2015/07/27

NAUFRAGI: Andar per mare al tempo dei Greci


Epigrammi di Naufragi dalla Antologia Palatina



Naufragi e la Grecia

Queta non movere

     Il mare? 
Lo sconvolgono i venti,
    ma se nessuno lo smuove
    è l’elemento più docile, dolce, affascinante

            Solone 

                                                Naufragium fecit.. Bene navigabit 
                                                                    
                                                                                                                                                             Virgilio
                        
                                   

                                                                                  
                                                                                                   di Gino Carbonaro




Andar per mare oggi è un piacere. Si gode la brezza, il profumo dell’aria, il silenzio, la libertà, il distacco dagli altri, la bellezza della natura e il suo mistero. I rischi sono limitati al massimo, considerata la tecnologia delle imbarcazioni, le apparecchiature di bordo, la possibilità di prevedere  le condizioni atmosferiche.


Una volta non era così. Al tempo di Fenici, Greci e Romani, andar per mare significava “rischiare”. Non poco. Fra l’altro, le navi mercantili venivano non di rado sovraccaricate, quando i fondali marini vicino alle coste non
                                  

                                                Corbìta: una nave mercatile


potevano essere sondati. L'astrolabio messo a punto da Ipazia Alessandrina nel IV/V sec d.C. era costoso e non tutti lo sapevano adoperare. La bussola non era stata ancora inventata e le costellazioni che guidavano le rotte dei marinai potevano essere osservate solo se il cielo era sereno. Infine, cicloni e tempeste erano sempre possibili e imprevedibili, anche in primavera e in piena estate, oltre che nel periodo invernale.

Eppure non si navigava nel periodo invernale, e si lasciava il porto solo a partire dalla primavera e comunque dopo avere interpellato un indovino.


Come è possibile vedere, i rischi non potevano essere evitati e la possibilità di un naufragio era sempre all'ordine del giorno. In ogni caso, i "navi-fragi" erano una costante del mondo antico.


I Musei di tutto il mondo sono oggi sovraccarichi di reperti provenienti da naufragi. Le scoperte sono fatte non di rado casualmente da appassionati di pesca subacquea. 

Nel Museo di Kamarina, in Sicilia, oggi diretto dal dr. Giovanni Distefano, si è tenuta una interessante mostra di archeologia subacquea titolata proprio “Naufragi”, con quanto è stato portato fuori dai fondali marini da navi aggredite dalle tempeste e inghiottite dalle onde. 

In questo Museo è possibile ammirare una enorme quantità di anfore che costituivano il carico di una o più “Corbìte”, navi mercantili e da trasporto. Ma, della collezione fanno parte monete, a migliaia, e lucerne, e pentolame da cucina e timoni o ruote di poppa e di prua, e gli alberi che in queste barche portavano una sola vela trapezoidale, e ancora.. decine di ancore.
                                   

                                                                      Actuaria

A volte le imbarcazioni naufragate trasportavano pregevoli opere d’arte, come è il caso dei Bronzi di Riace, ritrovati casualmente in fondali marini, pregevole carico su nave da trasporto, che oggi possono essere ammirati al Museo di Reggio Calabria. E, a proposito di statue ci sovviene una storia che si raccontava a Roma. Due soldati avevano avuto l'ordine trasportare una statua di marmo su una nave. Malauguratamente la statua, certamente pesante, scivola dalla mani dei trans-portatori e si rompe in mille pezzi. Impossibile recuperarla. La rabbia dei responsabili è tanta. Ma, la soluzione fu trovata subito. Il decumano ordina ai due responsabili di sostituire la statua frantumata con un'altra ... di uguale peso. Ma, torniamo ai naufragi.

Naufragi, che evocano terribili tragedie umane 


Il naufragio è tragedia, che accadeva quando il mare si faceva crudele all'improvviso. I naufragi coinvolgevano la ciurma e i passeggeri, che, un volta morti venivano ricordati in epitaffi scolpiti su vuoti sepolcri detti "cenotafi", innalzati in memoria di chi non era stato possibile ritrovare le spoglie . L’ “Antologia Palatina”, storica raccolta di epigrammi (*) greci sopravvissuti nel tempo, contiene non poche di queste epigrafi riferite proprio a naufragi e a quanti uomini erano colati a picco con la nave.


Noi, di queste iscrizioni funebri scolpite su cenotafi riportiamo le più significative.


Le epigrafi, che ebbero notevole fortuna in epoca alessandrina, erano solitamente composte da poeti incaricati dai familiari del defunto. Di queste epigrafi (o epigrammi)  eccone qui di seguito un esempio.     
          
(*) Epigramma: composizione poetica brevissima. Difficoltà grave dell'epigramma è la brevità stessa, che è uno dei canoni più seguiti, una delle finezze dell’arte, come ammonisce il poeta Cirillo: “L’epigramma di un distico è bello: se tocchi i tre versi, tu compili un poema, non un epigramma”. In realtà l’epigramma è solo un componimento breve, ma libero e intenso. Fa pensare alla poesia do 'Oma Khayamm agli Haiku giapponesi e all'Ermetismo italiano che agli epigrammi greci si ispira.   
                                
                                     



Ora non resta altro che il nome

O viandante che passi vicino
al mio vuoto sepolcro,
se a Chio pervieni,
al padre mio Melesàgora
annuncia
che uno scirocco malvagio
distrusse la nave, le merci
e me stesso, e del suo "Euippos"   
il “buon-cavallo” della sua vecchiaia
non resta altro che il nome.


Asclepiade, Antologia Palatina, VII-500   
                                     

Sull’antica riva

Tumulo, che la tua stele
innalzi su questo lido tempestoso
dimmi quale uomo custodisci
e il padre e la sua patria.


Fintone, figlio di Bàticle, l’Ermionèo,
un grande flutto rapì
mentre affrontava le tempeste
invernali.


Leonida di Taranto, Antologia Palatina, VII-503






Cenotafio di Epièride


Sorto al tramonto dell’Iadi, (*)
un furibondo libeccio nei flutti dell’Egeo
travolse Epièride
con la sua nave e il suo equipaggio.

Qui vedi il vuoto sepolcro
che il padre lacrimando
innalzò al figlio.


(*) Ammasso di stelle nella costellazione del Toro


Pancrate, Antologia Palatina, VI-117
                                   




Naufragio!. e fu tragedia


Io grido il nome di Tímocle,
mentre sul pelago amaro
guardo, ovunque cercando
dove sia la sua salma.


Ahi! Già la divorano i pesci,
e io in una inutile lapide
invano porto incise le parole.

Naufragio fu, e fu tragedia!


Onesto, Antologia Palatina, VII-274
                                    
        
                                                             Nave da carico


Scivolai dalla vita


La forza, il vortice di un uragano di Euro
e le onde, e la notte quando fa buio
al tramonto di Orione, mi uccisero.


Scivolai dalla vita, io, Kallàiscro,
navigando nel mar della Libia.
Sono scomparso fra i gorghi delle acque,
subito preda dei pesci.


Questa pietra che dice di coprirmi..
inganna.


Leonida di Taranto, Antologia Palatina, VII-273






Cenotafio di Teleutàgora


Mare dal cupo rumore
perché hai tu rovesciato nei fondali
il mio Teleutàgora che navigava
su una piccola imbarcazione,
con il suo povero carico?


Perché hai alzato su di lui
le tue onde avide?


Ovunque ora sia, Teleutàgora,
privo di vita,
su qualche spiaggia
sei pianto solo da aironi e gabbiani
divoratori di pesci.


Allo stesso modo, anche Timares,
mentre osserva il cenotafio vuoto del figlio
piange amaramente
la perdita del suo Teleutàgora
inghiottito dalle acque del mare.
Leonida di Taranto, Antologia Palatina, VII-652


A un giovane morto per la Patria

Anche tu Kleanòride, sei morto
per amore della Patria. Tu che sempre 
affrontavi le tempeste e i venti invernali.
Nell'età che è ancora senza dolcezze 
di donna, morivi. Chiusero le onde
del mare la tua adolescenza.                      


Anacreonte Antologia Palatina (Trad. Salvatore Quasimodo)


Un tempo fu un uomo


Guarda.. a riva sbattuto sugli scogli,
Guarda lì dove si rompono le onde del mare
ciò che rimane d’un misero naufrago.

Qui il cranio nudo, senza denti,
là le unghie delle mani, e poi
i fianchi già spolpati,
e più in là i piedi, già scheletro.

Tutta è sconvolta l’armonia del corpo.
Queste reliquie sparse,
un tempo furono un uomo.

Felice chi appena nato
non vide la luce.


Filippo di Tessalonica, Antologia Palatina, VII-383


                                     
           
                                                                Nike di Samotracia
                                   (Era posta sulla prua di una nave alessandrina)



Nomen omen?


Filone armatore
costruì una nave
e la chiamò “Nike la Salvatrice”.
Augurio di buona fortuna!
Ma, è certo che in essa,
neppure Zeus può andare
sano e salvo.


Salvatrice è un bel nome,
ma quelli che vanno per mare:
o navigano aderenti alle coste
oppure? approdano allo Stige!


Nikarko, Antologia Palatina, XI-398

Epitaffio

a un giovane morto per la patria

Anche tu, Kleanorìde, sei morto
Per amore della patria. Tu che sempre
affrontavi le tempeste ai venti invernali,
nell’età che ancora è senza dolcezze
di donna, morivi. Chiusero le onde 
del mare la tua adolescenza.

      Anacreonte
    

Di nave non fidarti mai
                                 




Naviga, e non fidarti mai di una nave,
anche se larga o fonda.
Il vento prende ogni scafo.
Un uragano uccise Promako.
Un’onda gigantesca gettò
i marinai nei vortici del mare.


Ma, la sorte non gli fu avversa.
Nella sua terra ebbe tomba e onori
funebri dai parenti, quando la furia del mare
restituì generosa il suo corpo lungo la spiaggia.
Leonida di Taranto, Antologia Palatina, VI-665

                                   
                                 
Caronte il nocchiero dell'Acheronte

Il vento dell’Ade


Non addolorarti se lontano dalla patria sei morto.
Da ogni luogo della Terra
uno è il vento che ci porta all’Ade.


Anonimus, Antologia Palatina, X-3















Come una nave..  
(allegoria di una Etèra)

Una etèra è paragonata a una imbarcazione da carico.
Equipaggio della etèra sono gli uomini. I Greci sapevano scherzare.  


Ero già buona compagna
al commercio dell’uomo,
quando egli mi allestì per l’imbarco
di Venere Pandemia.


Poi mi dipinse la chiglia
perché mi vedesse Afrodite
lontano dalla terra 
filare in alto mare.


Equipaggiata alla moda
dei più alti bordi,
ho sottile velame
e lungo i fianchi lieve color di rosa.


O naviganti, coraggio, orsù,
tutti montatemi in poppa
che io so reggere il peso
di molti rematori.


Antifilo di Bisanzio, Antologia Palatina, IX-415



Epigramma: (un distico)
Preghiera ad Afrodite benigna


Se salvi i naufraghi, Afrodite benigna,
   salva anche me che sto morendo, naufrago in Terra.

                                                                          Alceo, Antologia Palatina, V-111


Appendice

Una storia di navi, di viaggi e di pericoli.


E’ storia che si raccontava una volta in Grecia..
Fidone (ma qualcuno traduce "Fifone"), gran commerciante ateniese, avrebbe dovuto imbarcarsi per raggiungere Alessandria d’Egitto. Per affari. Ma, il viaggio in mare era sconsigliato da tutti. Ma, pure le necessità erano tante, e avrebbe dovuto andar per mare. Per forza. Dunque, pensa bene di scendere al Pireo per cercare di capire come, quando, e soprattutto a chi fosse stato meglio affidare le sue ossa in quel viaggio colmo di rischi. Era una bella giornata di sole. Mare calmo. Luce del Sole che restituiva un color verde smeraldo alle acque del porto. Miriadi di navi erano alle ancore. Altre tirate a secco. Marinai parlavano fra di loro. Altri seduti a terra riparavano reti. Fidone si avvicina a uno dei marinai e timoroso chiede: “Buon uomo - mi scusi - ma quale di queste navi che vedo, Corbìte, Tesserarie, Horeie, Prosumie, Hippagoi, quale di queste navi che io vedo qui intorno sono le più sicure?” 
La risposta mugugnata a mezza voce dal marinaio non si fece attendere: “Le più sicure? Le navi più sicure? Quelle tirate a secco, Signore”.
 
Bronzi di Riace

Massima

Quando sei nel mare
e il mare è in tempesta
Vai… Dove ti porta il vento

Postilla

Il Comune di Parigi ha adottato una Corbìta (poi, Corvetta) a simbolo della Città. Sintomatico è il motto..

                                                      

                    FLUCTUAT  NEC  MERGITUR


 Ondeggia 

(sballottata dalle onde)
ma non affonda

                           Un augurio per ognuno di noi




Leggi anche:

Il mare per i Greci 


http://ginocarbonaro.blogspot.it/2012/08/il-mare-ieri-e-oggi.html


                                                         Gino Carbonaro
                                                                                  

2015/07/03

Apocalisse degli Automi di Salvatore Scalia





Gli scrittori siciliani e la grande guerra 


 
Turi  
Scalia
L’Apocalisse degli Automi



di Gino Carbonaro



Trincee nella Grande Guerra



Turi ciao,


Ho finito di leggere per la seconda volta la tua “Apocalisse degli Automi”, e come sempre, quello che scrivi è per me una sorpresa, ma soprattutto una emozione e un incanto. Io ho letto quasi tutti i tuoi lavori, e sempre sono rimasto colpito dalla scrittura. Scrittura pulita, equilibrata, chiara, funzionale al discorso. Struttura, io la chiamo, che procede con la forza e l’energia pacata di una ruspa che apre la strada ai concetti, sempre con-legati fra di loro, e con dolcezza prende per mano il lettore, che così fa il suo ingresso all’interno del libro. Una architettura di concetti, il tuo modo di scrivere, un elegante ikebana di concetti. E si tratta oltretutto di una prosa che ha il dono della riconoscibilità, che mette a nudo la tua personalità, e con essa la tua cultura, la tua visione delle cose e del mondo, la tua filosofia della vita, che è quella che esprime funzione, ruolo e finalità dello scrittore. Insomma, nella tua scrittura ci sei tu. E c’è tutto.


Leggendo si intuisce che tu ami la scrittura, che scrivere è un momento per te sacro, di comunione con te stesso. Ma, soprattutto modo di rapportarti col mondo esterno. Scrittura, dove ogni parola è prima di tutto un suono, una nota, ed è mezzo - forse mi ripeto - attraverso cui manifesti te stesso, e per questo diventa il tuo biglietto da visita, il modo attraverso cui  ti presenti al lettore che è il vero interlocutore, destinatario del tuo lavoro. “Colui-per-il-quale” si scrive.


In questa delicata attenzione per la forma, senti il rispetto per l’anonimo destinatario (del libro), quello di oggi, e quello di un lontano domani. Perché ogni libro è pur sempre un messaggio in bottiglia. Messaggio lanciato nello spazio e consegnato al tempo. E il tuo lavoro non sfugge a questa regola.  




Apocalisse degli Automi


“Apocalisse degli Automi” è titolo sintetico, incisivo, molto bello, che chiude un concetto forte. Apocalisse è una catastrofe. Catastrofe è quella che viene provocata anche da una guerra, dove obiettivo unico e conclamato è quello di distruggere, uccidere il designato nemico del momento.  “Automi” sono invece gli uomini che in guerra perdono la connotazione che si dice “umana”, per trasformarsi, per l’appunto in automi,  in macchine prive di coscienza. Il sottotitolo recita ancora: “Gli scrittori siciliani e la Grande Guerra”. Dunque, finalità del libro  di Salvatore Scalia è quello di mettere a confronto ciò che per gli scrittori siciliani, da Pirandello a Borgese, da Tomasi di Lampedusa a Capuana, a Federico De Roberto, a Vincenzo Rabito, aveva rappresentato la guerra, e quali erano state le loro considerazioni. Confronto fra chi avrebbe voluto che l’Italia restasse neutrale, per quanti poi l’hanno vissuta in prima linea e per quelli che la elogiavano. Ma, diamo la parola all’Autore.

Così si salvò mio nonno


Mio nonno Micio amava tenermi accucciato accanto a sé, e raccontarmi come scampò ai massacri della Grande Guerra. Un ufficiale aveva chiesto chi sapesse suonare uno strumento musicale ed egli si era fatto avanti, senza che avesse la minima nozione di musica. Il principio che lo aveva spinto era di accettare qualsiasi cosa pur di allontanarsi anche per breve tempo dalla trincea. Lo rimandarono infatti immediatamente in prima linea, ma nel frattempo, del suo reparto non era rimasto in vita nessuno. Tutti massacrati durante un attacco. (...) L’espediente di come scampò alla morte nei massacri della Grande Guerra gli sembrava raccontabile a un bambino, ad ammaestramento di vita. L’utilità della furbizia relegava in secondo piano anche l’immane tragedia. (...) Questo per me era l’aspetto familiare della Grande Guerra. (...)


Si apre così il libro, con immediate considerazioni sulla ideologia degli interventisti sostenitori “della guerra sola igiene del mondo”, cui fa seguito la più realistica panoramica di chi stando in trincea era costretto a combattere per “la Madre Patria”, stando nel fango, in compagnia di cimici, pidocchi, topi, scarafaggi, con l’incubo costante di poter morire fra  raffiche di mitraglia e bombe che piovevano dall’alto, costretti a vivere fra brandelli di corpi umani disseminati ovunque, a contatto con carcasse di animali funzionalmente usate per rafforzare i parapetti delle trincee. Il tutto accompagnato dall’ossessivo lamento di feriti che non potevano essere aiutati, fra il lezzo orribile di cadaveri rimasti insepolti. Erano questi gli ingredienti che avevano trasformato gli uomini di trincea in automi. Disumanizzati. La implicita filosofia dei combattenti da ambo le parti era: “Mors tua, vita mea”. E tutti avrebbero voluto vivere, ovviamente se si fosse riusciti ad avere la meglio sul nemico. Ammazzandolo.










Sarajevo e il piccolo uomo che fece esplodere il mondo



Il secondo capitolo fa dello scrittore uno storico. 
Leggiamo insieme cosa scrive Salvatore Scalia..


Negli ultimi cento anni il nome della città di Sarajevo ha evocato il gesto di un piccolo uomo che fa esplodere il mondo (...) Una lapide commemorativa in una strada della capitale della Bosnia Erzegovina ricorda Gravilo Princip, il diciannovenne che il 28 giugno 1914 uccise a colpi di pistola l’arciduca Francesco Ferdinando, erede al trono di Austria-Ungheria, e la moglie Sofia, in visita ufficiale (...) L’assassinio provocò una reazione a catena, e la guerra, la Grande Guerra, divenne inevitabile. Mai più un atto terroristico, neanche l’attentato alle Torri Gemelle  di New York, ordite da Osama Bin Laden, avrebbe provocato un conflitto mondiale e una svolta epocale. La guerra provocò la rivoluzione bolscevica in Russia e la fine degli Zar, la frantumazione dell’Impero Austro-ungarico e la caduta della dinastia asburgica, mentre in Germania la rivoluzione defenestrò il kaiser Guglielmo. Dalla Grande Guerra conclusa nel 1918 cominciò il declino politico ed economico dell’Europa sulla scena mondiale e la lunga fase di instabilità sociale, incubatrice di fascismo e nazismo, culminata nell’immane tragedia della seconda Guerra Mondiale tra il 1939 e il 1945.


Insomma, una vera, incredibile reazione a catena provocata da un assassinio. Perciò, commenta giustamente Scalia,  viene naturale chiedersi quale avrebbe potuto essere il corso della storia dell’Europa e del mondo se l’attentato di Gravilo Princip fosse fallito e la Grande Guerra non fosse scoppiata. Concetti che lo scrittore si pone, facendo riflettere non poco su quello che lui definisce il “punto dell’incomprensibile” nell’intricato procedere della storia di questo mondo. Ed è ancora l’Autore a rilevare che è di nuovo Sarajevo, in Europa, la città che è punto di incontro (di frizione e scontro) tra Cristianesimo e Islam. Città dove fra il 1992 il 1995 si è scatenato l’odio tribale che ha riacceso ataviche guerre di religione che come metastasi si sono propagate nel mondo. 

Se nel giugno del 1914,
“Il caso  aveva guidato la mano di un giovane e aveva deciso il futuro dell’Europa”. Ottant’anni dopo “Sarajevo diventava la città scelta da una divinità cieca che gioca a dadi con il destino degli esseri umani”.


Ed è ancora da qui che bisogna far partire il nuovo e tuttora sconosciuto capitolo della storia umana. Questa la conclusione di Salvatore Scalia alla fine del suo secondo capitolo, quando lo scrittore fa sua l’ottica dello storico, con considerazioni di amara filosofia.


Macellai di carne umana


Riflessioni non meno profonde sono quelle che il lettore riceve dalla lettura del XIII capitolo titolato “Macellai di carne umana” dedicato a Vincenzo Rabito e al suo libro “Terra Matta”.  Se qualche scrittore siciliano faceva gli elogi della guerra e partiva volontario per il fronte, certo che la guerra sarebbe stata un bene per tutti gli italiani, convinto che la guerra “avrebbe cauterizzato la coscienze scrupolose e malate”, Vincenzo Arrabito, denunzia la guerra e ne mette a nudo opportunismi, ingiustizie, ipocrisie, come quelle dei preti, che se erano italiani pregavano Dio perché facesse vincere gli italiani, e se austriaci, pregavano sempre lo stesso Dio, si ritiene, perché potesse dare la palma della vittoria all’Impero Austro-ungarico.

Assurdità? Togliere figli e mariti a famiglie che non avevano come sostentarsi, assurdità stare in trincea di fronte al nemico, mentre alle spalle squadroni armati di carabinieri stavano pronti a sparare ad eventuali disertori o anche a chi crollava a terra vinto dalla fatica e dal sonno. La trincea si configurava così come una prigione a cielo aperto, prigione decisa da uomini potenti che quasi mai erano all’altezza del compito, anche se erano presuntuosi nel loro potere. Uomini che vivevano fuori della realtà, e con l'entrata in guerra dell'Italia avevano  dato vita al macello di uomini. Guerra.. 
“dove soldati di entrambi i fronti combattono senza sapere per chi e per quale motivo. Uomini che conoscono la paura e tremano come  foglie al vento, e sono sconvolti da brividi di terrore come la terra quando viene scossa dai terremoti. Uomini che non dormono la notte e conoscono incubi notturni, e si sfogano piangendo, e trovano conforto nella bestemmia”.  

Tutta questa apocalisse scatenata perché? Solo per la “buttana Madre Patria” si lascia scappare Vincenzo Rabito, per aggiungere  subito dopo che “morire per il bene della Patria è una menzogna.


Leggere “L’Apocalisse degli Automi” a cento anni di distanza da quando è scoppiata la prima guerra mondiale, mettere a confronto i ragionamenti convinti di coloro che elogiavano la guerra e quelli che la condannavano, serve al lettore per riflettere sulle assurdità dei conflitti e sulle schizofrenie che stanno alla base di non poche delle scelte umane. E il nostro pensiero corre ad Hitler, Mussolini, Stalin e alla Seconda Grande Guerra Mondiale. 

Guerre, massacri, distruzioni, sofferenze, dolori, eliminazione dei "dissenzienti" (stavo pere dire miscredenti) come soluzione ai problemi degli umani. La lezione, se appresa dal lettore, confermerebbe la massima latina la quale recita: “Historia magistra vitae”.    


 Gino Carbonaro


              



2015/06/30

Good Morning Utopia di Davide Iacono

Considerazioni a margine 
sul CD  "Goodmorning Utopia"  
di Davide Iacono



 Visit site
                                                                    di Gino Carbonaro

Ho ricevuto il tuo "Goodmorning Utopia"  da Carmelo & Ada.
Sono rimasto incantato dalla veste editoriale. 
Raramente ho  visto qualcosa di così bello.
Direi che quella copertina è già di una bellezza assoluta. Una realizzazione che si lascia guardare come un'opera d'arte. Congratulazioni per questo. Poi il contenuto.

E' un impatto con un sogno che ti prende e ti porta in una atmosfera altra, diversa, quella di un mondo 
che vive lontano da questo mondo.

Musica, la tua, che viene dall'anima ed è conforto dell'anima. Dove il compositore intende essere un intermediario fra il nostro esistere di uomini e quello della musica 
che appartiene ad un universo che non è il nostro. 
Musica che coglie l'anima del Cosmo. 
Musica fatte di note che navigano in uno spazio 
e in un tempo infinito e perciò non ha confini. 
Dove ogni nota è parte del tutto, ma vive ancora per se stessa. 

Nota che come "carola" ruota insieme alle altre note per tornare puntuale su se stessa. E' musica solipsistica la tua, fatta di note che sono quasi gocce di una rugiada cosmica 
che saluta albe boreali. 

Ogni nota è una stella, bella, che porta con sé la purezza utopica dell'anima: conferma di una esistenza messaggera di una candore richiesto, di una semplicità che è purezza. 

Sogno, dicevamo, dimensione altra dove la vita della poesia si trova decantata da ogni materialità e da ogni dolore. 
Musica che vuole cogliere il protoritmo dell'Universo 
e del suo mistero. Suono che si fa luce e si accende come vita. 

Musica che ritorna su se stessa portandoti con sé in una viaggio ipnotico.

Una di queste composizioni (Persepolis ad atra utopia) è dedicata a Baggio. Perché? Io che ho conosciuto Roberto, affermo che quell'uomo è una cometa che porta un nuovo messaggio: di sincerità, di forza, di bellezza. Tu forse volevi dire anche questo. 

Ancora auguri Davide, e.. continua la tua ricerca. 
Forse cerchi qualcosa che va al di là della musica.


Gino Carbonaro