2018/06/10

Giuseppe Frantantonio, le anime pittoriche di..



La anime pittoriche di
Giuseppe Fratantonio


Peppe carissimo,


   Sono andato a visitare per la seconda volta la tua mostra di via Natalelli a Ragusa, e dico di essere rimasto colpito. Hai fatto quello che altri pittori non fanno: hai esposto tutte le tue opere con lo stesso formato e con la stessa tipologia di cornice. I quadri non sono isole sparse, ma fanno parte di un arcipelago di pensiero e di arte. Ed è volontà la tua di costruire un discorso pittorico che abbisogna di tutta la tua produzione. Così, la mostra segue un percorso ordinato. Presuppone un discorso. Messaggio che tu vuoi dare al visitatore.  

Ed è un segnale importante. Perché vuol dire che la pittura serve per trasmettere messaggi (anche subliminali) che vogliono scoprire qualcosa sul senso dell’esistere. Difatti, se la vita è enigma, se nessuno sa cosa c’è dietro la curva del tempo, se il mistero ci avvinghia, compito del pittore è quello di intercettare questa verità occulta e rivelarla. Da qui, l’escamotage. La realtà visiva fermata in primo piano da muri, da tende, finestre, balconi o ringhiere che delimitano la realtà, ma subito dopo, il salto nell’aldilà, in altri piani che si sommano, si inseguono, si sovrappongono. Lo scopo? E’ quello di cogliere il silenzio del mondo.  I piani si susseguono all’infinito, cosicché dal finito, definito, fissato, visibile, il pittore ci consegna l’idea di un infinito che per principio non può essere definito. Alla chiarezza del visibile fa seguito il piano del mistero, del vuoto, del nulla.


     Di certo tu, uomo e pittore sai di vivere in questo XXI secolo, sai di far parte di una cultura pittorica. Sei consapevole di vivere le tematiche di questo momento storico: l’angoscia di un mondo che va alla deriva, gli interrogativi che non hanno risposta, il bisogno di dare un senso alla realtà che viviamo, la scoperta della psicanalisi che cerca di sondare l’inconscio. E ancora, tu conosci i temi fondanti della filosofia esistenziale: il concetto di solitudine soprattutto. Principi che si evincono proprio dalle tue opere. Il vuoto di una poltrona rossa, centrale nel contesto degli elementi compositivi. Ed è pittura la tua che intende fissare lo spazio delle cose,  che pur navigando sul piano di un iper-realismo, in realtà trasmette messaggi che l’osservatore deve ricevere e decifrare.


    Abbiamo parlato di spazio, ma non basta. Le tue opere chiamano in causa anche il tempo, altra categoria del reale, il tempo che nella realtà fluisce, scorre, né può essere bloccato. Nelle tue opere, tu intercetti questo fluire del tempo, ma lo blocchi, lo fissi, lo congeli, costringendo l’osservatore a riflettere, a meditare sull’evento che tu proponi. Il tempo bloccato nel quadro recalcitra, vorrebbe liberarsi, vorrebbe sfuggire a questa forma di prigionia per evitare che l’osservatore possa pensare, capire, dare un senso a qualcosa che non è semplice decifrare. Sotto questo profilo, la pittura dà la mano alla filosofia esistenziale. Ma, non è la prima volta che i pittori affrontano il tema della solitudine. Ci viene da pensare a Hopper, Magritte, De Chirico, che ci consegnano icone pittoriche surreali, atmosfere metafisiche, composizioni sospese che sanno di onirico. Solo nelle tue opere, però, c’è la volontà di raccordarti con l’inconscio collettivo, che decanta la storia del passato e coglie il mistero delle cose.


Per chiudere, va detto che, a mio avviso, è come se tu avessi due anime: con una senti di far parte di una corrente pittorica che comprende i pittori sopra citati: figurativo iperreale o quasi, implosivo, nel senso che rivolgi la sua attenzione alla cultura passata di cui senti di fare parte. L’altra realtà pittorica, che tu vivi con uguale passione, è ricerca di colori, ricerca di vibrazioni tonali inusitate, ricerca di un incondizionato infinito.

E, sottolineo il concetto di ricerca che è guidata dalla mente e dagli impulsi istintivi ed emozionali. In questi lavori che per me sono splendidi per la loro novità, il soggetto è costituito da cieli con forti ed inusitate esplosioni di colori, che rendono gli impasti tonali i veri protagonisti e dominatori della creazione pittorica. In questa fase, tu come pittore ti liberi, non devi fare i conti con il disegno con i soggetti che ingabbiano, ma voli liberamente i cieli della tua ricerca, e resti sempre tu, ma ora libero di andare alla ricerca di un mondo sconosciuto. In questa fase, il tuo sguardo non è rivolto al passato, ma al futuro. Non scava nei fondi dell’inconscio, ma crea realtà nuove, mentre la tua pittura acquista una riconoscibilità che potrebbe escludere la firma. Perché la tua pittura firma per te.    


 

2018/06/04

AMANDA


Lettera d’amore ad Amanda

di A. Camus

Traduzione dal francese Gino Carbonaro
   da "La Cour d'amour" ed. Hachette, 1964


Amanda mon amour,


Quanto, quanto, ma quanto ti voglio bene?

Vorrei abbracciarti, coprirti di baci, sentire il tuo calore, il tuo amore. Tu bella come una stella, bella di luce, dal sorriso che accende la dolcezza dei tuoi occhi. Mi chiedo, come ti ho incontrata? Un Dio del firmamento mi ha fatto un regalo. Mi ha fatto trovare un tesoro. Tu sei il mio tesoro! La gioia della mia vita.


    Amanda! Colei che deve essere amata! Anche il tuo nome profuma di amore. Amanda ti chiamò tua madre!.. e fu d’augurio!
 
   Amanda, vorrei guardarti, toccarti perché non sia solo un sogno. Ora, sento il tuo amore che penetra dentro di me. Ecco, sta entrando nelle mie vene assetate di amore, e vivifica il mio corpo.


   Amanda, mio amore grande. Questa mattina appena sveglio ho rivolto il mio primo pensiero a te. Ho immaginato di esserti accanto, di assistere al tuo risveglio, Amanda, mia adorata. Ma quanto eri bella, dolce, naturale, vera! Ti ho anche accarezzata dolcemente. Temevo di svegliarti. Ma era solo fantasia.


  Così, ho ripetuto a me stesso che ti amo. Che sei tutto per me, perché amare è il nutrimento delle anime ed è quello che ricopre di amore tutto ciò che ci circonda. Amare? È come circondare di fiori la nostra vita. Tu ami tutto, lo so. Ami i figli, i tuoi genitori, i tuoi fratelli, e ami ancora la tua musica, i tuoi libri, i tuoi quadri, i tuoi fiori, la tua casa, la tua vita con quello che il destino ti dà. Anche me devi amare... ti prego... amiamoci, se nel tuo cuore c’è spazio per amare ancora.


    Chi dona amore raccoglie amore. Basta un sorriso per dare amore. E tu sai che il tuo sorriso è lo splendore di chi ti guarda. Dona anche a me un sorriso. Ti prego. Adesso, lasciati guardare, anche se dici di non essere bella. Il sorriso è il fiore dell’amore. E io? Io ti amo.


   Ora, immagino con la mia fantasia che stai aprendo gli occhi e ti accorgi di me, e mi guardi mentre io ti dico: “Buongiorno mio amore”. E’ un sussurro il mio. Ma, ecco, mi sorridi.  Ora sai che io esisto, e tu non sei più sola. Non sono accanto a te per proteggerti. Tu sei indipendente, sei libera come una libellula. Ma, io ti sono vicino in questo viaggio che stiamo facendo insieme. Ti sono accanto come compagno nell’amore.


    Ora non sei più sola. Io voglio solo coprirti di affetto, coprirti d’amore per quanto amore hai bisogno, e per quanto amore riuscirò a darti. Ci siamo incontrati Amanda, amore mio grande, legàti da una forza d'attrazione inspiegabile e potente. Mentale. Spirituale. Vitale.

Destino!...  Sarà stato.  


    Ti amo. Amanda, mio amore grande. Ora, sei sveglia e io ti sono accanto. Avvicinati. Abbracciami. Baciami. Fammi sentire il calore dei tuoi baci. Voglio i tuoi baci. Sono i tuoi baci che mi dissetano. Ma, voglio anche le tue carezze, le tue parole, i tuoi abbracci, la tua bocca umida e calda. Di te, sorgente di vita, di gioia, di felicità, splendore della mia anima, mi piace tutto. Amiamoci, amore mio grande. Non porre limiti all’amore.


    Ora parli e mi chiedi: “Cosa ti do io amore mio grande? Cosa sono per te?”. E io: “Tu mi dai affetto, amore, compagnia, e ancora conforto, nutrimento dello spirito, conferma di identità,
comunione di anime e di corpi che cercano di compenetrarsi a vicenda. Questo è quello che tu mi dai, che io ti do.


   Ora sono da te. Sono accolto da un angelo che mi sorride, io ti porto un fiore, poi... entro nel Paradiso. Qui, la felicità è ovunque, anche nelle cose. In quelle poche ore, lascio questa Terra per volare dolcemente in cielo, in un iperurànio, al di là del cielo. Proprio al di là.

Sensazioni indicibili, e incredibili per un essere umano. Ma, sono certo che per te è la stessa cosa. Ad un tratto, Kronos-crudele ci obbliga a separarci, spezzando le radici disperate che ci incardinano alla porta che si oppone al nostro dividerci. Perché anche lei è consapevole del nostro amore divino, Amore che rubiamo al Tempo che ci coinvolge e ci travolge. Amore che addolcisce la vita che vola. Il Tempo che passa e trans-corre, e dico a me stesso: “Come è potuto accadere?” Non immaginavo che tanto potesse Amore.


Polidoro

FROM MILONGA TO TANGO

Tango
A little-known chapter of history
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                                                                        di Gino Carbonaro
Tango classical shape
                          
    The Tango was born in Argentina and Uruguay the late nineteenth century. Within a few years it becomes an event of exceptional importance, immediately exported to all parts of the world. To understand the dynamics of the Tango, it is necessary to retrace the history of Argentina at that particular time.
    Towards the end of the 800, Argentina is the fifth largest economy in the world, starting in 1880 becomes a destination for mass immigration and multi-ethnic. It is mostly Spanish, Italian, French, Poles, but also Jews, Russians.
    Immigrants arriving in the port of Buenos Aires are welcomed by "compadritos", [1] and on arrival are piled in large buildings (conventillos), which is assigned a bed and offered a job.
    Soon, immigrants realize that the work is unsustainable, from dawn to the last light of sunset. Freedom is lost. Far away from their land, family, parents, private affections, devoured by nostalgia, these men put in crisis the value of the same existence.
   Slowly, the constant influx of immigrants is double within a few decades the population of Argentina, making change the male-female relationship, that in Buenos Ayres become (it is said) of four men for every woman. Few women to men who have no opportunity to satisfy their emotional needs, their sexual needs.
Quilombos and Enramadas
   The abnormal ratio between males and females enhances the development of prostitution, and the multiplication of local (Quilombos, Enramadas [2])
where young immigrants, come to spend your free time, talk to someone, to drown their sorrows in alcohol and admire the Gauchos [3] of the Pampas, experienced dancers, who waiting for their turn to go with a woman perform in amazing and applauded dance contests (among males) on the Milonga rhythm. [4]
   Being long the wait, the "Mistress" think to hire the orchestras. These are small musical ensembles: the beginning, violin, flute, bass, concertina, [5] which were very successful interpreting "Milonga" and "Criolla" music typically Argentine (Tango is not yet born). Only after 1895 it will make an appearance on bandoneon, which will become the classic tango instrument.
   Now, even the Mistress of the Quilombo on a show in front of the dancing customers with its compadrito [6], while some prostitute in turn may grant some dancing to the more good customers.
From Milonga to Tango
   Gino Carbonaro

    But, at that meeting, the dance became a different thing. The partners embraced in a provocative way, the compadrito-pimp showed his macho dancer skills inventing movements and figures with steps extemporaneous. The woman indulged, but the dance figures were at the same time aesthetic beauty and sexual provocation, certainly functional to the place and at the time, however, necessary to take the overheated environment climate.

   That's how slowly you define the Tango. Tango as a spectacle intentionally to customers 'particular' and heterogeneous. Tango as the solace that makes life worth living. Tango that slowly becomes a symbol which will eventually recognize all immigrants.

    Loneliness, despair, need love, bitterness, desire for a woman, unfulfilled sexuality, but also need to tell yourself that you are not alone in their misfortune, they say it all the words and music of Tango.
Tango. A sad thought that dances
    Over time, the text became more important and capable of touching the soul strings of those who were the first and actual users of the Tango. It is so, that is transformed into Tango Milonga.

    The Tango texts (lirics) speak of men who have been abandoned by a woman (Caminito), of meeting places with women dream (A Media Luz), of children who die with guilt for leaving the mother alone at home (Cumparsita), the dramatic situations and absolute pain (dolor I).
    The Tango atmosphere is "fin du siècle", melancholy and decadent. It is no coincidence that the Tango will have a fortune ever recorded in the history of music, with a term that has come to this day.

    In fact, if the words of the weeping Tango and his muffled music aim to saturate the immigrant's needs, the Tango danced simulates sexual pleasure, the need for physical contact with a woman, sort of simulated courtship, the pair of "tango" realizes in dance, within an ideal space-time in which the dancers come to live their moment of dream and of complicity with a woman or a real man or dreamed. Woman (or man) that fate grants for the duration of a Tango, and it will vanish into thin air, like a mirage, leaving only the memory that experienced evasion.


    The return to the reality is marked by the harshness of the decisive final stages of music, signaling the end of the dream and return to reality. The drab prose of everyday life.


Gino Carbonaro

2018/05/31

La Donna nei Proverbi Siciliani - Pippo Gurrieri saggio critico


Libri: La donna nei proverbi


Gino Carbonaro 
La Donna nei Proverbi Siciliani 

Divertissement 


Terza edizione 
Thomson Press Oxford, UK, 2003, 
pp. 339, 
euro 13,90

              Saggio Critico di Pippo Gurrieri

     Questo è un libro fortunato, ma la sua fortuna non è dovuta al caso, bensì al lavoro certosino dell’autore, 
il prof. Gino Carbonaro, uno degli intellettuali più arguti e preparati di questo lembo meridionale di Sicilia, 
nonché fine fisarmonicista, qualità, questa, che già ci permette di comprendere la dimensione culturale, 
la serietà di metodo e lo spirito con cui il nostro vive
e affronti i diversi aspetti della vita.

     La prima edizione del libro, pubblicata nel 1981 con il titolo generico de “La donna nei proverbi”, ma con un sottotitolo più provocatorio: “Guida pratica ad uso del maschio”, andò subito esaurita, e medesima sorte toccò alla seconda, mentre la terza ha subìto un innesto di ben 150 pagine, di cui una ottantina, stampate su carta avoriata, presentano una serie di "Documenti di tradizioni popolari" che approfondiscono gli argomenti trattati dai proverbi.

     Qualcosa ci fa pensare, tuttavia, che le copie che l’autore distribuisce di questi tempi, siano in realtà una sorta di quarta edizione non dichiarata, ulteriormente arricchita di proverbi e altre chicche. 

     Rilevante il lavoro di re-iscrizione fonetica di molti termini della lingua siciliana che non trovano corrispettivi segni nell’italiano scritto. In questo caso l’autore ha adottato soluzioni originali in tutti quei casi in cui non esiste accordo sulla scrittura ortografica del siciliano, come ci spiega nella nota per la terza edizione.

     Dunque siamo di fronte ad un “divertissement”, cioè ad una composizione letteraria dal carattere frivolo o giocoso. 
E infatti Carbonaro gioca molto con i proverbi, con le loro contraddizioni, le loro scudisciate morali, il loro senso di essere “la legge” per i ceti popolari almeno fino all’Ottocento, ma io direi anche fino agli anni cinquanta del secolo scorso, cioè fino a quando alla lentezza del progresso e dei ritmi della vita, specie nelle società contadine e rurali, si sostituì la velocità del consumismo rampante.

     Nella presentazione dei personaggi che accompagnano, con le loro storie di relazioni in itinere fra sessi, il lettore nell’avvincente avventura, il proverbio, ovvero 

                               “ 'U Mùttu Siçilianu” 

è una sorta di voce fuori campo, di saggezza onnipresente pronta a correggere, suggerire, indicare, i comportamenti dei personaggi veri e propri, che poi si riducono ai due principali: Turiddu, il maschio e Cuncittina, la donna, circondati da madre e padre, nonno e nonna, cugino e relativi genitori, la madre di lei, un compare e la gente, tutti indicati (eccetto la gente) dai relativi soprannomi, o ingiurie, come si dice da queste parti.

     Infatti, scrive Carbonaro a pag. 29: “Fortunatamente per quei tempi, nei momenti di incertezza, l’umanità sapeva a chi rivolgersi. Ed era proprio lui, il Proverbio, che se era necessario suggeriva, consigliava, consolava, guidava per mano nella strada del giusto e del bene. Il Proverbio era tutto per i nostri antenati: era padre, madre, fratello, sorella, amico; era maestro, guida, precettore; e ancora, codice penale, codice civile, Vangelo, Bibbia”.

     E’ quindi di un viaggio che si parla, dai primi calori alla ricerca dell’amata/o, al corteggiamento, al fidanzamento, al matrimonio, alla convivenza familiare, all’insidia del monaco seguita da un intenso approfondimento attorno al tema delle corna, con la conclusione finale di cui parlerò appresso.

     Un viaggio in cui i protagonisti, e in specie Turiddu (ricordo che il testo è nato come guida per il maschio), ne sentono di cotte e di crude, e qualcuno di questi proverbi -Verbo fa davvero drizzare i capelli per la misoginia in esso contenuta; del resto chi l’ha detto che la tradizione sia tutta da recuperare e rivalutare? La spazzatura culturale e materiale che ogni tradizione contiene, frutto di ataviche ignoranze alimentate da poteri clericali e temporali, non rientra senz’altro fra questi. Però in mezzo a tanto minestrone di sapienze ci sono perle che hanno oltrepassato i tempi e le filosofie per giungere intatti fino a noi: 

            “Lu cumannàri è megghhiu d’o futuri” 

è una di queste, perché che comandare sia alla lunga meglio che fottere è regola assodata, anche se qualcuno cerca di superarla associando le due funzioni, anche contro l’incombere della vecchiaia e della decrepitezza.

     Gustose le 28 pagine dedicate all’irrompere del monaco nel menage familiare di Turiddu e Cuncittina. Sentenzia il proverbio: 

Diu ni scansi di malu viçinu / di soru di parrinu /       
di chiddi chi parranu latinu 

(Dio ci salvi da cattivo vicino, da sorella di prete 
e da coloro che parlano latino)

     Una piaga sociale abbastanza diffusa se la sapienza popolare si è dovuta armare di cotanti proverbi per poter leggere la situazione e adottare misure difensive.

Una piccola digressione personale. A pag. 302, nei Documenti, Carbonaro descrive le “Consuetudini igieniche dell’epoca”; ebbene questo testo mi ha ricordato la prima volta che ho ascoltato, rimanendone affascinato, un suo intervento in pubblico, nel 1988; il Nostro presentava il libro di Francesco Garofalo “Il Quarto Cavaliere” - Il colera del 1837 in Sicilia e a Ragusa. In quella circostanza la sua puntuale e precisa descrizione delle condizioni delle strade, letteralmente ricoperte di escrementi, mi rimase impressa illuminandomi su come si potesse vivere in un paese senza fognature. 

     Tornando al nostro Turiddu, ormai rassegnato cornuto per mano clericale, non gli resta altro che rivolgersi 
a San Sebastiano di Melilli, che va a cercare dopo un lungo e tortuoso viaggio. Verrà premiato con la consegna di 14 comandamenti, che rappresentano la summa della filosofia proverbiale siciliana e che qui si riportano:
  1. Ama a Diu e futt’o prossimu  (Ama Dio e frega il prossimo, come fanno i preti)
  2. Nun fari beni, ca malu ti ni veni (Non fare bene, chè ti torna male)
  3. Cu ha duluri d’è carni d’autri i so si manciunu i cani (Chi si preoccupa degli altri dà la sua carne ai cani)
  4. Cu’ caudia 'u scursuni nt’o pettu u’ primu muzzicuni è 'u so (Chi riscalda un serpente nel petto deve aspettarsi il primo morso)
  5. Nun fari beni e porci ca ti lu renninu a funciati (Chi fa bene ai porci verrà ripagato come merita)
  6. Cu duna u culu all’autri nun si pò assittari (Chi dà il culo agli altri, non può sedersi)
  7. Joca cu to pà, ma prima arrimìnicci ‘i carti (Gioca con tuo padre ma prima rimescola bene le carte)
  8. Sparti tu, ça cu sparti havi a megghiu parti (Fai sempre tu le divisioni, perché chi divide ha la parte migliore)
  9. Difenni ‘u to, o tortu o rittu (Difendi il tuo, o hai ragione o hai torto)
  10. Occhiu vivu e manu o cuteddu (Occhio vigile e mano sempre al coltello)
  11. Cu futti futti, Diu pirduna a tutti (Chi frega frega, Dio perdona tutti)
  12. Cu' havi dinari e amicizia si teni ‘ntra lu culu la giustizia (Chi ha denari  e amicizie si mette in culo la giustizia)
  13. ‘U cumannari è megghiu d’o futtiri (Comandare è meglio che fottere)
  14. A cu' ti leva ‘u pani lèvicci ‘a vita (A chi ti toglie il pane levagli la vita).
     E con questo elenco, che il Nostro ci ha voluto donare anche in versione cartolina, ognuno si portava a casa un’assicurazione per il futuro, necessaria in tempi duri e aspri in cui la vita era piena di incognite e insidie, dalle quali occorreva attrezzarsi in maniera scaltra e non sempre garbata. Diffidare del prossimo e del potere era la regola di fondo per poter sopravvivere. Altro che divertissement.

                                        Pippo Gurrieri
Maggio 2018

2018/05/04

INCIUCIO

Un termine ignobile

INCIUCIO 



INCIUCIO! Alla nostra amica Rosina, non piace la parola inciùcio. Le è entrata nella testa già nel 1995 e detesta questo termine. La sola parola “inciùcio”, anche se non è pronunciata, anche se non raggiunge le labbra, le inquina le sinapsi del cervello. Le aggroviglia, le fa attorcigliare, la fa “‘ntra-ùgghiri” (in siciliano, bollire dentro)  le infiamma anche le budella, e la fa, la fa star male. Ed è forma di allergia per buttare fuori la quale non c’è antistaminico che faccia il suo dovere. Allora? Allora decide di estrometterla, dal cervello, questa orripilante parola, di gettarla nella tazza del gabinetto, nella pattumiera, su FB (anche) per fare partecipe tutti. Perché, sappiano gli amici che “Lei” non ne vuole più sapere di questi neologismi che fanno accapponare la pelle, parole orripilanti, vomitevoli, necrotiche, insipide, inquinanti del corpo e dell’anima. Ed è lei (la nostra Rosina) che a sorpresa vomita, pardon, rende noto/comunica urbs et orbis che a lei (pardon, maiuscolo) “Lei”, questo termine non piace, non esiste nel suo vocabolario. (Punto e basta!)  Ma, sinceramente io non vedo a chi può piacere questa parola che pochi riescono a pronunciare , e chi la pronuncia si sente impastrocchiato. Anche la lingua, si impastrocchia, mentre le labbra trovano rigetto anche a buttarla fuori. Proviamo tutti insieme a ripetere in coro (ma, adagio-adagio: “In-ciù-cio”, e ci accorgiamo che le stesse labbra non riescono ad emettere quello strano rumorino, quella “ciù” che costringe le labbra a porsi come un culo di gallina. Insomma ci fermiamo per non superare i limiti del decoro e concludiamo complimentandoci con la nostra Rosina che ha trovato il coraggio di esternare i suoi pensieri più intimi. Perché, è chiaro. L’inciucio è parola sporca, maleodorante, anche. Bisogna essere sinceri e onesti. Sì..  bisogna essere onesti! Onesti bisogna essere. Perché? Perché (voltando pagina) dove la si trova una parola così bella da esprimere un imbroglio, un pateracchio, un intruglio, un pastrocchio, qualcosa che ricorda anche uno “scaracchio”. Se si vuole indicare una simile idea, basta sputare con dolcezza: “In-ciù-cio”, e voilà, il concetto è centrato.

Ergodunque.. Fa anche piacere pronunziarlo.. Rallegra l’anima.
      Adesso cogliamo il proclama della nostra acuta ricercatrice di delikatessen linguistiche che è il seguente: “Andiamo alla ricerca di termini che meritano sofisticate analisi”. E, la prossima volta? Parliamo di “burosauri”! Ah!

Gino Carbonaro

                 

2018/03/16

Carlo Blangiforti Ingrediente segreto



Carlo Blangiforti

L’ingrediente segreto

“Le fate Editore” 2017


    "L'ingrediente segreto", opera di Carlo Blangiforti mi è stato regalato da una amica.  Mi sembrava un libro da cucina, o che potesse trattare di ricette "segrete". Lo sfogliai incuriosito. Realizzazione eccellente. Foto di Vito Campo, stupende. Editore "Le Fate". L'Autore, Carlo Blangiforti, mi ricordava un cognome nobiliare antico, citato in araldica. Fu naturale per me leggere qualche riga qua e là. Compresi subito che mi trovavo davanti a qualcosa di molto serio e che si potesse trattare di un libro che
potesse custodire più di un segreto. Mi ripromisi di leggerlo. 

    Scopro immediatamente che si trattava di un  libro eccezionale, dalla potenza erudita  inimmaginabile e la capacità di cogliere i messaggi impliciti che contiene il cibo. Di per sé questo libro è un dolce condito con passione, amore, ammirazione per quello che è sempre stato il rapporto uomo-cibo-natura-cultura.  

      Per Blangiforti, anche il libro è una pietanza costituita da ingredienti: le parole, i concetti (q.b.) con cui costruire (stavamo per dire cucinare) con cura il suo discorso, le sue considerazioni, la sua ricetta del cibo.

   Parole, concetti con-legati fra loro in maniera elegante, bellezza formale della scrittura che sembra arrivare alla mente tramite il palato, perché questo libro non si legge, si gusta, piuttosto. E, tanto più si apprezzano le analisi linguistiche (le complesse analisi etimologiche delle parole),  tanto più si insaporisce la lingua nell’apprezzare gli ingredienti segreti dei cibi, quasi sempre storicizzati nei loro rapporti con culture altre, e tempi remoti.  Scrupolosa la ricerca delle origini e dei riferimenti. Questo libro sembra farcito a mano quasi si trattasse di un dolce alimento del quale si curano non solo gli ingredienti, ma anche e forse soprattutto la bellezza formale. Così, riferito al primo capitolo dedicato al cannolo, io non ho capito se cercavo di gustare il cannolo o le parole con le quali il prestigioso dolce veniva descritto.  Gustiamo questa descrizione:

         "Tra riferimenti pruriginosi e rischi minacciosi di attentati alle coronarie, tra volgari sottintesi e colesterolo, il cannolo è, dunque, vittima di una accesa diffidenza. Nel bene o nel male, il dolce resta un simbolo tutto siciliano, e come ogni simbolo conosce eccessi e fustigazioni, lotte intestine e asserzioni di supremazia. Quali sono i migliori cannoli della Sicilia? Ogni isolano dirà quelli del proprio villaggio, ma il primato è quasi all'unanimità assegnato a quelli di Piana. La corona è però contesa da quelli di Mineo, piccolo centro della provincia di Catania a pochi chilometri da Caltagirone. A Mineo (patria di poeti, di politici e, perché no, di pasticcieri) il cannolo è una istituzione che ha cultori attenti ma esigenti, è buono perché essenziale, gradevole perché semplice, misterioso perché nasconde un segreto. Pare che il titolare del bar più famoso del paese faccia uscire tutti i lavoranti e resti da solo a preparare l'impasto delle cialde. Un segreto intrigante, conservato con estrema cura, che non fa che accrescere il fascino di questa pietanza. Però i segreti sono fatti per essere indagati. A differenza di quello di Piana, A Mineo per la cialda non si usa marsala o cacao, ma uova intere, vino rosso e succo di limone". 

     Che dire di queste squisitezze? Vale più la descrizione del cannolo fatta da Carlo Blangiforti, o il prelibato dolce siciliano? Se dovessi votare, nel bene e nel male darei un fifty-fifty. Rapporto equo fra culinaria e cultura.