso al controllo di fatti ed  eventi;  incapace di pause, prigioniero del tempo, sopraffatto dalle mille urgenze del quotidiano; immerso, di necessità, nella vita che non concede pause e inaridisce gli animi. Meteora che appare e scompare. Questo è Salvatore Chessari. Di giorno.

Poi, la sera, i rapporti si invertono. Di sera, la metamorfosi. Chessari si cambia d’abito, si spoglia di ogni pensiero ed entra nel sacrario del suo studio per dare inizio al rito, alla ricerca, alla creazione.

Di fatto, la pittura è il momento del dialogo che Chessari instaura con se stesso, della comunione che ogni artista ha con le cose. La pittura offre possibilità insospettate alla introspezione dell'animo: discesa nella profondità della mente, per dire del mistero dell’uomo, della sua dimensione e grandezza, del suo rinascere e ricrearsi, per continuare a vivere in conseguenza dell’evento artistico.

Di qui, il viaggio di Chessari nel mondo magico della pittura. Da qui la fuga dalla realtà, per immergersi in un mare di colori, alla ricerca di un mondo altro, sconosciuto e diverso, fatto di luci e di silenzi, e approdare ad un’altra realtà  immaginata, sognata: quella che ora, Chessari ci propone in questa sua personale.

3. Lo spazio: acqua, aria, luce

Oggetto della ricerca di Chessari è il mare. È lì, nella profondità degli abissi marini che il pittore coglie la primordiale pulsione della vita. Perché la vita nasce nell’acqua, nei silenzi abissali che la luce feconda. È lì che il tempo si ferma e si dilata sino a coincidere con l’Eterno. È in queste opere che il colore sfuma nel colore e si fa luce che è armonia, serenità, pace.
    
È un mondo pittorico – quello di Chessari - fatto di acqua e di cielo, ma soprattutto di luce, e di rapporti cromatici. Un universo che non ha confine, che si dissolve nello spazio. Realtà indefinita, perché indefinibile è l’oggetto della ricerca. Realtà che ha perduto ogni definizione e peso, ed ha subìto un processo di levitazione dissolvendosi, quasi, nell’aria, diventando idea pura.
    
La grande scommessa è quella di imprigionare l’infinito all’interno di un quadrato. È questo il paradosso dell’arte: bloccare ciò che sfugge, dare una forma a ciò che non ha forma; cogliere l’attimo fuggente, lasciare un segno dell’esistere, proponendo un messaggio fatto di colori, trasparenze, atmosfere, vibrazioni tonali, che colgono l’indicibile, e dicono qualcosa sul mistero delle cose. Questo è quello che Salvatore Chessari si prefigge.

4.  Il silenzio e la luce
    
Ma, è bene chiedersi se le opere di questo pittore ibleo non aspirano a cogliere l’essenza della cose, a pervenire là dove tutto è serenità, armonia, bellezza. Mi chiedo se la verità non sia trasportata dall’aria, custodita dall’acqua, là dove la cerca Chessari. Di certo è nel mare l’incanto, e nei fondali marini la vertigine di bellezza, il miracolo della creazione. È nel mare che i colori diventano trasparenze cullate dal tempo, protette dal silenzio; ma è nel cielo l’ansia di infinito, l’idea che l’uomo può superare il limite e cogliere l’essenza delle cose: ciò che le parole non dicono, ma la natura trasmette.

All’alba del terzo millennio, questo pittore mediterraneo, riscopre la luce della Sicilia, le sconfinate visioni degli altopiani iblei, la realtà che circonda questa isola: il mare. Lo stesso mare che per i Greci era divino. Perché dalla spuma del mare era nata Afrodite-Venere, la dea della bellezza, pudicamente accolta dalle Nereidi, ninfe oceanine. E tutto era luce, poesia, incanto.

È vero. Mancano nella pittura di Chessari i  delfini che negli affreschi egeo-cretesi popolavano il mare. Ma, qui è lui il protagonista, il mare, non le sue creature. Oggetto-soggetto  classico, il mare, che consente a Chessari il gioco di una pittura sospesa tra suggerimenti del reale e allettante richiamo dell’informale.

5.  Riconoscimenti ed esiti
    
Al di là  degli esiti della sua pittura e delle personali interpretazioni che le opere suggeriscono al fruitore, nessuno può disconoscere che Salvatore Chessari è pittore valido, puro, di spessore, capace di dominare gli spazi immensi, di gestire il colore in maniera fresca, di suggerire atmosfere, di mettere sempre e comunque il quadro in tensione. È  quella di Chessari una pittura che ricerca atmosfera per pervenire a un sogno. Pittura dove il colore si fa aria, luce, atmosfera, per cogliere il silenzio, la magia delle cose, il passo ovattato dell’incanto, un mondo dove i colori non gridano, e consentono di pervenire a un sogno.   Pittura che punta ad una sorta di introspezione: quella della realtà e quella del suo animo, che placa il tumulto della vita nella serenità raggiunta dell’opera d’arte. È per questo che Salvatore Chessari merita altri esiti e più ampi riconoscimenti.  

                                                 Gino Carbonaro

Piero Guccione, Sonia Alvarez e il Gruppo di Scicli


Viaggio fra gli artisti iblei 

                                                                    di Gino Carbonaro


 Qui negli Iblei, non si era mai verificato che degli artisti si costituissero in gruppo spontaneo, aperto al dialogo, al confronto. In passato chi amava l’arte era solo con se stesso, senza referenti culturali, senza una committenza definita, diciamo senza identità. Ogni potenziale artista, se voleva crescere, farsi notare, arricchirsi professionalmente e soprattutto entrare nei circuiti privilegiati e integrati dell’arte doveva andar via da questo luogo che offriva ben poco, soggiacendo alle amare leggi della emigrazione. E il pensiero corre a Cappello, Ferma, Fiume, Meli e perché no, al nostro Piero Guccione che giovanissimo parte per Roma, dove io studente universitario andai a trovarlo in una pensione di via Vittoria, poco lontano da via Margutta. Abitava in una stanzetta piccola, poco illuminata, ingombra di quadri appoggiati alle pareti, e gli portavo un pacco di qualcosa, forse dei dolci che le mandava sua madre. Il segno di un affetto.

All’epoca (era il 1958), Piero, poco più che ventenne, era già stato in Libia dove era rimasto svariati mesi con una spedizione di studiosi. Il suo compito era quello di riprodurre incisioni rupestri del paleolitico, che erano state scoperte sulle montagne del  Fezzàn, nel cuore del Sahara, e la eco della notizia che farà il giro del mondo, era giunta sino a noi, qui in Provincia.

E’ in questo viaggio di lavoro, fatto un po’ con l’animo dell’artista, un po’ con lo spirito dell’esploratore e dell’eremita, che  Guccione vive la sua prima forte esperienza spirituale di arte e di cultura nella solitudine mistica del deserto libico a contatto con una natura incontaminata, nel silenzio assoluto del deserto africano, fra messaggi iconografici di un popolo scomparso da millenni. E’ questa, a mio avviso, l’esperienza che darà l’imprinting alla poetica del nostro pittore.

A quel tempo, io ebbi la fortuna di vedere le riproduzioni fatte dal giovanissimo Guccione durante il soggiorno libico e rimasi colpito, sia per la suggestione che emanava il millenario messaggio dei graffiti, sia per la felicità della interpretazione: i colori, nel rispetto quasi religioso degli originali, sembravano impastati con sabbie del deserto, come fosse stata la natura, più che la mano dell’uomo ad aver plasmato quelle incisioni. In quelle opere custodite dal tempo, tutto parlava di mistero e tutto era calato in una atmosfera indefinita, fra magica e metafisica.

Questa giovanile e mistica esperienza di Guccione, oggi recuperata dalla mia memoria,  la trovo tuttora presente anche nella vita, oltre che nelle opere di Guccione: nell’arte, dove rilevi la volontà di cogliere segnali che vengono da lontano, di decodificare i messaggi che gli consegna la natura per fissarli visivamente e materialmente nel quadrato di una tela, per creare una pittura che ruba le cose al tumulto del tempo e le cala in una atmosfera dove tutto è sereno, imperturbabile, quasi da iperuraneo platonico.

Questo il senso dell’arte guccioniana che parte dalle definizioni del reale per approdare ad una realtà altra, diciamo metafisica.

Questa è in buona sintesi la poetica, che si riflette ancora in una sorta di filosofia del vivere, che discende in parte dal carattere riservato dell’autore, in parte dalla scelta di vivere l’isolamento offerto da una casa in campagna: isolamento cercato da chi ama farsi cullare dal silenzio e solo nel silenzio riesce ad auscultare i messaggi che vengono dalla natura e dal fondo dell’ animo.

Si giustifica così, perché vent’anni fa Guccione decise di tornare a vivere negli Iblei, in una casa acquistata  a Modica, in contrada Quartaredda.

Il ritorno di Piero in Provincia, ebbe dell’incredibile: questo andare controcorrente, privilegiando la periferia al centro; questo mettersi quasi in ombra, schivando le luci della ribalta romana, fu ritenuto da molti quasi innaturale, illogico; ma era una scelta umana che derivava da considerazioni diverse e tutte giustificate.

Ma il fatto fu che la presenza di Guccione mise a dimora nella Provincia di Ragusa un enzima culturale e artistico importantissimo. Si applicava in questo modo il principio della vasca di Archimede teorizzato nel famoso libro di Piero Angela. Da subito, la dinamica sociale nel campo dei pittori locali cambia, mentre Guccione diventa punto di riferimento per tutti gli artisti locali: la sua esperienza è indiscutibile, la sua disponibilità assoluta. Guccione è colui che incoraggia, suggerisce, dialoga e scrive, mentre il suo esempio invita altri artisti iblei residenti in altre parti d’Italia a rientrare nella propria terra.

Veniva applicato con qualche decennio di anticipo il principio del villaggio globale già teorizzato da McLuhan: non esiste centro, non esiste periferia; il centro è ovunque siamo noi come singoli e come gruppo, e noi siamo quello che riusciamo a realizzare con le nostre forze. Nasce così una costellazione di artisti, che si aggrega attorno a Guccione, fra i tanti vanno ricordati Carmelo Candiano, Franco Polizzi, Salvatore Chessari, Salvatore Paolino,  Giuseppe Colombo, Giovanni Lissandrello, Mimmo Puzzo, Giovanni La Cognata, e ancora Emanuele Floridia e Giovanni Iudice, che con la presenza di Guccione prendono ulteriore consapevolezza della loro identità, si attivano ancor più nella ricerca e, in una parola, danno una spinta significativa alla cultura artistica della nostra provincia, che si inserisce così nei circuiti nazionali dell’arte. Prova ne sia che poche settimane fa, tutto il gruppo è stato invitato ad una mostra nella attivissima Galleria di Repetto e Massucco ad Acqui Terme, in Piemonte.

Ma, il regalo a questa nostra terra viene anche da un’altra felice congiuntura: dal fatto che con Guccione fanno sodalizio la pittrice francese Sonia Alvarez e il pittore romano Franco Sarnari. Un triangolo splendido che si autoalimenta, un punto di riferimento preciso, si è detto, per gli artisti dell’intera provincia di Ragusa. 

Di Sonia Alvarez ho visitato presso il circolo Vitaliano Brancati a Scicli l’ultima sua mostra e devo ammettere che non vedevo da tempo una personale di così alto livello, né una artista di tale sensibilità e spessore.

Chiunque ha visto la mostra avrà potuto notare il forte impatto che si  registra non appena si entra nel locale di via Mormino Penna e dà il primo sguardo alle opere. Poi la concentrazione per accorgersi che si è presi dalla atmosfera che promana da quei lavori, in realtà si è presi dalla poesia arricchita da tutta una gamma di messaggi impliciti.

La peculiarità specifica di questa pittura è data dai soggetti, scelti tutti all’interno di una abitazione e tutti calati in una atmosfera schiva, sensuale, che fa parlare il silenzio. Ci si trova davanti ad una protagonista che sembra non credere nelle parole e predilige una comunicazione cromatica, empatica,  con tutto ciò che la circonda  all’interno della sua casa, lontano dal tumulto di una vita che spesso si dis-perde, all’inseguimento di pseudovalori alienanti.

Quella di Sonia Alvarez è pittura che è manifesto nel quale è sommessamente affermato che al di fuori di noi non c’è nulla,  e tutto l’universo è in noi, attorno a noi, in tutto ciò che circondiamo con il nostro affetto, nella intimità della nostra casa; perché è qui che trovi le piccole cose da  amare, dove tutto ha un’anima, anche le persiane che guardano fuori mentre ci proteggono amorevoli e discrete da ciò che è invadente: dagli altri, innanzitutto, ma anche dalla luce del sole.

Tesori fatti di niente nei quali puoi assaporare il piacere di auscultare il tuo animo. Pittura discreta, intimistica, pulita, onesta, sensuale, e anche ovattata, fatta di rapporti cromatici vellutati, il cui scopo è quello di dare ascolto alle cose, di renderle parti dell’animo, partecipi della vita, di noi stessi.

Ed è allora che l’opera supera se stessa, e la pittura riesce a parlare diventando un mezzo, un linguaggio,  e non un fine a se stessa.

Paradossalmente, però, fra Sonia Alvarez e Piero Guccione cogli più che una sottile affinità elettiva. Malgrado la matrice culturale fra i due sia diversa, è possibile rilevare più di un punto comune nella poetica che va considerata simbolista alla maniera di quanto teorizzavano gli intellettuali  francesi alla fine dell’Ottocento.

Entrambi cercano di captare, di cogliere ciò che è nel visibile, ma l’obiettivo della loro poetica è quello di chiudere l’infinito nel quadrato di una tela definita. Ed è questa, in generale, la direttiva che al momento orienta tutto il gruppo dei pittori iblei che hanno Alvarez, Guccione e Sarnari come punto di riferimento.

Da vent’anni a questa parte, anche grazie al loro lavoro, la nostra provincia è cresciuta, perlomeno nella ricerca pittorica.

                                                         Gino Carbonaro

   gino.carbonaro.italy@gmail.com 
           
                          
           

Il Proverbio e la Donna

  Considerazioni sul proverbio
Il proverbio e la donna

                                                   di Gino Carbonaro

La lettura delle sentenze proverbiali 
porta chiunque a fare delle considerazioni 
sul ruolo che il proverbio ha avuto 
nelle società passate; ed è ovvio che possano sorgere 
degli interrogativi su come o su quando è nato 
il proverbio, sotto quale forma si presenta, 
che cosa lo distingue da formulazioni logiche similari e, infine, com’è stato percepito 
considerato nel corso dei secoli.

Per rispondere alle domande che ci siamo poste, il sistema più ovvio ci è sembrato quello di chiederlo direttamente al proverbio. Vediamo cosa ci risponde:

           ’I mutti su’ vanćeli’i missa,
           Muttu anticu è vanćelu nicu,
           Mutti antichi, vanćeli níchi,
           I mutti siciliani su’ pêzzi’i vanćeli,  [1]

dove è detto, che il motto (o proverbio) equivale a un pezzo di vangelo, dunque ad una verità totale, integrale, assoluta. Difatti, dice un’altra sentenza,

            Nuň  è `múttu si nuň  è `tuttu, [2]
           Nun ši  dici múttu si nuň  è `parti o tuttu. [3]

o, almeno, se non conterrà una parte di verità. Ma sentiamo ancora cosa dice appresso:

Lu muttu anticu lu modu ni ʼnšigna,
Lu muttu anticu currēggi la vita,
Lu mutti di l’antichi mai ti ’nganna,
Lu mutti di l’antichi ’n pó fallìri,
Li pruverbi su’ `tutti pruvāti. [4]

Dal rilevamento delle costanti dei proverbi riportati, riscontriamo che per ben sei volte è presente l’aggettivo antico; il che ci induce a credere che il proverbio, che intende essere tale, deve aver superato la prova del tempo: deve essere così antico da sembrare quasi nato all’atto della creazione, e il cui ricordo si perde nella notte dei tempi. Si tratta, in altre parole, di un’antichità dilatata, che coincide con l’eternità, o, se vogliamo, con l’Eterno che è Dio, e quindi con la Verità, che è il Verbo. E, come parola del Verbo, viene intesa la sentenza proverbiale, così come lascia trasparire l’etimo della parola pro-verbum, che potrebbe significare “verità che si usa al posto del Verbo”, o se vogliamo, che integra altre verità riconosciute come tali.
  
Nelle undici sentenze riportate è ancora specificato, che il motto è degli “antichi”; come dire che esso fa parte del popolo, anzi, ne è la sua voce corale, e lo dicevano i latini: Vox populi, vox DeiL’equazione è sempre la stessa: il proverbio è creatura, patrimonio del popolo, e voce di Dio ad un tempo, tramandato dagli anziani, ai quali ne è affidata la custodia, e che lo consegnano (anzi, lo consegnavano)  ai giovani, sempre dosandone l’uso ed evitandone l’abuso.   
   
Caratteristiche del proverbio sono la sua infallibilità (’u muttu di l’antichi ’n-pó fallìri), la certezza che non può ingannare (lu muttu di l’antichi mai ti ’nganna), la sua componente etica (lu muttu anticu curreggi la vita); ed infine, la sua finalità pedagogica (lu muttu anticu lu modu ni ’nšigna). Ultima fra le proprietà del motto è quella che lo vuole provato e sperimentato (li pruverbi su’ `tutti pruvati): senza il collaudo e la verifica verrebbe meno la garanzia su quella che è l’essenza stessa del proverbio, che è il suo essere portatore di verità e di saggezza. Questo è quanto ci dice il Motto, parlando di se stesso.

Anche Aristotele, che scrisse un libro sui proverbi, li ritenne frammenti di una antica saggezza-sapienza che è poi la sophìa (sojίa). Plutarco, invece, li considera misteri sacri, per mezzo dei quali si manifesta la volontà divina. Ma è vero che ancora oggi il proverbio si presenta sotto forma di messaggio magico-sacrale, avvolto in un alone di mistero, al quale si collega una forte carica evocativa e suggestiva, tale da sembrare dettato da una entità divina.

La stessa considerazione vale per i Latini, che dal proverbium sentivano promanare quell’horror, che era peculiare alle cose sacre: dall’horror sacer al tabù il passo è breve. Per questo, a nessuno è dato metterne in dubbio la sacralità e la veridicità (evidentemente per timore di mali terribili ed oscuri, che potrebbero da ciò derivare). Così, qualora il proverbio dovesse perdere la credibilità, allora lo si “iberna”, facendolo morire in modo indolore: insomma, non viene più usato, e pertanto va obsoleto.
   
È chiaro che il proverbio è protetto dal mana, che si manifesta nel senso di rispetto e di venerazione, che da sempre accompagna tutto ciò che ha prerogative di sacralità. Ed è in virtù del suo mana, che il proverbio viene accettato da tutti come verità dogmatica, della quale a nessuno è dato chiedere il perché.   

Formalmente, la forza intrinseca del Proverbio va ricercata nella struttura, cioè nell’uso di parole rimate e assonanti. Il proverbio: Cu’ havi dinari e amiçizia si teni ’nŧŗa lu culu la `giuştizia, presenta i termini “amicizia” e “giustizia” in rima assonante e com-baciante, che è quella che suggerisce una sottintesa e inequivocabile affinità fra le parole (nomen omen), e subito dopo, fra i concetti di cui le parole sono portatrici. Dalla similarità assonante dei termini si passa per simpatia all’idea del tutto implicita di rapporto, complicità e connivenza, fino a rilevare l’identità totale fra i due concetti. Diventa, così, facile, anzi logico, per il fruitore del proverbio, ritenere che amicizia ha qualcosa in comune con “giustizia” (primo livello); anzi, l’amicizia inquina la giustizia (secondo livello): e il denaro che accompagna l’amicizia fa da trait-d’union, da mediatore, quasi da mezzano e catalizzatore fra i due concetti.

Altra peculiarità del proverbio è quella di presentarsi sotto forma di messaggio oracolare: incrocio atipico di poesia e di saggezza ad un tempo. Difatti, per l’uso del linguaggio figurato e metaforico, il proverbio è portatore di messaggi sovrapposti a più livelli: dove il primo livello è dato dal senso letterale, mentre il secondo livello è costituito dal senso traslato. Rileggiamo il motto che dice: A li poviri e a li şvinturati `ci çhiovi ’nŧŗa lu culu anchi assittati; [5] in esso appare chiara la sovrapposizione del piano letterale e di quello metaforico: la pioggia che penetra nelle pieghe più riposte della carne, anche quando si crede di essere difesi (primo livello), simboleggia le disgrazie che provano gli “sventurati”: la pioggia-sventura dalla quale non ci si può riparare: l’impossibile che pure è possibile. Il Proverbio registra tutta l’amarezza di chi non riesce a parare i colpi avversi della Sorte.

Piano metaforico o traslato, che per la sua natura ermetica e la profondità del contenuto, chiama in causa la religione e la filosofia (ovviamente, non quella sistematica), in quanto entrambe hanno come obiettivo il raggiungimento della saggezza-sapienza (sophìa), la sola che può garantire la verità: verità, rac-colta, quasi rubata all’aria, per essere imprigionata e custodita dal proverbio, che in seguito la consegna all’uomo sotto forma di consiglio, di avvertimento, e a volte, con finalità consolatoria.

Se è connaturato al proverbio quel senso che per i Latini era horror sacer,[6] che ne protegge la credibilità, è vero che una analisi orientata in questa direzione, può condurre il ricercatore a considerazioni opposte a quelle suggerite dal proverbio, pervenendo a risultati che potrebbero mettere in dubbio la credibilità della sentenza proverbiale, se non altro per quel che riguarda il suo essere ritenuto portatore di verità “universali”.

Possiamo affermare, invece, che nei proverbi si riflette ed è custodito il patrimonio culturale di un popolo, e, più specificamente, tutto ciò che in una cultura è considerato valido, socialmente approvato, e quindi “vero e giusto”. Un proverbio siciliano, che Pitré fa risalire al secolo xvii, recita:

 Cu’ voli `beni a `fímmina maritàta,
             ’a sô vita ći l’hāvi ’mpriştāta. [7]

Quanto recita questo proverbio era vicino alla verità nella Sicilia di qualche secolo (o di qualche decennio) fa, ma non potrà essere considerato vero in assoluto e per sempre. Se ne deduce che, nel trasformarsi della cultura il proverbio non è più attendibile, e pertanto non è (o non sarà) capace di garantire la verità nel tempo. Ma, è qui che sta il problema: se il proverbio ha perduto la sua corrispondenza al vero, è però indiscutibile che quel concetto esprimeva il modo di credere della gente di un tempo.

Difatti, ritornando al passato (remoto o prossimo che sia) della Sicilia, era vero che il marito tradito, per un sincronico rapporto di causa ed effetto, diventava cornuto”; acquisendo una qualifica onoraria, recepita (chissà perché, poi) da tutti i Siciliani (di una volta!) come un disonore. In forza di questo nuovo e non ambìto status sociale, le sanzioni del gruppo non si lasciavano attendere per il malcapitato, e andavano dalla denunzia pubblica (chíđdu è-ni curnūtu!), alla emarginazione silenziosa (lássŭlu fúttiri! ’n-ci dari cunfidenza!) alla condanna ad opera di tribunali speciali.

La successiva reintegrazione dell’individuo all’interno del gruppo, poneva come condizione unica (sorta di fàida[8]) la eliminazione violenta dell’odiato rivale; ancor meglio, però, se fra gli ingredienti del cocktail fosse stata aggiunta qualche goccia di sangue muliebre. Scherzi a parte, si era davanti a un rito che aveva tutti i connotati del sacrificio; difatti, era sempre il sangue l’unico detersivo capace di lavare la macchia del terribile affronto. Ma, è perciò stesso dimostrato, che il proverbio riportato è prodotto da una cultura e in un periodo storico (il secolo xvii, per l’appunto) che di questi è l’espressione. 

Ne discende che alle sentenze proverbiali possiamo rivolgerci per capire come ragionava la gente per rilevare la qualità della cultura, che nel caso in questione è  - si è detto - fortemente manichea (e di conseguenza, maschilista), in quanto si registra in essa il permanere di schemi dualistici peculiari di tutte le società primitive: esistenza, cioè, di mondi contrari e contrapposti, coppie di concetti-entità-archetipi speculari e diametralmente opposti, come bene-male, destra-sinistra, maschio-femmina, cui vanno collegati altri concetti speculari come attivo-passivo, positivo-negativo, alto-basso, dominante-dominato, cielo-terra, e quindi nobiltà-plebe, sacro-profano, divino-demoniaco, vita-morte; entità polarizzate, che si attraggono e si respingono, ma che non devono perdere mai la loro sostanziale identità. In forza di questi principi speculari l’universo, il mondo, la società, la famiglia risultano spaccati in due, divisi da una linea invisibile, che pone da una parte la Destra, il Bene, il Maschio, ciò che è divino-sacro-nobile-solare-fortunato-attivo-fattivo-produttivo-creativo-stabile; e dall’altra parte la Sinistra - e gli eventi sinistri ad essa connessi - il Male, la Femmina, e ancora, ciò che è passivo-profano-demonìaco-sfortunato-improduttivo-inetto-parassitario-plebeo-mutevole. Schemi che i proverbi riflettono. Basti ricordare il motto che recita:

’U máşculu  è `mèli, ’a fímmina è `fēli, [9]

nel quale è possibile estrapolare i significati impliciti nel messaggio, dove il maschio è percettivamente associato al miele dolce e dorato, e l’oro è colore solare tipico delle divinità, di chi è luce, di chi detiene il potere, il giusto, la verità, la destra, che dona il miele, che nutre e rallegra e addolcisce la vita. Mentre la femmina richiama il fiele, risaputamente amaro e repulsivo, dal colore verdognolo, che è il colore del vomito, della suppurazione, della putrefazione e della morte. Concetto sinistro, quest’ultimo, che le culture del mondo hanno adattato alla donna e al suo ruolo, ritenuto secondario, passivo, socialmente improduttivo, parassitario, che avvelena la vita e la intossica.

Ed è da questo forte archetipo-collettivo, rilevato in questo proverbio, che scaturiscono anche i mastodontici lapsus collettivi, sempre riscontrabili nella proverbialità e nei modi di dire. Perché ai novelli sposi si augura ogni bene, e fra tutti i beni, si augurano figli-maschi (auguri e `fíġğhi-máşculi!) mentre tutti ci guardiamo bene dall’augurare figlie-femmine? Ci si chiede, se è l’inconscio a determinare certe scelte, oppure un esplicito dettato culturale, quello che rileviamo nel proverbio che recita:

Mala nuttata è a fíġğhia fímmina, [10]

o,  anche,      

           ’A toppa è `ciummu, [11]

nel senso che la figlia-femmina, già da quand’era nel ventre materno, era pesante da portare, come il piombo, e pertanto non è da augurare a nessuno! Queste sono le parole del proverbio, che riflettono archetipi dell’inconscio collettivo.

Ma, vediamo come si definisce l’immagine dell’uomo e quella della donna in altre massime. A proposito dell’uomo è detto che:

L’ômu porta `beni, [12]
Ogni `beni di l’ômu veni, [13]
L’ômu è comu l’oru, sempri luçi, [14]

mentre sul fronte della donna recita:

         Di lu mari nasci lu sali
e `đi la fimmina‿ogni `māli; [15]

e ancora

’A fímmina teni quatŧŗu `bannèri:
 càrzara, malatìa, furcae `galēri. [16]

Questo è quello che afferma il proverbio, che “non può sbagliare”. Lungo i secoli, e nel susseguirsi e sovrapporsi delle varie culture, la donna è stata violentata più volte, non solo fisicamente; e nulla è più pericoloso di un bombardamento di messaggi espliciti ed impliciti, il più delle volte subliminali, che arrivano codificati sotto forma di massime, proverbi, motti, che hanno da dire qualcosa sul suo conto.

Violenza terribile e mistificatoria, se si pensa che la donna è stata costretta da sempre a vedere se stessa riflessa nelle immagini, che le sono state recapitate dall'esterno, costituite da modelli approvati e filtrati da una cultura spietatamente maschilista. Messaggi che lungo i secoli hanno contribuito al suo condizionamento culturale. Idee e concetti pericolosi, quanto più sono stati presentati con l’autorità sacrale e coercitiva, che è propria della massima proverbiale.

Per il tramite dei proverbi, difatti, la donna ha definito la propria identità; grazie a loro ha saputo che lei è, potrebbe essere, anzi “deve” essere volubile, diabolica, vuota, perché “lo dice il proverbio”, che a fímmina è pampina di canna … ’a fímmina ha setti şpiriti com’ê jatti … ’a fímmina è `com’â jađdina, si perdi si `ŧŗoppu camina; ’a fímmina `ridi i quannu vò e `çhianci quannu pó; [17] e pertanto imparerà sul serio, se le fa comodo, a piangere e sghignazzare, e si sentirà tanto più donna quanto più farà l’oca. E la trappola è bell’e costruita. Perché, proprio per questo, la donna si ritroverà sempre più prigioniera di mille catene e di mille pregiudizi; difatti sa bene che non dovrà essere troppo alta, né troppo bassa, né grassa, né bella; né, una volta sposata, dovrà dire “ho fame” al marito; né quando è nubile (şchétta) dovrà farsi vedere per strada da sola, perché rischierà molto: soprattutto le terribili sanzioni sociali e fra queste, quella di non potersi sposare.

Qui tocchiamo altre dolenti note. Difatti, è proprio questa la lezione che lei ha imparato meglio di tutte, e sin da piccola: il fatto che la cosa più importante nella vita di una donna è il matrimonio, perché anche questo recita il proverbio:  

                            Di li fímmini lu papatu
                           è lu ştatu maritātu; [18]

e saprà pure che il marito non deve essere bello, né buono e comprensivo, e che dovrà concedersi al primo uomo che gli presenta il destino, o il sensale; e su questo argomento sempre il proverbio (cioè, la vox populi)  sanziona:

           Píġğhia l’omu quannu fēti,
           chi quannu fa `ciàuru nun voli a `tia. [19]

   Ligna virdi e mariti tinti
   Mêġğhiu  avilli ca pirdìlli. [20]

Dal che si evince che l’uomo, anche se violento ed egoista, ha sempre un suo intrinseco non-estimabile valore. Avere un marito è meglio di non avere marito.
   
Sotto questo profilo, il proverbio si configura come strumento di trasmissione di messaggi culturali codificati e strutturati in un sistema di norme, di valori, di usi, di costumi, che agiscono a tutti i livelli su chi li riceve: da quello cosciente a quello inconscio, fungendo da veri e propri mediatori e condizionatori culturali nella mente di chi tali messaggi riceve e ritrasmette.

Va da sé che una rilettura dei testi proverbiali sotto il profilo antropologico e semiologico, innesca un processo dissacratorio, irreversibile, che squarciando il velo di Maja, che da sempre ha protetto la massima proverbiale, disintegra il tabù e il mana che lo proteggevano dall’attacco dissacratorio della logica. È a questo punto che il proverbio, come avviene già per la mitologia, potrà interessare lo storico, l’antropologo e la psicologia, oltre che la linguistica, in senso lato. 

Noi abbiamo rivisitato i proverbi sotto il profilo storico-antropologico e abbiamo scoperto che in ognuno di loro è codificata la cultura siciliana arcaica, che non ha cessato ancora di essere operativa. Abbiamo inventariato, analizzato centinaia di proverbi. Dalla loro interpretazione è nato questo libro.

                                 Gino Carbonaro




[1]  I proverbi sono vangeli di messa/ Il proverbio antico è vangelo piccolo/ Proverbi antichi, vangeli piccoli/ I proverbi siciliani sono pezzi di vangelo.
[2]  Non è proverbio se non (lo) è tutto.
[3]  Non si dice proverbio se non è parte o tutto (e di verità).
[4] Il proverbio antico ci insegna come comportarci/ Il proverbio antico corregge la vita/ Il motto degli antichi non ti inganna mai/ Il motto degli antichi non può fallire/ I proverbi sono tutti provati. (Pitré, Prov. sic., I, p. 1 e sg.)
[5] Ai poveri e agli sventurati, la pioggia entra nel culo anche (se sono) seduti. Metafora: di fronte all’attacco delle sventure i poveri non hanno riparo.
[6] Horror sacer (lat.): orrore sacro. Senso di smarrimento, vertigine o angoscia provocato dalla suggestione di luoghi, generalmente selvaggi, che hanno qualcosa di solenne e di arcano. È sensazione che prende chi ritiene di trovarsi di fronte a cose che esprimono il senso del divino, nel caso specifico il proverbio. Ma, ancora oggi, uno strapiombo che fa paura e che si apre su una cava è detto “un orrido”. Virgilio lo usa come aggettivo per indicare la profondità delle ombre: “Horridae umbrae”.  
[7]  Chi vuol bene a donna maritata ha la vita in prestito.
[8] Faida: legge naturale che sancisce il “diritto-dovere” alla vendetta personale. Vedià Doc. n.40 
[9] Il maschio è miele, la donna è fiele.
[10] La figlia-femmina è mala notte.
[11] La femmina (toppa) è pesante come piombo.
[12] L’uomo porta bene.
[13] Ogni bene viene dall’uomo. Solo l’uomo è fonte di bene.
[14] L'uomo è come l’oro, risplende sempre.
[15] Dal mare nasce il sale, dalla femmina ogni male.
[16] La donna tiene quattro bandiere: carcere, malattie, forca, galere!
[17] La donna è pàmpina di canna, ha sette anime come i gatti, è come la gallina, ride quando vuole e piange quando può.
[18] Delle donne il papato è lo stato maritato.
[19] Prendi l’uomo quando puzza, ché quando è profumato non vuole te.
[20] Legna verde (cioè, non asciutta) e mariti cattivi , è meglio averli (in casa) piuttosto che perderli (non averne).