2011/03/14

Giovanni Biazzo, scultore ragusano

Artista scultore di Terra Iblea
                                                                                                    
Si fa presto a dimenticare

 Gino Carbonaro

     Ognuno di noi dovrebbe fare un mea culpa, per aver trascurato di fare il punto in precedenza, di inquadrare criticamente Giovanni Biazzo, per capire, per dare il meritato riconoscimento a questo scultore, disegnatore, pittore, artista vero, dimenticato, senza che venisse consegnata al futuro la memoria della sua esistenza, della sua opera.
  Recita un proverbio degli Indiani d’America: “Se un albero cade nella foresta e nessuno se ne accorge, chissà se è caduto”. Come dire: “Se un grande artista muore e nessuno ha avuto notizia della sua opera, chissà se è mai esistito”. E questo, stava per essere il destino di Giovanni Biazzo, se non si fosse verificata una fortunata coincidenza. La prof.ssa  Carminella Sipala della Università di Ragusa suggerisce a Floriana Pagano di fare la sua tesi di Laurea su un“certo” Giovanni Biazzo scultore, il cui nome ritornava spesso nella corrispondenza del poeta ragusano Vann’Antò.

    Grazie a questa coincidenza (ma forse la vita è una catena ininterrotta di coincidenze) abbiamo oggi la possibilità di riscattare il nostro inconsapevole peccato di omissione, di vedere realizzata questa eccezionale mostra retrospettiva su Giovanni Biazzo, artista ibleo, ora proposta e allestita dal dr. Carmelo Arezzo e dalla Camera di Commercio di Ragusa.
    Floriana Pagano, colei che si è interessata al nostro artista, non può sapere all’inizio chi è Giovanni Biazzo. Lentamente, però, man mano che procede nella ricerca, intuisce di trovarsi davanti a un personaggio fuori del comune, sia come uomo, che come artista.  La strada è suggerita da Vann’Antò che aveva conosciuto Biazzo di cui era stato amico e del quale aveva intuito la forza e la eccezionalità della sua arte.
    Come uomo, Biazzo era politicamente impegnato come militante del partito comunista, come scultore era convinto che ruolo e missione dell’artista era quello di farsi portavoce dei bisogni del popolo, strumento per far conoscere agli altri la vita e le sofferenze dei lavoratore.
    Nella prima metà del Novecento, Ragusa ha una storia diversa da quelle delle altre città dell’aria Iblea. La sua peculiarità è data dalla nascita di una industria mineraria che sfrutta la pietra asfaltica e i suoi derivati, e impiega circa tremila braccianti che lavorano nelle miniere di pietra asfaltica. Si tratta dei cosiddetti “picialuori” che nei momenti d’oro di quella economia possono sfamare migliaia di famiglie.
    Qui va puntualizzato il manicheismo della cultura umana, perché, mentre un politico dell’epoca avrebbe potuto vantare il ruolo “positivo” degli imprenditori che creavano “posti di lavoro”, dall’altra, un uomo qualunque avrebbe potuto gridare al cielo che la vita dei “picialuori” era il prodotto infernale di una società “infame” (l’aggettivo è di Biazzo), dove per vivere bisognava tirare l’anima con i denti, perché quello del minatore era lavoro che lasciava sulle carni martoriate i segni di una pena e di una sofferenza indicibile. Difatti, nel periodo invernale il “picialuoru” poteva non vedere mai la luce del sole, dal momento che entrava nei budelli di roccia all’alba per uscirne la sera al buio. Lavoro duro che si faceva anche a rischio della vita. Ora, chi registra questa cruda realtà del lavoratore potrebbe essere lo storico, ma il più delle volte le parole non dicono quello che può esprimere un’opera d’arte. I libri parlano delle lotte sindacali, ma non  registrano smarrimento, rassegnazione, fatalismo di quelle famiglie che della vita conoscono solo la quotidiana lotta per la sopravvivenza. Ed è sofferenza umana che per Biazzo chiama in causa la giustizia divina: sofferenza e angoscia che è invece sempre registrata dall’artista Biazzo che in questo ruolo affianca lo storico e supporta l’opera del sindacalista.
Biazzo artista e politico denunzia con le sue opere l’assurdo di questa situazione sociale, di una vita di cui non si capisce il senso. E nelle sue opere mette tutto il suo amore per i vinti che per lui sono eroi perché riescono a sopravvivere a questa bieca violenza della realtà. E riesce a registrare ancora nelle sue opere la sua commozione per la gente che sembra essere nata per soffrire.
Le opere di Biazzo esprimono con forza questa filosofia dell’esistere dimostrando che la forma dell’arte deve essere sempre mezzo per esprimere un contenuto. Per questo, l’osservatore rileva che nell’arte di Giovanni Biazzo, ragusano, converge tutto il vissuto socio-culturale di una epoca. Tutto ciò che la storia ufficiale tralascia, che la storia ufficiale non registra, ma l’arte illumina.
                                  

Raffaele Poidomani "Enfant terrible" e le anime morte della aristocrazia siciliana


Raffaele Poidomani Moncada 
(1912-1979)


 Autore 
di "Carrube e Cavalieri" e "Tempo di scirocco". Scrittore modicano. Da non dimenticare.




                                                                                                    

























Raffaele Poidomani  (1912-1979)
Ritratto di  Giuseppe Carbonaro     (1913-1991) 
Da una foto di Gino Carbonaro        (1939-20?!  )      

     Se un fiore sboccia e nessuno se ne accorge, chissà se è sbocciato! E se un grande libro è stato scritto e nessuno l’ha letto, chissà se è stato scritto. L’aforisma vale per Raffaele Poidomani (1912-1979), narratore modicano, che in vita pubblicò due libri di racconti: Carrube e Cavalieri (1954) e Tempo di Scirocco (1971).  

    Ma, chi è Raffaele Poidomani Moncada? Nella Modica di qualche decennio fa “l’avvocato” era un mito. Il concetto che definiva la sua personalità, era quello di “genio e sregolatezza”.      

    Di lui si diceva che era giornalista, che andava in giro per l’Italia, e si raccontava che da studente aveva composto una satira, nella quale metteva in berlina i docenti del locale liceo classico. Il documento, esilarante, fece scandalo, e rese famoso l’autore. Ma, quel tanto osare, gli era costata la inappellabile espulsione da tutte le scuole del regno.

   Enfant prodige, enfant terrible! Lui stesso racconta quando, da piccolo, aveva cercato di incendiare i baffi di un vicino di casa, che in un pomeriggio d’estate faceva la siesta davanti la porta di casa; per sua sfortuna, il nostro Giamburrasca aveva fatto esplodere lo scatolo di fiammiferi proprio sotto il naso del malcapitato. Ma, di Poidomani era passata alla storia la sua passione per il vino, e il fatto che tutte le sere, tornando a casa, trasformava la via del ritorno in una sorta di via crucis, le cui postazioni erano bettole e taverne. E c’è chi afferma che alcuni racconti vennero scritti in una taverna sorseggiando l’amato nettare. Passione, quella per il vino, scherzosamente documentata in una dedica fatta su un libro al “Caro zio Giorgino/ maestro mio di botte/ maestro mio di-vino”.

  Fra satire, vino e gioia di scrivere, la personalità di Poidomani non perderà mai la connotazione goliardica di scapigliato bohèmienne che  si sposta, da una città all’altra d’Italia, ma anche da un alloggio a un altro, dal momento che, non onorando i pagamenti, era spesso costretto a cambiare domicilio.

   In realtà, l’avvocato Poidomani non ebbe mai un lavoro stabile, e visse con i prestiti concessi da quanti lo conoscevano, e non rifiutarono mai di sostenerlo. Certamente, il nostro scrittore conosceva l’arte della discrezione. Difatti, c’è chi giura di avergli visto sfogliare un’agenda sulla quale erano elencati i nomi dei mecenati ai quali rivolgersi a scadenze pre-stabilite e distanti nel tempo, per chiedere un..  prestito.

                                                  
                                                             Raffaele Poidomani

Foto  
Gino Carbonaro
1957

       Se si accertasse il principio della reincarnazione, potremmo affermare che in questo artista modicano dallo spirito  dionisiaco, possa essere tornata a vivere l’anima di Omar Kayyâm, medievale poeta persiano che canta gli effetti benefici del vino. E, potrebbe essere rivissuta in lui l’anima di Cecco Angiolieri, che osannò bettole e dissacrò parenti; e ancora, quella di Pietro Aretino che di tutti parlò mal, fuorché di Cristo.                

  Ma, per inquadrare da un punto di vista letterario l’opera di Poidomani, bisogna rifarsi a “Le anime morte” di Gogol’. È all’opera del geniale scrittore ucraìno, che bisogna andare per  trovare un referente a “Fossili”, lungo racconto pubblicato a puntate in un quotidiano milanese; e, ancora oltre, a “Carrube e Cavalieri”.  

  L’opera di Nicolaj Gogol’ (1809-1852) è il perno su cui ruota la letteratura di tutti i tempi; quella che ha aperto nuovi orizzonti alle nuove generazioni di scrittori russi, dimostrando che si può fare arte parlando di cose vere, descrivendo con gioioso sarcasmo, ingiustizie sociali, e squallore della nobiltà russa.  

  Poidomani aveva letto “Le anime morte”, ne aveva rilevato la freschezza della scrittura, l’impegno sociale, l’aggancio alla realtà vera, la funzione liberatoria dell’humour, come elemento fermentante dell’arte. E, considerato che le gogoliane “anime morte” non erano quelle dei servi della gleba, ma quelle dei loro proprietari, Poidomani pensò di avere proprio in casa, diciamo nella sua famiglia materna, quella dei Moncada, materiale sufficiente per raccontare dei suoi “fossili”; in ciò seguendo il modello gogoliano, che orienta la vis comica sugli interminabili elenchi di cibi “spazzolati” dai raffinati cultori di tavole imbandite; e ancora, sulla digestione, sul rutto, sui vari e saporiti modi di dormire e di russare; e sulla presenza di pulci, cimici e insettucci vari, che nella Grande Russia colonizzavano le pieghe della parti bene educate delle persone di alto rango.

                                             

                                               Locandina pubblicitaria del libro
                                                       per la Edizione Thomson 
                                                                           (1969)

   Anche nelle opere di Poidomani, c’è spazio per la digestione del nonno, per i suoi rutti e per le sue rapide e silenziose flatulenze, descritti nei minimi dettagli e suoni diversi a seconda che avesse mangiato polipi o sardine, triglie o castrato.

  Ed è illuminante mettere a confronto le abitudini di vita della nobiltà russa e di quella siciliana. Scrive Gogol’:“Come contorno allo storione metti delle barbabietole rosse a raggiera, e poi funghetti e carotine, e favette e rapa, vedi tu, più contorni ci sono, meglio è. Ah!.. Quando farcisci lo stomaco del maiale metti del ghiaccio, gonfia meglio! ... Rosolalo bene, lascialo dorare, non farlo afflosciare… Čičicov si addormentò che erano arrivati al tacchino”.  Sullo stesso registro, Poidomani: “La digestione del nonno era assolutamente fuori dal normale, aveva in sé una raffinatezza di esperienza, che sottilizzava nell’erutto i minimi dettagli delle materie consumate. Oserei dire che nell’erutto selezionava varietà per varietà, distanziandosi di evi dalla manifestazione antiperistaltica, che nella plebe confonde ogni cosa!”

  Poidomani entra nei palazzi aviti e fatiscenti, parla dei suoi parenti e in essi rileva il tarlo dello spirito che è figlio della immobilità. Cariatidi, che si muovono per necessità e di tutto si annoiano, ed hanno come scopo unico quello di mangiare per mantenersi in vita. Poidomani smaschera questo mondo, lo mette alla gogna, senza far conto che si tratta di parenti e antenati.

   In “Tempo di scirocco”, l’idea di morte, che è presente in tutte le sue opere, viene ripresa come elemento centrale di un concetto esistenziale profondo. Qui è visibile il “terzo livello”, quella riflessione sul senso dell’esistere, che invita il lettore a meditare. In questa opera, tutti i personaggi muoiono in una sorta di moderna “Antologia Palatina” o “Antologia di Spoon River”. Qui, la vita è un viaggio accompagnato dall’ombra discreta della morte, che si presenta per notificare che il viaggio è finito. La morte è, ora, la dimensione sulla quale poggia la filosofia dello scrittore modicano.
  
                                                    Gino Carbonaro