2012/02/26

Piero Guccione, Sonia Alvarez e il Gruppo di Scicli


Viaggio fra gli artisti iblei 

                                                                    di Gino Carbonaro


 Qui negli Iblei, non si era mai verificato che degli artisti si costituissero in gruppo spontaneo, aperto al dialogo, al confronto. In passato chi amava l’arte era solo con se stesso, senza referenti culturali, senza una committenza definita, diciamo senza identità. Ogni potenziale artista, se voleva crescere, farsi notare, arricchirsi professionalmente e soprattutto entrare nei circuiti privilegiati e integrati dell’arte doveva andar via da questo luogo che offriva ben poco, soggiacendo alle amare leggi della emigrazione. E il pensiero corre a Cappello, Ferma, Fiume, Meli e perché no, al nostro Piero Guccione che giovanissimo parte per Roma, dove io studente universitario andai a trovarlo in una pensione di via Vittoria, poco lontano da via Margutta. Abitava in una stanzetta piccola, poco illuminata, ingombra di quadri appoggiati alle pareti, e gli portavo un pacco di qualcosa, forse dei dolci che le mandava sua madre. Il segno di un affetto.

All’epoca (era il 1958), Piero, poco più che ventenne, era già stato in Libia dove era rimasto svariati mesi con una spedizione di studiosi. Il suo compito era quello di riprodurre incisioni rupestri del paleolitico, che erano state scoperte sulle montagne del  Fezzàn, nel cuore del Sahara, e la eco della notizia che farà il giro del mondo, era giunta sino a noi, qui in Provincia.

E’ in questo viaggio di lavoro, fatto un po’ con l’animo dell’artista, un po’ con lo spirito dell’esploratore e dell’eremita, che  Guccione vive la sua prima forte esperienza spirituale di arte e di cultura nella solitudine mistica del deserto libico a contatto con una natura incontaminata, nel silenzio assoluto del deserto africano, fra messaggi iconografici di un popolo scomparso da millenni. E’ questa, a mio avviso, l’esperienza che darà l’imprinting alla poetica del nostro pittore.

A quel tempo, io ebbi la fortuna di vedere le riproduzioni fatte dal giovanissimo Guccione durante il soggiorno libico e rimasi colpito, sia per la suggestione che emanava il millenario messaggio dei graffiti, sia per la felicità della interpretazione: i colori, nel rispetto quasi religioso degli originali, sembravano impastati con sabbie del deserto, come fosse stata la natura, più che la mano dell’uomo ad aver plasmato quelle incisioni. In quelle opere custodite dal tempo, tutto parlava di mistero e tutto era calato in una atmosfera indefinita, fra magica e metafisica.

Questa giovanile e mistica esperienza di Guccione, oggi recuperata dalla mia memoria,  la trovo tuttora presente anche nella vita, oltre che nelle opere di Guccione: nell’arte, dove rilevi la volontà di cogliere segnali che vengono da lontano, di decodificare i messaggi che gli consegna la natura per fissarli visivamente e materialmente nel quadrato di una tela, per creare una pittura che ruba le cose al tumulto del tempo e le cala in una atmosfera dove tutto è sereno, imperturbabile, quasi da iperuraneo platonico.

Questo il senso dell’arte guccioniana che parte dalle definizioni del reale per approdare ad una realtà altra, diciamo metafisica.

Questa è in buona sintesi la poetica, che si riflette ancora in una sorta di filosofia del vivere, che discende in parte dal carattere riservato dell’autore, in parte dalla scelta di vivere l’isolamento offerto da una casa in campagna: isolamento cercato da chi ama farsi cullare dal silenzio e solo nel silenzio riesce ad auscultare i messaggi che vengono dalla natura e dal fondo dell’ animo.

Si giustifica così, perché vent’anni fa Guccione decise di tornare a vivere negli Iblei, in una casa acquistata  a Modica, in contrada Quartaredda.

Il ritorno di Piero in Provincia, ebbe dell’incredibile: questo andare controcorrente, privilegiando la periferia al centro; questo mettersi quasi in ombra, schivando le luci della ribalta romana, fu ritenuto da molti quasi innaturale, illogico; ma era una scelta umana che derivava da considerazioni diverse e tutte giustificate.

Ma il fatto fu che la presenza di Guccione mise a dimora nella Provincia di Ragusa un enzima culturale e artistico importantissimo. Si applicava in questo modo il principio della vasca di Archimede teorizzato nel famoso libro di Piero Angela. Da subito, la dinamica sociale nel campo dei pittori locali cambia, mentre Guccione diventa punto di riferimento per tutti gli artisti locali: la sua esperienza è indiscutibile, la sua disponibilità assoluta. Guccione è colui che incoraggia, suggerisce, dialoga e scrive, mentre il suo esempio invita altri artisti iblei residenti in altre parti d’Italia a rientrare nella propria terra.

Veniva applicato con qualche decennio di anticipo il principio del villaggio globale già teorizzato da McLuhan: non esiste centro, non esiste periferia; il centro è ovunque siamo noi come singoli e come gruppo, e noi siamo quello che riusciamo a realizzare con le nostre forze. Nasce così una costellazione di artisti, che si aggrega attorno a Guccione, fra i tanti vanno ricordati Carmelo Candiano, Franco Polizzi, Salvatore Chessari, Salvatore Paolino,  Giuseppe Colombo, Giovanni Lissandrello, Mimmo Puzzo, Giovanni La Cognata, e ancora Emanuele Floridia e Giovanni Iudice, che con la presenza di Guccione prendono ulteriore consapevolezza della loro identità, si attivano ancor più nella ricerca e, in una parola, danno una spinta significativa alla cultura artistica della nostra provincia, che si inserisce così nei circuiti nazionali dell’arte. Prova ne sia che poche settimane fa, tutto il gruppo è stato invitato ad una mostra nella attivissima Galleria di Repetto e Massucco ad Acqui Terme, in Piemonte.

Ma, il regalo a questa nostra terra viene anche da un’altra felice congiuntura: dal fatto che con Guccione fanno sodalizio la pittrice francese Sonia Alvarez e il pittore romano Franco Sarnari. Un triangolo splendido che si autoalimenta, un punto di riferimento preciso, si è detto, per gli artisti dell’intera provincia di Ragusa. 

Di Sonia Alvarez ho visitato presso il circolo Vitaliano Brancati a Scicli l’ultima sua mostra e devo ammettere che non vedevo da tempo una personale di così alto livello, né una artista di tale sensibilità e spessore.

Chiunque ha visto la mostra avrà potuto notare il forte impatto che si  registra non appena si entra nel locale di via Mormino Penna e dà il primo sguardo alle opere. Poi la concentrazione per accorgersi che si è presi dalla atmosfera che promana da quei lavori, in realtà si è presi dalla poesia arricchita da tutta una gamma di messaggi impliciti.

La peculiarità specifica di questa pittura è data dai soggetti, scelti tutti all’interno di una abitazione e tutti calati in una atmosfera schiva, sensuale, che fa parlare il silenzio. Ci si trova davanti ad una protagonista che sembra non credere nelle parole e predilige una comunicazione cromatica, empatica,  con tutto ciò che la circonda  all’interno della sua casa, lontano dal tumulto di una vita che spesso si dis-perde, all’inseguimento di pseudovalori alienanti.

Quella di Sonia Alvarez è pittura che è manifesto nel quale è sommessamente affermato che al di fuori di noi non c’è nulla,  e tutto l’universo è in noi, attorno a noi, in tutto ciò che circondiamo con il nostro affetto, nella intimità della nostra casa; perché è qui che trovi le piccole cose da  amare, dove tutto ha un’anima, anche le persiane che guardano fuori mentre ci proteggono amorevoli e discrete da ciò che è invadente: dagli altri, innanzitutto, ma anche dalla luce del sole.

Tesori fatti di niente nei quali puoi assaporare il piacere di auscultare il tuo animo. Pittura discreta, intimistica, pulita, onesta, sensuale, e anche ovattata, fatta di rapporti cromatici vellutati, il cui scopo è quello di dare ascolto alle cose, di renderle parti dell’animo, partecipi della vita, di noi stessi.

Ed è allora che l’opera supera se stessa, e la pittura riesce a parlare diventando un mezzo, un linguaggio,  e non un fine a se stessa.

Paradossalmente, però, fra Sonia Alvarez e Piero Guccione cogli più che una sottile affinità elettiva. Malgrado la matrice culturale fra i due sia diversa, è possibile rilevare più di un punto comune nella poetica che va considerata simbolista alla maniera di quanto teorizzavano gli intellettuali  francesi alla fine dell’Ottocento.

Entrambi cercano di captare, di cogliere ciò che è nel visibile, ma l’obiettivo della loro poetica è quello di chiudere l’infinito nel quadrato di una tela definita. Ed è questa, in generale, la direttiva che al momento orienta tutto il gruppo dei pittori iblei che hanno Alvarez, Guccione e Sarnari come punto di riferimento.

Da vent’anni a questa parte, anche grazie al loro lavoro, la nostra provincia è cresciuta, perlomeno nella ricerca pittorica.

                                                         Gino Carbonaro

   gino.carbonaro.italy@gmail.com 
           
                          
           

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