2011/03/22

Mosche, pulci, cimici e pidocchi.

Sicilia, paese di mosche e di maldicenze                                                 
Gino Carbonaro

     Pirandello definì la Sicilia “paese di mosche e di maldicenze”. Ed era concetto esatto, anche se incompleto, perché da sempre la Sicilia è stata anche paese di pulci, pidocchi, cimici, zecche, zanzare.
    Ancora una cinquantina d’anni fa, e prima dell’avvento del ddt, le giornate si passavano in compagnia delle mosche, e la sera prima di spegnere il lume o la lampada, si notavano, posate a gruppetti sui fili della corrente elettrica, sui mobili, sulle pareti, che per questo erano tappezzate di puntini neri, con le quali lasciavano il segno del loro passaggio. Si trovavano dappertutto, le mosche. Stabilmente attaccate agli occhi dei bambini, si posavano sugli escrementi animali ovunque presenti; sulle carni esposte nelle macellerie; sulle tavole imbandite dei ricchi e quelle non imbandite dei poveri, e non era raro vedere all’ora di pranzo, schiere di mosche disposte in cerchio sul bordo dei piatti colmi di brodo, a succhiare come idrovore. Ed era normale vedere uno o due di questi insetti cadere in picchiata nel liquido bollente, ora in un piatto ora in un altro, dove rimanevano stecchite e galleggianti, fino a quando un cucchiaio immerso delicatamente in superficie non recuperava il cadaverino per scagliarlo con precisione e disgusto lontano dalla tavola imbandita. Nessuno commentava l’evento, e tutti continuavano a pranzare. Insomma, si conviveva e si mangiava con le mosche. E c’erano mosche, dappertutto, a coprire i muri come carte da parati, i pavimenti delle strade come tappeti; e si muovevano solo al passaggio dell’uomo, comportandosi come l’acqua spinta da una barca: si alzavano in volo, si spostavano di lato per far passare, e ritornavano, subito dopo, nel posto di prima. D’estate, poi, tutti muniti di ventagli, le donne soprattutto: ma era per cacciare le mosche, non per difendersi dal caldo. Nel siciliano di una volta si era soliti dire: “Ah! chissu caccia muşchi”, per intendere che era un perditempo. 
     Come le mosche, le pulci. Tantissime. Ovunque. Su cani, gatti, topi e sulle persone, senza distinzione di sesso e condizione sociale. Si infilavano nelle pieghe dei vestiti, nei colletti delle camicie, nt’ê pittiğġhi (reggiseni) delle donne, sistemandosi  persino nell’ombelico; e quando avevano appetito, un pizzichino appena percettibile che lasciava un cerchietto rotondo e rosato sulla pelle. Dormire con le pulci era normale; alzarsi con una collana di puntini rossi attorno al collo, lo era altrettanto. Per questo, tutti si grattavano, anche in pubblico, come fanno cani e gatti. Sunavănu ’a chitarra, si diceva.  
     Spulciarsi, soprattutto la sera, prima di andare a letto, era parte di un rito; forma di toeletta che portava gli interessati ad acchiappare l’intrusa pulce, ad arrotolarla delicatamente fra le dita, per schiacciarla con sadica soddisfazione fra le unghie dei due pollici, curando ancora di sentire lo scoppietto, perché in caso contrario era ancora viva. Un indovinello sulla pulce suona così: “Sauta `ca, sauta `đa, fiġğhia‿’i `buttana `chi sauti ca fa”. Nella lingua siciliana, ricca di metafore c’era questo gustoso modo di dire: “A chissi si `mìşcănu ’i puliçi,” per dire che due persone avevano rapporti molto ravvicinati, che offrivano alle pulci l’occasione per cambiare reciprocamente sito e padrone.
     Ma, il siciliano di una volta doveva difendersi anche dal pidocchio, altro compagno di viaggio che che si attaccava tenace alla radice dei capelli; ma era lungo il capello, che la pidocchia deponeva in buon ordine la sua covata di uova, dalle quali si schiudevano le microscopiche lendìni (’i línnini). Per questo, nelle tiepide giornate primaverili, le donne si mettevano all'aperto, davanti la porta di casa, per attendere al necessario passatempo: la nonna in piedi spidocchiava la testa della figlia, che spidocchiava a sua volta la figlioletta, o viceversa. L'abilità degli operatori stava nel fare col pettine una scriminatura nei capelli, seguire la linea con lo sguardo vigile per intercettare pidocchi e lendìni, che brillavano al sole come punte di spillo argentate. Gli attrezzi usati per questo compito erano un pettine-stretto, un batufolo di cotone e il micidiale petrolio.  
     Lotta all’ultimo sangue, anche contro le cimici del letto, acari raccapriccianti che colonizzavano paglia dei materassi, fori lasciati dai tarli nelle tavole del letto, pieghe di cuscini, lenzuola, coperte, ma anche le pareti screpolate della casa, e nei palazzi dei ricchi le pieghe delle carte da parati scollate. Da qui, uscivano di notte, attratte dal profumo inebriante della carne umana. Lì, nel caldo giaciglio, realizzavano la loro orgia di sangue, per ritirarsi sazie alle loro dimore con le prime luci dell’alba. Proprio in virtù delle loro abitudini notturne, le cimici erano difficili da scovare; ma quando se ne intercettava una, si schiacciava, sempre ponendola fra le unghie dei pollici, ben sapendo che si sarebbe vendicata emettendo un odore fetido e nauseabondo.  
                                 

Donna silenzio dell'anima

           
Una serata con “Teatro Utopia”

Gino Carbonaro

    Il Teatro è forma d’arte completa. Il recitare degli attori all’interno di uno spazio ideale, quello del palcoscenico, l’assistere a un evento significativo nel buio concentrante di una platea, sorta di spazio rubato alla realtà, crea negli attori e nel pubblico una suggestione che spesso consente la realizzazione di un transfer. È Aristotele a fissare il concetto di catarsi, con il quale indicava l’insieme delle emozioni che si impadronivano dello spettatore nell’assistere alla tragedia. Ed è quello che si è verificato in molti spettatori, in “Donna, il silenzio dell’anima”  ultima pièce teatrale di “Teatro Utopia”, per la regia di Giorgio Sparacino. 

    L’apertura del sipario presenta allo spettatore una scenografia che ha tutte le connotazioni di un’opera d’arte moderna. Enormi drappi bianchi bellissimi su fondo nero e un sole rosso, immenso, centrale, quasi osservatore discreto e silenzioso delle miserie della nostra realtà. Dunque la musica col suo ruolo centrale, evocativo, capace di dare il “la” alla realizzazione di un dramma che sfuma nella tragedia.

    Protagonista della serata è la “Donna” nel suo eterno rapporto con l’uomo che nel XXI sec. può ancora ritenere di essere padre-padrone gestendo il proprio rapporto strumentale con la donna come si trattasse di un burattino senz’anima.

    Poi, la disposizione della quattro lettrici, in nero, poste su piani diversi. Scenografia, costumi, disposizione degli attori sulla scena, e ancora, le luci, la musica, la scenografia, l’amplificazione del service sono componenti non secondarie della realizzazione dell’opera. Fin qui, tutto è perfetto, gli occhi dello spettatore assorbono la serenità e la bellezza del tutto.

    Poi, comincia la lettura, che lentamente si trasforma in interpretazione intensa, sentita, partecipata. L’attenzione del pubblico è subito catturata. Fra le quattro attrici e il pubblico in sala non c’è iato, ma empatia. Da subito la partecipazione degli spettatori è totale. Il tema è sacrale. Gli eventi tragici. Sofferenza, dramma di donne che hanno subito incolpevoli, violenze da parte di uomini dominatori, di culture ossificate, di religioni schizofreniche.

           Le lettrici/attrici sono donne che si presentano come testimoni di culture altre e di eventi occorsi a donne come loro.

Certamente il mondo degli uomini non è fatto tutto di violenza e di crudeltà mentale, ma questi aventi ci rendono non direttamente, ma metafisicamente coinvolti. Per questo, non può essere accettato il silenzio ed è necessario denunziare, per avvertire coloro che potrebbero cadere in queste trappole (uomini e donne). E questo obiettivo è stato raggiunto dal “Teatro Utopia” in “Donna, il silenzio dell’anima”.

           Ma, le emozioni che ha suscitato questa  performance ha altre chiavi di lettura. Quello a cui abbiamo assistito rappresenta una svolta nel teatro moderno. Un ritorno forse consapevole all’antico Teatro Greco, dove gli attori (Υπόκριτές) erano pochi. Prima, uno solo, poi due, poi tre ed erano immobili. Bloccati dai coturni. Mascherati. L’attore è simbolo. Il tema religioso e sempre attinente ai grandi drammi della vita. Il contenuto del Teatro Greco era sempre una denunzia (vedi, Ifighenia, Le Troiane, ecc.) denunzia che doveva far riflettere e scuotere l’ascoltatore. Sorta di specchio dove ognuno di noi è costretto a guardarsi. Questo era il teatro. Tutto rigidamente bloccato da una necessaria unità di tempo, di luogo e di azione. Immobilità statica che evoca il concetto di immenso, di eterno, per il quale, obiettivo del teatro era la realizzazione di una trans-formazione spirituale, mentale, culturale dello spettatore, che doveva riflettere sul senso della vita, sui suoi comportamenti, e su come si attivavano gli umani in alcuni momenti della vita.

Chi era presente alla rappresentazione di una tragedia, alla fine avrebbe dovuto non essere più lo stesso di prima, perché spiritualmente modificato, perché costretto a ripulire la mente dai luoghi comuni, che solitamente distorcono la realtà delle cose.

Chi ha assistito a questa interpretazione di “Teatro Utopia”, ha capito perché molti hanno resistenza ad andare al teatro. Non si va al teatro perché i lavori presentati sono spesso vuoti di contenuto, e come tali capaci di inquinare la mente e non basta dunque che gli attori siano eccellenti.

In “Donna, il silenzio dell’anima” il livello del contenuto e della interpretazione della quattro attrici era altissimo, soprattutto perché denunziavano con convinzione  modelli culturali messi a confronto. D’altro canto il problema delle culture e degli scontri di culture è problema fondamentale di oggi.

Per non dire che le giovani donne che hanno scritto gli allucinanti documenti che le attrici hanno recitato e gli spettatori hanno ascoltato, hanno dimostrato che la scrittura non-letteraria è forse la vera scrittura, e qualche giovane scrittrice (per necessità) ha vergato pagine dalla potenza shakespeariana.
                                 

Scuola Medica Salernitana



Scuola media Salernitana




Miniatura



Cibo, amico-nemico
                                                                                                    
  
                                                                    di Gino Carbonaro



     Vita e salute sono le cose più importanti per l’uomo. Morte, sofferenza e fame? Le cose più temute. Il cibo? Tiene in vita ed esorcizza fame e morte. Dunque, 

più-cibo = più-vita 
meno-cibo = meno-vita 

     La mamma al figlioletto: “Mangia, ché devi crescere”. Il grasso è riserva di energia, dunque riserva di vita. Ma, non è così. 

 Ιπποκράτης -
Ippocrate 

      Il medico greco Ippocrate dettò il principio che bisognava guardarsi dal cibo: quantità e qualità. Di Ippocrate, passarono alla storia due aforismi. Uno sul mangiare: 

Fa che il cibo sia la tua medicina 
e medicina sia il tuo cibo 

     Il secondo sul rispetto per il proprio corpo.. 

Considera il tuo corpo un Tempio 
Rispettalo.  E' sacro.

Tempio Greco 

   La Scuola Medica Salernitana, considerata la prima università dell’Europa medievale, divise la medicina in due sezioni: 

     1. Scienza che mira a conservare la salute e .. 
     2. Scienza per curare le malattie. 

     Siccome ripristinare la salute perduta era difficile, 
si suggeriva come evitare di ammalarsi. 

     Le verità, fissate in aforismi, furono raccolte nel Regimen Sanitatis Salernitanum”. Al re d’Inghilterra Riccardo Cuor di Leone che di ritorno dalla Terra Santa si era fermato a Salerno e chiedeva "l’Élisir di lunga vita", il medico Ursone rispose.. 


Se vuoi vivere a lungo 
mangia sano, mangia poco 
bevi con moderazione 
caccia via i gravi pensieri 
non adirarti. 
E ancora.. non comprimere l’ano 
scoreggia liberamente
non trattenere a lungo la vescica. 



                                                            Elisir di lunga vita


     In sintesi, ti siano medici queste tre cose: 

“Quiete, animo lieto, moderata dieta” 

  Princìpi fondamentali della medicina della salute: 

  "Prevenire" il male, per tenere lontano il medico

Principis obsta, sero medicina paratur
"Previeni subito, poi devi riparare con le medicine)


Intervento chirurgico


    Soprattutto, mangiare poco la sera, perché 

Ex magna coena stomacho fit magna poena 
(Grande cena, grande pena (sofferenza) per lo stomaco) 

     Nel mentre si suggeriva di passeggiare dopo cena

                   Post coenam passus mille meabis
                            (Dopo cena? mille passi) 

     Considerato poi che la digestione è importante: 

Mala digestio, nulla felicitas)

 veniva suggerito di masticare bene il cibo perché 

Prima digestio fit in ore 
(La digestione comincia nella bocca)

Tutto questo per agevolare la motilità dello stomaco al mattino, perché.. 

Cacatio matutina est tamquam medicina
(Evacuazione mattutina è medicina)



     E ancora si ricordava che orinare e scoreggiare con convinzione e nello stesso tempo faceva bene ai lombi  

                   Mingere cum bumbis est bonum lumbis 

Poi italianizzato in 

                        Tromba di culo sanità di corpo 




perché il gas ritenuto nello stomaco causa spasmi, idropisia, colica e vertigini. 

     Nel “Regimen” si aggiungevano consigli igienici:  

Si fore vis sanus, ablue saepe manus 
(Se vuoi star sano, lava spesso la mano (le mani)

     Né potevano mancare suggerimenti sul sesso (dulcis in fundo) per il quale è detto che..

In die perniciosum, 
in hebdomada utile, 
in mense necessarium.

(Tutti i giorni fa male 
una volta la settimana fa bene 
una volta al mese è ne-ces-sa-rio!)  

Se poi qualcuno era accatarrato, doveva sapere che il sesso curava anche il raffreddore. L’aforisma, che non può fallire, recita: 

Coito, medicina catarri!
Sesso (coito?) 
Unica medicina per curare il raffreddore.
 Più se ne fa, prima va via 
 

Provare per credere!





Scena erotica



Gino Carbonaro