2011/03/22

Mosche, pulci, cimici e pidocchi.

Sicilia, paese di mosche e di maldicenze                                                 
Gino Carbonaro

     Pirandello definì la Sicilia “paese di mosche e di maldicenze”. Ed era concetto esatto, anche se incompleto, perché da sempre la Sicilia è stata anche paese di pulci, pidocchi, cimici, zecche, zanzare.
    Ancora una cinquantina d’anni fa, e prima dell’avvento del ddt, le giornate si passavano in compagnia delle mosche, e la sera prima di spegnere il lume o la lampada, si notavano, posate a gruppetti sui fili della corrente elettrica, sui mobili, sulle pareti, che per questo erano tappezzate di puntini neri, con le quali lasciavano il segno del loro passaggio. Si trovavano dappertutto, le mosche. Stabilmente attaccate agli occhi dei bambini, si posavano sugli escrementi animali ovunque presenti; sulle carni esposte nelle macellerie; sulle tavole imbandite dei ricchi e quelle non imbandite dei poveri, e non era raro vedere all’ora di pranzo, schiere di mosche disposte in cerchio sul bordo dei piatti colmi di brodo, a succhiare come idrovore. Ed era normale vedere uno o due di questi insetti cadere in picchiata nel liquido bollente, ora in un piatto ora in un altro, dove rimanevano stecchite e galleggianti, fino a quando un cucchiaio immerso delicatamente in superficie non recuperava il cadaverino per scagliarlo con precisione e disgusto lontano dalla tavola imbandita. Nessuno commentava l’evento, e tutti continuavano a pranzare. Insomma, si conviveva e si mangiava con le mosche. E c’erano mosche, dappertutto, a coprire i muri come carte da parati, i pavimenti delle strade come tappeti; e si muovevano solo al passaggio dell’uomo, comportandosi come l’acqua spinta da una barca: si alzavano in volo, si spostavano di lato per far passare, e ritornavano, subito dopo, nel posto di prima. D’estate, poi, tutti muniti di ventagli, le donne soprattutto: ma era per cacciare le mosche, non per difendersi dal caldo. Nel siciliano di una volta si era soliti dire: “Ah! chissu caccia muşchi”, per intendere che era un perditempo. 
     Come le mosche, le pulci. Tantissime. Ovunque. Su cani, gatti, topi e sulle persone, senza distinzione di sesso e condizione sociale. Si infilavano nelle pieghe dei vestiti, nei colletti delle camicie, nt’ê pittiğġhi (reggiseni) delle donne, sistemandosi  persino nell’ombelico; e quando avevano appetito, un pizzichino appena percettibile che lasciava un cerchietto rotondo e rosato sulla pelle. Dormire con le pulci era normale; alzarsi con una collana di puntini rossi attorno al collo, lo era altrettanto. Per questo, tutti si grattavano, anche in pubblico, come fanno cani e gatti. Sunavănu ’a chitarra, si diceva.  
     Spulciarsi, soprattutto la sera, prima di andare a letto, era parte di un rito; forma di toeletta che portava gli interessati ad acchiappare l’intrusa pulce, ad arrotolarla delicatamente fra le dita, per schiacciarla con sadica soddisfazione fra le unghie dei due pollici, curando ancora di sentire lo scoppietto, perché in caso contrario era ancora viva. Un indovinello sulla pulce suona così: “Sauta `ca, sauta `đa, fiġğhia‿’i `buttana `chi sauti ca fa”. Nella lingua siciliana, ricca di metafore c’era questo gustoso modo di dire: “A chissi si `mìşcănu ’i puliçi,” per dire che due persone avevano rapporti molto ravvicinati, che offrivano alle pulci l’occasione per cambiare reciprocamente sito e padrone.
     Ma, il siciliano di una volta doveva difendersi anche dal pidocchio, altro compagno di viaggio che che si attaccava tenace alla radice dei capelli; ma era lungo il capello, che la pidocchia deponeva in buon ordine la sua covata di uova, dalle quali si schiudevano le microscopiche lendìni (’i línnini). Per questo, nelle tiepide giornate primaverili, le donne si mettevano all'aperto, davanti la porta di casa, per attendere al necessario passatempo: la nonna in piedi spidocchiava la testa della figlia, che spidocchiava a sua volta la figlioletta, o viceversa. L'abilità degli operatori stava nel fare col pettine una scriminatura nei capelli, seguire la linea con lo sguardo vigile per intercettare pidocchi e lendìni, che brillavano al sole come punte di spillo argentate. Gli attrezzi usati per questo compito erano un pettine-stretto, un batufolo di cotone e il micidiale petrolio.  
     Lotta all’ultimo sangue, anche contro le cimici del letto, acari raccapriccianti che colonizzavano paglia dei materassi, fori lasciati dai tarli nelle tavole del letto, pieghe di cuscini, lenzuola, coperte, ma anche le pareti screpolate della casa, e nei palazzi dei ricchi le pieghe delle carte da parati scollate. Da qui, uscivano di notte, attratte dal profumo inebriante della carne umana. Lì, nel caldo giaciglio, realizzavano la loro orgia di sangue, per ritirarsi sazie alle loro dimore con le prime luci dell’alba. Proprio in virtù delle loro abitudini notturne, le cimici erano difficili da scovare; ma quando se ne intercettava una, si schiacciava, sempre ponendola fra le unghie dei pollici, ben sapendo che si sarebbe vendicata emettendo un odore fetido e nauseabondo.  
                                 

Donna silenzio dell'anima

           
Una serata con “Teatro Utopia”

Gino Carbonaro

    Il Teatro è forma d’arte completa. Il recitare degli attori all’interno di uno spazio ideale, quello del palcoscenico, l’assistere a un evento significativo nel buio concentrante di una platea, sorta di spazio rubato alla realtà, crea negli attori e nel pubblico una suggestione che spesso consente la realizzazione di un transfer. È Aristotele a fissare il concetto di catarsi, con il quale indicava l’insieme delle emozioni che si impadronivano dello spettatore nell’assistere alla tragedia. Ed è quello che si è verificato in molti spettatori, in “Donna, il silenzio dell’anima”  ultima pièce teatrale di “Teatro Utopia”, per la regia di Giorgio Sparacino. 

    L’apertura del sipario presenta allo spettatore una scenografia che ha tutte le connotazioni di un’opera d’arte moderna. Enormi drappi bianchi bellissimi su fondo nero e un sole rosso, immenso, centrale, quasi osservatore discreto e silenzioso delle miserie della nostra realtà. Dunque la musica col suo ruolo centrale, evocativo, capace di dare il “la” alla realizzazione di un dramma che sfuma nella tragedia.

    Protagonista della serata è la “Donna” nel suo eterno rapporto con l’uomo che nel XXI sec. può ancora ritenere di essere padre-padrone gestendo il proprio rapporto strumentale con la donna come si trattasse di un burattino senz’anima.

    Poi, la disposizione della quattro lettrici, in nero, poste su piani diversi. Scenografia, costumi, disposizione degli attori sulla scena, e ancora, le luci, la musica, la scenografia, l’amplificazione del service sono componenti non secondarie della realizzazione dell’opera. Fin qui, tutto è perfetto, gli occhi dello spettatore assorbono la serenità e la bellezza del tutto.

    Poi, comincia la lettura, che lentamente si trasforma in interpretazione intensa, sentita, partecipata. L’attenzione del pubblico è subito catturata. Fra le quattro attrici e il pubblico in sala non c’è iato, ma empatia. Da subito la partecipazione degli spettatori è totale. Il tema è sacrale. Gli eventi tragici. Sofferenza, dramma di donne che hanno subito incolpevoli, violenze da parte di uomini dominatori, di culture ossificate, di religioni schizofreniche.

           Le lettrici/attrici sono donne che si presentano come testimoni di culture altre e di eventi occorsi a donne come loro.

Certamente il mondo degli uomini non è fatto tutto di violenza e di crudeltà mentale, ma questi aventi ci rendono non direttamente, ma metafisicamente coinvolti. Per questo, non può essere accettato il silenzio ed è necessario denunziare, per avvertire coloro che potrebbero cadere in queste trappole (uomini e donne). E questo obiettivo è stato raggiunto dal “Teatro Utopia” in “Donna, il silenzio dell’anima”.

           Ma, le emozioni che ha suscitato questa  performance ha altre chiavi di lettura. Quello a cui abbiamo assistito rappresenta una svolta nel teatro moderno. Un ritorno forse consapevole all’antico Teatro Greco, dove gli attori (Υπόκριτές) erano pochi. Prima, uno solo, poi due, poi tre ed erano immobili. Bloccati dai coturni. Mascherati. L’attore è simbolo. Il tema religioso e sempre attinente ai grandi drammi della vita. Il contenuto del Teatro Greco era sempre una denunzia (vedi, Ifighenia, Le Troiane, ecc.) denunzia che doveva far riflettere e scuotere l’ascoltatore. Sorta di specchio dove ognuno di noi è costretto a guardarsi. Questo era il teatro. Tutto rigidamente bloccato da una necessaria unità di tempo, di luogo e di azione. Immobilità statica che evoca il concetto di immenso, di eterno, per il quale, obiettivo del teatro era la realizzazione di una trans-formazione spirituale, mentale, culturale dello spettatore, che doveva riflettere sul senso della vita, sui suoi comportamenti, e su come si attivavano gli umani in alcuni momenti della vita.

Chi era presente alla rappresentazione di una tragedia, alla fine avrebbe dovuto non essere più lo stesso di prima, perché spiritualmente modificato, perché costretto a ripulire la mente dai luoghi comuni, che solitamente distorcono la realtà delle cose.

Chi ha assistito a questa interpretazione di “Teatro Utopia”, ha capito perché molti hanno resistenza ad andare al teatro. Non si va al teatro perché i lavori presentati sono spesso vuoti di contenuto, e come tali capaci di inquinare la mente e non basta dunque che gli attori siano eccellenti.

In “Donna, il silenzio dell’anima” il livello del contenuto e della interpretazione della quattro attrici era altissimo, soprattutto perché denunziavano con convinzione  modelli culturali messi a confronto. D’altro canto il problema delle culture e degli scontri di culture è problema fondamentale di oggi.

Per non dire che le giovani donne che hanno scritto gli allucinanti documenti che le attrici hanno recitato e gli spettatori hanno ascoltato, hanno dimostrato che la scrittura non-letteraria è forse la vera scrittura, e qualche giovane scrittrice (per necessità) ha vergato pagine dalla potenza shakespeariana.
                                 

Scuola Medica Salernitana



Scuola media Salernitana




Miniatura



Cibo, amico-nemico
                                                                                                    
  
                                                                    di Gino Carbonaro



     Vita e salute sono le cose più importanti per l’uomo. Morte, sofferenza e fame? Le cose più temute. Il cibo? Tiene in vita ed esorcizza fame e morte. Dunque, 

più-cibo = più-vita 
meno-cibo = meno-vita 

     La mamma al figlioletto: “Mangia, ché devi crescere”. Il grasso è riserva di energia, dunque riserva di vita. Ma, non è così. 

 Ιπποκράτης -
Ippocrate 

      Il medico greco Ippocrate dettò il principio che bisognava guardarsi dal cibo: quantità e qualità. Di Ippocrate, passarono alla storia due aforismi. Uno sul mangiare: 

Fa che il cibo sia la tua medicina 
e medicina sia il tuo cibo 

     Il secondo sul rispetto per il proprio corpo.. 

Considera il tuo corpo un Tempio 
Rispettalo.  E' sacro.

Tempio Greco 

   La Scuola Medica Salernitana, considerata la prima università dell’Europa medievale, divise la medicina in due sezioni: 

     1. Scienza che mira a conservare la salute e .. 
     2. Scienza per curare le malattie. 

     Siccome ripristinare la salute perduta era difficile, 
si suggeriva come evitare di ammalarsi. 

     Le verità, fissate in aforismi, furono raccolte nel Regimen Sanitatis Salernitanum”. Al re d’Inghilterra Riccardo Cuor di Leone che di ritorno dalla Terra Santa si era fermato a Salerno e chiedeva "l’Élisir di lunga vita", il medico Ursone rispose.. 


Se vuoi vivere a lungo 
mangia sano, mangia poco 
bevi con moderazione 
caccia via i gravi pensieri 
non adirarti. 
E ancora.. non comprimere l’ano 
scoreggia liberamente
non trattenere a lungo la vescica. 



                                                            Elisir di lunga vita


     In sintesi, ti siano medici queste tre cose: 

“Quiete, animo lieto, moderata dieta” 

  Princìpi fondamentali della medicina della salute: 

  "Prevenire" il male, per tenere lontano il medico

Principis obsta, sero medicina paratur
"Previeni subito, poi devi riparare con le medicine)


Intervento chirurgico


    Soprattutto, mangiare poco la sera, perché 

Ex magna coena stomacho fit magna poena 
(Grande cena, grande pena (sofferenza) per lo stomaco) 

     Nel mentre si suggeriva di passeggiare dopo cena

                   Post coenam passus mille meabis
                            (Dopo cena? mille passi) 

     Considerato poi che la digestione è importante: 

Mala digestio, nulla felicitas)

 veniva suggerito di masticare bene il cibo perché 

Prima digestio fit in ore 
(La digestione comincia nella bocca)

Tutto questo per agevolare la motilità dello stomaco al mattino, perché.. 

Cacatio matutina est tamquam medicina
(Evacuazione mattutina è medicina)



     E ancora si ricordava che orinare e scoreggiare con convinzione e nello stesso tempo faceva bene ai lombi  

                   Mingere cum bumbis est bonum lumbis 

Poi italianizzato in 

                        Tromba di culo sanità di corpo 




perché il gas ritenuto nello stomaco causa spasmi, idropisia, colica e vertigini. 

     Nel “Regimen” si aggiungevano consigli igienici:  

Si fore vis sanus, ablue saepe manus 
(Se vuoi star sano, lava spesso la mano (le mani)

     Né potevano mancare suggerimenti sul sesso (dulcis in fundo) per il quale è detto che..

In die perniciosum, 
in hebdomada utile, 
in mense necessarium.

(Tutti i giorni fa male 
una volta la settimana fa bene 
una volta al mese è ne-ces-sa-rio!)  

Se poi qualcuno era accatarrato, doveva sapere che il sesso curava anche il raffreddore. L’aforisma, che non può fallire, recita: 

Coito, medicina catarri!
Sesso (coito?) 
Unica medicina per curare il raffreddore.
 Più se ne fa, prima va via 
 

Provare per credere!





Scena erotica



Gino Carbonaro

2011/03/14

Giovanni Biazzo, scultore ragusano

Artista scultore di Terra Iblea
                                                                                                    
Si fa presto a dimenticare

 Gino Carbonaro

     Ognuno di noi dovrebbe fare un mea culpa, per aver trascurato di fare il punto in precedenza, di inquadrare criticamente Giovanni Biazzo, per capire, per dare il meritato riconoscimento a questo scultore, disegnatore, pittore, artista vero, dimenticato, senza che venisse consegnata al futuro la memoria della sua esistenza, della sua opera.
  Recita un proverbio degli Indiani d’America: “Se un albero cade nella foresta e nessuno se ne accorge, chissà se è caduto”. Come dire: “Se un grande artista muore e nessuno ha avuto notizia della sua opera, chissà se è mai esistito”. E questo, stava per essere il destino di Giovanni Biazzo, se non si fosse verificata una fortunata coincidenza. La prof.ssa  Carminella Sipala della Università di Ragusa suggerisce a Floriana Pagano di fare la sua tesi di Laurea su un“certo” Giovanni Biazzo scultore, il cui nome ritornava spesso nella corrispondenza del poeta ragusano Vann’Antò.

    Grazie a questa coincidenza (ma forse la vita è una catena ininterrotta di coincidenze) abbiamo oggi la possibilità di riscattare il nostro inconsapevole peccato di omissione, di vedere realizzata questa eccezionale mostra retrospettiva su Giovanni Biazzo, artista ibleo, ora proposta e allestita dal dr. Carmelo Arezzo e dalla Camera di Commercio di Ragusa.
    Floriana Pagano, colei che si è interessata al nostro artista, non può sapere all’inizio chi è Giovanni Biazzo. Lentamente, però, man mano che procede nella ricerca, intuisce di trovarsi davanti a un personaggio fuori del comune, sia come uomo, che come artista.  La strada è suggerita da Vann’Antò che aveva conosciuto Biazzo di cui era stato amico e del quale aveva intuito la forza e la eccezionalità della sua arte.
    Come uomo, Biazzo era politicamente impegnato come militante del partito comunista, come scultore era convinto che ruolo e missione dell’artista era quello di farsi portavoce dei bisogni del popolo, strumento per far conoscere agli altri la vita e le sofferenze dei lavoratore.
    Nella prima metà del Novecento, Ragusa ha una storia diversa da quelle delle altre città dell’aria Iblea. La sua peculiarità è data dalla nascita di una industria mineraria che sfrutta la pietra asfaltica e i suoi derivati, e impiega circa tremila braccianti che lavorano nelle miniere di pietra asfaltica. Si tratta dei cosiddetti “picialuori” che nei momenti d’oro di quella economia possono sfamare migliaia di famiglie.
    Qui va puntualizzato il manicheismo della cultura umana, perché, mentre un politico dell’epoca avrebbe potuto vantare il ruolo “positivo” degli imprenditori che creavano “posti di lavoro”, dall’altra, un uomo qualunque avrebbe potuto gridare al cielo che la vita dei “picialuori” era il prodotto infernale di una società “infame” (l’aggettivo è di Biazzo), dove per vivere bisognava tirare l’anima con i denti, perché quello del minatore era lavoro che lasciava sulle carni martoriate i segni di una pena e di una sofferenza indicibile. Difatti, nel periodo invernale il “picialuoru” poteva non vedere mai la luce del sole, dal momento che entrava nei budelli di roccia all’alba per uscirne la sera al buio. Lavoro duro che si faceva anche a rischio della vita. Ora, chi registra questa cruda realtà del lavoratore potrebbe essere lo storico, ma il più delle volte le parole non dicono quello che può esprimere un’opera d’arte. I libri parlano delle lotte sindacali, ma non  registrano smarrimento, rassegnazione, fatalismo di quelle famiglie che della vita conoscono solo la quotidiana lotta per la sopravvivenza. Ed è sofferenza umana che per Biazzo chiama in causa la giustizia divina: sofferenza e angoscia che è invece sempre registrata dall’artista Biazzo che in questo ruolo affianca lo storico e supporta l’opera del sindacalista.
Biazzo artista e politico denunzia con le sue opere l’assurdo di questa situazione sociale, di una vita di cui non si capisce il senso. E nelle sue opere mette tutto il suo amore per i vinti che per lui sono eroi perché riescono a sopravvivere a questa bieca violenza della realtà. E riesce a registrare ancora nelle sue opere la sua commozione per la gente che sembra essere nata per soffrire.
Le opere di Biazzo esprimono con forza questa filosofia dell’esistere dimostrando che la forma dell’arte deve essere sempre mezzo per esprimere un contenuto. Per questo, l’osservatore rileva che nell’arte di Giovanni Biazzo, ragusano, converge tutto il vissuto socio-culturale di una epoca. Tutto ciò che la storia ufficiale tralascia, che la storia ufficiale non registra, ma l’arte illumina.
                                  

Raffaele Poidomani "Enfant terrible" e le anime morte della aristocrazia siciliana


Raffaele Poidomani Moncada 
(1912-1979)


 Autore 
di "Carrube e Cavalieri" e "Tempo di scirocco". Scrittore modicano. Da non dimenticare.




                                                                                                    

























Raffaele Poidomani  (1912-1979)
Ritratto di  Giuseppe Carbonaro     (1913-1991) 
Da una foto di Gino Carbonaro        (1939-20?!  )      

     Se un fiore sboccia e nessuno se ne accorge, chissà se è sbocciato! E se un grande libro è stato scritto e nessuno l’ha letto, chissà se è stato scritto. L’aforisma vale per Raffaele Poidomani (1912-1979), narratore modicano, che in vita pubblicò due libri di racconti: Carrube e Cavalieri (1954) e Tempo di Scirocco (1971).  

    Ma, chi è Raffaele Poidomani Moncada? Nella Modica di qualche decennio fa “l’avvocato” era un mito. Il concetto che definiva la sua personalità, era quello di “genio e sregolatezza”.      

    Di lui si diceva che era giornalista, che andava in giro per l’Italia, e si raccontava che da studente aveva composto una satira, nella quale metteva in berlina i docenti del locale liceo classico. Il documento, esilarante, fece scandalo, e rese famoso l’autore. Ma, quel tanto osare, gli era costata la inappellabile espulsione da tutte le scuole del regno.

   Enfant prodige, enfant terrible! Lui stesso racconta quando, da piccolo, aveva cercato di incendiare i baffi di un vicino di casa, che in un pomeriggio d’estate faceva la siesta davanti la porta di casa; per sua sfortuna, il nostro Giamburrasca aveva fatto esplodere lo scatolo di fiammiferi proprio sotto il naso del malcapitato. Ma, di Poidomani era passata alla storia la sua passione per il vino, e il fatto che tutte le sere, tornando a casa, trasformava la via del ritorno in una sorta di via crucis, le cui postazioni erano bettole e taverne. E c’è chi afferma che alcuni racconti vennero scritti in una taverna sorseggiando l’amato nettare. Passione, quella per il vino, scherzosamente documentata in una dedica fatta su un libro al “Caro zio Giorgino/ maestro mio di botte/ maestro mio di-vino”.

  Fra satire, vino e gioia di scrivere, la personalità di Poidomani non perderà mai la connotazione goliardica di scapigliato bohèmienne che  si sposta, da una città all’altra d’Italia, ma anche da un alloggio a un altro, dal momento che, non onorando i pagamenti, era spesso costretto a cambiare domicilio.

   In realtà, l’avvocato Poidomani non ebbe mai un lavoro stabile, e visse con i prestiti concessi da quanti lo conoscevano, e non rifiutarono mai di sostenerlo. Certamente, il nostro scrittore conosceva l’arte della discrezione. Difatti, c’è chi giura di avergli visto sfogliare un’agenda sulla quale erano elencati i nomi dei mecenati ai quali rivolgersi a scadenze pre-stabilite e distanti nel tempo, per chiedere un..  prestito.

                                                  
                                                             Raffaele Poidomani

Foto  
Gino Carbonaro
1957

       Se si accertasse il principio della reincarnazione, potremmo affermare che in questo artista modicano dallo spirito  dionisiaco, possa essere tornata a vivere l’anima di Omar Kayyâm, medievale poeta persiano che canta gli effetti benefici del vino. E, potrebbe essere rivissuta in lui l’anima di Cecco Angiolieri, che osannò bettole e dissacrò parenti; e ancora, quella di Pietro Aretino che di tutti parlò mal, fuorché di Cristo.                

  Ma, per inquadrare da un punto di vista letterario l’opera di Poidomani, bisogna rifarsi a “Le anime morte” di Gogol’. È all’opera del geniale scrittore ucraìno, che bisogna andare per  trovare un referente a “Fossili”, lungo racconto pubblicato a puntate in un quotidiano milanese; e, ancora oltre, a “Carrube e Cavalieri”.  

  L’opera di Nicolaj Gogol’ (1809-1852) è il perno su cui ruota la letteratura di tutti i tempi; quella che ha aperto nuovi orizzonti alle nuove generazioni di scrittori russi, dimostrando che si può fare arte parlando di cose vere, descrivendo con gioioso sarcasmo, ingiustizie sociali, e squallore della nobiltà russa.  

  Poidomani aveva letto “Le anime morte”, ne aveva rilevato la freschezza della scrittura, l’impegno sociale, l’aggancio alla realtà vera, la funzione liberatoria dell’humour, come elemento fermentante dell’arte. E, considerato che le gogoliane “anime morte” non erano quelle dei servi della gleba, ma quelle dei loro proprietari, Poidomani pensò di avere proprio in casa, diciamo nella sua famiglia materna, quella dei Moncada, materiale sufficiente per raccontare dei suoi “fossili”; in ciò seguendo il modello gogoliano, che orienta la vis comica sugli interminabili elenchi di cibi “spazzolati” dai raffinati cultori di tavole imbandite; e ancora, sulla digestione, sul rutto, sui vari e saporiti modi di dormire e di russare; e sulla presenza di pulci, cimici e insettucci vari, che nella Grande Russia colonizzavano le pieghe della parti bene educate delle persone di alto rango.

                                             

                                               Locandina pubblicitaria del libro
                                                       per la Edizione Thomson 
                                                                           (1969)

   Anche nelle opere di Poidomani, c’è spazio per la digestione del nonno, per i suoi rutti e per le sue rapide e silenziose flatulenze, descritti nei minimi dettagli e suoni diversi a seconda che avesse mangiato polipi o sardine, triglie o castrato.

  Ed è illuminante mettere a confronto le abitudini di vita della nobiltà russa e di quella siciliana. Scrive Gogol’:“Come contorno allo storione metti delle barbabietole rosse a raggiera, e poi funghetti e carotine, e favette e rapa, vedi tu, più contorni ci sono, meglio è. Ah!.. Quando farcisci lo stomaco del maiale metti del ghiaccio, gonfia meglio! ... Rosolalo bene, lascialo dorare, non farlo afflosciare… Čičicov si addormentò che erano arrivati al tacchino”.  Sullo stesso registro, Poidomani: “La digestione del nonno era assolutamente fuori dal normale, aveva in sé una raffinatezza di esperienza, che sottilizzava nell’erutto i minimi dettagli delle materie consumate. Oserei dire che nell’erutto selezionava varietà per varietà, distanziandosi di evi dalla manifestazione antiperistaltica, che nella plebe confonde ogni cosa!”

  Poidomani entra nei palazzi aviti e fatiscenti, parla dei suoi parenti e in essi rileva il tarlo dello spirito che è figlio della immobilità. Cariatidi, che si muovono per necessità e di tutto si annoiano, ed hanno come scopo unico quello di mangiare per mantenersi in vita. Poidomani smaschera questo mondo, lo mette alla gogna, senza far conto che si tratta di parenti e antenati.

   In “Tempo di scirocco”, l’idea di morte, che è presente in tutte le sue opere, viene ripresa come elemento centrale di un concetto esistenziale profondo. Qui è visibile il “terzo livello”, quella riflessione sul senso dell’esistere, che invita il lettore a meditare. In questa opera, tutti i personaggi muoiono in una sorta di moderna “Antologia Palatina” o “Antologia di Spoon River”. Qui, la vita è un viaggio accompagnato dall’ombra discreta della morte, che si presenta per notificare che il viaggio è finito. La morte è, ora, la dimensione sulla quale poggia la filosofia dello scrittore modicano.
  
                                                    Gino Carbonaro

2011/03/13

Il Saluto

Shalom, Salam, Sayonara, Shabahelher, Shabinirìca













Gino Carbonaro

     Nei rapporti umani, il saluto è importante. Ce lo dicono le parole di persone risentite: “Quando mi incontra non mi guarda... Se continua, gli tolgo il saluto”.
      Il saluto è segno di pace e di rispetto. Si pensi al “Pax et bonum” di cristiana memoria; al saluto dei gladiatori, rivolto all’Imperatore dei Romani:“Ave Caesare, morituri te salutant”. Da notare, come la metatesi di Ave, Vae, si trasforma nel suo contrario: “Vae victis”, “Guai… ai vinti!” Saluto è augurio. Ave, da habeat, è incipit augurale: “Possa tu avere…”. Lo stesso in Vale, abbreviazione di valeat,  star bene, in salute: “Possa tu stare in buona salute”.
      Ai primordi, il saluto è un fatto naturale. Due persone si incontrano  in un sentiero di montagna. Non si conoscono. Ma, avvicinandosi l’uno all’altro, si guardano, si scambiano un suono, una parola. Nasce il saluto: augh  pellirossa, alò americano, ave  romano. Da notare in tutti l’inizio vocalico, la lettera “a” di apertura, di amicizia, di amore. Ed è segno di stima, di rispetto. Proprio il contrario di quanto accade in coloro che, pur vivendo sotto lo stesso tetto, non si guardano, non si parlano, non si salutano. Il messaggio è chiaro: io non ti degno di uno sguardo, tu non esisti. E il linguaggio (etologico) attiene a tutti i popoli del mondo.     
      Giuseppe Pitré, che ha affrontato l’argomento, considerava il saluto un fatto religioso e scrive: “Il saluto fu lasciato da Gesù, come segno di fratellanza”. E il Proverbio siciliano supporta: “Lu salutu lu lassàu Diu”.
      Il saluto cambia a seconda delle persone, del sesso, dell’età, ma anche a seconda dell’ora della giornata. La ’gna Tresa riceve la visita della ’gna Vanna, e saluta,  ŧŗasìti-cu-sìti, oggi diremmo: “Si accomodi, prego”; ma l’invito è stupendo, perché dice: “Chiunque voi siate, la mia casa e’ vostra, entrate!”
      Se un uomo del popolo incontrava un nobile, il saluto d’obbligo era baciulimanu, e anticamente, alla parola seguiva il vero bacio delle mani, segno tangibile di sottomissione, di rapporto codificato. Ma qui interessa il saluto classico e più bello della Sicilia, quello che i figli dovevano ai genitori, agli anziani: Sa-`benarìca, che in un quartiere di Scicli (Ragusa) veniva pronunziato Sha-`binirìca. Questo dato è importante, perché il termine sha riporta il saluto siciliano ad un contesto religioso, proiettandolo su un areale linguistico mondiale. Si pensi all’ebraico Sha-lom; all’arabo Sa-lam e Sha-bahelhèr; al giapponese Sa-yonara, tutti saluti composti con Sha. Si consideri che Sha o Sa è termine sanscrito, che vuol dire sa-cro; da cui, Sha di Persia, per indicare un re divino; e ancora, Sa-murai e Shô-gun giapponesi e Sha-man (uomo-sacro), Sa-cerdote, (dal latino sacer). E siamo all’idea della sacralità benaugurante. Come dire, lo sha, la divinità che è sacra, ti benedica.