2018/12/28

GOFFRILLER . Quintetto (ARCHI e Pianoforte)



Quintetto Goffriller

al Teatro Garibaldi di Modica
Dicembre 2017

                                             di Gino Carbonaro

Nanni (Cultrera) carissimo, grazie per questa proposta musicale. Mi riferisco al quintetto Goffriller.  Avevo capito a volo, alle prime note lanciate, che si trattava di un ensemble diverso, di-verso dagli altri che comunemente si ascoltano anche con piacere.  Qualcosa mi faceva capire che ci stavamo trovando davanti ad una compagine eccezionale. E così è stato!

Le note eseguite erano sempre delicatissime, controllate, dosate, tenute a freno, quasi suggerite, per esser consegnate al pubblico di spettatori come elementi preziosi.

Impressionante per me il fatto che Mozart e Schumann, due mostri sacri del nostro passato musicale, nelle loro mani sono diventati immensi. Le frasi musicali seguivano sfumature di colore capaci di evocare sensazioni incredibili.

Io non sapevo (non sapevo!) e forse non immaginavo, per esempio che Mozart fosse tre volte più grande di come da sempre avevo pensato io.

Grandissimo Mozart, per merito di una grandissima ensemble che mai dimostrava le enormi difficoltà tecniche e interpretative gestite sempre all'unisono perfetto.

E, cosa è accaduto alla fine con Oblivion di Astor Piazzolla, che non è composizione facile, contrariamente a come si può pensare. Oblivion è nato per bandoneon & ensemble, ma il Quintetto Goffriller lo ha riproposto con una originalità impensata. Arrangiamento? O  nuova interpretazione dei brani ad opera del Quintetto? In realtà, di Piazzolla, di Gardel (Por una cabeza), di Mozart e Schumann, i nostri eccezionali musicisti cercavano di cogliere il messaggio, la proposta musicale, la filosofia, la cultura, l'anima.

La loro preparazione tecnica (eccezionale) era solo un mezzo necessario per esprimere/interpretare/cogliere l’anima dei compositori.

Ma, forse sto dicendo che questo concerto è sicuramente uno dei più bei concerti che ho ascoltato nella mia vita.

Molti sono i musicisti che suonano bene, ma nessun gruppo musicale da me ascoltato in passato è riuscito a toccare il fondo della mia anima, a farmi sentire la potenza dei grandi compositori e soprattutto che cosa è la “vera” musica. Chiudo col dire che in questo concerto straordinario, quello che mi ha colpito maggiormente è la "Cultura" di tutti i componenti del gruppo. Cultura ripeto, in quanto "Tutti" erano consapevoli del fatto che la musica vera è il risultato di una magia costituita da rapporti sonori, intelligenza, sensibilità, che veicolano sensazioni, equilibri, armonie, sentimenti, strutture inspiegabili di suoni, che non è facile intuire, cogliere, ricreare e ricostruire facendoli passare dalle note riportate nello spartito alla realizzazione sonora che va intuita e capita.

Senza una consapevole cultura (musicale e non) che deve stare alla base di tutto, si può restare musicanti e mai essere musicisti, e non sarà possibile realizzare il sublime miracolo di questo indimenticabile concerto.
A fine concerto, tornando a casa, ripetevo ossessivamente: "Che grande concerto!", "Che grandi musicisti!" "Che fortuna che abbiamo avuto stasera".

Buona notte Nanni, buonanotte a quello (sto parlando di te) che da tempo considero uno dei motori della cultura Iblea e siciliana, mentre cerco di non dimenticare che la musica è la vera Religione di questo mondo, colei che rende fratelli uomini (e donne) di tutte le razze.      

Gino Carbonaro       

2018/12/20

TOTÒ STELLA un ricordo

 STELLA (-cometa) 


     2 luglio 2017. E' andato via  Totò Stella.           
    
     Un uomo unico, diverso irripetibile. 
Cultura, dolcezza, discrezione, sincerità, onestà intellettuale, accettazione della sofferenza, amore per il creato, per la natura, piante, animali, tutto accolto con una profondità di pensiero unico.  

     Era bello stare con lui. Bello sentirlo parlare, ascoltare le sue considerazioni, sempre profonde, puntuali, vere. 

     Io che ho letto Aut-Aut di Søren Kierkegaard, opera dedicata all'uomo etico, ho sempre ritenuto che Totò Stella fosse/era un uomo ETICO che avrebbe potuto venir fuori solo dal Vangelo dettato da Gesù. 

     Modestia estrema gli impediva ogni possibile velo di narcisismo. Mai mise in luce la sua poderosa cultura, le sue estese conoscenze. Mai parlò male di nessuno, mai usò violenza contro qualcuno.  

     La sua vita era pulita, candida, segnata da un forte equilibrio e da un senso di rispetto verso  l'uomo. Di qualsiasi condizione sociale, da qualunque parte del mondo fosse venuto. La sua filosofia era il dovere e il rispetto verso tutti.

     Oggi, 18 dicembre 2018, l’Istituto Magistrale G. B. Vico, dove insegnava, si è attivato per titolargli l'Aula Magna, per ricordare i meriti di questo uomo che ha lasciato il segno della sua bontà e del suo carattere in tutti coloro che lo hanno incontrato, ascoltato, apprezzato. 

     Io posso affermare  che il suo equilibrio ha inciso fortemente le nostre coscienze. Possiamo averlo come modello, ma non è facile imitarlo. Tarderà a nascere, se nascerà un uomo di tale spessore culturale e carisma, di tale dirittura morale.   

2018/12/17

Elogio della FISARMONICA



La mia fisarmonica
Una dichiarazione d'amore



      Da quando avevo 12 anni, la fisarmonica è stata la mia compagna, il conforto della mia vita. 

     Non è facile dire cosa abbia di diverso da tutti gli altri strumenti, ma quando apri il mantice e lo metti in tensione per esprimere il suono, ti accorgi che la fisarmonica ha un'anima. 

    Quel mantice è il polmone di uno strumento che respira, strumento che è vivo, a cui tu affidi i tuoi sentimenti, le tue sensazioni.  

    Parlo di mantice, perché la vita della fisarmonica (come quella degli umani)  è data dal respiro, cioè dai polmoni,  ed è nella pressione di questo polmone artificiale, nella delicata modularità del suono,  che tu puoi entrare in contatto con le parti più profonde e meno conosciute di te stesso. 

     La fisarmonica è  strumento che soffre, che piange, che sorride, strumento che ti prende e ti trasporta in un mondo altro. 

      Per anni, cosa da non credere, per anni ho ritenuto che la fisarmonica fosse lo strumento dei mendicanti, dei poveri, strumento che aveva alcunché di buffo con quel suo aprirsi e chiudersi  in modo strano, strumento che tutti ritenevano come un nato illegittimo. 

     Fisarmonica! Anche il nome è strano. Difatti, cosa vuol dire questa parola? Per questo, gli addetti ai lavori (i musicisti professionisti) l'hanno sempre guardata con distacco, quasi con la puzza al naso. Come qualcosa che avrebbe potuto stimolare il singhiozzo o il vomito. Qualcosa da cui tenersi alla larga. Ed è proprio da quella prima percezione non-positiva o pregiudizio, che la fisarmonica non si è ancora liberata,  ed io stesso, per decenni, mi sono ritenuto un "musicante" di bassa lega, proprio perché non avevo scelto di studiare arpa, violino, tromba, pianoforte, cioè, uno strumento nobile. 

     Poi, un giorno la illuminazione. Capii da solo che la fisarmonica era speciale per la delicatezza, finezza, morbidezza con cui mi consegnava i suoni. Era la fisarmonica la grande interprete dei Tanghi argentini, e cominciai ad abbracciare quel mio amore in modo diverso: il braccio sinistro si collegò meglio con la mia anima, e il rapporto, mentale e spirituale, cambiò, e finalmente venne la musica, quella vera. Questo credo di avere capito. 

      Mi sono accorto da solo, e dopo tanti anni, che lei, la Fisarmonica, era stata da sempre la mia fedele amica, e da allora la incontro quasi tutte le sere, la abbraccio con dolcezza per fare l'amore con lei. Poi vado a letto sereno.  

ALTRE CONSIDERAZIONI

Una amica mi invita a riflettere sul mio rapporto con la Fisarmonica, cioè con la musica. 
La mia personale impressione?  È quella di ritenere che io ho un rapporto particolare
con il suono. 
Un rapporto che per me ha tutte le connotazioni della malattia.
Una droga. 
Quando non suono, di necessità, 
vado in astinenza. 
Rapporto, che io considero un modo per cogliere la parte più profonda e
sconosciuta di me stesso. 
      Non c’è per me nulla di più bello del suono che viene fuori dalla mia fisarmonica. Tu crei la frase musicale, la produci, la consegni allo spazio, all’aria, a chi ascolta e.. si predispone a cogliere il messaggio non-verbale dei suoni. 

     Basti pensare che mai  ho voluto interpretare "Les feuilles mortes" e "Ne me quitte pas" agli amici che solitamente sono distratti. La mia musica? Per me ha qualcosa di sacro. Dunque la rispetto.
     Comunque, adesso vado a suonare, e pongo l’ipotesi che anche tu che leggi mi stia ascoltando.           
     Musica? Ponte d'amore che lega due persone, due anime, e annulla le distanze. La musica è la vera religione. È il linguaggio dell’uomo nel suo viaggio in questo universo. 

                                      Gino Carbonaro  


     P.S. Come è nato il mio rapporto con il  suono, con la musica e dopo con la fisarmonica? 

(Senza dimenticare mai che la mia era una famiglia di fotografi del passato). 

    Il primo contatto con la musica? Un giradischi, anzi un grammofono, che mio padre aveva acquistato prima di partire per la guerra. Era musica in casa. Bastava montare un disco di vinile 78 giri, marca "La voce del padrone", quindi girare varie volte una manovella per mettere il moto il piatto, e piano piano da una sorta di trombone veniva fuori la voce del padrone, la registrazione di una canzone.      
     C'erano canti, musica e quant'altro nei dischi di corredo al grammofono. E io? Ascoltavo e vivevo la musica. Un giorno, però, venne nello studio un violinista, voleva farsi riprendere (lui e il violino) per ricordo. Mia madre  colse l'occasione per scattare una fotografia anche a me, bambino di pochi anni. Va detto ancora che mio padre, grande amante della musica, si era fatta scattare  una foto con una fisarmonica. Era una bella foto, mantice aperto, mio padre sorridente, ed era foto che io guardavo spesso, anche perché era incorniciata ed esposta sul tavolo dove facevo i compiti. Ma non basta. C'era, a pochi metri dalla mia/nostra casa di Via Mormino Penna n. 48 a Scicli, la Chiesa di Santa Teresa, chiusa, ma non sconsacrata,  la cui chiave era in possesso di Donna Peppa, la vecchietta che mi adorava. Spesso apriva la Chiesa per qualche motivo, e allora, noi bambini che giocavamo fuori,  entravamo incuriositi. Donna Peppa ci lasciava fare e noi ci divertivamo a salire la scala a chiocciola per arrivare nel campanile, senza avere la autorizzazione a suonare le campane. Però, a metà della scaletta serpeggiante, che ci portava verso la cupola, dormicchiava, impassibile, coperto di polvere,  ragnatele, e cacatine di topo, un organo. Quello sì, si poteva suonare, e Pinuccio, il mio amico del cuore e io provavamo a farlo suonare. Pinuccio pompava l'argano  e io come per suonare battevo i tasti coperti di polvere e ragnatele, mentre il suono veniva fuori miagolando, mentre  insieme gustavamo la magia di quel suono strumentale e strano. Non era musica, ma era intervento di bambini su qualcosa di sconosciuto. Una gioia, un divertimento. Una esperienza indicibile quel suono con cui parlava a noi uno strumento con il suo linguaggio sconosciuto.


*     *     *

   Ma c'era un'altra storia con la musica. La racconto.  

      Abitava nei dintorni della mia casa una famiglia di mendicanti che tutte le mattine passava nella piazzetta antistante la Chiesa di Santa Teresa. La cosa curiosa? La prima ad apparire seduta su un piccolo carro trainato da una cane bianco peloso e sporco era la matriarca, una donna senza gambe seduta su un carrettino, che procedeva tenendo in mano le redini che giungevano sulla bocca del cane. Subito dopo seguiva un vecchio,  certamente il marito, e ancora  dopo  il giovane figlio barcollante, filiforme, una sorta di asparago umano,  che abbracciava e faceva gracchiare una piccolissima fisarmonica, che stava quasi incollata al petto. Il ricordo di quello strumento rimase scolpito nella mia memoria. 


*      *       *
Altro rapporto con la musica

      Erano i primi degli anni Quaranta.  All'epoca mio padre era in guerra, ma la sorpresa per me fu quando tornando dalla guerra, il mio genitore portò con sé a braccio  un piccolo mobiletto di legno che io non avevo mai visto e che imparai a chiamare Radio. Radio che fu sistemata sul comodino accanto al letto e fu collegata con una serie di fili di metallo a loro volta agganciati nei tubi dell'acqua, che servivano come antenne per ricevere meglio le "onde" sonore.  Fu per mezzo di questa radiolina che per la prima volta ascoltai la musica interpretata e trasmessa da chissà chi. Per me quell'ascolto fu un miracolo, una novità, una cosa bella. Credo di avere ascoltato anche una bellissima canzone della zona balcanica. Così decisi di pensare dopo tanti anni.

     Sempre parlando di musica e canti, devo aggiungere  che la mia stanza da letto aveva una piccola finestra che si apriva sulla strada principale (era la via Mormino Penna al n. 48)  dove in piena notte passavano i carri, mentre i carrettieri cantavano le struggenti canzoni siciliane. Io ascoltavo la musica, il canto, senza capire le parole. Però, quando per caso mi svegliavo e mi facevo accarezzare l'animo da quei canti,  le mie guance si rigavano di lacrime.   Ritengo sia avvenuto così l'imprinting musicale su di me bambino. 
     Difatti, in seguito, la musica popolare siciliana diventò la mia musica. 


*     *      *
      Tanto premesso, aggiungo ancora che il mio primo strumento musicale fu il tamburo

Storia del Tamburo (manca)


      A questa premessa va aggiunto ancora questo. Quando avevo poco più di  11 anni (ora da Scicli, mio padre si era trasferito a Modica), tutti i lunedì si presentava nello studio un giovane barbiere per consegnare un rullino di negativi , che ritirava stampati il lunedì successivo, quando consegnava un altro rullino.       Dalle foto che ritirava, si capiva che oltre che barbiere era un fisarmonicista. Fisarmonica che io conoscevo per averla vista a mio padre (nella foto) e al mendicante che tutte le mattine passava da Via Mormino Penna. 
     
     All'improvviso, senza capire da dove mi fosse venuto, io, poco più alto di un metro e venti, avvicinai le mie mani al suo braccio, gli tirai la camicia, e mentre si girava per guardarmi gli chiesi se aveva intenzione di insegnarmi la fisarmonica. Gino Livia (si chiamava così) mi guardò dall'alto in basso, fece i suoi calcoli, e mi rispose: "Sì!" ... e  procuratosi un foglio di carta  scrisse il nome del libro che avrei dovuto studiare. Si chiamava "Bona", un classico libro di solfeggio. La lezione sarebbe cominciata il lunedì successivo.  

     Da quel momento (e per sei mesi) fu solo solfeggio: semibreve, minima, croma, biscroma, semibiscroma: una sofferenza inaudita per me che, studente di scuola media, in una scuola complicata e crudele, non trovavo il tempo per studiare. Difatti non fui mai bravo nel solfeggio e lo feci inalberare spesso, e non poco. Però, fu questa la partenza. In ogni caso,  quando il destino volle, il Maestro decise finalmente di cominciare lo studio della fisarmonica e ne fu acquistata  una con i tasti ridotti, per dita di me bambino, e si partì con lo  studio di uno strumento che da subito sentii come parte di me: tastiera e tasti a destra, bottoniera a sinistra, mantice al centro. Prime semplici composizioni. 

     Al cominciare, lo studio della fisarmonica, mi sentii respirare. Mi innamorai subito dello strumento e cominciai a studiare e impegnarmi  con passione. Però, dopo altri otto mesi di studio di fisarmonica, il mio maestro decise si emigrare in Venezuela, a Buenos Ayres, per aprire lì un più redditizio salone di barbiere, e mi lasciò con quello che mi aveva insegnato. In verità non  era poco, se da allora continuai da solo, senza maestro, da semplice autodidatta. 

     Col tempo, col tempo, ho scoperto tante cose dello strumento, e, forse, della fisarmonica ho capito altre cose, che il mio amato maestro non arrivò a insegnarmi. 

     Ora, che ne ho ottanta di anni, posso dire che la fisarmonica è stata la mia fedele compagna da più di mezzo secolo. Ora ho deciso! La porterò con me nell'aldilà, e suonerò sulle nuvole per rallegrare gli angeli. Spero solo che il sogno si possa realizzare.          
         

    

2018/09/27

ELOGIO DELLA LENTEZZA SOCIALE

ELOGIO DELLA LENTEZZA



Quando scrivi tu, mia cara Pina, tutto procede trasportato da una logica inesorabile, potente, che invita il lettore a fermarsi non poche volte per riflettere, meditare su quello che affermi tu o che riporti da altri scrittori, solitamente sociologi, perché è la socio-psicologia il campo dei tuoi interessi. L’elogio della lentezza rappresenta un argine che nella analisi dell’evento sociale invita ognuno di noi a riflettere sulle condizioni del vivere, di cui, spesso non riusciamo a capire il vero senso, travolti come siamo dalla velocità, ma volevo dire vortice, da cui siamo presi e spesso travolti. L’argomento trattato è di grande attualità e importanza. I maestri, Bauman a Selvùpeda, da te più volte citati, rilevano chiaramente la ampiezza dei tuoi interessi e della tua cultura meticolosa, attenta e profonda. È comunque necessario rileggere con attenzione il tuo scritto, riflettere, e fare tesoro dei tuoi suggerimenti oltre che della tua lezione sul funzionamento del cervello umano.

* * *

ACCELERAZIONE DELLA DINAMICA SOCIALE.

L’accelerazione rapida, esponenziale (quasi) della società moderna, crea problemi al singolo. Ma, a mio avviso è proprio sulla accelerazione che va posta l’attenzione.

Nessuna colpa può essere addebitata al singolo che non riesce a frenare la corsa a ostacoli della vita. Ed è accelerazione che soffoca l’uomo proprio perché gli sottrae tempo.

Tempo che viene a mancare quando chi detiene un potere comprime di necessità il lavoratore. A ciò si aggiunga che pochi sono quelli che abitano nella città dove lavorano.

In questo caso, è necessità correre, ed è corsa alienante dovuta al tempo che si brucia in auto per raggiungere il posto di lavoro, e successivamente per vendere le sue competenze nel lavoro. L’elogio della lentezza? Diventa un sogno che può essere realizzato solo da chi ha la possibilità di lavorare senza problemi, senza bisogno di correre e ricorrere a un doppio lavoro bruciando anche il weekend. Di fatto quello che manca oggi è il tempo che non è più nostro. La corsa? È un rincorrere la carota che è davanti a noi. Rincorriamo il tempo che non riusciamo a raggiungere. Si può ancora aggiungere che ciò che fa entrare in crisi proprio oggi all’interno della giornata tutto è cronometrato. Scadenze, progetti, impegni, accordi, bambini da portare all’asilo, spesa da fare, genitori da visitare, tasse da pagare, ingiustizie sociali da seguire. Tutto all’interno della frazione di tempo che la luce della giornata ci consente. Insomma non si può non correre. E la lentezza diventa un sogno, una utopia.

* * *

Soprattutto perché si lavora per appagare sogni e bi-sogni. Necessità vere e quelle false. Vere sono quelle legate alla sopravvivenza: l’indispensabile necessità per tutta la famiglia di mangiare, di avere una casa, di coprirsi, di pagare i medicinali, di avere una auto per recarsi al lavoro, per portare i bambini a scuola. Ed è corsa, impegno totale, e sofferenza la grande necessità di cercare un lavoro ovunque si trovi, da qualunque parte venga offerto. Poco importa se piace o non piace. In realtà l’uomo e più ancora la donna sono/siamo stritolati dalle necessità e dal vorticoso bisogno di correre, di accelerare, per raggiungere, per afferrare, per ottenere, per appagare. Il cane che cerca di mordersi la coda. L’elogio alla lentezza? Può essere fatto e applicato da chi può. Dagli impiegati degli uffici pubblici? Forse. Ma, è vero quello che recita un saggio proverbio spagnolo il quale dice: "No hay caminos, hay que caminar". E possiamo aggiungere: hai da camminare .. in fretta.. di corsa .. subito per non perdere tempo.
Cara Pina, ritengo molto interessante la scelta dei temi che tratti. Invitano alla riflessione..

Gino Carbonaro

2018/08/22

CARNIBELLA, Gaetano, Considerazioni a margine della sua poesia

Considerazioni sull’ermetismo
e sulla poesia di Gaetano Carnibella

La foresta degli specchi
      
                                                                di Gino Carbonaro



   Gaetano Carnibella mi passa (brevi manu) il suo ultimo libro di poesie.
Dalla sua mano, alla mia mano che lo accoglie. Il gesto apparentemente semplice è però denso di significati.


    In quel libretto elegante, titolato “La foresta degli specchi”, l’Autore mi consegna una parte di se stesso: il suo pensiero, la sua filosofia dell’esistere, i suoi sogni, il suo amore per la poesia. C’è timore e tremore in quella consegna. Il libro non cessa di essere di chi lo ha scritto, ma certamente diventa mio. E io so che lui diventerà parte di me, mentre il contenuto del libro rappresenta il pensiero dell’Autore, il suo modo di interagire e di relazionarsi con la realtà.


    Intanto, sfoglio incuriosito il libretto delicato, e vi leggo un immediato amore per la eleganza, la finezza e la cura degli editori: grazia dei caratteri scelti, preziosità della carta, design di copertina. Insomma presentazione in eccellenza. Un piccolo gioiello.


    Io da amante dei libri, ne registro la bellezza. Ma è il titolo che mi colpisce innanzitutto: “La foresta degli specchi”, che a me pare voglia indicare al lettore qualcosa di molto profondo. Se i protagonisti del libro sono gli uomini, siamo noi che viviamo in una foresta di specchi, dove le cose che ci circondano riflettono immagini, che subito si consegnano ad altri specchi per ritornare distorti e irriconoscibili là da dove sono partite. Una foresta è la vita. Dove non è facile capire, comprendere, districarsi. Tutto sembra essere un sistema di maschere. E subito la mia attenzione è richiamata da una poesia dove il poeta scrive (Dioniso, p. 40):


Ombre io vedo
Solo ombre
Polvere di tristi corde di violino


Dioniso, ti prego
Mesci il vino.


    Il titolo ha il fascino dell’intrigo. Più che il dire, la poesia suggerisce qualcosa che il lettore ha il compito di decifrare.


   Dioniso è divinità greca. Ed è l’unico Dio mascherato dell’Olimpo greco. Dio che è per metà uomo (perché figlio di Semèle, una donna) ma ancora divinità potente perché figlio di Giove, re dell’Olimpo che di una donna si era innamorato e da lei aveva avuto quel figlio.


    Ma, Dioniso è dio misterioso proprio perché coperto dalla maschera. Nessuno sa dire se è maschio o femmina, vecchio o giovane, folle o savio. Di fatto, dimora per sei mesi negli Inferi dove le dee hanno relegata Semèle (che aveva avuto l’impudenza di accogliere il seme di un dio), e per sei mesi sale nell’Olimpo solare con le altre divinità. Metà uomo, metà Dio, metà costretto a vivere nelle tenebre, per l’altra metà alla luce. (Ed è forse la Natura?) E però, Dioniso è l’unica divinità che può capire gli umani, e proprio perché uomo può capire le loro pene, le loro sofferenze. Perché sofferenza è la vita. Ed è ancora, Dioniso è il dio del vino che scioglie le pene degli umani, e lo libera dalle angosce.


    Carnibella che conosce la funzione del vino, ne riprende il tema in altra poesia (Muro di vita mia, p.73)


Muro di vita mia!
Sei vino scuro
Solitaria compagnia.


    La chiusa della poesia sottolinea il bisogno di dimenticare qualcosa che il poeta non riesce a decifrare. Il peso dell’esistere “Dioniso, ti prego, mesci il vino…(p.40) .. Vino scuro, solitaria compagnia” (p. 73). Vino per per sciogliere l’angoscia del poeta. Vino che ritorna ancora in un’altra poesia (Nuvola nera, p. 62)

Berrò
Nella coppa
I tuoi pensieri
Tutti gli umori


Brillo poi,
Di fuoco avvinghierò
I tuoi polsi,
morsi, sorsi
Su e giù tutta la notte
Senza mai fermarmi.
     
    Ma, il riferimento è ancora alla cultura greca che è presente nelle poesie di Gaetano Carnibella. Leggiamo insieme (Le mie ragioni, p. 53)..


Sui palchi
E sui sentieri scoscesi
Vedo gli amuleti sospesi.


Gorgoni
E artigli di gabbiano
Che dal mare
Coi loro gridi
Mi portano lontano.


Aruspici, Onfali,
Oracoli e Santi,
Placano così le notti
Degli eterni infanti.


   Non c’è bisogno di fare ricorso alla mitologia greca per capire che la “Natura” che ci circonda è “Foresta di specchi”. Mistero ricoperto di maschere. Enigma da decifrare. Groviglio da sciogliere.


    Si capisce che la poesia di Carnibella segue il dettato dell’ermetismo, di una corrente poetica che riflette la precisa volontà di cogliere in estrema sintesi la realtà nascosta delle cose, il mistero che ci circonda, per presentarla al lettore, che avrà anche lui il compito di decifrarne il messaggio. Quello di chi scrive.   


    In questo caso, il poeta acquisisce il ruolo che era stato della Sibilla cumana. Nell’osservazione della realtà, il poeta restituisce quello che percepisce e che riceve. I versi colgono il dicibile e l’indicibile, il comprensibile e l’incomprensibile della realtà, ma l’ambiguità rimane.  


    Nei fatti, la poesia (ermetica) di Carnibella si presenta sotto forma enigmatica. Il poeta lancia una sfida all’intelligenza del lettore, che è costretto a decifrare per cogliere i vari livelli del messaggio poetico, che non è solo logico, quanto piuttosto ricco di significati profondi. Poesie brevissime che si dicono ermetiche, come apertamente confessa il poeta in Andante (p.130).


Luzi, Montale,
Quasimodo,
Caproni, Ungaretti,
Stanno come i gatti
sui tetti …


Affetti?! Macché:
Solo sottili dispetti!!


    Ed è confessata la sua appartenenza alla corrente poetica del primo Novecento con il suo elogio della brevità. Il riferimento ci riporta a Ungaretti, il poeta che  si serve della poesia per cogliere la realtà che lo circonda per bloccarla, fissando il concetto con pochissime parole. Di lui va ricordato il famoso verso-poesia “Mi illumino di immenso”.


    Ma, va ricordato che Ungaretti era nato ad Alessandria d’Egitto (1888), là dove due millenni prima era germogliata la Scuola Poetica Alessandrina di Mosco, Bione, Callimaco, Teocrito anche, poeti che infastiditi dalla lunghezza delle opere epiche, avevano condannato la  lungaggine della poesia epica gridando infastiditi: “Grosso libro, grossa sventura!” Ed era la prima storica contestazione contro le poesie chilometriche. Ed era elogio della brevità poetica.


    Leggendo le poesie di Carnibella, a me pare di poter cogliere ancora un collegamento significativo con gli Haiku giapponesi, poesie brevissime costituite da tre versi composti da 5-7-5 sillabe. La brevità fissata dalla tradizione giapponese intende cogliere un aspetto volatile della realtà. Tre brevissimi versi che non poche volte si presentano come potenti sciabolate da Samurai, concetti che richiamano alla memoria il pennello che il pittore-poeta giapponese usa per costruire uno shodo, ideogrammi capaci di cogliere in grande sintesi lo Zen delle cose. Lo Zen, va detto, è l’essenza della realtà, quella che solitamente sfugge all’osservatore superficiale. Ed è termine che è presente nel tedesco Zein (per l’appunto Essenza), e nell’italiano essENZa, che il concetto contiene. Leggiamo  una poesia di grande sintesi del nostro Carnibella (Complimento! P. 56).    


Quel giorno,
Destino,
Non mi guardasti in faccia!


… e ancora (in Sine nomine, p. 78)


Ma poi
amare,
amare,
a che serve amare?


    E tornano gli interrogativi che il poeta rivolge al cielo, interrogativi che non hanno eco, sui mille inspiegabili enigmi che la realtà pone ad ognuno di noi.


    Ma è chiaro che le chiavi di lettura della poesia sono diverse. Nella sua brevità, gustiamo insieme la bellezza di questi versi (La bellezza dell’ombra, p. 13)


La mia
anima
solitaria
guarda
la bellezza
dell’ombra,
mentre tu
ahimè!
mi sfuggi.


E quest’altra ancora.. (Tra notte e giorno, p.21)


Sulla riva
ho bevuto
il tuo umore
vita,
sei solo
un breve
rumore.


   E sono versi che imprigionano la mente lanciando una considerazione che chiama in causa la filosofia, perché è vero che la vita è un breve rumore. Ed è amarezza che ritorna in altra poesia (Lutto, p. 38)


Albe non vedo
All’orizzonte,
Il cielo è muto
Non risponde.


E ancora quest’altra (L’eterna tristezza, p, 74)


Così
tramonta
il giorno…


e la notte
si
addolora


E sono amari gli interrogativi in altra composizione
(Novembre incalza, p. 70).


Novembre incalza notturno
Mentre i morti
Aspettano il loro turno


Quello dell’affetto dei vivi
Che emettono
Solo brevi sospiri.


Ma vanno considerati i riferimenti al vento
Che per i greci era “pneuma” l’anima delle cose e della vita..
(Borea! p. 70)


Borea…
Perché così tanto ti amo?
Vento!


Che dire ancora? Che vale leggere questo distillato di poesie. Poche alla volta. Per riflettere, per nutrire l’animo, per gustarle come si fa con tutto ciò che nutre l’animo. Perché anche l’animo deve essere nutrito. Di cose belle.


      Gino Carbonaro