2012/02/23

Uomini e Topi, un racconto

                  Una storia di topi
                                               

                                                          di Gino Carbonaro


Chi abita in campagna sa di avere dei possibili, temibili interlocutori che sono proprio gli intelligentissimi topi. Vivono in comunità, e sono esseri viventi dall'odore repulsivo e dall'olfatto incredibile,  che si appropriano di un territorio (che tu riterresti tuo) e lo colonizzano. Lo fanno proprio. Lo difendono. Disperatamente. Se è necessario.
Il topo è il re della notte e dei tombini. Vive indifferentemente su alberi, sottotetti, cataste di legni, sotto terra dove scava cunicoli, nei mucchi di pietre, nella auto abbandonate (e in quelle non abbandonate). E siccome deve nutrirsi ed è un roditore, così come ha decretato il Creatore, rosicchia e metabolizza tutto, il credibile e il non-credibile, orinando su tutto, riuscendo a sopravvivere anche in assenza di acqua. 
Nella sua piccolezza, il topo è un gigante che ha colonizzato il mondo.
Una mia esperienza con i topi. 

Erano entrati nella cantina. I topi. Mea culpa! Avevo lasciato la porta semiaperta per qualche giorno. "Che bello! Che bello!" e si erano infilati, loro, i topi di una razza mai vista. Quasi neri, con una testa a forma di imbuto. Dagli occhi acuti e furbi. Di una agilità incredibile. Acrobati da circo.

Nel muro della cantina c'era un foro, e loro lo scoprono, vi entrano, si istallano sotto il pavimento della casa. 
Sopra i pavimenti della casa noi. Sotto abitavano loro. Erano i nostri poco graditi coinquilini, che sentivamo galoppare e rosicchiare di notte (che per loro corrisponde al nostro giorno). Di fatto vivevano nel buio più totale.
"Ma cosa mangiano?" Mi chiedevo io. E ho scoperto di cosa si nutrivano. Sotto la casa transitava un tubo di politene. Uno scarico d'acqua dolce. In uno stanzino della cucina, io preparavo il mangiare per i cani, che prima veniva cotto: testa, piedi e carcasse di pollo, verdure rimaste delle insalate, con aggiunta di pane duro che veniva ammorbidito. Ma, le pentole venivano pure lavate in quello stanzino, e i resti del cibo, non pochi, andavano nel tubo di scarico. Bene! I topi avevano intercettato che da quel tubo transitava acqua e cibo e lo avevano bucato con i loro dentini ben affilati. Così, residui di cibo proteico e acqua cominciarono a invadere la cantina venendo fuori da quel foro. Io scoprii tutto con difficoltà, e dopo molto tempo andai al contrattacco. Allargai il foro del muro. Rilevai il tubo di plastica perforato. Lo sostituii con uno di acciaio e, a lavoro finito, sigillai tutto con cemento. Ma, ahimé! un topo era rimasto fuori. Nella cantina. 
Fuori dalla tomba collettiva che avevo creato chiudendo la falla. La porta di uscita della cantina era chiusa. 
Quindi? Il duello. Topo contro uomo. Anzi, proprio io contro un topo mobilissimo, intelligentissimo, dalla livrea lucida e scura, dagli occhi attenti e volpini, disperato e deciso a sopravvivere, che cominciò a correre con quanta energia aveva in corpo, scomparendo sotto contenitori e scatole. Alla fine? forse per disperazione cominciò a correre sui muri, proprio sui muri, vincendo la forza di gravità, per saltare all'improvviso da una parete all'altra come una molla, con una perfezione da acrobata. Uno spettacolo indimenticabile. Incredibile. Io, rimasto con la scopa in mano, restavo immobile come una statua, incantato dallo spettacolo imprevisto, poco timoroso che il topo potesse saltarmi addosso. Cosa possibile. La battaglia che io conducevo contro quell'essere vivente  mi riportava indietro nel tempo, evocando ricordi ancestrali.
Non dimenticherò quella esperienza con quel topo, mio fratello naturale, che chiedeva solo una cosa, che tutto sommato gli spettava di diritto: avere il suo spazio di vita. Cambiai idea, e aprii la porta. Il topo intercettò la possibilità della fuga, mirò la fessura, e saettò fuori come un fulmine. Era la libertà che cercava e con essa la vita.
Piroettò incerto sulla direzione da prendere, ma qui una sorpresa che né io, né lui potevamo prevedere: proprio davanti alla porta, a distanza di rispetto, erano appostati otto dei nostri tredici gatti in agguato! Mors tua, vita mea! La ghigliottina della vita applicò la legge della natura. Il topo terrorizzato non ebbe scampo. Fu intercettato dai gatti e finì nelle fauci del felino più fortunato e più abile, che sornione e felice lo inseguì fino a quando non lo bloccò con una zampetta, addentandolo subito dopo. 
 
Morale della favola? Vita e Morte, gioie e dolori sono facce della stessa medaglia. Il senso della vita? Non si coglie. Io non lo colgo.
                                 
                                              Gino Carbonaro