2011/09/24

L'uomo, la realtà, l'immagine

L’uomo, lo specchio, il ritratto
L’immagine e il suo narciso
 
Immagini. Le percezioni che abbiamo di uomini, animali e cose  sono immagini che la mente valuta. Ciò che è bello attira, ciò che è brutto viene rimosso. La giovinezza attrae, la vecchiaia è temuta. Tutto al mondo è fatto all’insegna del bello e dell’armonia. Tutti cerchiamo di mostrarci giovani e piacenti. E, pur sapendo che l’apparenza inganna, siamo portati a valutare positivamente ciò che è ammaliante e gradevole a guardarsi.
Da qui, l’uso di abiti firmati, di auto che promettono piste fuori strada, adozione di atteggiamenti che simulano ricchezza, charme, potere, sesso. Tutto per far credere agli altri che noi siamo diversi e migliori. Si pensi a cosa fanno i fiori (colori, profumi, forme) per attirare insetti impollinatori.
Lentamente, finiamo per confondere forma e sostanza, l’apparenza con l’essere. Ed è legge di questi tempi adottare il principio pseudo-cartesiano del “Sembro, dunque sono!” E ancora, “Io sono quello che gli altri pensano di me”.
  I Romani erano informati sul rischio che si corre nell’affidarsi alle apparenze. Virgilio avvertiva: “Nimium crede colori”, non credere a titoli, esteriorità, colori, e faceva riferimento alle amanitae falloides, funghi belli e.. mortali. Fedro scriveva: “Barba non facit philosophum”, che traduciamo “L’abito non fa il monaco”.  
Sono molte le cose false che hanno sembianze di vere. Molte le maschere con le quali appare-e-si-nasconde la realtà. Fortuna è per noi che nessuno può portare a lungo il travestimento, e tolta la pellicola esterna, scopriamo la vera natura di uomini e cose.
Lo strumento per verificare la nostra (vera o falsa) identità è lo specchio, che consultiamo al mattino, e quando è possibile a tutte le ore della giornata, per verificare “de visu” a che punto è l’icona con la quale ci presentiamo agli altri. Ed è lì, allo specchio, che intercettiamo rughe e capelli grigi che ci affrettiamo a camuffare. Da qui vanità, boria e arroganza. Il vuoto che si fa sostanza.
In tutto simile allo specchio è il ritratto fotografico. Mezzo che blocca l’attimo fuggente, e fissa l’immagine da noi preferita, quella che (si spera) non verrà attaccata dai guasti del tempo. Ed è documento assoluto, il ritratto, quasi verità di per sé evidente che congela l’immagine che noi vogliamo conservare nel ricordo.
Anche qui, le foto belle vengono conservate per essere inviate al futuro, ai posteri, mentre le foto brutte vengono cestinate. L’assurdo della foto-ritratto sta nel fatto che la realtà, sempre in continuo mutamento, viene congelata in una immagine bloccata in millesimi di secondo dalla velocità dello scatto di una macchina fotografica.
Il “narciso” che è in noi è appagato. L’immagine, che riflette la realtà che muta, è sottratta al tempo. Solo l’immagine è vera. Tutto il resto? Aleatorio!
                                                        Gino Carbonaro

2011/08/30

CHIE SATO RODEN JAPANIS PIANIST

Zen and Modern Japanese Music




      Chie Sato was introduced to us when she participated in the International Ibla Grand Prize Competition, which is judged by an international jury of twenty-five members.
We could not help noticing the concert pianist’s Japanese dress and bearing as she gracefully took her place at the Yamaha grand piano. Then silence fell upon the theatre audience.


      The first notes took us by surprise. They were isolated, intense, full of deep echoes; sounds that seemed to come from afar, lasting only for a moment and vanishing harmoniously devoured by the enormity of the silence.

      The impression was, that in Chie Sato’s interpretation, the leading role was that of the pure sounds which seemed to emerge from the dawning of the world. Now, thanks to this concert pianist, they burst into life.


      The sound was also the carrier of a message of light that illuminated obscurity. This Japanese music is really unique, in that one solitary vibration is complete in itself, just as a singular touch of the Japanese artist’s brush in a Japanese ideogram becomes an artistic detail complete in itself vibrating the paper support
It was soon clear that Chie Sato produced sounds that were everything: life, enchantment, magic, poetry. In this aesthetic interpretation, the concert pianist adopted a new logic: a single sound can contain everything in music, just as the Universe totally reflects itself in every single detail.


      Now, we can all understand the extent, depth and beauty of those sounds that modulate and live in the air; sounds that are in the wind, in the soul of the world, or as the Greeks would have said, pnéuma (π_____). It was Sound that touched the soul of the listener and made him vibrate.


     Due to this exceptional pianist, we are aware that music measures unknown universes of the spirit.
In this music it is not possible to find the composer’s sentiment because the composer and the interpreter are only the mediums through which the listener can perceive the voice of the Universe in all its beauty.


     It is therefore, a type of music which is made up of more silence than emission of sounds.


     With this music Chie Sato, expressed the essence of the Japanese soul, with the aim of achieving Zen and it is this accomplishment that reveals how she managed to astonish the public with her interpretation of this original musical message.


     In Japan, the Zen philosophy is present everywhere: in floral arrangements (Ikebana), landscape gardening (Shibumi), theatrical performances (Kabuki No), dancing, painting, teaching and religion; and it is also to be found in Japanese music.


     For the Japanese people, Zen is the Essence of the Universe and everything contained therein. Zen is life, light, sound and in one word it is harmony. Harmony which helps the musician enter into contact with the soul of the Universe


     In any case, while listening to Chie Sato’s musical interpretation, we realize that she is a pianist of exceptional value and talent, an interpreter capable of a very elevated musical performance.


     What strikes you most in Chie Sato is her perfect technique, without which she would not have been able to grant us this unforgettable experience. Our attention is captured by her dematerialized hands which conduct us into an unknown, metaphysical world.


     To quote Plato, one has the impression that Chie Sato is in contact with ahyperuraneos world, where everything is peaceful and silent, a place where sounds are stored.


     In a concert hall enchanted by Chie’s magical interpretation, she brings the notes to life: vibrating notes which seem to appear from nowhere, sometimes they run, then they escape: sometimes they chase each other, they pile on top of one another, they dissolve, to reappear suddenly sweet and charming, always capable of expressing that world from which they come: the depth of the soul, which is also the heart of the Universe.


     Chie Sato introduces us to a mysterious kingdom of sounds, and she acts as ambassador of a self sufficient culture even if the Japanese composers admire Debussy, for his Nocturnes, La Mer, Images, for the Prélude à l’après-midi d’un faune and they also admire the European Symbolism music which dates back to the end of the 19th Century. Both European Symbolism and the Japanese Zen try to receive and transmit messages which come from far away worlds.


     Today Chie Sato interprets the following modern Japanese composers works:White by Shigenobu Nakamura, Imagery by Junko Mori; Per pianoforte by Motohiko Adachi; and Landscape by Toshiya Sukegawa’s and also Yoko Kurimoto’s splendid Windows.


     That evening, we were aware that, due to Chie Sato’s magnificent interpretation, Japanese music had found its own true cultural identity.


     At the end of the concerto, the audience of the little concert hall in Ragusa Ibla, rose to their feet to enthusiastically applaud Chie Sato’s performance. Everyone was grateful to her for showing us the importance of modern Japanese music. Most of us realized who was to be the winner of the first prize in the Ibla competition.
     

                                                    Gino Carbonaro


                              (Translation in English by Claire Thomson)

2011/08/28

GRAZIELLA SCIVOLETTO scultrice e ceramista Raku


Armonia & Incanto


     Le opere di Graziella Scivoletto sono forme pure. Gioielli d’arte creati da chi riesce a catturare bellezze ignote alla natura. Opere, che colgono l’inesprimibile bellezza che è nell’Universo.
     L’arte di Graziella Scivoletto è un incanto: magia, quella dell’artista, arcana, la materia del Raku.
     Chi osserva questi capolavori d’arte non riesce a distogliere lo sguardo da essi, e rimane immobile a fissarli, per cercare di cogliere i messaggi che ogni opera trasmette, le emozioni che suscita nel nostro animo.
                      
                                                     Gino Carbonaro


Atsuko Seta servizio di Silvia Ragusa





Gino Carbonaro intervistato da Faustina Morgante su Atsuko Seta Pianist

2011/08/25

Arturo Barbante, pittore, disegnatore, artista


Lettera ad Arturo Barbante
dopo aver visitato la sua mostra di pittura
presso la Galleria Koiné di Scicli

   Il pittore che espone necessita di informazioni di ritorno per capire qual è il risultato del suo proporsi agli altri. Ritengo, dunque che quello che ti dirò può rappresentare un utile feed back.
La mia non è una critica restrittiva. Il “critico” è (o perlomeno, era una volta) colui che faceva entrare in “crisi” l’artista. Io, invece, ti dirò qual è stata la impressione fresca, genuina e soprattutto immediata di un visitatore che entra nella Galleria Koiné di Via Mormino Penna a Scicli.

      Della tua mostra avevo ricevuto via e-mail un invito che in copertina mostrava delle bottiglie viste dall’alto, prospettiva insolita, diciamo fotografica. Si trattava di un’opera non banale che faceva riflettere, incuriosire, e soprattutto invitava il destinatario a recarsi urgentemente a Scicli per vedere cosa avrebbe potuto produrre di altro l’Autore. È inutile dire che le bottiglie, per associazione di idee, facevano pensare a Morandi, ma il modo con cui erano trattate, a parte il taglio prospettico, non riconduceva al pittore milanese. Colpiva, semmai, in quella immagine di copertina, l’uso dell’acquerello, trattato per pennellate attente, macchioline, come si fosse trattato di acrilico e comunque di un colore denso. E poi, quel fondo bianco del quadro, e quel verde smeraldo centrale su cui ruotava il discorso pittorico e la trasparenza di una piccola bottiglia di gazzosa alla sinistra. Insomma, bisognava andare a Scicli.

       Io non ho letto il titolo della mostra. Il titolo “Icone della tavola” l’ho rilevato solo al mio ritorno a casa leggendo la presentazione di Carmelo Arezzo e di Andrea Guastella. Il tema era la tavola, forse anche il cibo, o il pane, o cosa accade di uomini e donne che si riuniscono attorno a un tavolo, unione com-unione di persone per assaporare uno dei beni della vita: lo stare insieme, per l’appunto. Ma, quello che accade in questi convivi o cenacoli di umani devi dirlo tu che sei il pittore e devo capirlo io che sono il fruitore.

Dentro la Galleria Koiné

            Adesso sono a Scicli in Via Mormino Penna. Frugo con gli occhi cercandoti. Non ci sei. Entro e capisco che per visitare la mostra bisogna partire da destra. I primi due quadri non mi riscaldano. Però mi colpiscono. Danno il “la” al percorso. Forse per questo, non mi sposto. Il tentativo è quello di penetrare in anteprima il “senso” di questa pittura che sembra promettere cose “diverse”. Per me il termine “senso”, inizialmente, vuol dire linguaggio, cioè forma, tecnica, dominio del quadrato all’interno del quale si sviluppa il progetto creativo-compositivo, i colori per capire come si propone il pittore, cosa vuole dire e soprattutto chi è. Nella teoria dei frattali si sostiene che basta un particolare anche minimo per capire l’insieme di qualcosa. Il principio vale anche per la pittura o per la musica. Diciamo per l’arte. Così, subito, anche da un particolare  minimo puoi rilevare la forza pittorica, il mestiere (se c’è) e anche il possibile narcisismo, che è poi  la bestia da tenere a bada.
Ma, già al terzo lavoro esposto (e venduto) mi sono bloccato ad osservare. Mi chiedevo, ma cosa sta accadendo? Questo Arturo Barbante, cosa sta proponendo? Sto osservando la “Festa di battesimo” e noto che sul tavolo c’è del cibo, dipinto a colori. Cibo. Ma la mia attenzione è catturata dagli sguardi di quelle persone che si sono fatte riprendere (stavo per dire, fotografare) da qualcuno. In ogni persona, una maschera grottesca il cui linguaggio, per me, sembra partire da molto lontano, forse da Hieronymus Bosch, transitato per Francisco Goya (ricorda “Due vecchi che mangiano) quindi vai al berlinese George Grosz e, in parallelo, a Mino Maccari, e perché no, anche a Toulouse-Lautreque e Francis Bacon. Poi ci sei tu. Tutti pittori che interessati ad esprimere (espressionisti potremmo definirli) quello che l’animo sente dentro di sé.
 Ma qui, nelle tue opere, queste maschere sono figure siciliane, di un repertorio popolare. Qui leggi la miseria e il rapporto ambiguo/ambivalente con la realtà. In quei volti cogli l’essere e il non essere delle cose. La precarietà dell’esistere: anche in quelle vivande messe in bella copia, esposte in bella mostra. Malgrado ciò, io non sono attratto dalle vivande. Gli occhi non si fermano sul tavolo né sui colori, ma vanno a posarsi sulle quattro donne di destra (sono ancora fermo sulla “Festa di battesimo) delle quali non si capisce fino a che punto sono vere o sono maschere di se stesse incartapecorite. Ma, cosa dicono? E lì ci sei tu: il creatore. E rifletto sul contenuto che richiama il senso dell’esistere (e non è poco). Diciamo, la precarietà dell’esistere. La disperata volontà di sopravvivere di persone che non esistono più, che sono transitate in un altro mondo.
Il contenuto, ha detto, Carmelo Arezzo, rimanda alla filosofia dell’esistere.
Eppure, malgrado la necessità di soffermarsi sul contenuto, sento che il mio interesse è ancora per la forma. Dunque, l’occhio dell’osservatore parte dal centro (il cibo dipinto a colori) ma, subito viene risucchiato a destra da  sguardi penetranti, poi si muove (lo sguardo) verso sinistra e rileva che le figure si dissolvono. Ombre, larve, visioni spettrali di personaggi che sono, o erano? Presenze? Assenze? È incredibile questo lavoro. Non riuscivo ad appagarmi dall’osservarlo, dal goderlo. Era musica per i miei occhi, nutrimento per il mio pensiero. La signora Anna, titolare della Galleria, si è accorta del mio interesse per le opere e mi gira intorno. Io immaginavo di vederla accanto a me, ma il mio sguardo restava inchiodato sul quadro. Ero ipnotizzato da questa spirale ruotante. Il quadro era perfetto. L’emozione intensa.
            Adesso procedo. Ora è il momento del “Brindisi”. Qui, al pennello aggiungi un filo di penna ad inchiostro di china. Si intuiscono segni volanti che come stelle filanti o meteore attraversano il fondo. Le figure? Sono sempre grottesche. I soggetti? Ancora pronti per farsi fotografare da uno spirito assente. Vogliono immortalare la loro immagine precaria, un pellicola di niente. Un sentirsi al centro dell’attenzione per un attimo. Il grottesco è dominante. Nel quadro senti tutto. Anche l’odore stantio di persone che non hanno dimestichezza con l’acqua. La gioia è la tavola. Ma io registro un vuoto. Un nulla che non ha scopi. Né motivi. Tutti i personaggi sono evanescenti. Esistono? Non esistono! Lì vedi? Non li vedi! Sembrano spiriti che hanno lasciato solo la loro pellicola esterna. Un po’ come i serpenti che non vedi, quando in campagna hai la ventura di trovare a terra una pellicina della muta. Ma, io sono affascinato dall’opera pittorica. Equilibrio. Dominio del quadrato. Piani in sequenza a partire dall’uomo seduto a sinistra. Sorriso beffardo dell’uomo che versa il vino. E ancora, una  donna manichino, anche lei maschera, palo, immobilità di chi ignora cosa sta accadendo intorno a lei.
Tutti questi protagonisti della mostra sono lì, hic et nunc. Immobili. Per farsi immortalare da una entità che come Dio è (dietro la macchina fotografica) e contemporaneamente non è, perché nessuno lo vede. Un incanto questo lavoro. Bravo Arturo.
Poi continuo nel mio procedere lento. La signora Anna riesce a dirmi se volevo un catalogo e subito dopo mi chiede se ho visto il libro. “Quale libro?” dico io. E mi mostra il pieghevole a fisarmonica, dove c’era la storia del pane. Ma io, perdonami, non riuscivo a guardare il pane. A me interessava la pittura. Il resto lo sai. Ci siamo confrontati ieri sera e hai fatto bene a mostrarmi le foto dei tuoi quadri precedenti. A farmi rilevare la tua attenzione per Bacon, e quelle surreali figure di plastica sospesa sulla testa di una persona, come la pietra di René Magritte, che è sospesa anch’essa senza peso in uno spazio surreale.  
Le tue opere sono ricche di un percorso culturale importante. Intendo Dadaismo, surrealismo, espressionismo che restano dentro di te, come residuo maturo e distillato nei lavori su cui mi sono soffermato. Ma ci sono ancora le avanguardie. Ora è tutto sedimentato, come il mosto buono che si è fatto vino. Stupenda questa tua semplificazione della forma, questa riduzione grafica del segno, l’uso dell’acquerello come fosse carboncino. E poi, che dire? Ti sei accorto che queste tue figure statiche (perché così li vuole la foto) in realtà sono dinamicamente in movimento. E quasi stanno per uscire dal quadro per venirti incontro. Mi riferisco al principio secondo cui l’Apoxiómenos di Prassitele è opera statica, ma in realtà è dinamica, mentre il Discobolo di Mirone è opera dinamica, ma di fatto statica. In effetti, il Discobolo è fermo. Non si muove. Così come il Mosé di Michelangelo che è muto, malgré lui. Questa è storia.    
    Così, nelle tue opere rilevi un universo di valori, personaggi minori della vita di tutti i giorni, che tu cerchi di sottrarre all’usura del tempo. Personaggi che vibrano. Infatti sono vivi. Esistono. E nei loro visi scavati, nella pelle che aderisce al cranio, lasciano il segno di una vita di cui non si capisce il senso. Ma, sei tu che non capisci il senso della vita, e suggelli il tuo messaggio in quei visi, in quegli sguardi vuoti di personaggi che vedi, percepisci e realizzi in questo modo splendido.

                                               * * *         
                              
    Giunto al tuo sessantaseiesimo anno di età. Dopo aver visitato, assaporato, ammirato, tenuto presente il processo della pittura mondiale, ma sentendoti incardinato a questa terra come una erbaccia sana, coriacea, spinosa e desiderosa di vivere, sentendoti parte di un discorso pittorico che non può trascurare la tua cultura, la tua gente, la tua Vittoria, produci questo evento pittorico serio, forte, profondo, eccezionale, bellissimo di arte nuova e antica a un tempo.
   In questa pittura c’è tutto di te. Soprattutto la forza, l’energia che tiene in “tensione” la tue opere, nelle quali mescoli arte aulica e arte popolare. Scegliendo di usare l’acquerello  che non deve, più che mai, sfuggire al controllo del pittore. Acquerello domato, dosato, sposato con il bianco e nero. Acquerello che non deve mai dire agli altri: “Guarda come sono bello. Come sono effeminato. Questo sono io”. Non mi meraviglierei, se cambiando il tema dei tuoi “racconti”,  tu possa cambiare tecnica e stile.
Questo perché sei imprevedibile. Ami la provocazione. Il confronto. Il dibattito. La guerra (e la pace). Ami l’amore, le cose belle e giuste, ma soprattutto parlare agli altri con la pittura. Col segno che incide senza ingannare così come spesso l’uomo usa fare con le parole.

Istrice rosso

Mi chiedo se istrice (da hystrix)  e istrione (da histrio) hanno qualcosa in comune. Tu sei un istrice rosso. Molto bello. Per curiosità ti dico che molti anni fa Mino Maccari ha illustrato l’opera “Mimi siciliani” di Francesco Lanza (Sellerio editore): una donna nuda fu disegnata curiosamente con un istrice nero posizionato sul sesso.

La critica

Non mi ero accorto (mea culpa!) che la mostra aveva un tema, fra l’altro bello e strutturalmente necessario. Una mostra “a tema” crea coesione e dà maggiore forza all’evento. In questo caso, il visitatore passa dalla osservazione di un’opera a un’altra senza doversi risettare mentalmente, quando fra un quadro e un altro, il pittore cambia tema e a argomento.
Però, quando ho letto l’apertura di Andrea Guastella, nelle pagine di presentazione alla tua mostra, quando Andrea fa l’elogio della “tavola imbandita”… “con al centro una zuppiera e un grande piatto da portata” dove “l’atto solitario di nutrirsi, ecc.” “e l’idea di soddisfare un bisogno materiale…” e “si cucina e si mangia e si parla mentre si mangia e .. tutto è l’esatto opposto delle immagini alla Mulino Bianco!”. Dotta, dotta, acuta dissertazione che mi ha fatto pensare a un proverbio cinese il quale recita: “Quando il dito indica la luna ... ”. E perdonami. Ma, restare fermi alla tavola imbandita e ridescriverla a parole, quasi ce ne fosse bisogno è proprio guardare il dito, il tuo dito (in questo caso) che indica la Luna.
Di Carmelo Arezzo mi rende “disappointed” il fatto che non capisco certi suoi passaggi.
Comunque, a parte la “omologazione” (termine che non ho mai capito e mi fa venire la pelle d’oca al solo sentirlo) non posso far mio il concetto che “il gioco dei volti e degli sguardi è spettacolo barocco e medievale a un tempo”. Proprio non mi ci ritrovo. Ma dove è il barocco? E il medioevo, poi?
E ancora va detto di quell ”unòlogo” che al mattino scrive libri con materiale di riporto letto la sera da altri libri. Ritiene di essere  “ xiclitanus genius loci” con diritto di prelazione (medievale “jus primae noctis”). Tu non gli hai dato il lato B di te, come lui pretendeva e ti ha mandato una frecciata. Era certo che ti avrebbe centrato. E ti ha centrato. Tu non appartieni alla sua parrocchia. Non ti sei fatto presentare da lui. 
Ora, io ti dico, cerca di diventare più famoso di quanto non sei già e vedrai quella persona trasformarsi in salamandra. Per ora tu non sei molto interessante per lui, ma se arrivano i "volponi", capiranno il pericolo che corrono. Hanno fatto gruppo perché come si dice: “Il cantante che non ha voce non può cantare da solo”. 
Ora io ti dico: continua con sicurezza nel tuo impegno pittorico. Per me sei già realizzato. Ora dovranno capirlo gli altri e lo capiranno. Un abbraccio e congratulazioni vivissime,

                                                                      Gino Carbonaro    


NASCA PATASCA interpretata dai Talèh

una mia composizione .... da continuare ...

2011/07/31

"Il figlio della ruota" romanzo di Gianni Stornello

Gino Carbonaro racconta le sue impressioni dopo la lettura 
de "Il figlio della ruota" di G. Stornello
    Per acquistare un libro appena pubblicato e trovare il tempo e la volontà per leggerlo ci vuole un perché. Il perché è dovuto a un invito fattomi da un'amica, che mi suggerì di leggere “Il figlio della ruota” di Gianni Stornello. Il titolo non mi era nuovo. Della presentazione di questo libro mi aveva parlato Domenico Pisana, ma il titolo non l’avevo capito. Il figlio di una ruota? ruminavo fra me e me. Pensavo alla ruota di un carro. Ora, a mezza voce, e per la seconda volta, la mia amica mi suggeriva di leggere il libro, mentre io ascoltavo  con un solo orecchio e per giunta distratto. Distratto, ma incuriosito, perché, chi mi suggeriva la lettura non mi voleva rivelare nulla del contenuto.
     Acquistai il libro, lo sfogliai. L'editore era "Prova d'Autore", notai la presenza del bollino della Siae, vidi che l’edizione era numerata. Solo 250 copie stampate, e la mia era la 90^ copia, firmata dall’Autore. Adesso capivo che ruota era quella dove una volta si portavano i bambini abbandonati. E ruota 0 “tummunu”, come l’autore in seguito preciserà, era collegata a una Chiesa o a un convento. Cominciai a leggere. 

Dopo pochi righi ero dentro la storia. L’amo era stato gettato dallo scrittore e io avevo abboccato. Sorpresa! La scrittura, che non faceva pensare a un fatto letterario, ma a una sorta di verbale redatto da un cronista ottocentesco. Scrittura che scorreva fluida, chiara, funzionale al racconto. Se avessi dovuto dire a quale autore avrei potuto paragonare questo scrittore avrei detto a Giulio Cesare, del “De Bello Gallico”, di cui mi veniva in mente l’inizio: “La Gallia è divisa in tre parti...” Insomma, un diario, una relazione, un verbale scritto a quattro mani perché una volta l’io narrante è il protagonista della storia, il figlio della ruota, Nirìa, altre volte, si suppone possa essere lo scrittore. I due moduli di scrittura, già adottati da Milan Kundera, capaci di affrontare la storia da diversi punti di vista, sono intercettabili per l’uso che l'autore fa, di tondo e corsivo.  

Tornando alla scrittura, ci si chiede a cosa serve il linguaggio? Certamente a comunicare. E questo cronista/scrittore stava comunicando. Ma, il fatto era un altro. Quando fui costretto a fermarmi di leggere per rispondere al telefono, mi ritrovai “disappointed”, perché ero stato costretto a interrompere la  mia lettura, e ora mi ritrovavo desideroso di tornare al libro per continuare la storia.  Adesso ero avvinghiato. Inchiodato. E spesso anche emozionato, perché preso dal racconto, preso di forza, chissà con quale éscamotage, dallo scrittore. Ma non era malìa, era la bellezza, la pulizia della scrittura, la verità del racconto, la sincerità di uno scrittore che voleva restare aderente ai fatti e che escludeva ogni narcisismo scrittorio. In poco tempo, ritenni di trovarmi davanti a un capolavoro vero. Sentii il bisogno di ringraziare la mia amica e di anticiparle il mio giudizio. Certo, compromettente, se ancora avevo letto solo una parte del libro. Ma, nella e-mail che le inoltrai, feci come il bottaio che dà un colpo al cerchio e uno alla botte. Le dissi che il libro era eccezionale, ma, aggiunsi, che bisognava andar cauti, perché il lungo racconto è per uno scrittore come una maratona per un atleta. Si comincia simulando il passo del centometrista, ma spesso si cede a metà strada o nel finale. E pensai a un aereo sulla pista di decollo. L’inizio del romanzo segnala la partenza, non il volo.
   
Invece, la sorpresa, per me sicuramente gradita. Mentre leggevo sentivo di fare tifo per lo scrittore. Qualche giorno prima, fra l’altro, parlando di Franco A. Belgiorno, avevo suggerito agli amici che mi ascoltavano, che era giusto considerare la possibilità di inserire "Ciccio" nel Parnaso di quei nostri scrittori, che si erano segnalati in questo campo letterario. E facevo il nome di Raffaele Poidomani, di Carmelo Assenza poeta, e di Belgiorno. 

La Provincia di Ragusa è cresciuta culturalmente. Però, dissi anche che c’erano altri scrittori in lista di attesa. Lo dissi perché lo sentivo.
   Ora, leggendo “Il figlio della ruota” una idea faceva capolino nella mia testa. Forse era questo un altro scrittore da mettere accanto ai nostri grandi. Al momento non mi veniva di accostare questo lavoro  a “Terra Matta” di Vincenzo Rabito. E però, pensai che in questi ultimi anni, i libri che hanno lasciato un segno dentro di me sono: Storia di Genji, principe splendente” di Murasaki Shikibu, un romanzo scritto nell’anno Mille da una scrittrice, che dà il via alla letteratura giapponese, e “Terra Matta” di Vincenzo Rabito. E ora? Ora che ho finito di leggere il libro, mi sento di dire che questo romanzo è eccezionale. Che ha lasciato un segno nella mia persona. Romanzo terribile anche per la sua semplicità, essenzialità, bellezza. E se il giudizio si dà al libro, implicitamente si dà al suo autore, cioè a Gianni Stornello.
    
Ma, cosa tratta questo libro? Tratta una storia narrata da un protagonista, ragazzo illegittimo (inteso “U figghiu ra rota”) nato da un rapporto fra una serva (criata) e un agiato nobilotto, vedovo, padre di due figli legittimi, che di fatto riconosce il figlio illegittimo, chiamato Nirìa, ma legalmente non fa nulla per dargli il suo cognome. La vita di questo ragazzo, Andrea-Nirìa e della madre Rosa, non è semplice, ma i fatti raccontati fanno emergere uno spaccato della vita di tutti i giorni in quell'ambiente di Ispica, che è la città dell'autore, e degli umani, con persone buone, cattive, perverse, invidiose, egoiste, profittatrici, ma la storia dà allo scrittore Gianni Stornello l’opportunità di ricordare e accettare usi, costumi, tradizioni e superstizioni della sua gente. Così, scopri che a Ispica/Spaccaforno/ Collecalandra, nella ricorrenza del "Giovedì Santo, che si chiama festa", con il popolo che andava/va in chiesa “portando una “cosa” di cera, un bambino (di cera), un braccio, una gamba, una testa, un busto, un semplice cero, di quello grande (ma c'è chi ricorda di aver visto anche fegato, cuore, mani, piedi). Si trattava di persone che avevano ricevuto un miracolo, e portavano un dono per ringraziare il "festeggiato", che ha ricevuto la grazia. 

Ma, il gioiello del libro è costituito dall’inserimento di modi di dire siciliani (è quello che è detto "pastiche" linguistico): çiancia ccu l'uocchi e cu lu cori, oppure, era senza né testa né cura, e anche, chista è l’acqua supra o fuocu, e così via).  E ancora di abitudini, come questa: “La madre che aveva partorito era considerata impura per quaranta giorni e, se il bambino veniva battezzato durante questo periodo, alla madre non era consentito assistere alla cerimonia, ed era perciò costretta a restare fuori dalla chiesa". 

Ma entrare nei particolari non fa bene alla comprensione dell’opera, che è come un affresco cristallino, trasparente di un momento storico, di una società, di una città, della sventurata vita di un uomo nella particolare dinamica di gruppo, e non può essere spiegata mostrando un frammento, un particolare. Per questo ci sentiamo anche noi di suggerire senza timore la lettura dell'opera. 

Comunque, fra i meriti dello scrittore, la capacità di penetrare la psicologia umana, creando ancora una ragnatela perfetta di racconto intrecciato, senza alcuna sbavatura, con anticipazioni e suspense.
  
Per la essenzialità della scrittura, mi viene da paragonare questa opera ad alberi di olive appena potati da esperti "mastri d’ascia" che, nel sistemare gli alberi creano come fossero bonsai, opere bellissime che ricordano la poesia della natura. Poesia, dunque, anche in questo splendido libro del quale non è possibile anticipare nulla al futuro lettore, e ringrazio non poco la intelligenza della mia amica, che non ha voluto anticiparmi nulla del libro, quasi a voler dimostrare che ogni parola detta prima, e in più, rappresenta quasi sempre una interferenza, che può disturbare il futuro lettore.

Merito dell’opera? Alla lettura, troppe sono le emozioni che riesce a trasmettere al lettore. Ma, è proprio l'emozione, la cartina al tornasole che dà la prova di trovarci davanti a un’opera d’arte vera. Il finale, poi, dà la misura dell’Autore. 

Chiusura forte, come i due accordi finali di un Tango. Una sorpresa, una commozione, che fa inumidire gli occhi.
     
Voto. Sì, diamo il voto! Dieci pieno, ma senza lode. Perché, mentre il IV capitolo è stupendo, l’XI ci sembra inserito surrettiziamente. Il racconto riportato nell'XI cap. è sociologicamente interessante, ma a me pare non funzionale al racconto creando uno iato che spezza in due il libro. 

Nelle prossime edizioni, l’Autore potrebbe valutare la possibilità di toglierlo.
    
 E ancora. Il personaggio meglio descritto? Maria Figura. Leggere per sapere chi è, e capire il perché. 
 
Gino Carbonaro


gino.carbonaro.italy@gmail.com

2011/07/29

A Carnevale Indovinelli Osceni

indovinello & carnevale

Conferenza del 15 febbraio 2007, ore 19
Ristorante Acrille - Chiaramonte Gulfi

Fra storia e poesia


1. Indovinello e tradizioni popolari

     Sino a qualche decennio fa, l’indovinello era parte integrante del nostro patrimonio culturale, delle nostre tradizioni popolari.
     Da qualche anno, invece, l’uso di proporre indovinelli a Carnevale è  passato di moda. Se ne parla ancora, ma come di cose che appartengono ad un passato lontano.
     Le nuove generazioni non sanno di indovinelli, né delle abitudini siciliane di un tempo. Nelle scuole, i maestri invitano gli alunni a fare ricerche, a raccogliere indovinelli in famiglia, giusto per non perderli, per salvare il salvabile, ma la loro morte è stata decretata.
     Tre giorni fa era martedì grasso, ma nessuna famiglia, riteniamo, si è riunita attorno a un tavolo per godere di un momento, che una volta era autentico, sentito ed atteso. Eppure, sino a qualche decennio fa era prassi che nel periodo di Carnevale tutte le famiglie (famiglie patriarcali) riunite attorno a un tavolo trascorressero le serate sfidandosi a gara negli indovinelli.
     Non c’era televisione, né svaghi, perciò il passatempo era sano e la consuetudine risaliva alla notte dei tempi. 

2. Carnevale veniva anticipato dagli indovinelli

     Per capire la storia dell’indovinello, è necessario tener presente alcune cose:

-         Che l’indovinello è figlio del Carnevale;
-         che gli indovinelli potevano essere recitati solo nel  
    periodo di Carnevale, per una durata massima di quattro, cinque settimane, nell’arco di tutto l’anno. Fuori di questo periodo era proibitissimo proporli. Se a qualcuno veniva alla mente un indovinello durante uno dei periodi non canonici, cioè fuori dal periodo del Carnevale, lo chiudeva garbatamente negli armadi della memoria, proibendogli di uscire. Era peccato mortale ripeterli! Era proibito dalla Chiesa, dalla tradizione? Nessuno sapeva dire perché, ma era proprio così.
-  Il primo segnale, la prima avvisaglia che si stava per entrare nel periodo di Carnevale, veniva data proprio per mezzo degli indovinelli. Vediamo come:  

    Dopo l’epifania, ma non c’era un giorno ben definito, qualcuno in famiglia recitava un indovinello. Era sorpresa, ma era proprio quello il segnale che qualcosa stava cambiando nell’aria, e che si era entrati nel periodo del Carnevale.
      Lentamente, poi, ma sempre più intensamente, venivano proposti indovinelli, sempre nei momenti più impensati e anche a persone sconosciute.
     Una donna era in casa badando alle proprie faccende? Una vicina si affacciava alla porta, lanciava un indovinello e sorridendo andava via, lasciando l’interlocutrice a lambiccarsi il cervello nel tentativo di trovare la giusta risposta a quella strana combinazione di parole della quale bisognava trovare la soluzione.
     E ancora. I lavoratori (muratori, contadini) sempre nel periodo di Carnevale, si fermavano per pranzare? C’era subito qualcuno che proponeva un indovinello, mentre qualcun altro era pronto a continuare. Ed era gara per vedere chi ne diceva di più.

3.    L’indovinello come sfida

     In verità, l’indovinello non veniva proposto, quanto piuttosto lanciato in segno di sfida improvvisa alla intelligenza di un interlocutore. E la sfida andava raccolta. Ricordo con quanta attenzione si ascoltava l’indovinello, con quanta tensione si cercava di decifrarlo, e quanta gioia ancora accompagnava colui che riusciva a dare la giusta risposta e a vincere la sfida, e, parimenti, era facile immaginare quanta mortificazione e umiliazioni lasciava registrare nel viso colui che non riusciva a trovare la risposta, facendo la figura di uno sconfitto.


4.     L’indovinello è verità mascherata

     A questo punto, viene naturale chiedersi, che rapporto c’è fra l'Indovinello e Carnevale?
  Diciamo subito che, l’indovinello è una verità mascherata. Una verità che non vuole farsi riconoscere, e perciò indossa una maschera depistante.
    Adesso il problema si sposta sul Carnevale, e le domande potrebbero essere altre: “Perché ci si maschera in generale? Perché ci si maschera a Carnevale? E, Carnevale cos’è?” tenendo presente che :
-  Carnevale è la prima festa dell’anno.
-  Carnevale non è una festa religiosa.
-  Carnevale è festa che esiste, senza esistere, perché non è segnata in calendario. né è prevista alcuna vacanza.

     È così che torniamo a chiederci:
- Cosa è il Carnevale?
- Quando è nato?
- Se Carnevale ha degli antenati?
- C’è un rapporto fra Carnevale e la medievale Festa dei Folli, fra Carnevale e i Lupercali latini, e i Saturnali romani e i Baccanali greci? Tutte feste primaverili, tutte feste in maschera, tutte feste in cui erano consentiti comportamenti che sarebbero stati perseguiti in altri momenti dell’anno.
      Ma, a guardar bene, anche all’indovinello era concesso di vestire se stesso con un vestito osceno, a Carnevale. Ma, solo a Carnevale!        

5.    Il sesso era tabù
   
     È risaputo che la maggior parte degli indovinelli si presentava con forti referenti sessuali. E questo si verificava in una società dove per tradizione il sesso era tabù. Dove nessuno osava pronunziare la parola “partorire”, solo perché avrebbe potuto essere collegata a sesso. Eppure, a Carnevale, si rompevano gli argini, e tutti ripetevano a gara indovinelli di un osceno che più osceno non si può. E il nostro S. A. Guastella racconta che da piccolo era rimasto sconvolto da questa doppia anima della società.
     Che il sesso fosse qualcosa di cui non si doveva parlare, lo si capiva perfettamente quando i genitori discutevano fra di loro di argomenti “scabrosi”, e tutt’ad un tratto il loro ragionare si ingarbugliava, si caricava di doppi sensi e di ambigue allusioni, mentre occhiate ladre cadevano sui bambini per verificare sino a che punto avessero potuto capire ciò che non avrebbero dovuto sapere. Invece, i bambini capivano che, quando si parlava di sesso, dovevano fare finta di non capire! Perché il sesso era peccato, il sesso era una cosa brutta. Cioè, era una cosa bella, ma contemporaneamente era una cosa brutta!
     Questo, in qualsiasi momento dell’anno. Inspiegabilmente, però, le cose si capovolgevano in prossimità del Carnevale.
    
5. Gli indovinelli, quasi sempre sboccati,  erano consentiti solo a Carnevale a tutti e non si scontravano con la morale.

     Proprio qui sta il problema. Perché, gli indovinelli erano per la maggior parte sboccati, riferiti a quelle parti del corpo che la decenza comune evita di menzionare, e che per tutto l’anno erano coperti dal tabù, dalla morale, dalla religione, dal galateo: si è detto galateo, perché un tempo, le persone che nominavano parti del corpo sporche, i piedi per esempio, prima di nominare la parola erano soliti dire: “Con rispetto parlando, mi fanno male i piedi!” A Carnevale, invece, le stesse persone mettevano da parte il rispetto, e per non si sa quale motivo, finivano per recitare a diluvio, senza freni, `niminagghi `malaccriati, davanti a tutti:  grandi e piccini, maschi e femmine, donne sposate e vergini, servi e padroni, monaci e monache, senza che ciò si scontrasse con la morale, senza che ciò facesse arrossire il viso a qualcuno, o provocasse vergogna, sensi di colpa o sanzioni: solo risate, solo ilarità.
     S.A. Guastella, bambino, non si raccapezzava, e rifiutava di credere alle sue orecchie correndo con lo sguardo da sua madre a sua nonna, da suo padre a suo zio, ai parenti tutti che buttavano giù mucchietti di versi riferiti a qualcosa di molto pesante, subito supportato da un giuramento sornione:
Beđda maŧŗi `maculata
nuň è `cosa malaccriata.[1]
   
     Era per S. A. Guastella un enigma questo comportamento doppio delle persone e soprattutto della madre, la stessa che in altri momenti dell’anno si dimostrava rispettosa della morale, delle buone maniere e di quanto era riferito al sesso e all’atto sessuale.
     Ma, ascoltiamo qualcuno di questi indovinelli piccanti.

  1. A fimmina ca è di sutta joca e sciala,
’u maşculu ca è di supra si conšuma.

                                                                   Formaggio (ca è masculu)
                                                                   e grattugia (ca è fimmina)

  1. Ta mà che cosci apêrti
Aşpetta a `mia ca ci la `mêttu

                                           (pentola e pasta)

  1. Pi-lliccu pi-lliccu,
      nt’ô culu t’a ’nficcu
                                                (filo e ago)

                                                          Con rispetto parlando!

  1. Ta mintu nt’ô culu e m’â `diri grazi    

                                                           (sedia)
                                              Sempre con rispetto parlando!

  1. Dammi ’u culu comu mi l’ha’  datu
      ca ti lu juru ca ’uň è piccatu.            

                                                            (sedia)

  1.  È robba di culu
       e `merda nuň è.
                                                            (uovo)

  1. Ncugna maritu miu,
      ncugna, sputazza
 appuntiđda i pêdi ô muru,
nfilala nt’â şpaccazza.

                                             (ascia)

  1. Di fora pilu, di dintra pilu,
      spinci l’anca che t’a ’nfilu.     

                         (pantaloni di pelle di capra)
    
  1. ’U viscuvu l’havia lonća
’U papa l’havia ri cciu
’A monĭca çiancia
 Ca cciù lonća la vulia.      

                                           (tonaca)

  1. Trasi dura e nesci mođda 

                               (la pasta, gli spaghetti)

  1. Trasi asciutta e nesci vagnata  

                                             (iniezione)

  1.  A ża Cicca si curcau,
 u żu Ciccu ci accravaccau,
 menza canna ci ň’anfilau!
               
                 (’A briula, ’u briuni)

     Quest’ultimo indovinello sembra dire che una tale zia Francesca (ża Cicca) era andata a letto, che suo marito si era messo sopra di lei (a letto), e che lì era accaduto qualcosa (menza canna ci ňi ’nfilau) che decenza e decoro non ci consentirebbe di ripetere.
     Questo “sembra dire” l’indovinello così come è montato. Ma, la realtà era un’altra: ’a ża  Cicca è il piano di legno, dove una volta si impastava il pane (’a `briula); ’u żu Ciccu, il maschio, era l’asse (!) di legno che serviva ad impastare il pane (’u `briùni); la menza canna che entrava dentro la ża Cicca era il chiavistello di legno (’a tinniggia) che teneva insiema il piano e l’asse, o se si vuole ’a `brìula e ’u `briùni.
     È qui che si rivela la caratteristica dell’indovinello: la risposta vera non è quella che appare più ovvia e scontata, ma un’altra, quella che non si vede, ed è nascosta nel labirinto depistante delle parole.

    Anche l’indovinello, a Carnevale, si presenta come verità che ha indossato la maschera, mentre invita l’interlocutore a indovinare cosa si cela dietro questa maschera.
     La soluzione c’è, ma è il risultato di una capacità umana: quella di spingersi al di là delle apparenze, di andare dove non si vede, ma c’è la verità.
     Dunque, non c’era nulla di male nel ripetere ad alta voce, anche davanti ai bambini, questi indovinelli. Se qualcosa di male sembrava esserci, quella era la maschera, ed era solo allusione ed illusione. Quello che conta nella vita, ben si sa, è la sostanza[2] delle cose non l’apparenza, e l’argomento era candido nella sostanza, osceno solo nella forma, che, si sa, non ha valore.



6. L’indovinello propone un doppio se stesso


     Lindovinello è una verità mascherata, ed è quello che propone un doppio-se-stesso, e quello vero è quello che si nasconde sotto la maschera, per pervenire al quale l’ostacolo è rappresentato dalla interferenza della prima attribuzione logica, quella che ci porta a pensare ad un rapporto sessuale.
   
     I messaggi dell’indovinello sono in realtà due:

  1. uno scoperto e comprensibile
  2. l’altro nascosto e da scoprire

     Dunque verità doppia:[3] (double) che mette in dubbio il concetto di verità, e pone la realtà nella sua valenza ambigua, che si svela (che può essere scoperta) grazie a due componenti umane:

  1. la volontà-necessità di pervenire alla soluzione del quesito, e
  2. la forza mentale e logica per poter risolvere il problema.

     Si deduce così che, se la realtà indossa la maschera, la verità si pone sempre come enigma legato contemporaneamente al concetto di maschera e a quello di ragione.



7.  La maschera è una armatura     

     Ragione e maschera diventano protagonisti o simboli di una lotta-confronto antica quanto il mondo, che da sempre l’uomo si è trovato a combattere per districarsi nei labirinti delle incertezze, per trovare le soluzioni ai mille dilemmi che la natura gli pone quotidianamente davanti,  per sciogliere, insomma, i  nodi gordiani [4] della vita.
     Maschera, dunque, perché tutta la realtà risulta schermata/celata/coperta da un involucro altro.
     Ragione, perché è la ragione lo strumento “forte” del quale l’uomo si serve per capire-e-carpire, parare o pre-parare, in attacco o in difesa i colpi di una Realtà che si presenta doppia, infida e mascherata.
     Sfida, questa dell’enigma-indovinello, che simula nel piccolo, l’altra, quella vera e grande, che la Natura lancia quotidianamente all’uomo, e al suo strumento di massimo potere e di conoscenza, alla sua intelligenza, a quella che è in grado di inter-legere, cioè di leggere fra le righe di tutto ciò che è offerto come complicato/ complesso/strutturato/articolato e in ogni caso nella sua forma costitutiva che è per l’appunto enigmatica.
     Enigma, dunque, o verità mascherata, in quanto surroga la realtà, quasi a voler dire che tutto ciò che ci circonda custodisce o nasconde se stesso dietro un inestricabile labirinto di elementi che proteggono difendono e depistano l’avversario.



8. La maschera è il simbolo della vita, che è per l’appunto mistero.


     Sono le apparenze delle cose, quelle che la realtà ci presenta. Chi può dire cosa si cela dietro quelle maschere? Chi può di ognuno di noi indovinare i pensieri, le intenzioni, le volontà recondite? Se siamo portatori di bene o di male? Se si cela verità o menzogna dietro ogni parvenza di maschera-persona?[5]
     Tolta la maschera c’è verità? o, altre possibili maschere? Chi può dire cosa sono gli altri, se noi, per primi, simuliamo o dissimuliamo, per amore o per calcolo, agli altri, vicini o lontani, amici o nemici i nostri pensieri? Non è forse maschera la nostra? E non siamo forse un enigma, noi a noi stessi? Sappiamo forse chi siamo? Cosa vogliamo? Perché viviamo? E non è mascherato anche il nostro futuro, quello che incombe come una spada di Damocle su ognuno di noi? Tutta la Natura e il Destino si presentano all’uomo in una forma doppia, in una catena ininterrotta di possibilità alterne e “cornute”, ambivalenti e miste, perché il mistero è “miste[6] cioè doppio. Dunque, non solo l’indovinello e il Carnevale, ma anche la Natura è enigma: la maschera il loro simbolo, il simbolo della vita, che è per l’appunto mistero.

    
9. La Sfinge, l’Uomo e l’Enigma

    Per questo l’enigma è presente in tutti i popoli della terra, quasi sempre legato a funzioni misteriche e religiose. Famoso fra tutti il mito di Edipo e della Sfinge, che simboleggia la sfida offerta all’uomo da tutto ciò che ha la maschera, della natura, e dall’enigma, ancora, come arma del duello che vedrà soccombere inevitabilmente lo sconfitto.
     Racconta la leggenda che Dioniso-Bacco, per vendicarsi di un torto subito dai Tebani aveva mandato la temibile Sfinge contro questi ultimi.
     Accovacciata su una rupe antistante la piazza del mercato in Tebe, la Sfinge sceglieva le sue vittime tra i passanti e a questi poneva un enigma cantandolo nel modo tipico degli oracoli. Ma, l’enigma era stato fornito dal Dio, e l’oracolo che parla in nube et aenigmate è voce di un Dio che va pure indovinata, per questo si diceva che l’uomo doveva a-divinare o in-divinare, quasi a voler indicare che sciogliendo l’enigma si rubava la verità a-Deo, oppure che si riusciva ad entrare in-Dio (indovinare, indivinare) nella sua mente, nel suo esser vero.
     L’enigma, famoso, posto dalla Sfinge, che è la maschera per eccellenza, suonava così:

“C’è sulla Terra un animale che può camminare 
con quattro, due o anche tre gambe
ed è sempre chiamato con lo stesso nome.
Quando egli cammina appoggiato
ad un maggiore numero di piedi
la velocità delle sue gambe è minore”.

     Non è importante sapere cosa poneva l’enigma, quanto piuttosto il referente mitologico. La sfida fra Sfinge e Uomo era paritaria. La Sfinge, che è poi la Natura o Diòniso (che è lo stesso) poneva l’enigma: se l’uomo risolveva l’enigma la Sfinge sarebbe stata sconfitta e perciò sarebbe stata costretta a soccombere. Se invece è l’uomo a non risolvere l’enigma, allora sarà quest’ultimo ad essere sconfitto dalla Natura. Nell’un caso e nell’altro il rapporto fra l’uomo e la Natura ha come posta in gioco la vita.


10. L’Enigma

     Nel suo primo apparire l’enigma si pone come prova di abilità-logica, non dissimile da altre prove di abilità, che si manifestano in giostre, gare, corride, ma anche nel gioco della carte, che chiama in causa la sfida al Destino, il concetto di vita e vittoria, di sconfitta e morte. Simboli e principi pur sempre ricorrenti nel Carnevale.
     Nel mito di Edipo, come in qualsiasi gara, sono presenti i concetti forti della vita:  la sfida, il  rischio,  la  maschera, la ragione (quella alla quale si appella Edipo)  la  possibilità  della vita che è nella  vittoria,  e della  morte in seguito a sconfitta.
     Chi supera la prova (e l’enigma è forma suprema di sfida) vince e vive; che è sconfitto, perde e muore.
     Questa è la logica spietata della Natura, che è poi la logica di Diòniso e della Sfinge, senso arcaico e sotterraneo che presiede alla logica dell’enigma; e che, simbolicamente, ritornano  nel Carnevale,  là  dove sono  presenti  gare,  sfide, prove di abilità che se vengono superate danno all’uomo l’illusione di poter vincere contro la Natura, quando si presenta come portatrice di male. 
     Lo schema è in ogni caso visualizzabile nel seguente flow-chart:


natura =  realtà =  dioniso
(doppiezza: bene-male)
sfinge
maschera
enigma
mistero
aggressione
sfida  - lotta  - prova
difesa
maschera
come armatura depistante
Ragione
Logica Lineare
Scoperte forti arcaiche


     Se la realtà indossa la maschera si deduce  che  la verità è presente sotto  forma  di enigma,  legato  al  concetto di maschera e, di riflesso, a quello di ragione:

Uomo   contro   Natura
Ragione   contro  Maschera
    
     Sono protagonisti e simboli di una lotta-confronto: lotta,  che da sempre l’uomo ha dovuto  combattere per necessità contro la natura: maschera,  perché tutta  la  realtà risulta schermata, coperta da un involucro altro.








11. L’enigma di Edipo e i Dubbi: dalla Grecia antica alla Sicilia



     La mia sorpresa, come ricercatore, non è stata poca, quando mi sono accorto che il mito di Edipo era lo stesso che re-citava mia nonna, quando mi avvisava che si trattava di un Dubbio e non di un indovinello:

Qual è quell’animale
che da piccolo cammina con quattro piedi
da grande con due e da vecchio con tre?

    Un filo sottile lega, dunque, la storia del passato a quella presente: la storia delle maschere antiche a quelle dell’odierno Carnevale dove tutto è condito da risate e scherzi, anche pesanti e licenziosi per i quali però a nessuno era consentito offendersi. [7]


12.  Il Mercoledì delle Ceneri e la fine del Carnevale


     Ogni divertimento e gioia, ogni concessione e deroga alla licenza, finiva a mezzanotte in punto del martedì grasso, quando in piena notte giungevano i lugubri rintocchi delle campane che suonavano il tenebroso mortorio (pulvis es et in polvere reverteris): era il mea culpa a ricordare che Carnevale era finito e che si entrava nel Mercoledì delle Ceneri o dei pentimenti e della espiazione dei peccati, e con essi nel periodo della Quaresima.
     Da quel momento la consegna terribile era una soltanto: guai a proporre un solo indovinello. A tutti veniva ricordato che trasgredire a quell’ordine era peccato mortale. Mia nonna ricordava a tutti: “Zíttiti, ca ti càmmiri!”. Io non capivo cosa volesse dire quel “ti càmmiri”, ma intuivo qualche sventura se avessi continuato a recitare indovinelli.
     Così, tutti si rientrava nella norma: ciò che era stato scoperto (il tabù) tornava a coprirsi; ciò che era stato coperto (i visi mascherati) tornavano a scoprirsi, la gente tornava seria, tutto si ricomponeva e le cose riprendevano il corso naturale, così come era stato prima del Carnevale. Il rito esorcistico-propiziatorio del Carnevale era finito. 
     Era processo naturale questo avvicendarsi contraddittorio di due aspetti della realtà, ma, nessuno riusciva a spiegarsi il perché tutti sapevano che a Carnevale ogni scherzo vale e chi si offende è un gran maiale, e anche che semel in anno licet insanire, che una volta l’anno a tutti è consentito perdere la ragione, sospendere il giudizio, evitare di chiedersi il perché degli eventi.

(Vedi file: Carneval, Enigma pag. 67)










Altri indovinelli

1. Cu è ca sta-pi a moddu tutto l’annu
     e nuň infraçirisci mai?                               (pesce)                       

     Nell’indovinello siciliano si  pone l’idea di qualcosa di impossibile che pure è possibile. Nell’acqua, tutto subisce una inesorabile trasformazione. È certo impossibile che qualcosa possa restare in acqua senza marcire. 

2.  ’Nzirtàtimi cu è ca vota ’u culu o re?   (cocchiere)

     Mi si dica, di grazia, chi può essere tanto insolente (o, incosciente) da voltare le spalle al re? La risposta (scontata) dovrebbe essere: “Nessuno”. Invece, l’intelligenza scopre una possibilità-positiva: il cocchiere è colui che di necessità gira le spalle al re. Così il paradosso è solo apparente. 

3. Nuň ha vucca e parra,
    nuň  ha-vi  pêdi e camina.                         (lettera)

Altro paradosso, altra cosa impossibile. Difatti che può parlare se non ha bocca e chi può camminare se non ha gambe?



Indovinelli osceni

’Ntò, ’Ntò,
mintammilla i davanti
ca d’arreri nun ci vidu.

     È una frase colta al volo, che all’ascoltatore poteva offrire un doppio significato, uno quello normale; difatti, la buona Concettina, rivolta ’Ntò suo cognato, lo esortava a mettere la Lanterna davanti, com’è logico, in quanto, se continuava a tenerla di dietro (la lanterna) non avrebbe potuto vedere. Dunque c’era buio.
     La seconda interpretazione, coglie l’allusione metaforica, oscena o carnevalesca. Difatti cosa può chiedere  una donna a un uomo? a metterle davanti cosa?  
     L’indovinello con il riferimento al sesso mette l’interlocutore in imbarazzo rendendogli difficile la decifrazione dell’enigma, che non verrebbe mai risolto senza l’aiuto malizioso del dicitore. Si tratta, si è detto, della Lanterna, che risaputamente, quando si procedeva al buio nelle notti oscure di una volta andava messa davanti. 

     A questo punto il discorso continua, l’indovinello passa di mano e la vendetta non si lascia attendere. Chi non ha saputo risolvere il quesito risponde:

(Pil-)liccu, (pil-)liccu,
’nt’o culu t’a ’nficcu.

     L’indovinello simula l’atto di vestire l’ago. Cosa fa la donna per fare entrare il filo nella cruna: lecca, lecca il filo e poi lo infila. La cruna è detta culu, per portare fuori strada, è in realtà ci riesce, perché nessuno può indovinare se non è aiutato. La risposta nel giro dei dicitori non si lascia attendere.

T’a mintu ’nto culu e m’h’a diri grazi.

     Il riferimento è fatto anche stavolta a un oggetto comune, alla sedia, la quale ricorda, per l’appunto, che bisogna sempre ringraziare chi ti avvicina o te la mette (la sedia) a portata di mano o a portata di sedere, specialmente quando si è stanchi.

     A botta e risposta,

P’amuri di Diu e di li Santi
Livàmila d’arreri
E mintìmila davanti.

     Nel livello osceno il gioco è sempre riferito a qualcosa che va tolto di dietro e va messo davanti, ma in questo casa la risposta è di un candore assoluto.

     In chiesa di solito si stava seduti durante la funzione, ma, quando ci si alzava, gli anziani erano soliti spostare la Sedia e metterla davanti. Veniva utilizzata per appoggiarsi quando l’orante si piegava in avanti. La prassi era riferita ai vecchi che non riuscivano a inginocchiarsi e si piegavano appoggiandosi alla sedia che avevano posto davanti a loro.

     Solo chi pensa male può ritenere che questo indovinello sia sporco, mentre in verità non nasconde nulla di male. 
     Il trucco sta nel fatto che nessuno fa riferimento al soggetto della frase e quindi dell’indovinello.
     Quando, poi, il dialogo si riscalda, un uomo può farsi coraggio (ma non tanto) e riferito a una bella donna della comitiva può recitare questo indovinello:

M’h’a scusari se t’u dicu,
a spaccazzedda è sutt’o viddicu.

     Scusate la mia sfacciataggine, Signore, ma la fessurina (di ciò che dovrete indovinare) è sotto l’ombelico. Chi è che ha la fessurina sotto l’ombelico? È il salvadanaio di terracotta, che ha una specie di bottoncino (l’ombelico?), sotto il quale, guarda un po’, c’è proprio una fessurina .
   
     Insomma, non si finisce mai di pensare male, sporca mente umana, anche quando si tratta di cosa semplici, elementari e soprattutto tali da non poter far pensare a nulla di osceno.



Indovinelli Siciliani
osceni e graziosi


  1. Sedia in Chiesa

      Oh, signuri! Chi facistivu?
chi darrèri mi la minitistivu?
Iu prêju a Diu e a li Santi,
ca è darreri, ma mi la mittiti davanti?

       2. Sedia

           P’amuri di Diu e di li Santi
           Livàmila d’arreri
           E mintìmila davanti.

       3. Sedia

           Ta mettu ntò culu
           e m’ha diri grazi.

       4.  Sedia
            
            Ô scuru ô scuru
            Tirituppiti n-culu.

  1. Sedia

            Dammi lu culu comu mi l’hai datu
            Ca ti lu juru chi nun n’è piccatu.          

       6. Sedia
           
           O su’ beddi o sunu brutti
           Vaju tuccannu u culu a tutti

  1. Pane al forno (non suona bene)

Mmênzu ê cosci di tŏ sôru
c’è lu seculu maternu
Trasi cô scuru e nesci câ lanterna.

8. Forno

A gna Maruzza
Prima sô ratta
E pôi sô nnetta.

9. Pentola

Ci la mettu cu lu scuru
E ci la levu cu l’allustru.

  1. Cufularu

Tŏ ma ch’ê cosci apêrti
Spetta a mia ca ci la metti.

  1. Pasta

Trasi tisa-tisa
e nesci modda-modda.


12. La pasta, gli spaghetti in pentola

      A nficcu tranti e a niesciu modda.

  1. Cipolla arrostita

Trasi dura, bon sirrata,
nesci modda e vagnata.

      14.  Cipolla

Cômu! Ti spuogghiu e mi fai çianćiri?
     
15. Carciofo

La signora di miniminottu,
notti e ggh-jôrnu lu teni scupertu,
l’havi tuttu chinu di pilu
e duna spassu ô signurinu.

  1. A sbrìula, u sbriuni, a cavigghia (variante)
  
           
            A za Cicca si curcau
            (A Za purpita si stirnicchia)
            U Ciccu ci accravaccau 
            (u zu Purpitu ci accravacca)
Menza canna ci ni nficcau (ci ni carca)
      
      17. U sbriuni

            Sutt’ô culu di tŏ mà
            n-palu luoncu di cà a ddà.  

18. Formaggio grattugiato

A fimmina di sutta joca e sciala
U masculu di n-capu si consuma.

  1. Scaldino
     
            Haju nu sciccarêddu i malu viziu
            Mênzu li cosci di li fimmini sta saziu
            Quannu finisci i fari u sŏ sirvizu
            Si jetta com’ô sceccu i Mastru Raziu.

  1. Scaldino

Timpa e timpuni
A nzertimi chi ci ha tŏ mà
Sutt’ô picciuni?
      21. Scaldino

M’ha mannatu cà u signori Natali
Chiddu di sutta m’aviti a dari,
Vi lu preju pi la Nunziata
’gn’è palora malaccriata.
     
  1. Mutandoni
      
Li tŏ cosci su bianchi e lisci
Li mittêmu cosci cu cosci
E comu cazzu finisci finisci.

23. Fiammifero

Ô scuro ô scuro
T’appuntiddu ô muru.

  1. Occhi che si chiudono

Pilu cu pilu s’ancucchiǔnu a notti.

  1. Occhio

Di supra pilu, di sutta pilu
Dintra c’è l’argentu vivu:

  1. Salvadanaio
      Nun v’allagnati no si vi lu dicu
Haju la spaccazzedda sutt’o viddicu.

  1. Donna che allatta


Ventri cu ventri
Na manu n-culu sempri
Cu n-puzzuddu i carni cruda
Si cunorta a criatura.




  1. Pipa

Haju lu côddu a cirripìu.
Sucammilla fratuzzu miu.

  1. Sigaretta

N-carusu i chinnici anni
sâ trasi e nesci comu unu ’ranni.

  1. Orologio

Ih! Ah!
Chi cci penni a tŏ pà?

  1. Scarpa

Lêggiu maritu miu, nun vi ngravati,
Pirchì tantu ravùsu vi façiti?
Ca ccu lu pisu vôstru mi scacciati
E tutti li biddizzi mi luvati.

  1. Scarpa

Un parmu n’haju
Un parmu ni vurria
Sempri di carni io la jinchirìa.

  1. Chiavistello

Cu n-parmu ’i cosa dura,
a Signura stapi sicura.

  1. Sdagnetta

O juornu pinnulìa
A notti è ntò pǔrtusu.

 
  1. La chiave

Curri curriennu,
             Nficca nficcannu
             Fa’ da cosa e pôi si riposa.

  1. La chiave

        Ficca ficchiellu
rota rutiellu
   fa chidda cosa
   e puoi si riposa

  1. Chiodo

        Tuttu rientra, e a testa fora.

  1. Spaccalegna

Forza maritu miu, metti sputazza,
appuntidda li peri e metti forza.
Sta attentu, nun sbagghiari la çiaccazza,
se no si jetta fora a simintazza.

  1. Lo spaccalegna nel Bosco di Santo Pietro

Vinni a Santu Pietru
Pri futtirimi a tŏ mà.
A futtì, a rifuttì,
a carricai e mi nni ji’.
        
      36. Sega 
            Allarga a spaccazza
            E cari a simintazza.



37. Trapano
       N-cugghiuni i lignu
        e a minchia i fierru.
   
  1. Anello

Munzignuri l’havi grôssu
      l’havi duru comu n-ôssu,
      e lu teni tantu caru
      notti e ggh-jôrnu ’u teni n-manu.

  1. Anello

             Viegnu di Palermu
             e puortu robba fina
             all’uomini si ci ammuscia
             e fimmini si ci anfila.

  1. Manicotto da donna

U pilusu miu davanti
Pari bellu a tutti quanti
U pirtusu ci l’havi n-centru
E li dita ci vani dentro.

  1. Gatto

Haju na cosa pilusa pilusa
Chi trasi e nesci do to pirtusu.
     
  1. Tasca

      Caminannu caminannu
      Mi la vaju tuccannu.


    
  1. Pennello

Haju na cosa quantu n-parmu
Ca testa russa e va sculannu
E la stessa sculatura
Fa na bedda criatura.    

  1. Penna

N-picciuttêddu di nov’anni
Sa trasi e nesci comu unu ’ranni
Sa trasi asciutta e sa nesci vagnata
Cu la puntidda tutta macchiata
    
  1. Salsiccia

Se ci la mettu chi mi dici?
Bianca e russa idda si fici
Ma ci la mettu passu passu
E mi scanto ca ci lu scassu.

  1. Gelso nero

             Sutta l’arvulu di Capaci
             C’è tă sôru ca mi piaçi
             L’havi nivuru comu la pici
             Binirittu cu ci lu fiçi.


  1. Ficodindia

- Ahi, ahi!.. môru, môru !
- Nun mi tuccari ca ti fazzu mali
   Spógghimi e ti fazzu arricriari.

(var. Spógghimi açiddu ca tu fazzu tastari)



  1. Ficodindia

Nun mi tuccari ca mi fazzu mali
Fammi spugghiari ca ti fazzu arricriari

       51. Iniezione
           
Bianca russa e scaffittiata
Pê tŏ nátichi è priparata.

  1. Iniezione

Leviti ssa cammina
Quantu ti vidu tuttu ssu spavêntu
E quannu venu l’ura chi ti la cafuddu
Viri che ti veni lu rinfriscamêntu.

       53.  Aspersorio

Haju na cosa quantu n-parmu
A testa rossa e va sculannu.

  1. Cordone del saio

C’era n-monucu di Rausa
Menza canna l’avìa pilusa
Menza canna ci pinnìa
Trich e trach ci facìa.

  1. Corona del Rosario

Quannu sona avimmaria
      Ô zu Çiccu ci pinnulìa
      Rapi i cosci e s’â  talìa.

  1. Corona del Rosario

      Un vecchiu a menzu li jammi
      Lonća l’avìa e la muvia.
  1. La ricotta col pelo

A mŏ signora a vosi vidìri
E ju ci la musciai
Idda mi dissi:“Lu pilu lu pilu”.
Io ci dissi: “Lu culu, lu culu”.


  1. Uovo

È cosa di culu e merda nunn’è.


  1. U péttini

Mŏ maritu vinni di Palermu
Mi purtau na cosa quantu n-parmu
Mi la misi nta lu pilusu:
“Maritu miu quantu siti amurusu!”



  1. Catusu

Na cosa quantu na scutedda
Fa spinćiri ê fimmini a unnedda

      61. Catusu
           
Na cosa quantu n-parmu
Fa allaricari i cosci e fimmini.

62. Catusu

Ah! Ah! Patri Abbati!
Ca i cosi stritti allaricati!
   
      63. Catuso o vasino da notte

            Agghiu na cosa cô manichêddu
            Tiritappiti ntô baccalarieddu.

64. Imposte

      O jornu si talienu e a notti si vasunu
  1. Strada

Di davanti m’accurza
e di d’arreri m’allogna.

       66. Candela

Signora-signurina
Quantu siti malantrina
Quannu veni a vostra festa
Çiôvu n-culu e fôcu n-testa.

  1. La madre

Cu’ l’havi tutta
Cu’ l’havi menza
E cu nun n’havi nenti.

      68. Macchina da cucire

             U peri m’abballa, a manu m’ammutta
             Chi minchia è ca mi trasa tutta?

69. Ago

Lliccu e pilliccu
Nt’ô culu t’â nficcu.

  1. Ago del calzolaio

Mênzu a li cosci di tŏ pà
C’éni n-ponti. Ta mà lu sa.
Prima fa trásiri a punta
Poi tutta quanta.

  1. Ditale

Tutti i fimmini ci l’hanu
            Cu’ l’havi ruttu, cu ci l’ha’ sanu. 

       72. Ago e filo
     
             A têmpu ri sanacciola
             Ci la infilassi a tă sôra
             A têmpu di necessità
             a nfilu puru a tŏ mà.

       73.  Botte
           
             Haju na cosa tunna e liscia
             Ca la nfilu unni si piscia.
                      
       74. Ombrello

              Agghiu la minchia mia fulminanti
              Strinćiu u culu
              E allàricu l’anchi.

       75. Ombrello
            
              Aju n-mazzu i fulminanti
              Sticchiu apiertu
              E minchia tranti.

76.  Gesso

Prontu u purtusu ca m’attranta!
             Bedda matri maculata,
Nun è cosa malaccriata.

77.  Aspersorio

Haju na cosa lonća n-parmu
A testa rossa e va sçulannu.



       78.  La lanterna

            ’Ntò, ’Ntò,
Mintammilla ’i davanti
Ca d’arreri nun ci vidu.

       79. Campana

      Sutta la cammisa
      c’è na cosa tisa tisa.

        80. Campana

  Tira u lazzu
              e batti u cazzu

       81. Scaldino       

             Timpa e timpuni
             Dimmi: “Tŏ mà chi teni
      sutta ô picciuni?”

82. Fuso

     Mienzu a l’ anchii di tŏ sŏru
C’è na cosa ca si sa
Veni unu di luntano
Ci inchi a panza e si nni va.

83. Sonno

Ci-assai nni pierdu e ci-assai n’agghiu.

84.  Sonno

Qual è dda cosa
Ca a tutti piaci assai.
Si fa la notti
Di jôrnu mai. 

       85. Sonno

            È ciù aruçi dô meli e nun si mancia.     

       86. Rasoio

             Ti tocca, t’alliscia
              Ammienzu o pilu s’addummiscia.

87.  Pantaloni di pelle di montone

       Di fora pilu, di dintra pilu,
       spinci l’anca che t’a ’nfilu.    


 
 88.  Maiale

      Iddu è lairu, iddu è schifiusu
      Iddu è duci lu pilusu.

89.  Cocomero

O chi peddi ciaurusa
O chi fedda russicusa
Zittu, zittu, n-fari vuci
Veni, tastulu ch’è duci.

       90. Nobili

           Cu è u veru nobili?
U porcu, pirchì manćia, vivi e nun fa nenti.

       91. Uomo

            Cu è d’armali ca a matina   
Camina a quattro pieri
A manzuornu cu dui
E a sira cu tri (pieri)?

       92. Lo stronzo

U cavigghiuni u lassu
u purtusu mi lu puortu.


73. Telaio e navetta

          Tutti li buttani su n-cunzigghiu
              E si nni jerru a Palermu pi parrai:
             “Cunna, cunnazzi chi vinistru a fari?”
             “Vínnimu ca li cazzi n-li póttimu arriparari
  Rapìtici li cosci e façìtili passari”.




Indovinelli Osceni

1. La lanterna

’Ntò, ’Ntò,
mintammilla ’i davanti
ca d’arreri nun ci vidu.

     È una frase colta al volo, che all’ascoltatore poteva offrire un doppio significato, uno quello normale; difatti, la buona Concettina, rivolta a ’Ntò suo cognato, lo esortava a mettere la Lanterna davanti, com’è logico, in quanto, se continuava a tenerla di dietro (la lanterna) non avrebbe potuto vedere. Dunque c’era buio.
     La seconda interpretazione, coglie l’allusione metaforica, oscena o carnevalesca. Difatti cosa può chiedere una donna a un uomo? a metterle davanti cosa?  
     L’indovinello con il riferimento al sesso mette l’interlocutore in imbarazzo rendendogli difficile la decifrazione dell’enigma, che non verrebbe mai risolto senza l’aiuto malizioso del dicitore. Si tratta, si è detto, della Lanterna, che risaputamente, quando si procedeva al buio nelle notti oscure di una volta andava messa davanti. 
     A questo punto il discorso continua, l’indovinello passa di mano e la vendetta non si lascia attendere. Chi non ha saputo risolvere il quesito risponde…




2. L’atto di vestire l’ago

(Pil-)liccu, (pil-)liccu,
’nt’o culu t’a ’nficcu.

     L’indovinello simula l’atto di vestire l’ago. Cosa fa la donna per fare entrare il filo nella cruna? lecca, lecca il filo e poi lo infila. La cruna è detta “culu”, per portare fuori strada, è in realtà ci riesce, perché nessuno può indovinare se non è aiutato. La risposta nel giro dei dicitori non si lascia attendere.













3. La sedia

T’a mintu ’nto culu e m’h’a diri grazi.

     Il riferimento è fatto anche stavolta a un oggetto comune, alla sedia, la quale ricorda, per l’appunto, che bisogna sempre ringraziare chi ti avvicina o te la mette (la sedia) a portata di mano o a portata di sedere, specialmente quando si è stanchi.

     A botta e risposta,





















4. La sedia in chiesa

P’amuri di Diu e di li Santi
Livàmila d’arreri
E mintìmila davanti.


     Nel livello osceno il gioco è sempre riferito a qualcosa che va tolto di dietro e va messo davanti, ma in questo caso la risposta è di un candore assoluto.
     Durante la funzione n chiesa di solito si stava seduti. Per i poveri, le sedie sostituivano i banchi, che erano donati dai nobili e spesso indicavano un posto a loro riservato durante la cerimonia religiosa.
     Ma, quando ci si alzava, gli anziani erano soliti spostare la sedia e metterla davanti. Veniva utilizzata per appoggiarsi quando l’orante si piegava in avanti oppure si inginocchiava. La prassi era riferita ai vecchi che non riuscivano a inginocchiarsi e si piegavano appoggiandosi alla sedia che avevano posto davanti a loro.
     Solo chi pensa male può ritenere che questo indovinello sia sporco, mentre in verità non nasconde nulla di male. 
    

    Quando, poi, il dialogo si riscalda, un uomo può farsi coraggio (ma non tanto) e riferito a una bella donna della comitiva può recitare questo indovinello:






5. Il salvadanaio

M’h’a scusari se ti lu dicu,
’a spaccazzedda è sutt’ô viddicu.

    Scusate la mia sfacciataggine, Signore, ma la fessurina (di ciò che dovrete indovinare) è sotto l’ombelico. Chi è che ha la fessurina sotto l’ombelico? È il salvadanaio di terracotta, che ha una specie di bottoncino (l’ombelico?), sotto il quale, guarda un po’, c’è proprio una fessurina .
  Insomma, non si finisce mai di pensare male, sporca mente umana, anche quando si tratta di cosa semplici, elementari e soprattutto tali da non poter far pensare a nulla di osceno.












[1] Bella Madre Immacolata (ti giuro) non è cosa sporca (malacreata).
[2] Sostanza, dice l’etimo, è ciò che sta sotto: sub-stare.
[3] Doppio (in inglese double) e dubbio, sono linguisticamente  collegati. Là dove c’è doppiezza c’è ambiguità.
[4] Così come il labirinto, anche nodo gordiano è, nei miti greci, uno dei tanti problemi che nella vita l’uomo è portato a risolvere. Se scioglie il problema, vince e ha salva la vita, se non lo risolve, muore. 
[5] In latino la maschera dell’attore teatrale è detta persona.
[6] Mistero (greco: μυστήριον) è ciò che si nasconde, che è segreto, doppio, ambiguo, “miste”.
[7]  Gli scherzi molto pesanti, a volte anche tragici, facevano parte del Carnevale ed erano “consentiti” solo durante il periodo del Carnevale. Se qualcuno dei malcapitati reagiva, veniva cantata in italiano la frase: “Carnevale, ogni scherzo vale, chi si offende è un gran maiale!”.