2011/04/24

Dhjeri di Cava Grande del Cassibile e Laghetti di Avola

Una escursione con il CAI: pagina di diario

      Oggi, domenica 21 aprile 2002 andiamo a Cava Grande (Laghetti di Avola) con un gruppo di soci del Club Alpino Italiano di Ragusa
     La partenza, come al solito, è fissata per le 8,30. La strada per raggiungere Cava Grande è quella interna: Giarratana per Palazzolo Acreide e la superstrada “Mare-Monti”. poi, sempre diritto, sino a quando, quest'ultima si restringe e diventa strada provinciale. Ancora dodici chilometri e la strada, molto bella per il suo percorso articolato e sereno, si bisforca: diritto verso Noto (e Noto Antica); a sinistra verso Avola Antica e Cava Grande. Altri dieci chilometri di strada stretta, asfaltata e serpeggiante, e si arriva nello slargo dove parcheggiamo le macchine.
     La giornata è primaverile, bella con un delicato tepore; solo un po' di nebbiolina vela la luce del Sole e attenua il calore. Scesi dalle macchine e sistemati gli zaini alle spalle, viene spontaneo avvicinarsi alla ringhiera di legno per dare uno sguardo allo strapiombo che si apre maestoso sotto i nostri occhi. Visti dall’alto, i laghetti sono sempre bellissimi, anche se il velo di foschia appanna il colore verde-smeraldo che nelle belle giornate colora le acque dei laghetti. Il sentiero che va giù al fondo della valle è stato aggiustato e arricchito da ringhiere di legno. Dall'altra parte della valle, misteriosa, la Grotta dei Briganti sembra sfidare il tempo.     
     Ora, attorno a una macchina,  si è creato un capannello di escursionisti, ci avviciniamo e scorgiamo due persone che spiegano delle mappe sul cofano di un’auto; sono le guide venute da Avola e contattate da Claudio Occhipinti, il coordinatore della gita. Le guide delucidano il percorso e danno cenni di storia del luogo. Sono entrambi vestiti per acquisire le phisique du rôle: cappello alpino e tuta mimetica, scarpe da montagna e corde e moschettoni da scalata alpina.  
     Sapremo che entrambi si chiamano Saro, ma uno è diminutivo di Rosario, l'altro da Baldassarre ed entrambi fanno parte della associazione ambientalista di Avola. Rosario è botanico-erborista, e accerteremo in seguito che si tratta di un superconoscitore di flora della macchia mediterranea, una sorta di enciclopedia viaggiante da consultare quando vuoi conoscere il nome di una pianta o di un’erba, e la risposta è sempre puntuale, chiara, scientifica.
     Baldassarre l’ambientalista, non è molto alto.  Ha barba grigia,  un sorriso dolce e benevolo, e lo diresti un naturalista uscito da un libro di favole per bambini.   Sembra solo mancargli la rete in mano per acchiappare farfalle. Di lui, accerteremo la sicura conoscenza del territorio, e sarà per merito suo se faremo una delle più belle escursioni dell'anno, un viaggio nella natura e nella storia del nostro passato: sarà lui a parlarci di Paolo Orsi, dell’archeologo Messina e di altri che si sono interessati ai Dhjeri di Cava Grande; ancora lui, ci indica percorsi invisibili e ci fa inerpicare per scoscese, anfratti e tunnel scavati nella roccia e sentieri a strapiombo sul letto del fiume Cassibile,
     Sulle mappe spiegate, Baldassarre racconta che a Cava Grande si è sviluppata una delle più antiche civiltà rupestri degli Iblei, e mentre fa scorrere il dito sulle carte topografiche, ci spiega che Dhjeri è termine dall’etimo sconosciuto che potrebbe derivare dall'arabo "dhjara", casa, abitazione.
     Quello che visiteremo non è un insieme di grotte isolate le une dalle altre, così come si vede a Cava d’Ispica, ma un vero e proprio villaggio strutturato, interamente  ricavato all'interno della montagna cavata, con grotte quasi sempre intercomunicanti fra di loro, collegate con corridoi, scale e canali sempre ricavati nella roccia, che mettono in comunicazione le varie parti della scarpata.
     I Dhjeri sono un reperto archeologico che noi impariamo a conoscere dal vivo, non mediato da libri, riviste, fotografie o riprese televisive: il viaggio è un bagno nel passato, una immersione in un mondo che non c’è più. 
     Dopo queste anticipazioni e alcuni avvertimenti sulle difficoltà del tragitto, ci muoviamo in fila indiana seguendo il percorso scosceso che porta giù al fondo valle, là dove il Cassibile forma incantevoli laghetti. 
     Il sentiero che percorriamo per raggiungere i Dhjeri è per la prima parte lo stesso che porta ai laghetti, ma a metà percorso seguiamo a sinistra un viottolo di mezza costa che procede verso nord  seguendo l'anatomia della costa.
     Tutto intorno è una esplosione di verde; gli occhi introiettano le immagini di una natura incontaminata; l'ossigeno riempie i polmoni e ricrea l'animo; in quella immersione nella natura viviamo una esperienza unica. Il rapporto con l'ambiente è sacrale, l’atmosfera magica; in alto, lontane, volteggiano due poiane, su un ramo d’albero si posa d’improvviso una cinciarella che subito guizza via impaurita,  in basso  nella valle  si aprono allo sguardo  laghetti e marmitte dall’intenso colore verde-smeraldo e cascatelle di acqua che si lasciano inghiottire dal verde lussureggiante della vallata. Nella costa di fronte altre grotte poste in posizioni irraggiungibili a strapiombo sulla valle perforano la roccia calcarea.
     Ora la mente è occupata da domande alle quali non si riesce a dare risposta. Ci chiediamo perché  questi uomini arcaici e primitivi, nostri lontani progenitori, hanno scelto di vivere in luoghi tanto impervi? Ci chiediamo a quanto risale questa civiltà delle rupi? Dieci o dodicimila anni come si dice o centomila anni, come tutto sembra far pensare. E perché nessuno si attiva per salvaguardare e valorizzare questo tesoro di cultura preistorica proteggendolo dall’incuria del tempo e facendolo conoscere al mondo?
     Queste sono le considerazioni che attraversano la mente, mentre si procede nel sentiero di mezza costa fra querce e pistacchi, impreziositi da cisti in fiore, e smílace, asparagi e rovi, acanti, salvioni ed euforbie, trifoglio bituminoso, ampelodesmi e stupende eriche in fiore che vengono fuori da umide spaccature della roccia, mentre in basso, giù nel fondovalle, vedi oleandri, che qui sono autoctoni e mostrano i primi boccioli in fiore ingentilendo il paesaggio.
     Improvvisamente la sorpresa: l’avanguardia composta dalle due guide di Avola, da Sergio Trovato, Giovanni Scribano e Claudio Occhipinti hanno fissato a un albero in alto ad una scoscesa delle corde e ci invitano a salire aggrappandoci ad esse; qui non esiste un sentiero, e per questo seguiremo le indicazioni delle nostre guide che indicano di fermarci all’ingresso di una grotta all’interno della quale si apre il primo tunnel, dove è possibile vedere gradini logorati dall’uso e dal tempo.
     Saliamo entro un tunnel con l’ausilio di lampade e sbuchiamo su uno strapiombo. Ancora una disposizione di corde e una risalita che disciplinatamente viene fatta fare a tutti gli escursionisti; alcuni, più agili salgono attaccati ad una sola corda, altri vengono imbracati, cioè attaccati alla vita con una terza corda che li trattiene in caso dovessero scivolare.
     L’escursione è bellissima, l’esperienza indimenticabile, l’arric-chimento culturale è indicibile.
     Si arriva, infine, là dove l’incredibile deve essere credibile. Per qualche motivo abbiamo la certa impressione di essere tornati indietro con la macchina del tempo: lì, in quelle grotte cavate con chissà quanti sforzi e in chissà quali tempi, pullulava la vita di una delle più antiche civiltà delle rupi d’Europa, forse più antica della civiltà castellucciana. Tanto si evince dal fatto che il villaggio castellucciano, come un castello medievale, è costruito sul cocuzzolo di una montagna, in posizione strategica e difendibile e difeso da mura di cinta. I Dhjeri di Cava Grande sono realizzati come un formicaio ricavato nella roccia.
     Ora ci fermiamo per consumare la nostra colazione a sacco, cerchiamo un angolo dove potersi distendere, conversazione distesa fra amici e colleghi, complimenti agli organizzatori, commenti su quanto si è visto, quindi la visita accurata alle grotte, alcune delle quali lasciano tracce di culture che andrebbero conosciute meglio.
     Si torna a casa nel pomeriggio inoltrato facendo una fermata “culturale” al bar per consumare un dolcino, un gelato, un caffè.
                                      Gino Carbonaro



2 commenti:

  1. E' spiegato nel sottotitolo. Si tratta di una escursione fatta nella Cava Grande del fiume Cassibile. Lo scritto? Un frammento di esperienza.

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  2. Una gita domenicale con il CAI di Modica il 21 aprile 2002. Ho ritenuto di mettere per iscritto le mie impressioni. La giornata è stata molto bella.

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