2012/02/06

Salvatore Fratantonio, pittore


Salvatore Fratantonio
Testimonianza inedita
di un periodo romano





Salvatore Fratantonio


                                                    di Gino Carbonaro 


Un incontro fortuito

     Ho conosciuto Salvatore Frantantonio a Roma, nei primi degli anni Sessanta. Eravamo poco più che ventenni: lui pittore, io studente universitario.

     L’occasione del nostro incontro era stata casuale. Durante le vacanze di Natale, poco prima di partire per Roma, la madre di Salvatore mi chiese di portare un pacchetto al figlio che si trovava nella capitale. Era consuetudine a quei tempi mandare un “presente” ai parenti, quando si veniva a sapere che un conoscente si metteva in viaggio.

    Tornato a Roma, gli telefonai. Salvatore non era in casa, ma la signora che rispose al telefono mi disse che sarebbe rientrato in serata. Colsi l’occasione, e mi recai in Via delle Fontanelle, al numero che mi fu detto. Fui ricevuto proprio da Salvatore, che non conoscevo ancora. Mi accolse in una sala da pranzo piccolissima, compressa da mobili antichi e scuri. Gli consegnai il pacchetto che lui non aprì. Fuori era già buio e sul tavolo quadrato pendeva una lampada di pochi watt che metteva angoscia. Io ero imbarazzato. Ritengo lo fosse anche Salvatore. Fortunatamente, la conversazione scivolò sulla pittura, anche perché sul tavolo c’erano dei fogli di carta da disegno schizzati. Parlammo del più e del meno. Fra le altre cose mi disse che era a Roma perché riteneva che l’ambiente romano avrebbe potuto offrirgli gli stimoli necessari per la sua crescita culturale e artistica. Mi confessò ancora che era senza lavoro, e la padrona di casa voleva sfrattarlo.

     Dalla confessione capii che questo giovane era terribilmente solo con i suoi problemi, e che non poteva far conto sui suoi genitori, sicuramente non ricchi, e comunque non in grado di aiutarlo economicamente. Infine mi colpì non poco, che questo ragazzo non metteva assolutamente in conto di ritornare a Modica.

     Tenacia, caparbietà, incoscienza? Forse, consapevolezza delle sue forze, e capacità di fare progetti a lunghissimo termine, fidando solo su se stesso. Questo, in un giovane poco più che ventenne.

     Con una punta di amarezza, quasi senso di colpa, capii di essere fortunato; dietro di me, sentivo la presenza dei miei genitori con la loro forza economica. Prima di quella sera, non avevo mai pensato che potessero esistere personalità così determinate come quella di Salvatore Fratantonio. Mi convinsi che questo giovane apparteneva ad un’altra categoria di persone: improtette ma libere, e principalmente forti, perché capaci di cavalcare avversità e incertezze della vita, e soprattutto, capaci di realizzare se stessi fidando solo su se stessi, senza fare affidamento su altri.

     Nei suoi confronti, mi sentii come un uccello in gabbia, che qualcuno riforniva amorevolmente di acqua e mangime in abbondanza, con l’unico compito di cantare; e mi resi convinto che se i miei genitori non avessero messo cibo nel mio recinto dorato, non sarei stato capace di sopravvivere.

     Questo è il “la” di quel mio primo incontro con Salvatore Frantantonio. Il resto sarà solo conferma di quanto avevo intuito.      

     Da quella discussione uscii pensieroso, e soprattutto arricchito. Certamente non potevo immaginare che negli anni a venire quel giovane provinciale, solitario e parco di parole, avrebbe potuto costruirsi una carriera di pittore e, con essa, un nome.

     Intanto, la serata si era messa male: ventosa, fredda, con raffiche di pioggia a intermittenza. Erano i primi di un gennaio, che preannunziava uno degli inverni più rigidi di quegli anni.

In via della Frezza

     Qualche settimana dopo, a sorpresa, Salvatore venne a trovarmi in Via della Frezza n. 62.  Mi disse che non aveva dove andare. La padrona di casa, che lui soprannominerà “l’Arpìa”, perché lo tormentava con pressanti richieste del dovuto, lo aveva chiuso fuori di casa e non voleva dargli le valigie.

     Non mi chiese prestito di denaro, solo di poter essere alloggiato nella casa, che io avevo appena preso in affitto,  sempre in via della Frezza, al n. 65, ma non avevo cominciato ancora ad abitare.
    
    Si trattava di un vecchio appartamento, certamente medievale, di una decina di stanze, disabitato da decenni: muri rotti e finestre mancanti, sporco da non dirsi, privo di corrente elettrica. Ma per noi, quella dimensione da bohèmienne, era sinonimo di libertà, e ci stava benissimo. Salvatore la soprannominò subito “la casa degli spiriti”, una pennellata che coglieva l’anima del tutto. E non aveva torto, se si pensa che in seguito passammo più di una settimana muovendoci di sera alla tenue luce di una candela, che spesso si spegneva a causa degli spifferi.

     Le freddi correnti d’aria e le porte che sbattevano, là dove c’erano, facevano da cornice a quell’inverno terribile. Prendemmo il coraggio a due mani e decidemmo di trasferirci subito in quella spettrale e indimenticabile topaia. Acquistammo scope e sacchi di plastica per dare una ripulita a un paio di stanze, io scelsi la prima, Salvatore scelse quella che si trovava alla fine di un lunghissimo e buio corridoio, e come ci fu detto in seguito poggiava sopra lo studio romano dello scultore Canova; ma, la sera calò presto e ci adagiammo su due reti senza materasso per passare quella notte lunga e fredda. La mattina dopo eravamo entrambi anchilosati, infreddoliti e frastornati. Dall’unico rubinetto che c’era in cucina, usciva un filo di acqua gelata.

     Il giorno dopo, telefonai a un mio compagno di università. Gli chiesi se conosceva qualcuno che potesse dare un lavoro al mio amico acquisito. La risposta non si fece attendere. Con gioia e sorpresa ci fu detto che una ditta di Frascati cercava un pittore-imbianchino. Ci fu dato l’indirizzo. Salvatore accettò il lavoro serenamente, confortato dal fatto che, se non altro, avrebbe continuato a usare pennelli e colori.

     Da allora la nostra vita trascorse quasi di routine. Lui partiva al mattino presto, mentre io dormivo, e tornava nel pomeriggio inoltrato, quasi sempre al buio. Io restavo sui libri tutto il giorno, e l’aspettavo con ansia, perché al suo ritorno era obiettivo concordato da entrambi visitare le gallerie d’arte del centro per tenerci informati sulle novità.

     Via della Frezza era nel cuore della Roma antica, fra via di Ripetta e via del Corso; fra Piazza Augusto imperatore e via Canova; a due passi da piazza di Spagna, da Piazza del Popolo, via del Babbuino, via Margutta, dalla Barcaccia, da Trinità dei Monti; tutte strade e luoghi pieni di vita, di storia e di arte, dove era possibile aggiornarsi su quello che offriva il mercato della pittura.

    Percorrendo le strade fra una galleria e un’altra, le nostre conversazioni vertevano su quanto avevamo visto quella sera. Poi lentamente, nei nostri discorsi entrarono di diritto concetti di estetica: cosa è l’arte? Cosa bisognava intendere per contenuto e cosa era la forma? Se l’arte era solo forma? Se c’era un rapporto fra pittura e musica? Se di necessità la pittura doveva imitare la natura, oppure no? Qual era la differenza fra arte rinascimentale e arte orientale? E così via.

     Forse, allora, non ne avevamo coscienza, ma la nostra era una scuola peripatetica in senso vero. Conversazioni creative, dove poco o nulla era attinto dai libri, e alle quali Salvatore partecipava con una attenzione incredibile e con osservazioni acutissime. Non perdeva nulla, registrava tutto e richiamava gli argomenti per approfondirli, anche dopo settimane.

     Lentamente, il nostro piccolo sodalizio di visitatori accaniti di mostre e musei si allargò, e all’appuntamento serale si aggiunsero altri giovani pittori come Marco Kamm, oggi architetto e pittore romano, Lino Tardìa, Beppe Guzzi, Salvatore Provino e, in seguito, anche il prof. Rodolfo Cristina, che aveva chiesto di abitare con noi in via della Frezza.
  
Pittori del dopoguerra
   
    Cristina era un maestro nella accezione classica del termine. Conoscitore della storia dell’arte, materia che insegnava a scuola; restauratore di quadri antichi; pittore forte, che aveva un solo limite: quello di dipingere cedendo non di rado a modelli allotri: dal francese Cézanne a Carrà, da Ardengo Soffici a Rosai, De Pisis, Sironi. Per il resto realizzava opere interessanti, che dimostravano anche la sua capacità creativa.

     Alla nostra crescita culturale, servirono i suoi contributi,  i suoi apprezzamenti, le sue sottili analisi critiche ed estetiche, soprattutto quando spiegava dal suo punto di vista le opere che ci trovavamo davanti. Particolare attenzione veniva rivolta a De Chirico, che all’epoca abitava un attico prospiciente la scalinata di trinità dei Monti ed esponeva alla “Barcaccia”, dai fratelli Russo; ma c’erano ancora le opere di Alberto Trevisan, Eliano Fantuzzi, Tomea, Omiccioli, Monachesi, Mafai, Morandi, Rosai; e lo stesso Guttuso, Ennio Calabria e Piero Guccione che esponevano alla “Nuova Pesa”.
          
     Situazione originale - questo scambio di impressioni e di contributi culturali - che ci diede la insperata possibilità di vivere proprio sul campo una esperienza di arte, di critica e di pittura di altissimo rilievo. Personalmente devo molto a quegli incontri, a quelle discussioni, spesso accanite, se in seguito alcuni di noi presero le distanze da chi si dichiarava nemico di tutti gli astrattismi. Ma, è chiaro che quelle conversazioni servirono non solo a me, ma anche a Salvatore Fratantonio, se solo si guarda il percorso pittorico dallo stesso raggiunto in seguito, e se si pensa che, al di là di questi incontri, Salvatore, fortemente caricato, restava tutto il tempo chiuso nella sua stanza a dipingere sino a notte fonda, rubando ore preziose al sonno.
  
Il ristorante “Da Peppino”, in via dei Greci
  
     Ma, nella mia memoria restano altri episodi di quegli anni. Le cene conviviali “Da Peppino” in via dei Greci, dove ci si ritrovava ancora insieme tutte le sere poco prima di mezzanotte. Lì, in quello storico ritrovo letteralmente tappezzato di quadri, era possibile incontrare tutti i giovani artisti che facevano capo a via Margutta. Lì, Salvatore era il pittore prediletto dal proprietario e dalla signora Maria. Erano sempre loro che chiudevano un occhio quando il giovane pittore non poteva pagare la cena, e furono loro i primi acquirenti dei suoi quadri, per non dire che Peppino lasciava spesso, sbadatamente, il pacchetto di sigarette sul tavolo, accanto al piatto di spaghetti di Salvatore.

      Ora, il ristorante “Da Peppino” in via dei Greci, non c’è più.  Peppino e la sua felliniana signora se ne sono andati; ma, non c’è più neanche il palazzo di via della Frezza 65, così come è scritto nella nostra memoria. I proprietari lo hanno completamente restaurato e ristrutturato, cambiandone la destinazione d’uso.   

Simbolismo metafisico

     A questo periodo risale la prima mostra di Salvatore al quarto piano di via del Babbuino, nella Galleria di una nobile signora siciliana amante dell’arte e dei bei giovani. Quella sera arrivammo puntuali e solidali tutti gli amici. Presente anche il professor Renato Civello, modicano. Ma a quella prima vennero anche Eliano Fantuzzi, altro sponsor di Salvatore, e il vecchio Omiccioli, che a quei piani alti arrivò col sopraffiato.

     Presente a quella “Prima” fu pure il critico Franco Mieli, che aveva presentato il catalogo e che alla inaugurazione fissò dei concetti fondamentali dell’arte di Salvatore; la definì pittura che prendendo le mosse dal realismo romano risolve il tutto in una sorta di “simbolismo metafisico”. Delle sue opere – così disse - lo colpivano le atmosfere surreali, all’interno delle quali si libravano figure e soggetti densi di significato. Lo colpivano ancora il silenzio, il senso dell’infinito e la solitudine ontologica dei suoi paesaggi, sempre calati in una atmosfera di sogno. L’arte – disse ancora Franco Mieli - rimanda certamente a significati che il pittore suggerisce e che il fruitore deve percepire. Senza queste premesse, non c’è creazione, e ogni forma artistica è vuota. A quelle parole il pensiero di qualcuno tornò alle opere di Trevisan, il surrealista per eccellenza di questo periodo romano, mentre qualcun altro rivide la lezione di De Chirico. Oggi, a distanza di tanti anni, tornando alle opere di Fratantonio ritengo che il famoso critico romano avesse colto nel segno. Forse avrebbe dovuto aggiungere il concetto di forza che tiene in tensione l’arte di Salvatore. Il carrubo che resiste alle intemperie di una terra ingrata ne è il simbolo.      

      Ma, quella sera, la sorpresa fu un’altra: la presenza di Peppino e della signora Maria, vestiti da cerimonia e felici di essere presenti. Non venivano da lontano. Via dei Greci era a poco più di cento metri. Ma la loro presenza sostituiva magnificamente quella dei nostri genitori. Ed era commovente. 

Poi, qualcuno andò fuori e tornò con qualche bottiglia di spumante. Brindammo felici, all’arte, alla nostra giovinezza, alla fortuna, all’amicizia, al nostro futuro.    

Quella vita romana durò qualche anno. Poi, dopo la laurea, io tornai a Modica, Salvatore dopo altre mostre, si trasferì a Milano. Da allora non ci siamo più incontrati se non nel ricordo di una esperienza comune e di una stima profonda e reciproca.

                                             Gino Carbonaro


Ragusa, luglio 2005


2012/01/31

Mamuthones Mamoiada Rito Arcaico Carnevale

Barbagia


Rito dei Mamuthones 
nella Barbagia 

                                                                                                                di Gino Carbonaro


 A Mamoiada, piccolo centro della Barbagia, posto su un altopiano tra i monti di Orgòsolo, Fonni e il monte Gonare, 
a Carnevale fanno la loro apparizione i Mamuthones.
Il rito arcaico e spettacolare, unico nel suo genere, oggi si svolge in gruppo e richiama lo schema dei Lupercali romani. 
Le maschere sono nere, terribili. 
Il rito  esorcistico-propiziatorio.





Mamuthones
di Mamoiada

     I preparativi per il Carnevale cominciano nel giorno della festa di S. Antonio Abate, [1] ma i Mamuthones entrano in scena nel pomeriggio del martedì grasso. In quel giorno, i protagonisti, seguiti da un corteo di amici e curiosi si recano nella Casa della vestizione, che un tempo si trovava fuori dall’abitato. Lì vengono aperte le casse dove sono custoditi i costumi e, assistiti da aiutanti, danno inizio al rito sacrale della vestizione, indossando i campanacci, mentre rifanno le prove dei passi, che il gruppo dovrà eseguire in perfetto sincronismo.
    
L’abbigliamento del Mamuthones comprende

-          Sa bisera, la terribile maschera nera di legno di castagno, oggetto apotropaico per eccellenza.
-          Sa mastruca, un giaccone di montone nero senza maniche che viene indossato rovesciato.
-          Su mucadore ’e tibet, un fazzoletto di donna nero messo in testa, annodato sotto il mento.
-          Un numero enorme di campanacci di pecore e di mucche di ogni genere e misura, legati fra di loro da corde di cuoio, che verranno caricate sulle spalle del Mamuthones.
-          Una collana di piccoli sonagli  attorno al collo.


    Quando tutti sono pronti, i Mamuthones si dispongono fuori della casa e, diretti da un coordinatore che detta il tempo, si muovono con passo cadenzato, battendo con forza i piedi per terra, facendo nel contempo sussultare sincronicamente i campanacci con decisi contraccolpi delle spalle. L’avanzare del gruppo è faticoso, il rumore provocato è lugubre, la performance  evoca riti arcaici.

    A un momento non previsto, i Mamuthones compiono tre forti sussulti dei campanacci seguiti dal rumore della sonagliera. È adesso che il gruppo cambia il passo del piede, da destro a sinistro e viceversa.
Da qualche tempo, i Mamuthones sono preceduti da un numero imprecisato di Issohadores,[2]  figure simboliche senza maschera sul viso, che indossano un costume molto bello: camicia bianca, gilè rosso, pantaloni di orbace [3] nero alla zuava, stivaletti, berretto con nastri colorati e uno scialle femminile di seta attorno alla cintura.


Issohadores


     Gli Issohadores avanzano in modo elegante, ruotando e lanciando la soca verso il pubblico: chi verrà preso sarà costretto ad offrire qualcosa, quando, a cerimonia ultimata, i protagonisti si recheranno a bere al bar. Così vuole la tradizione.   

     Sino ad oggi, nessuno ha saputo dare una convincente interpretazione dell’evento: c’è chi dice che i Mamuthones sono diavoli (da Maimones = diavolo, in sardo); c’è chi fa discendere il loro nome dai Moros, i nemici che i Sardi sconfissero agli inizi del IX sec; e chi collega l’evento ai 3000 africani inviati nel IV sec. in Sardegna da Genserico.

     Al di fuori di queste ipotesi, nessuno può dire perché il rito seguiva questa procedura e adottava questo vestiario.

     A noi sorge naturale il confronto con fra il rito dei Lupercali e quello dei Mamuthones.

     I Mamuthones, si vestivano fuori dell’abitato, da dove, poi, si avviavano verso il villaggio, percorrendo i vicoli, entrando all’interno delle abitazioni, sempre scuotendo in modo lugubre, monotono, ossessivo i 36 campanacci cad., che portano sulle spalle, e sempre accolti con atteggiamento festoso da quanti li incontrano .

Alla fine, i Mamuthones si riuniscono in una trattoria dove qualcuno li aiuta a deporre maschera e campanacci. E' lì che li attende il ristoro, una cena abbondante preparata a base di fave e lardo, annaffiata da non poco vino, e sempre accompagnata da gioia e risate.

- I passi dei Mamuthones [4] sono forti, determinati, come vuole un rito arcaico ed esorcistico. Disturba non poco rilevare che oggi i passi vengono fatti con l’eleganza di chi è solito praticare le discoteche.











[1] Tre settimane prima del martedì grasso (!)
[2] Isoccadores: sono i portatori di soca, la fune che, come il lazo dei cow boy, viene fatto ruotare e lanciata per catturare animali, ma qui si cerca simbolicamente di acchiappare i mali.
[3] Orbace: Orbace: stoffa di lana tessuta a mano, tipica della Sardegna, dove è usata per i costumi regionali. Divenuta stoffa tipica delle uniformi fasciste, il termine diventò, con connotazioni spesso negative, sinonimo di divisa.
[4]  Etimologicamente, il termine Mamuthones contiene la radice Mah, presente in ogni parola che ricorda qualcosa di grande, potente e anche terribile: Ma-estro, ma-re, ma-mma, ma-le, ma-mmona, ma-mmuth, ma-ni, ma-fia, Mani-thouh, ecc.

2012/01/24

La Punizione di Salvatore Scalia

Dalla cronaca alla letteratura

                          La Punizione

Nel maggio del 1976, a Catania, quattro ragazzi fra i dodici e i tredici anni scippano una anziana signora, che cadendo si frattura un braccio. Senza saperlo, i ragazzi hanno derubato la madre di un potente capomafia. L'affronto subito dalla "famiglia" è enorme. I ragazzi scompariranno nel nulla. Il libro ricostruisce quella storia di ordinaria follia. Salvatore Scalia crea un'opera di grande valore letterario.      

     In questo libro è favoloso l’impianto. Le chiavi di lettura. Tantissime. Qualcuno potrebbe pensare che il racconto procede secondo uno schema cinematografico, che ricorda la sceneggiatura: mosaico di specchi che insieme e lentamente fanno emergere la struttura dell’opera. Altri, potrebbero essere colpiti dalla qualità della scrittura, che procede forte, magmatica, ipnotica, tale da ricordare l’eruzione di un vulcano, che sino alla fine non perde mai la sua energia, il suo fascino, il suo mistero. Altri, ancora, un sociologo per esempio, potrebbe considerare il libro sotto il profilo sociologico, documento di una sottocultura di confine in una città della Sicilia, evento sociologico importantissimo. Uno psicologo, potrebbe rilevare nel racconto la bellezze delle analisi introspettive dei suoi protagonisti: vedi la dinamica dei bambini prigionieri nella stalla, vittime inconsapevole di una logica brutale. Uno storico potrebbe cercare di segnare l’impossibile confine fra cronaca e microstoria. Un giudice di tribunale, potrebbe rilevare come è di fatto impossibile applicare la giustizia senza le prove. Chi ama le cose belle potrebbe affermare, giustamente, di trovarsi davanti a un’opera d’arte nel senso più profondo della parola. Arte classica per l’equilibrio, la distanza, l’armonia con cui procede il racconto, dove la scena successiva e conseguenza logica della precedente, dove non registri mai uno stridore, uno iato fra il prima e il dopo, una caduta di tensione, un narcisismo.
    Ma se in questa sede sono consentite le analogie e le classificazioni letterarie, a partire dal titolo, La Punizione, va riportata al novero delle tragedie, alla stregua di tutte le grandi opere che, dal passato ad oggi, sono state scritte e portate in scena per diventare esempio di riflessione all’umanità.
    La Tragedia attiene sempre alla religione e alla filosofia. Le domande, i grandi interrogativi che sottendono all’impalcatura de La Punizione sono ancora la ricerca del senso della vita, del senso delle nostre azioni, per cercare di capire chi siamo, dove andiamo, e il lettore non può che leggere una sottile denunzia sociale. Ma, denunzia contro chi? Contro la isterica aggressività di madri abbandonate dai mariti e abbrutite dalla miseria? Contro il deragliamento di giovani scippatori spinti al furto per scommessa e per  necessità? Contro la belluinità di uomini senza anima, che non possono avere scrupoli proprio perché non hanno una coscienza. O denunzia contro un Dio che si nasconde lontano al di là delle galassie? Perché, Dio è chiamato in causa ne La Punizione, ed è un Dio che sembra affiorare di tanto in tanto, come un pallido raggio di luce fra nuvole che appannano i cieli invernali. Così, le considerazioni di Nitto, il mostro che in una notte senza Luna, osservando le stelle cerca di chiarire a se stesso il senso delle cose: il perché la sua "mammuzza" aveva dovuto tanto soffrire per colpa di quattro ragazzacci. Ed è, quello di Nitto, una sorta di ritiro purificatore nell’orto di Getsemani, prima del grande sacrificio. La ricerca di un consenso da parte del grande, forse unico responsabile delle cose.
     Contenuto e forma de La punizione attengono alla tragedia. Lo rivela il Prologo, che introduce, come nelle tragedie greche, il tema assurdo, allucinante, tragico: la follia degli umani. Lo rivela ancora il fatto che gli eventi, denunziati nella cavea di un ipotetico teatro scavato nella pietra, non trovano una risposta. Lo dimostra la presenza periodica del coro, vedi la gente che al mercato commenta l’aggressione fatta ad una povera donna. Lo confermano tasselli di frasi raccolte per costruire il vaniloquio di luoghi comuni (p.33). E poi la rabbia, la temuta vendetta, la necessaria punizione. Per riportare l’ordine nelle cose. Temi classici della tragedia greca di stampo euripideo, ma senza la denunzia, che il tragico greco rivolge agli Dei. Così, ne La punizione, in questa opera che ha la configurazione di una perizia psichiatrica di una società folle, senti la tragedia della vita. L’imminenza di una sciagura. Vedi il bellissimo “Rientro a casa” (p.36), dove tutti sembrano essere soggetti a una legge sconosciuta, dove le terribili sanzioni vengono non dalla "gente", ma da un demone sconosciuto, da una forza oscura, dove la colpa chiama colpa e il sangue chiama sangue per placare una giustizia cosmica, punitrice. 
     Ma quando la Úbris fiorisce, c’è l’accecamento (Áte) da cui si raccoglie larga messe di lacrime. Anche qui, gli uomini prendono parte al loro destino, ma non lo determinano. L’atmosfera del racconto è tragica, ad ogni passo che scorre, fluido lucido chiaro, come se di ogni cosa fosse possibile sapere tutto, mentre in realtà nessuno sa niente. 
    E anche qui, ne La punizione, è visibile il rapporto tra colpa e pena, e la necessità di conformarsi a una sorta di ordine cosmico. 
     L’azione degli uomini, determinata da una pulsione dettata dalle parti più oscure dell’Es, è sempre razionalizzata dai protagonisti. Ma, noi sappiamo che non è razionale. Così, tutto prosegue secondo una logica fatalistica che ripropone senza volerlo la Týche dei Greci, l’accaduto che accade perché deve accadere. 
     Ed è così che La punizione di Salvatore Scalia diventa opera grande: di filosofia, di sociologia, di politica, ma soprattutto opera d’arte e di pensiero, di cronaca e di storia. Protagonisti dell’opera? Tutti e nessuno. L’Autore? Non si vede. Non c’è. Lui non partecipa, non giudica. Lui riporta semplicemente i fatti, realizzando così il suo grande amore per la cronaca, per la scrittura, per la verità, per l’arte.

                                                                       Gino Carbonaro
Ragusa, 26 aprile ’06 

                                          


 

In memoria di Francesco Veneziano

Francesco Veneziano  
Elogio funebre

La vita è un miracolo.
La morte è un mistero.
La morte di un giovane è una tragedia
Per la quale chiediamo le ragioni.

Vogliamo capire perché un fulmine deve colpire una casa
dove ci sono persone che si prodigano per il bene degli altri.
Vogliamo capire perché coloro che fanno bene  devono ricevere in cambio il più crudele dei mali.

Non può essere un conforto per Maria Teresa, la madre di Francesco, sapere che lei porta il nome di un’altra madre che ha perduto un figlio della stessa età: non è conforto per il padre Giuseppe, sapere che porta il nome del padre di Gesù Cristo.

Quel Lunedì, alle tre e mezzo di notte, Francesco si recava al lavoro senza sapere che stava camminando sulla strada del suo Calvario.

Ma la strada del Calvario è quella che porta in Paradiso,
proprio vicino al cuore di Dio, dove vengono accolte le anime dei più buoni, dei più sensibili, dei più affettuosi, dei più amati da tutti gli amici.

Ora Francesco è pianto da tutti.
Lo piange la madre inconsolabile, il padre, il fratello Emanuele, la zia Silvana e le sue cugine. Lo piangono gli amici. Lo piange tutta la città di Scicli, perché Scicli è una grande famiglia e oggi è morto un nobile figlio di questa città.
Noi tutti, non lo dimenticheremo mai.

Ora vi farò ascoltare un canto di dolore, quasi una preghiera, che un giorno Francesco mi aveva sentito suonare, e per questo mi aveva detto con la sua voce particolare: “Ginu, u sai, sta canzuna mi piaçi, a sunasti bona, occu bbota m’ha ffari sentiri attorna”. 
Non pensavo che gliel’avrei fatta riascoltare in questa occasione.    


 
                                                                  Gino Carbonaro

Aforisma, fra il dubbio e la ragione


Elogio dell'Aforisma 
Concetto un po’ grottesco, un po’ folle, un po' geniale, spesso mascherato e sempre  portatore di una estrosità carica di amarezza e di follia


   L’aforisma è un pensiero sintetico, un concetto che coglie un rapporto impensato fra due eventi, e suggerisce verità nuove, non previste, anche se implicite al concetto che l'aforisma presenta.

   Caratteristica dell'aforisma è l'estrema brevità.  Un'idea fulminea che scuote e libera un pensiero e fa luce, sia pure per poco, su qualcosa. Poi, a distanza di tempo, arriva il tuono delle possibili considerazioni, o anche una fragorosa risata. Alla fine? Tutto torna come prima.

   Il termine deriva dal greco aphorìzein, è lo stesso da cui si fa derivare la parola orizzonte, e indica ancora un concetto chiuso all'interno di un limite, seppure capace di andare al di là dell'orizzonte concettuale che lo circoscrive.

   Aforisma è definizione incisiva, ma anche sferzante, modo per scuotere chi legge, per esortarlo a considerare meglio cose, eventi, uomini. Con l'aforisma è come osservare la realtà dal buco della serratura (anche l'osservazione è limitata) senza che la visione concettuale possa essere disturbata dalla interferenza di altri fatti, oggetti, eventi.

   Aforisma è una microstruttura logica, in sé completa, che esplora atomi di realtà, frammenti di verità: punti di vista per osservare la realtà da angolazioni diverse.

   L’aforisma non va confuso con la massima, né con il detto, il motto, l'adagio, né tanto meno col proverbio,  con i quali ha in comune la brevità, ma non la funzione.

   L'aforisma, non ha finalità pedagogico-morali, come la massima e il proverbio. Non presume la scoperta di verità assolute, eterne, oracolari. Non si rivolge all'uomo per correggerlo o migliorarlo, ma solo per introdurlo nell'affascinante mondo del pensiero e delle parole, per insinuare il seme del dubbio nelle sue rassicuranti e pretestuose  certezze. Lo scopo, semmai ne ha uno, è quello di far dubitare, di far ri-flettere (nel senso etimologico della parole). Flettere nel senso di piegare la realtà, che lo specchio della mente restituisce come informazione di ritorno sotto un aspetto inconsueto.

   L'aforisma esorta ad essere cauti nei giudizi, a riconsiderare gli anonimi "si-dice-che", a intercettare la presenza dell’infìdo e rassicurante luogo comune, che si annida, anguis in herba,  dappertutto, e addormenta le coscienze, quasi offesa all'intelligenza e alla libertà del pensiero.

   E ancora, l'aforisma tenta di schernire la verità ufficiale, insinuando il sospetto che possano esistere più verità: la mia, la tua, la sua, la nostra, senza con ciò escludere l'esistenza di una verità univoca ed assoluta. Ma se quest'ultima esiste, ed è possibile che esista, è anche vero che la stanno ancora cercando.

   L’aforisma distrugge i feticci e privilegia il paradosso, mentre fa uso di sillogismi extra-vaganti, ma solo per farsi beffe  della  logica.

   Il concetto cui vuole pervenire l’aforisma è che, anche la logica, la prima delle scienze ‘cosiddette’ esatte, è a rigor di logica ‘non-sempre-logica’.

   Eppure è sulla logica che fondiamo i valori e diamo un senso alla vita e decidiamo le nostre scelte e assumiamo le nostre responsabilità: morali, legali, religiose. Ed è servendosi della logica, che gli uomini fondano società, progettano il futuro, sottoscrivono accordi, segnano con precisione il confine fra bene e male, giusto e sbagliato, lecito e illecito, legale e illegale.

   Con tutto ciò, l'aforisma non rinunzia a rifare il trucco alla realtà svuotandola del significato che le attribuisce la conoscenza ufficiale. Tanto si verifica ribaltando i punti di vista, creando collegamenti neuronali nuovi e invitando ad esaminare la possibilità che "l'unica certezza (semmai ce n'è una) è che ci sono molti dubbi";  e l'unica verità, sempre che ne debba esistere una, è che “solo le menzogne sono vere”.

   E scivoliamo nel paradosso, in questo assurdo figlio naturale della logica, che dice il vero della realtà, che è sempre doppia, dionisiaca, indefinibile. Ma pochi sembrano prendere in considerazione il paradosso, che, di norma, viene sdegnosamente ripudiato da molte delle scienze ufficiali. 

   Al contrario, l'aforisma  fa suo il trasgressivo paradosso, e all'occasione ne diventa la voce, facendosi carico di scoprire analogie impensate, nessi logici nascosti, come quello (un esempio) che lega il genio e il folle, che, a suo dire,  hanno qualcosa in comune: difatti, entrambi seguono percorsi ‘logici’ diversi, imprevedibili.  

   Questo è l’aforisma: concetto un po’ grottesco, un po’ folle, un po' geniale, spesso mascherato e sempre  portatore di una estrosità carica di amarezza e follia.

                                          Gino Carbonaro

Argilla e Terracotta nella storia dell'Uomo


Argilla & Terracotta
Grandi scoperte dell’Umanità

di Gino Carbonaro

 
  Il cammino dell’uomo su questa terra è costituito da una catena ininterrotta di scoperte. Ogni nuova scoperta è servita

  • ad allontanare l’uomo dallo stato di natura, che lo poneva sullo stesso livello degli altri animali. Ogni scoperta è servita per
  • migliorare la qualità della sua vita.
Fra le grandi scoperte dell’umanità, c’è il fuoco che è servito all’uomo arcaico


1. Uomini arcaici nell’atto di accendere il fuoco
  • per riscaldarsi         
  • avere luce di notte,  
  • cucinare cibi,
  • tenere lontani gli animali
  • fondere metalli.
Agricoltura, rivoluzionaria scoperta dell’uomo.
    Dopo il fuoco, l’agricoltura è un’altra grande scoperta dell’umanità, e nasce quando l’uomo scopre che la riproduzione delle specie dipende da un seme che può essere messo a dimora nella terra.  

2. Semi di vita
   Quando l’uomo scopre che può gestire la riproduzione di un cereale (orzo, farro) e scopre ancora che viti e ulivi e altre piante possono essere implementati, allora  nasce l’agricoltura.           
                                     
3.  Uomo arcaico con aratro
Con la scoperta dell’agricoltura l’uomo rivoluziona il suo modo di vivere.
   
   Prima di questa scoperta, l’uomo viveva di quanto offriva spontaneamente la natura: erbe, radici, frutti, miele, caccia.

4. Uomini primitivi che cacciano  
    Ma, in questa ricerca quotidiana delle fonti di sopravvivenza l’uomo era costretto a muoversi, a cercare, a camminare.
    Invece, quando  l’uomo impara a dissodare la terra, quando l’uomo mette a dimora dei semi, allora è costretto a fermarsi,  
  • per proteggere i germogli,
  • per aspettare il tempo del raccolto,
  • per difendere il frutto del suo duro lavoro,
          ma soprattutto perché
  • non può trasportare i frutti del raccolto.
   Frumento, orzo, vino, olio hanno bisogno di essere conservati e protetti, dunque necessitano  di  contenitori                
5. Giare/contenitori, da culture e tempi diversi
   Ed è in soccorso dell’agricoltura che arriva benefica la scoperta dell’argilla e successivamente quella della terracotta.
         La prima creatura dell’argilla fu probabilmente una statuina  in forma umana, forse una donna dal grande sedere ad indicare il bisogno di abbondanza di mezzi di sopravvivenza.

6. Divinità femminile in argilla
   
La statuina fittile è servita all’uomo primitivo per avere l’illusione di una protezione da parte di una entità potente, dotata di potere magico. Ma l’argilla (attenzione) dovette pure sembrare una sostanza magica, se poteva essere modellata e modificata per prendere l’idea che l’uomo aveva nelle mente.
   Difatti, se ciò che è nella mente dell’uomo viene fuori, e da idea si può materializzare, grazie all’argilla, questo fatto, per l’uomo primitivo è certamente magico. Difatti, chi ancora oggi modella l’argilla,il ceramista,  è considerato un creatore.
   
  Sempre dalla argilla impastata con acqua verrà modellata la prima ciotola, che messa accanto al fuoco si asciuga, si indurisce, diventa ancora più capace di contenere un liquido, agevola una delle funzioni dell’uomo.


7. Ciotola greca
       La ciotola! Questo elemento semplice, ma importantissimo che ancora oggi è amato dai ceramisti. Ed era altresì amato dai ceramisti greci che solevano dire agli allievi: “Impara a far ciotola! Poi andrai avanti”
      Dopo la ciotola sarà il momento dei recipienti di acqua, poi della giara dalla forma ispirata dal guscio resistentissimo dell’'uovo



8. Giara nella forma di uovo
maestosa, quasi madre che custodisce nel suo utero, il frutto che è vita: vino, olio, acqua, cereali che vengono difesi dall’attacco dei topi, antichi nemici dell’uomo. Perché la terracotta non è solo un contenitore, ma è altresì una struttura che difende il prodotto. E poi ancora, lucerne, pentole, mattoni per la costruzione di case, tegole, sarcofagi
9. Sarcofago etrusco in terracotta

Villaggi di argilla
I villaggi che si formeranno lentamente presentano sempre l’uso dell’argilla, di questa pasta duttile, che prende la forma che l’uomo desidera. Si ha l’impressione che senza l’argilla e i prodotti da lei derivati, l’agricoltura non avrebbe potuto avere il progresso che ha avuto.
    
10. Villaggi con case in argilla (Africa sahariana)
   Comunque, l’uomo che fonda la sua economia sulla agricoltura è costretto a aggregarsi con altri uomini. E’ l’agricoltura che fa nascere le società. Difatti, gli uomini che vivono insieme hanno bisogno di leggi, che devono essere fissate su un supporto: su una pietra, su un quadrato di pelle, o anche su una tavoletta di argilla.
        
11. Mosè sul Monte Sinai con i Dieci Comandamenti
Le prime leggi, che conosciamo sono quelle che Dio consegnò a Mosè sul Monte Sinai
ed erano scolpite su tavole di pietra. Si tratta dei Dieci Comandamenti. E per molto tempo la scrittura ebbe come supporto la pietra, ma . Ma non tutti sappiamo che il lavoro per preparare la pietra e scolpirla era, ed è tuttora,  molto faticoso.
       Le altre leggi, che conosciamo furono dettate dal re assiro Hammurabi, 1700 anni prima di Cristo. Ma, ora le leggi furono stilate/scritte su argilla morbida,

12. Scrittura cuneiforme assiro-babilonese su tavolette di argilla  
dove, per scrivere bastava fare uso di un semplice listello di canna affilata, che sostituisce il necessario scalpello della pietra.
         L’uso di tavolette di argilla dimostra quale è stato il salto in avanti della civiltà. La scoperta dell’argilla come supporto per scrivere, può essere paragonata per i tempi alla scoperta dell’odierno computer. Si pensi al tempo risparmiato dagli scribi per vergare la scrittura. Stirare un foglio di argilla era forse più semplice che fare oggi un foglio di carta.
           Su tavolette di argilla furono scritti velocemente importantissimi libri di sapienza antica, giunti fino a noi, e furono stilati atti notarili e passaggi di proprietà, ma i cretai non costruivano solo tavolette corrispondenti alle pagine di un nostro quaderno, ma costruivano tutto quanto poteva servire all’uomo: lucerne, sedie, mattoni per edificare case e pavimenti, tegole per le coperture delle case, vasi di ogni genere, piatti, scodelle, e così via.
13. Manufatti in terracotta di origine e culture diverse
e lontani fra di loro nel tempo e nello spazio
                           
Mille usi dell’argilla.
       Oggi sappiamo che tutte le civiltà hanno conosciuto una “Era della argilla-cotta” (terracotta) dalla quale ancora oggi non siamo ancora usciti, malgrado la scoperta della plastica.
  • ll Giappone e i popoli dell’Africa Sahariana fecero uso di manufatti di argilla già 14 mila anni prima di Cristo.
  • Cina, Egitto, popoli Maya e Aztechi hanno conosciuto l’uso dell’argilla da tempi antichissimi con funzioni diverse.  
  Ma, va ricordato come utile curiosità che

14. La Grande Muraglia Cinese
            La Grande Muraglia Cinese costruita per volere del primo imperatore cinese Qin Shi Huang, lunga 8852 km, larga e alta oltre dieci metri, è interamente costruita con mattoni di terracotta. una muraglia che per i tempi fu cotruita in tempo record proprio perché furono usati grandi mattoni di terracotta.
       E va ancora ricordato che lo stesso imperatore Qin Shi Huang fu ancora colui che ordinò di costruire un intero esercito di soldati, statue ad altezza d’uomo, e cavalli che avrebbero dovuto proteggerlo nell’altra vita (afterlife).
    
15. Esercito di guerrieri in terracotta                                      
(China 2° sec. B.C.)
Ma, statue e cavalli, forse diecimila esemplari, sono tutte in terracotta.  Ancora in terracotta sono molti bassorilievi assiro-babilonesi (a parte l’alabastro), e di terracotta furono molti dei teatri romani, per esempio quello di Taormina in Sicilia  

16. Teatro greco- romano di Taormina
  
Ma, va ricordata ancora la immensa produzione di vasi e giare della civiltà egeo-cretese

17. Giare egeo-cretesi
vasi  di quella greca, maltese castellucciana

18. Sculture maltesi in terracotta

che si è sviluppata nella parte meridionale della Sicilia, migliaia di anni prima dell’arrivo dei Greci, civiltà che non conosciuta dai Greci che in Sicilia approdarono cinque secoli prima di Cristo.

      Per l’uomo arcaico e primitivo, ma forse anche per un ceramista di oggi, l’argilla sembra possedere  qualcosa di magico, di sublime. Il rapporto che l’uomo ha con l’argilla non è lo stesso che l’uomo ha con la pietra. Per modificare la pietra, lo scultore è costretto a usare la forza: martello, scalpello, oggetti di ferro. Il rapporto uomo-pietra è una guerra.
  Invece, il rapporto che l’uomo ha con l’argilla è un atto di amore, dolce, certamente sensuale, fatto con le mani, direttamente, senza intermediari. L’argilla simula la parte migliore della vita. La possibilità di plasmare con dolcezza, con amore, dove ciò che è dentro di noi può venir fuori, vedere la luce, materializzarsi, prendere corpo e farsi vita: la vita di una idea.

19. Mani di ceramista al tornio
       
       Di tutti i materiali esistenti, l’argilla è quella che si ama di più. Si può capire per questo, perché Dio abbia scelto l’argilla, ( la “Terra dei vasai - kéramaiòs”). per creare Adamo ed Eva. Dio, dapprima modella la sua creatura, poi gli dà il soffio della vita e si fa creatura.


20. Dio crea Adamo ed Eva
Ogni ceramista, rivive forse il momento di una creazione divina ogni qual volta plasma, modella l’argilla, questa materia sconosciuta, ma da tempi antichissimi usata anche per le sue qualità farmacologiche, e oggi largamente adottata dalla medicina omeopatica.
                                                                                                              
Gino Carbonaro