2016/05/17

ESPERIENZE Extrascolastiche




Esperienze 
estra-scolastiche


                                            di Gino Carbonaro


   
Fu  Steiner, pedagogista svizzero, a sostenere che le più forti esperienze non si fanno a scuola. Ho riflettuto su questa affermazione e mi sono trovato a condividerla.  


  1.  La mano sul sesso
    Naturalia non sunt turpia


   Avevo forse quattro anni.  Sotto casa nostra, proprio nel pianterreno, abitava una famiglia numerosa, i cui bambini avevano all’incirca la mia età. Violetta, Pinuccio, Giovanna, Concettina, stavamo sempre insieme a giocare fuori sul marciapiedi, davanti la Chiesa di Santa Teresa. Chi comandava il gioco era Violetta che aveva sette anni e andava già a scuola. Un giorno entrai in casa loro, trovai la mia compagna di giochi seduta al tavolo. Stava facendo i compiti. In casa non c’era nessuno. Mi sedetti accanto a lei per passare gli occhi sul libro e sul quaderno, quando con spontanea naturalezza lei mi prese delicatamente la mano e me la porto sotto il tavolo poggiandola sul suo sesso. Non aveva mutandine. Io, mi lasciai condurre, e subito dopo mi dilettai ad esplorare qualcosa che non conoscevo. Il rapporto fu di immediata complicità, ma dalla punta delle mie dita giungevano al mio cervello messaggi di una dolcezza sconosciuta prima. Lei era dolce, buona, intelligente. Io la ammiravo. Con lei vissi questa prima innocente esperienza di sesso. Poi la esplorazione fini, piano piano, così come era cominciata, e io riposi la mano sul tavolo. Quando ci salutammo, “ciao”, io mi sentii un uomo, anche se avevo poco più di quattro anni.  Nel mentre mi portai le dita al naso per sentire l’effetto di quella esperienza olfattiva, oltre che tattile. Konrad Lorenz avrebbe detto che si creò proprio allora in me l’imprinting sessuale olfattivo. E fu senz’altro così. In tutte le altre future esperienze di sesso, mi è sempre rimasto il ricordo di quella prima innocente dolcezza. L’amore, o se si vuole, quella forma aurorale di scoperta della sessualità femminile, è stata per me una esperienza indimenticabile. E non era esperienza che avrei potuto fare a scuola. Steiner aveva ragione.









2. Non mi faccia più questi scherzi!



“Robba senza pìccili!” Era il nomignolo con cui a Scicli lo conoscevano tutti. Venditore ambulante di panni. Girava nei vari quartieri della città col “carramatto” carico di stoffe, aghi, ditali, elastici, bottoni, fili di lana, filo di Scozia, e tutto l’occorrente per le donne, che al grido di “Robba senza píccili”, coglievano l’occasione per riversarsi sulla strada, attorniare il carro dove era esposta la mercanzia, per vedere, toccare, commentare le novità esposte sul carro e soprattutto per divertirsi a infastidire il paziente venditore.


Il “carramatto” di “Robba senza píccili” era tirato da un asino paziente, sulla cui testa, come una spada di Dámocle, pendeva una carota legata  a una canna. Quando, la canna veniva abbassata dal padrone, l’asino, si vedeva comparire la carota, proprio davanti agli occhi, in prossimità della sua bocca. Per questo, cominciava a muoversi nella speranza di afferrare il prelibato ortaggio, che sadicamente si allontanava da lui, con lui, dondolando sempre alla stessa distanza, quasi a fargli le bizze. Quando poi, all’improvviso, la carota veniva issata, alta come una bandiera, tolta allo sguardo del quadrupede, l’asino si fermava di botto. Questa, la tecnica usata da “Robba senza pìccili”, per dare ordini al suo collaboratore.

E però, il signor “Robba senza píccili”, dalle donne dei vari quartieri veniva inteso con un altro e più piccante nomignolo, quello di “Minchiazza ’i ricotta”, quasi un secondo nome di battesimo, una  seconda “nciura”, o soprannome, che ne definiva meglio la personalità dolce e melliflua, ma sempre accondiscendente, proprio di chi aveva messo da parte ogni interesse per le giovani donne, che su quel punto ora lo stuzzicavano pesantemente.


Eppure, malgrado continuasse a gridare al mondo che la sua mercanzia (“robba”) veniva venduta a pochi soldi (“senza pìccili”), la sua fama circolava ancora per una sua altra peculiare qualità. Difatti, “Robba senza pìccili”  riusciva ad occhi bendati a indovinare qualsiasi cosa una donna potesse mettergli sulla testa. E non sbagliava mai. L’unico limite era che per dimostrare questa sua capacità, la richiedente doveva essere una giovane e bella donna.


*  *  *       


E qui ha inizio la storia di un'altra mia esperienza extra-scolastica.


*  *  *
Avrò avuto poco più di quattro anni. Mio padre in guerra. Mia madre, fotografa, abitava con sua sorella nella nostra casa-studio al n. 48 di Via Mormino Penna a Scicli. Un giorno, io bambino, sentii mia madre e mia zia Rosina parlare di “Robba senza píccili”, che abitava nelle vicinanze e passava tutte le mattine, risalendo a piedi la Via Mormino Penna.  

Avrebbe dovuto venire nello studio per ritirare delle fotografie, e mia madre si riprometteva di mettere alla prova la sua capacità di indovino. Le foto erano pronte. Bisognava aspettare che l’ “indovino” venisse. E una bella mattina, tutti al balcone di casa aspettando che “Robba senza píccili” passava. Chi lo vide per primo fui proprio io. Mia zia e mia madre avvertite da me si precipitarono alla porta. Lo chiamarono, gli dissero che le foto erano pronte, e lo invitarono ad entrare. 

Ora la scena è questa. 

“Robba senza pìccili” viene fatto accomodare nel salottino della sala d’aspetto, mia madre gli consegna le foto. Lui le commenta. Quindi, mia madre gli chiede se può gentilmente fare la prova per indovinare quello che lei le avrebbe posto sulla testa. “Robba senza píccili”  dapprima recalcitra, dice che ha fretta, poi accondiscende. 

Ora, mia madre tira fuori un fazzolettone con il quale gli benda gli occhi. Poi, va in cucina, prende una tazza con della salsa di pomodoro. Ritorna alle sue spalle e pone il recipiente sopra la sua testa. Quindi lo esorta a indovinare. “Robba senza pìccili”,  senza perdere tempo, sentenziò con la sua voce rauca: “Una nappa cu la sharsha (salsa)”, facendo scivolare le “esse” per la mancanza dei denti. Quell’evento ebbe su di me bambino un effetto incredibile. Occhi bendati. Ciotola con la salsa sulla testa. E un uomo che indovina senza aver visto. Non credevo ai miei occhi. Osservavo, e nello stesso tempo facevo le mie considerazioni di bambino.  

Adesso, mia madre, certamente stupita non meno di me, torna indietro  a prendere un cucchiaio, lo pone in alto sulla testa dell’uomo, e rifà la domanda:“E questo cos’è?” E lui, senza indugiare: “Una cucchiara è!... Shignura!” 

Ora, mia madre vuole fare la prova del fuoco. Prende un santino di Santa Lucia. Lo pone sulla testa di “Robba senza píccili” e lo esorta a indovinare. Qui la reazione del malcapitato, che grida: “E’ una shanta (un santino) !” E subito strappandosi il fazzoletto dagli occhi grida: “Shignura. Nun m'ha fari chiù sti schierzi!” Si alza e si precipita giù per le scale. 

Questa sua reazione non la compresi molto. Però mi fu chiaro che il santino poteva averlo disturbato per qualche motivo che allora mi sfuggiva. Non lo rividi più, il nostro venditore di panni e indovino. Non ripassò più da quella strada, anche se a Scicli era diventato una istituzione, e tutti parlavano di questa sua qualità. 

Molto tempo dopo, sentii dire che era morto. Ma, il personaggio strano, mellifluo, con i denti marci,  come anche quell’inspiegabile evento rimasero scolpiti nella mia memoria.  Anche, questa era una esperienza extra-scolastica di cui non ho sentito più parlare.  





    3.  Mi fai vedere come sei fatta?


    Passò qualche anno. Ed era per me consuetudine studiare qualche volta insieme con una bambina che abitava vicino a casa mia. Anche questa, come la mia Violetta, era una ragazzina dolce, modesta, buona e affettuosa. Forse custodiva una simpatia per me. Aveva la mia stessa età. Un  giorno preso da una strana curiosità alzai gli occhi dal libro e le chiesi timidamente  a sorpresa: “Mi fai vedere come sei fatta?” Non avevo finito di parlare che lei, senza titubanze, e senza commentare, come se le avessi chiesto la cosa più naturale di questo mondo, e fosse suo desiderio appagare quella mia insolita curiosità, si era già alzata dalla sedia, si era allontanata dal tavolo quel tanto che bastava e in un baleno, sollevando la gonna e abbassando le mutandine mi fece vedere come era fatta. Nel mentre mi fissava candida negli occhi. Io osservai con attenzione, curiosità e forse passione quella fessurina, implume, quella sessualità diversa dalla mia, e mi sentii appagato nella mia curiosità.  Si fissò anche allora dentro di me l’idea di una dolcezza, di un candore, e di un pudore che ho sempre custodito come un tesoro dentro di me. Capii meglio allora che nel mondo c’erano maschi e le femmine. E che fra i due sessi esisteva qualcosa di complementare e diverso, che possedeva una calamita, ma bello, che ti faceva sentire metà di qualcosa che non era un intero. Da allora non ho perduto il ricordo di lei, Maria Rubino, e mi rammaricai nel sapere che qualche mese dopo, la sua famiglia si era trasferita in altra città. Di lei non ho perduto il ricordo, e considero ancora oggi che quella seconda esperienza di sesso-bambino era accaduta in vicinanza di libri, ma non era esperienza scolastica.  



   4.  Porco, non lo sai che si bussa?


     Ancora qualche tempo dopo, avrò avuto dieci anni, mio padre mi chiama e mi dice: “Gino, vai al municipio e mi fai fare questo documento”. Mi porge una carta scritta. Io credevo di aver capito male, ma in quell’ordine compresi che mio padre cominciava ad avere fiducia in me. Era come una promozione. Mi sentii cresciuto, più grande. Insomma, quell’incarico era per me una promozione. E, di corsa e felice per il compito da svolgere, raggiunsi in un soffio il palazzo del Comune per fare quel compito da grandi. All’ingresso chiesi dove si faceva il documento e mi fu indicato un corridoio e una porta aperta dove un gruppo di persone aspettava di essere servita. Quando giunse il mio turno ordinai il documento e l’impiegato mi disse: “Giovedì lo trovi pronto”. Tornai sempre correndo a casa, ma non dissi nulla al mio indaffaratissimo papà. Volevo fargli una sorpresa. Quando giunse il giovedì tanto atteso, sempre correndo ritornai al municipio, imboccai il corridoio, ma, sorpresa, notai che tutte le porte erano chiuse, e non riuscii a ricordare quale era l’ufficio dove andare, la porta da aprire. Mi venne in mente la soluzione. E senza tornare a chiedere a qualcuno aprii lentamente la prima porta del corridoio, e dalla fessurina vidi una camera enorme, in fondo alla quale un uomo stava seduto dietro una scrivania. Avevo appena capito che quella non era la stanza che cercavo,  quando un grido enorme mi ruppe quasi i timpani: “Porco! non lo sai che si bussa?”  Richiusi lentamente la porta dove non avevo bussato, e mi allontanai tremando, e capii che la porta che avrei dovuta aprire era quella accanto. Lì bussai dolcemente, entrai e richiusi l’apertura dietro le spalle temendo che il signore che mi aveva gridato avrebbe potuto seguirmi per continuare a rimproverarmi. Il documento era pronto. Lo ritirai ancora tremando, e tornai a casa sempre correndo, ma questa volta per allontanarmi da quel posto dove avevo fatto quella per me traumatica esperienza.

Non lo sai che si bussa?

    Da quel momento passarono decenni, quando registrai dentro di me un fatto inspiegabile. Quando mi trovavo davanti a una porta chiusa, mi accorgevo che tentavo di bussare anche se non era necessario, anche se si trattava della porta del mio studio o  della nostra camera da letto. Mi rendevo conto che questo comportamento era alquanto strano, ma non riuscivo a capire perché.  Poi, diventai preside di una scuola privata, ed era giusto che entrando in classe, io preside, avrei dovuto  bussare prima di aprire la porta. La cosa strana fu però il fatto (ma, ad accorgersi furono gli studenti) che io bussavo anche quando stavo per uscire. Ed erano risate, affettuose, da parte degli studenti. Anche in questo caso estremo io continuavo a non capire il perché di questo mio comportamento.


    Fu solo anni dopo che ricordai la mia esperienza (per me traumatica) di quel fatidico rimprovero gridato a voce altissima: “Porco non lo sai che si bussa”,  esperienza che aveva attivato dentro di me un riflesso inconscio che continuava a condizionare il mio comportamento ogni qualvolta mi trovavo davanti a una porta.


    Ma, avevo altresì imparato (e questo era la parte migliore del mio apprendimento) che se qualcuno sbaglia, non è necessario ricorrere a tanta sgradevole aggressività come ha fatto "Colui" (?) che per una mia défaillance di bambino mi aveva associato alla nobile famiglia dei maiali, suini, porci? 
O forse il maiale era proprio lui. Chi può dirlo!


Evolution de l'Homme


Postilla:  Pochi giorni fa..  (ma, oggi ho superato i 77 anni) uscendo dalla porta posteriore della nostra casa di campagna, prima di aprire la vetrina, mi sono trovato ancora a bussare. Sul vetro. Ho sorriso fra me e me considerando la potenza dei condizionamenti umani e la forza dell’inconscio.  


   
  5.  La foto a cui rassomigliamo tutti
ovvero, Elogio di una prostituta


    Interessante, la mia prima vera esperienza sessuale con una “cosiddetta” prostituta. La andai a incontrare in un luogo deputato alla bisogna. Anche questa donna era dolce, affettuosa, delicata, gentile nei suoi atteggiamenti. Solo un po’ triste. Avevamo appena risolto il nostro incontro, quando alla cintura dei  miei pantaloni lei notò uno strano ciondolo che io vi tenevo appeso. Si  trattava di un piccolo scheletro di avorio, pendente. Vezzo di gioventù. Lei avvicina la mano, lo prende con delicatezza, lo guarda e dice: “Questa è la fotografia alla quale rassomigliamo tutti”. Io non avevo mai con-legato quella sculturina a una fotografia alla quale rassomigliamo tutti. I miei genitori erano fotografi. Io mi consideravo quasi figlio d’arte. Ma, detta all’interno di un “Quilombo” quella definizione mi raggelò. Da quelle che erano le nostre miserie umane, la mia donna a pagamento mi costringeva a richiamare alla mente il concetto di morte che alita su ognuno di noi. E dentro di me (e di lei) e di ognuno di noi, c'è una scultura identica o quasi a quella che avevo scelto di portarmi appresso, appesa alla cintura. 
 
Diciamo che la mia Signora aveva fatto centro senza mirare, cogliendo al volo l’occasione per fare una considerazione di carattere universale.



Photo Finish


    Da quella amara affermazione capii che lei non considerava la sua una bella professione. E che, fra lei (prostituta) e me (studente-cliente) in realtà non passava alcuna differenza. Eravamo per dirla elegantemente “partner di ruolo”. Fu quella, per me, la più potente lezione di vita. E forse fu allora che presi la decisione di iscrivermi in Filosofia. Volevo approfondire il discorso sulla vita e sul senso delle nostre azioni.


Da quel momento riconsiderai il concetto di sessualità, la vita delle cosiddette prostitute, i rapporti interpersonali, e tante altre cose.

Per esteso tornai a fissare il concetto che tutti gli uomini eravamo certamente uguali. Soggetti alla stessa inesorabile legge di vita e di morte. Non c’erano ricchi, non c’erano poveri. Non c’erano privilegiati, né raccomandati. Vita e morte appartenevano allo stesso disegno del destino. Questo era quello che intendeva significare quella donna con la quale avevo fatto insieme un complice viaggio di pochi minuti. Non esistevano più uomini sopra le nuvole, persone con la puzza al naso, né donne di malaffare, ma solo persone che salgono sul treno della vita per fare un viaggio verso una metà che non siamo noi a scegliere e di cui non conosciamo la causa. Da quel punto di vista, tutto è una “livella”. Il richiamo va al nostro grande Antonio De Curtis, in arte semplicemente “Totò”, e alla sua immortale poesia.




La livella 

 
Quella triste e profonda lezione (di filosofia) veniva da me appresa all’interno di un luogo definito "postribolo". 
La docente? Era una donna di età molto avanzata che faceva un lavoro ad ore per sopravvivere. Il mestiere più antico di questo mondo. Si dice.  Nobile per me, quella “persona” che vendeva una parte di sé, senza portare la sua intelligenza all’ammasso. 

Va detto, per chiudere questa confessione, che io non andai mai più a prostitute. E se ne dovessi mai incontrare qualcuna all’ingresso di un portone, gentilmente la chiamerei "Signora" e sarei io ad aprirle la porta per invitarla ad entrare prima di me.
  

    6.  Questo è un grande professore    
    Avevo forse undici anni quando un giorno d’estate mi ritrovo su un marciapiede all’ingresso della mia scuola. A pochi metri da me un ragazzino che non avevo mai visto, che stazionava, come me, senza fare e senza dire nulla. Io avrei voluto parlare con lui. Forse lui avrebbe voluto parlare con me. Ma, non riuscivamo a trovare la parola giusta per iniziare una conversazione. Ad un tratto una novità. Un uomo anziano, dall’andamento goffo, con un borsone di cuoio sotto il braccio, esce dal portone della scuola. Il mio giovane amico in pectore  guarda con attenzione quel signore a me sconosciuto ed esclama: “Questo è un grande professore”. Il ghiaccio era rotto. Ora, toccava a me rispondere. E la mia risposta non si fece attendere. “E chi è un grande professore?” dissi con tono forse un poco provocatorio. Il mio potenziale amico, si era certamente risentito per questa mia risposta, e quasi gioco di ping-pong, si concentra e rilancia:


“Un grande professore è colui che..
se i ragazzi non capiscono, 
dice che la colpa è sua!”


La conversazione finì lì. Il mio sconosciuto interlocutore aveva vinto la sfida. La chiusura era sua. Io non avevo nulla da obiettare.  E dovetti accettare la sconfitta.  Ma, va detto che quella considerazione che un ragazzino faceva su un professore e quindi sulla scuola, mi segnò per tutta la vita. Va detto che ancora oggi molti professori scaricano la colpa dei loro insuccessi sugli alunni.

 

Libri

    Da docente, che fu poi il mio mestiere,  non dimenticai mai questo luminoso principio, lezione di vita per me, che mi era stato regalato per strada, da una sorgente insospettata.  Proprio da un un bambino.

Postilla.    Fu questa una delle lezioni più potenti della mia vita. Quella che ha orientato il mio rapporto con i miei studenti:
“Lo studente non capisce? 
Lo studente va male a scuola?”
La colpa è nostra. 
Oppure? 
La causa bisogna cercarla altrove”.


  Questa esperienza era stata colta su un marciapiede di strada, e custodita poi, come gioiello prezioso dentro di me per tutta la mia vita. Da grande poi, scoprii che il concetto che era stato colto dal mio giovanissimo interlocutore era stato già eninciato da Confucio 2500 prima. L'aforisma, che fa parte dei cinque libri canonici (Wu-Kink) recita:

"Il vero uomo incolpa se stesso".




   
 7.  Qui ci sono i libri, lì c’è la televisione




     Quest’altro racconto contraddice il precedente e 
può dimostrare che non esistono verità assolute.


    Tempo fa un mio amico mi telefona per chiedermi una cortesia: “Gino ciao, come stai? Ti telefono per chiederti una cortesia. Tutti sappiamo che tu sei un esperto di didattica, interessato al metodo di studio degli studenti. E sappiamo che molti ragazzi hanno trovato un nuovo rapporto con i libri e con la scuola usando i tuoi suggerimenti e il metodo da te suggerito. Ecco, il perché della mia telefonata. Un mio caro amico ha un figlio che non va bene a scuola. Ha un brutto rapporto con i professori e con i libri. Il mio amico è molto preoccupato. Ecco, ti chiedo: “Potresti incontrare questo ragazzo per un colloquio, per capire come potrebbe essere recuperato? Magari vedi tu se gli puoi fare una lezione indicandogli un metodo di studio, di approccio al libro?”

   Ero indaffaratissimo. Non avevo tempo neanche per me stesso. Ma, se un giovane ha bisogno di aiuto bisogna venirgli incontro. E poi, i genitori, con i loro problemi, la loro sofferenza per il figlio che non va bene a scuola. Insomma, gli risposi che avrei trovato il mio tempo per il giovane che bisognava aiutare, e qualche giorno dopo prendemmo un appuntamento.


   Era una giornata calda, afosa, ma io avrei potuto incontrarlo solo di pomeriggio, proprio in quell’ora che da noi si  chiama “fil di nona”. Le tre del pomeriggio. Mi recai a scuola, e trovai il giovane dietro la porta ad aspettarmi. Mi predisposi bene. Un giovane che rispetta la puntualità è un giovane serio che rispetta l’interlocutore. Insomma, mi sorrise, ci salutammo, mi fece simpatia.

    Salimmo insieme le scale che portavano a scuola, 


entrammo in presidenza, socchiusi le imposte dalle quali 

facevano capolino raggi di sole inquietanti, ci sedemmo uno 

di fronte all’altro e dopo alcune parole di maniera cominciai 

lentamente ad introdurre il mio discorso sulle difficoltà che 

uno studente incontra nella comprensione e memorizzazione  

di ciò che legge. Aggiungevo 

altresì modalità su come lo studente deve avvicinarsi al libro, 

e qualche altro concetto preliminare, quando, solo dopo un 

paio di minuti, il mio attento interlocutore mi ferma, mi 

guarda sorridente e mi dice: “Professore, mi scusi. Non si 

deve offendere, ma a me sapere come si studia, non mi 

interessa. Quando solitamente io rientro a casa (si fermò per 

assicurarsi della mia attenzione per continuare), veda:  

- Qui ci sono i libri -  e con la mano indica dei libri posti 

sulla  scrivania - Lì c’è la televisione - e sposta l’altra mano 

verso una poltrona: 

- Io? Io accendo la televisione! Mi deve perdonare, 

ma sono venuto in questo pomeriggio di caldo per 

fare una cortesia a mio padre”.

Dopo questa sincera e onesta confessione, si alza, mi guarda,  

mi sorride, mi saluta e lentamente esce dalla stanza, mentre

io, che lo accompagno alla porta, mi fermo a riflettere sul 

senso delle cose.






    8.  Nessuno è come me!


    Così, mi sono convinto che la strada insegna. Me lo conferma ancora quest’altra esperienza. Avrò avuto undici anni e avevo un amico di pochi anni più grande di me. In realtà, era amico di famiglia, che studiava da geometra, stava solo in città in quanto i suoi genitori, contadini, vivevano in campagna, e solitamente studiava a casa nostra. Lui in una stanza, io in un’altra. Poi, quando sentivamo il bisogno di prendere aria, di sgranchire le gambe o di fare una breve passeggiata uscivamo insieme per una mezz’oretta. Mi affascinava il suo nome e il suo cognome. Si chiamava Saverio Lopes. Nome e cognome sicuramente di origine spagnola. Ed era un ragazzo dolcissimo, educato, buono, cortese con tutti e soprattutto impegnato nello studio. Aveva, ricordo, un forte senso del dovere. Io lo consideravo alla stregua di un fratello maggiore.


    Un pomeriggio di primavera inoltrata, giornata calda e cielo letteralmente coperto da rondini garrule che intessevano l’aria con i loro voli,  decidemmo di allontanarci dai libri facendo una passeggiata verso la campagna che da casa nostra si raggiungeva in pochi minuti.   Procedevamo nella strada a passo sostenuto, senza parlare. Lui davanti io accanto a lui, ma poco più indietro. Ad un tratto apparve davanti a noi un uomo scalzo, malvestito, che portava sulle spalle un enorme e pesante fascio di paglia gialla attaccata con una liana. Non si vedeva il viso dell’uomo schiacciato dal peso non indifferente che gli stava sulle spalle. Fu allora che mi venne una idea diabolica, irrefrenabile. Quella di andare dietro all’uomo che non poteva vedermi e strattonare il fascio di paglia per farglielo cadere. Mi staccai in silenzio dal mio amico che continuava a camminare, e rincorsi l’uomo che malgrado il peso procedeva con andamento sostenuto. Afferrai la liana e cominciai a tirare verso il basso strattonandola senza riuscire a raggiungere il mio obiettivo. Il fascio di paglia sembrava incollato sulle spalle  dell’uomo. In quel momento mi fermai per un paio di motivi. Primo perché non ero riuscito nel mio intento inspiegabile e perverso. Secondo, perché l’uomo che non mi poteva vedere, e che era riuscito a difendere la sua posizione, si era messo a inveire contro di me. Mi ritirai, certamente pentito di quella mia azione insulsa, ritornando con la coda fra le gambe, verso il mio amico, il quale si era girato nel frattempo, per vedere la causa di quelle grida, cioè quello che stavo facendo, e quando ritornai accanto a lui mi guardò dicendo: “Ma che fai?” E subito dopo, a mezza voce, appena percepibile, aggiungeva: “Nessuno è come me”.  Lo disse sprezzante, fulminandomi con gli occhi. Ed era vero. Poche persone erano come lui. Io, da parte mia ero mortificato per la mia azione inspiegabile, ma soprattutto per la sua lezione morale.


    Oggi considero che se il rimprovero mi fosse stato dato da mio padre, forse non mi avrebbe fatto lo stesso effetto. Invece, quella brevissima considerazione fatta da un qundicenne si scolpì nella mia mente, facendomi sentire forti sensi di colpa, e condizionò (positivamente e per sempre) il futuro della mia vita.


    Obiettivo fu da allora quello di comportarmi con tutti in modo da poter dire a me stesso: “Nessuno è come me”, mentre il mio pensiero volava a Saverio Lopes, a questo mio giovane Maestro di vita, che qualche tempo dopo si trasferì nel Norditalia e di cui non ebbi più notizia.





   9.  Quanti dei ci sono in cielo?

         Una esperienza prematrimoniale.


    Da piccoli si viveva in un mondo di preti. Li vedevi puntualmente spuntare in casa nel periodo pasquale, con il vestiario viola di certi strani riti, un aspersorio in mano, accompagnato da un bambino che teneva in mano la cassetta per le offerte. Quasi senza dire parola entrava in tutte le stanze spruzzando in ogni angolo acqua benedetta, poi andava via salutando, mentre mia madre si affrettava a cercare spiccioli da deporre nella cassetta. Era un rito di esorcismo che serviva a mandar via dalla casa le eventuali influenze maligne che vi erano allignate durante l’anno. Un repulisti da forme malefiche.


   Dalla presenza di questi uomini di religione e di preghiere, fra catechismi, cresime e prime comunioni capii che la religione era una cosa importante, e che noi tutti in famiglia eravamo cristiani e cattolici. E però mi  veniva difficile capire chi erano i protestanti, e mi chiedevo se protestanti erano quelli che avevano protestato per qualcosa. Comunque non riuscivo  a capire quale era la sottile differenza fra cristiani cattolici e cristiani protestanti. Semplificando, qualcuno affermava che i protestanti non credevano nei santi. E lì si chiudeva il discorso. Così, se qualcuno diceva:“Mio nonno è evangelico”. Io subito aggiungevo: “Allora non crede nei santi”. Ed azzeccavo. Nelle vita, l’importante è avere chiare le idee.


    Quando incontrai Claire (mia moglie) scozzese, le chiesi naturalmente quale era la sua religione e lei mi rispose che la sua famiglia era presbiteriana, che lei andava in chiesa tutte le domeniche, che lei insegnava catechismo ai bambini. Mi venne spontaneo chiederle se credeva nei santi, e con mia grande sorpresa mi accorsi che anche lei non coglieva la differenza fra presbiteriani e cattolici.



Ognuno aveva la sua religione come ognuno ha i suoi cognomi, che non possono essere diversi. Uno si chiama Carbonaro, l'altra si chiama Thomson. Uno dice di essere cattolico e l’altra dice di essere presbiteriana, e così via.


    Comunque, fissai meglio il concetto che l’importante era volersi bene.


    Al momento di sposarci, io fissai il concetto che 
avremmo dovuto celebrare il nostro matrimonio nella chiesa presbiteriana. Soprattutto per rispetto di colei che amavo. E così fui edotto del fatto che prima del matrimonio bisognava avere un colloquio in privato con il Minister, che abitava con la moglie in una casetta non distante dalla Chiesa.


    Fummo accolti nel salotto. Il camino acceso dava a me una atmosfera insolita. Il Minister ci sorrise, ci fece accomodare e aprì la conversazione con Claire. Io ascoltavo cercando di afferrare qualche parola di quel colloquio sereno e familiare, in una lingua che non dominavo, quando vidi apparire la moglie del Minister con il vassoio per la cerimonia del tè, secondo il rito scozzese. Un Minister? con la moglie? Mi veniva difficile capire che un prete poteva essere sposato, ma tutto sommato abbi una percezione chiara, di pulito.


   Mentre prendevamo il te, io ascoltavo, sorridevo, stavo in silenzio, senza prendere parte alla conversazione. A un certo punto rimuginai l’idea che io non ero presbiteriano e che in tutta coscienza avrei dovuto far sapere all’ignaro Minister 

che io non ero presbiteriano. Così, interrompendo la conversazione ebbi a sussurrare: “I’m catholic!” Il Minister mi guardò, mi sorrise e continuò senza fermare la conversazione con Claire. “Forse non ha capito”, pensai fra me e me.  Perciò, lasciai passare qualche minuto per tornare alla carica: “Excuse me, but I’m catholic”. Ripetei un po’ più decisamente. Però ricordo bene che quella frase dovetti ripeterla più volte senza ottenere risposta, sino a quando  il Minister forse un po’ infastidito decise di rispondermi per dire: “Ho capito che tu sei cattolico, ma se hai piacere di sposarti nella nostra chiesa, noi siamo felici di accoglierti. Il Vangelo dice: “Bussate e vi sarà aperto. Tu hai bussato, sei venuto da noi e sei ben accolto”. Fu questo il mio primo piccolo trauma culturale fra una cultura (la mia)  e quella della mia Claire. “Bussate e vi sarà aperto” ripetevo in silenzio fra me e me. Era certamente bella questa risposta e questa accoglienza sotto il profilo etico e religioso. Un atto di civiltà.



    Ci sposammo nella Chiesa di Aboyne secondo le abitudini scozzesi. Preparammo tre buste, una con dieci pound per la chiesa, una di cinque pound per l’organista e una di un pound per il sagrestano,  ed io fui accolto senza problemi come ospite o neofita. Nessuno mi impose di abiurare la mia religione per celebrare quel matrimonio.


    Al nostro rientro a Modica, si seppe in giro che Claire ed io ci eravamo sposati. Ma, circolò giusta voce che io non mi ero sposato nella chiesa cattolica. Da quel momento a casa nostra, ma soprattutto nello studio fotografico dei miei genitori, cominciarono ad avvicinarsi sacerdoti che volevano conferma di questo matrimonio anomalo che Gino aveva

contratto con una ragazza protestante. Quel matrimonio? Certamente, non era valido. E io? Io ero automaticamente “scomunicato”. Si trattava di una scomunica soft che non mi pesava, ma pur sempre di scomunica si trattava. Dunque, io restavo scomunicato, forse anche Claire. Mia madre non capiva, o faceva finta di non capire, però mi rese edotto di queste visite che riceveva da amici sacerdoti e mi riferiva i loro discorsi. E tutti insistevano che io avrei dovuto ri-sposarmi secondo il rito di Santa Madre Chiesa, nel qual caso, Claire mia moglie, avrebbe dovuto sottoscrivere una dichiarazione nella quale si impegnava a educare i figli secondo la religione cattolica. Documento scritto obbligatorio.                        

                  

    Mia madre ascoltava, regalava un sorriso a tutti, ma faceva orecchio da mercante, nel mentre, un mio religiosissimo professore di liceo incontrandomi per strada mi esternò l’idea  (sotto forma di paternale) che io mi ero sposato con una donna, che apparteneva ad una delle più “perfide” sette protestanti. E lui parlava con cognizione di causa, e come professore doveva avere ragione, in quanto a quei tempi erano  proprio preti e professori a detenere le verità. E però, proprio per queste gratuite e non giustificate invadenze non si poteva stare né tranquilli, né sereni.

  

* * *


   Un giorno, proprio in quel tempo, mi trovavo in fila alla posta per ritirare qualcosa, quando vidi entrare padre Scivoletto, un molto conosciuto parroco della città, amico di famiglia, il quale, non appena si accorse della mia presenza, mi si avvicinò e dopo le quattro parole di rito mi esterna il suo pensiero:



  • Tu Gino ti sei sposato con una ragazza di un’altra religione?”


    Io ero chiamato in causa. Dovevo rispondere. Ma, se gli scambi a parole sono come sfide di fioretto, mi concentrai per dare la mia stoccata a quell’affondo, e risposi con un altra domanda, senza far caso che stavo sviluppando un sillogismo


  • Padre Scivoletto - chiesi - quanti dei ci sono nel cielo?
  • Perché mi fai questa domanda? Lui mi rispose.
  • Perché Lei deve saperlo per forza meglio di tutti.
  • C’è un solo Dio! Mi risponde
  • E allora - aggiungo io - di fronte a quel Dio mi sono sposato.
  • Se tu la metti così..
  • Come dovrei metterla? Risposi.


    La conversazione si chiuse così, e questa esperienza extrascolatica fu conservata nell’archivio dei miei ricordi. Ma mi servì per fare delle considerazioni sulla nostra vita. Quella che tutti viviamo giorno dopo giorno, con i nostri convincimenti e la nostra credulità.

Postilla.  Nel 1966, in seguito a incontri fra Paolo VI e il Cardinale Maichel Ramsey Primate della della Chiesa Anglicana, fu preso un accordo sui matrimoni misti e forse fu tolta la scomunica ai "disertori". Lo Spirito Santo aveva che illumina la "Santa Madre Chiesa" aveva dato disposizioni diverse.



      10.  Il neo-arricchito, il Vescovo e la Chiesa


           Nei primissimi anni Cinquanta, poco dopo la seconda guerra mondiale, le città iblee erano completamente vuote durante la settimana. L’economia era fondata sull’agricoltura. La fame era ancora tanta. E tutti stavano in campagna. A lavorare. In città restavano gli artigiani: falegnami, fabbri, barbieri, sarti, calzolai e ciabattini. Di fatto, l’economia si svolgeva la domenica quando tutti i contadini, per consuetudine antica, rientravano nelle loro casette di città con i loro carri. In quel giorno di domenica, la città si svegliava. Lavoravano barbieri, fabbri, falegnami, calzolai e sarti, per le committenze, e ancora i farmacisti, e qualche medico. Domenica pomeriggio, sul tardi, il rientro in campagna. Di nuovo, file interminabili di carri e rientro all’ovile. Il lunedì, le strade dei paesi erano di nuovo deserte.


          In uno di questi vuoti giorni di settimana, fece impressione a me  bambino veder transitare lentamente lungo il corso Umberto una strana macchina americana di color verde pisello, nero e bianco. Lunghissima, larghissima, una cosa mai vista, un transatlantico delle strade, uno spettacolo. Ancora più strano il fatto che era strapiena di bambini. Qualcuno disse che il proprietario, che era di Modica Alta, fra grandicelli e piccoli, di bambini in quella macchina gliene aveva sistemati 17. Insomma, era festa.

           Per settimane, a Modica non si parlò d’altro. Si trattava di un modicano arricchito in America, che era tornato in vacanza a Modica.  Né c’era altro di cui parlare. La televisione non era stata ancora messa in commercio. Giornali? Se ne vendeva qualche copia. Furti non ne accadevano. Omicidi? Manco a pensarlo? Droga? E chi la conosceva.  La presenza di questa macchina era una ghiottoneria. Così circolò notizia che il proprietario era venuto dal Panama, modicano emigrato in America negli anni Venti, che era anche stato console italiano in Panama, e che era ricchissimo. E che era ricco non si poteva nascondere.


    A quei tempi i viaggi si svolgevano per mare e lui aveva pensato di tornare dopo tanti anni in patria, con quello che allora era considerato lo “status simbol” per antonomasia dell’epoca: la macchina! Ma, che macchina. Trasportata via mare. Poi, tutt’ad un tratto, l’automobile non si vide più in circolazione, e di lei rimase dentro di me solo il ricordo.

     Passarono svariati anni, quando a sorpresa la macchina dei miei sogni riapparve a Modica, e con essa tornarono a circolare voci sempre più dettagliate. Si disse che l’espatriato si chiamava Arturia, si disse che era rientrato definitivamente a Modica, ricco sfondato, e si disse che dalle parti di Frigintini aveva acquistato addirittura un feudo, con una villa nobiliare e la masseria attaccata, con annessa chiesetta. Una favola.

Tanto premesso 

passo a raccontare la mia esperienza extrascolatista.


    Un giorno mio padre mi chiama - come al solito quando aveva bisogno di me -  e mi dice: “Domenica devi andare in campagna, dalle parti di Frigintini. Ti spiego come arrivare. E me lo spiegò. Lì troverai una villa nobiliare e una masseria molto grande. Li vedrai sul  cucuzzolo di una collinetta. Lì devi fare delle foto di réportage per la prima comunione di una bambina. Il proprietario è un uomo venuto dall’America che si chiama cavalier Arturia. Ricordati di chiamarlo “cavaliere”.


   Il messaggio mi era pervenuto. La domenica successiva mio padre mi consegnò l’occorrente per lavorare: Rolleiflex, flash, rullini. Misi tutto a tracolla e partii con la motocicletta sperando di trovare subito questa villa nobiliare. Le strade non erano ancora asfaltate. Mi riempii di polvere, ma a quei tempi la polvere era come il caciocavallo grattugiato sugli spaghetti. C’era, ma nessuno ci faceva caso. Era nella norma.

 

    A un certo punto, fra una curva e un’altra, nelle vicinanze di Frigintini, vidi apparire da lontano, davanti a me una specie di castello circondato da alte mura arricchito da paralupi, maestoso, sul declivio di una collina. “Manca il ponte levatoio” pensai fra me e me. Ma, la struttura era impressionante per dimensioni e bellezza. Superai un enorme portone aperto, e mi meravigliai nel vedere tanta storica bellezza e solida ricchezza e pulizia.  
    Ovviamente, si entrava in un  grande cortile con pietra ciottolata. A destra sentivo lo scalpitare di animali nelle  stalle, a sinistra una Chiesetta dal frontale bellissimo. Infine una scala esterna centrale mi invitata ad  entrare. La imboccai. Incontrai qualcuno. Mi presentai, mi si disse che aspettavano il vescovo. Poi, seppi che la cerimonia si sarebbe svolta, ma lo immaginavo, all’interno della Chiesetta annessa alla villa.
   
     Il vescovo arrivò puntualissimo su una Lancia nera con segretario personale accanto, e chauffeur in divisa. Qualcuno gli aprì lo sportello. Intanto, tutta la famiglia era scesa giù nel cortile per accogliere la massima autorità ecclesiastica della provincia. A turno tutti si inchinarono per baciare la mano dell’Eminenza. Un manone stracarico di anelli enormi, che il Vescovo, per un senso di istintiva modestia tendeva a non concedere, di modo che i “baciatori di turno” erano costretti ad abbassarsi ancora di più, ad angolo retto, fino all’altezza della mano riabbassata ad arte, per poter esercitare il doveroso atto di rispetto al Vescovo e alla Chiesa.
 
Naturalmente io stavo alle dovute distanze per immortalare ogni minimo dettaglio dell’evento, che per l’occasione (visita di un Vescovo) era molto importante. Il cavalier Arturia si inchinava per baciare la mano del vescovo? Ciak, fotografia. E il flash scattava. La moglie ribaciava la mano del vescovo? Altro flash.

     Era ierastico questo Vescovo. Io non l’avevo mai visto prima. Era molto alto. Una mole immensa. Ma, quello che colpiva di più era la enorme pancia abbracciata da una fascia di seta colorata. Una specie di botte compressa per tenere il vestiario e altro ancora. Intanto il Vescovo, girando lo sguardo intorno notava la chiesetta, e pensò bene di visitarla. Senza chiedere, il Monsignore partiva in quella direzione. Il segretario subito dopo. Tutti gli altri appresso. Poco dopo compresi che la cerimonia sarebbe cominciata quasi subito. Una bambina molto bella apparve vestita di bianco, la chiesetta altrettando bella anche al suo interno era arredata con bouquet di fiori bianchi. Il fotografo, cioè il sottoscritto, non mancava di scattare foto ad ogni cambiamento della situazione.

    Suonò la campanella, e  dalla sagrestia vennero fuori il Vescovo e il suo segretario acconciati per la bisogna. Il vestiario era stato portato in una serie di valigie dall’autista che allora si chiamava chauffeur alla francese. 

Finalmente, si diede inizio al rito. A quei tempi la santa messa era officiata tutta in un latino. Difficile da capire. Alle nostre orecchie arrivavano sequenze di “esse” mescolate a segni di croce. Eravamo nel mondo magico dei misteri della fede. I presenti seguivano (?) compunti le parole magiche che non si capivano. Si alzavano e si inginocchiavano, si sedevano e si rialzavano ruminando chissà cosa fra le labbra, mentre io scattavo foto. Verso la fine, la bambina vestita da sposa ricevette la sua prima comunione direttamente dalle mani del Vescovo. Onore grandissimo. Io, per sicurezza, a questo punto, non lesinai gli scatti. Il flash la faceva da dominatore silenzioso. Il momento era importante. Verso la fine il discorso del Vescovo, subito dopo fu pronunziato “Ite Missa est”, e la cerimonia era bell'e finita.

    Ora si capì che era il momento del pranzo. In una sala non troppo arredata della villa era stato approntato un tavolo rettangolare coperto con tavolato bianco trapuntato a mano. Uno splendore. Il Vescovo prese il suo posto a capotavola. A lato il segretario. Dall’altro il cavaliere Arturia che alla presenza del Vescovo sembrava imbarazzato non poco. Anche per me fu riservato un posto nello stesso tavolo, accanto allo schauffeur. Ad ogni portata, ad ogni movimento dei commensali, io mi alzavo, imbracciavo la Rolleiflex e il flash e fotografavo. Poi mi risiedevo. Il pranzo, come si può ben capire non durò poco. Dopo il primo di pasta in brodo, un altro primo. Poi un secondo, un altro secondo, l’insalata, un’altra insalata, il pesce, le patate, la verdura di campo, la frutta, un’altra frutta, il dolce, un altro dolce. Il Vescovo assaggiava tutto e si serviva senza mai dire di no. Poi, si arrivò alla fine. Il Vescovo che aveva tenuto la conversazione prandiale a tavola con persone che non sentivano di poter dialogare con un uomo di religione e di preghiera così colto e importante, a un certo momento non ebbe nulla da aggiungere. Nulla da mangiare? Nulla da dire. Intuisce che, tutto ha un inizio e tutto ha una fine, e doveva darsi da fare. Di botto, sorpresa per tutti, si alza all’impiedi per primo. Si guarda intorno. Nota una porta aperta alle sue spalle ed esclama ad alta voce: “Cosa c’è di là?” e parte a velocità dentro la porta  scomparendo nella stanza accanto. Subito appresso il segretario che mai aveva aperto bocca, ed entrambi lasciano i commensali al tavolo. A questo punto il cavalier Arturia si alza, mette fuori dalla tasca della giacca una busta gonfia di chissà cosa e chiede alla moglie: “Come devo fare? Cosa devo fare?” Un imbarazzo non da poco. Doveva dare la busta (con soldi?) al Vescovo che si era degnato di venire in auto, con il suo segretario e lo schauffer da una città lontana in quella sperduta campagna. Un regalo, un dono, una ricompensa, un atto dovuto, un obbligo di riconoscenza? La moglie, agitata non meno del marito, esclama: i “Vai .. Vai.. seguili, e gli dai la busta.. Vai.. fai presto”. E il cavaliere Arturia si muove all’inseguimento delle due autorità (e io subito dopo) per andare nella stanza dove i due prelati si trovavano ad attendere . Ma io, fotografo, ero l’ombra del committente e lo seguivo al passo. Qui la scena.

  1. Il Cavaliere Arturia si avvicina ai prelati e lancia in avanti la mano con la bustona piena di soldi per passarla senza dire una parola al Vescovo, che ritira prontamente indietro le mani, come se avesse visto il diavolo, e sconcertato, e offeso non poco,  ritirando la mano esclama: “Come si permette?”
  2. Il cavalier Arturia è perduto. Riporta indietro la mano lentamente gaurdando il Vescovo senza proferir parola, rimanendo con il bustone in mano senza sapere cosa fare. Aveva offeso il Vescovo? Certamente questa esperienza nella sua vita non l’aveva mai fatta. Ma, fu questione di pochi secondi, perché il navigato uomo di Chiesa, riprese in mano le redini della situazione. Riapparso il sorriso sulle labbra, con la verve che lo aveva caratterizzato per tutta la mattinata, interviene per togliere il povero neo-arricchito dagli imbarazzi. E col sorriso in bocca e una dolcezza paterna sulle labbra esordisce:
  3. “Lei dice .. per la Chiesa? Per la Chiesa?”
  4. E il cavaliere Arturia a fare immediata la eco:
        “Sì, sì.. per la Chiesa”.
  1. “Se per la Chiesa.. Va bene”, sentenziò pacatamente l’Eminenza mentre allungava il suo manone stracarico di anelli per recuperare la busta rigonfia e farla scomparire in una delle sue tasche.

Qui finisce la storia.


    Tanto dimostra che i soldi nutrono le nostre aspettative, riscaldano il cuore, accarezzano l’animo, fanno amare le persone, fanno acquisire meriti, smuovono le montagne.   

Questa è  esperienza che difficilmente si poteva fare a scuola.

     



L’uomo è come un’ape 
Vola di fiore in fiore





     Questa è bella. Si tratta di una mia personale esperienza (extrascolastica). Indimenticabile.


     A metà degli anni Cinquanta (del XX sec.), quando era di moda andare al cinema, chi scrive vide un film dal titolo “Il re ed Io” (The King and I) con Yul Brynner e Deborah Kerr. La storia? Il re del Siam (Thailandia di oggi) si rende conto che è una necessità aprirsi alla cultura occidentale. 
Per questo  ritiene necessario contattare una istitutrice americana per poter educare la sua numerosa prole. 
Va detto che nel Siam del tempo era in atto la poligamia, 
e fra mogli legittime e concubine, il Re, interpretato da Yul Brynner, di figli ne aveva un bel numero. La istitutrice americana, Anna Leonowens, avrebbe educato i figli secondo i principi della cultura “occidentale”.  


Il film ha inizio con l’arrivo della istitutrice che si incontra con il Re. La discussione è subito animata. Il Re ha le sue verità chiare, precise, indiscutibili. La donna americana, prototipo di donna libera ante litteram, ha le sue idee, e cerca di farle valere. Si profila un scontro culturale, fra culture e sessi diversi. Ma, siamo in epoca quando i maschi dominavano le donne. Il maschilismo era imperante nel mondo, e se il maschio era un re del Siam, a maggior ragione… doveva avere obbligatoriamente ragione.

E però, il re "poligamo" non piace alla istitutrice americana, e lo fa notare senza peli sulla lingua al poderoso monarca del Siam. Il confronto-scontro fra i due si chiude con una affermazione chiarificatrice del “King”. Ancora più valida in quanto riportata da un proverbio siamese:
         “L’uomo è come un’ape. Vola di fiore in fiore.”

Dunque? Viva la poligamia giustificata dai Proverbi e dalla natura! La istitutrice incassa. Non riesce a rispondere. 
Il re vince questo round. Il dialogo è chiuso.

    Io, maschietto, poco più che quindicenne, restai colpito da questa frase, e dal concetto profondo contenuto nella affermazione del Re del Siam. E, riflettendo mi convinsi che era vero e giusto che l’uomo, il maschio, era come l’ape che volava di fiore in fiore. L’avevo anche visto un'ape volare decisa e sicura di fiore in fiore. E poi, anche mio nonno materno volava di fiore in fiore. Se si trattava di un sillogismo, l’affermazione non faceva una grinza. Per cui? Per cui me l’appuntai, la frase. La riportai su un foglio di carta per non dimenticarla, riposi nel mio portafoglio il foglietto piegato, e come un  gatto sornione restai in attesa di poterla far conoscere a tempo debito a qualcuna delle mie amiche. 
E così fu! Non passò molto tempo che la frasetta all’acido cloridrico cominciai ad utilizzarla, mettendo al tappeto 
le mie compagne di classe. Certamente, non abusavo, enunciavo la frase con cautela e nonchalance, e per anni nessuna delle vittime da me designate ebbe da dire qualcosa. La verità è verità, quando è assoluta. E io quella verità l’avevo in tasca.

   La musica cambiò quando conobbi mia moglie, e quando le chiesi se lei aveva visto il film “The King and I”. Mi rispose che “sì l’aveva visto”, e si ricordava ancora che l’attrice era Deborah Kerr. Perfetto! A questo punto mi venne naturale ripetere anche a lei la frasetta. Qui, la funzione era un’altra. Qui, la mia futura moglie doveva cominciare a fissare bene in mente che fra un uomo (io!) e una donna (lei!) c’era una differenza naturale e sostanziale. Nel pollaio c'è la polli-gamia, fra gli umani, si vede o non si vede, c'è una sorta di poligamia occulta. Così, mi schioccai le labbra e pronunziai con dolcezza, sicurezza, e un pizzico di affetto anche, 
la frase che doveva essere fondamento propedeutico del nostro futuro rapporto matrimoniale:

“Mia cara Claire - sentenziai convinto - bisogna rendersi conto e accettare il fatto che ..

              L’uomo è come l’ape, vola di fiore in fiore”.   



    Lei, la mia cara Claire, ascoltò con attenzione, e subito dopo rispose candida: “Hai proprio ragione, Gino. Hai ragione tu, come sempre, mio caro Gino..

(era sulla giusta strada, pensai)

        L’uomo è come l’ape. Vola di fiore in fiore!

E.. subito dopo aggiunse..

“Sì! E la donna è come un fiore
visitata da tante api  

Non riuscii a rispondere nulla. Deglutii una saliva che si era formata in bocca a mia insaputa, e che mi sembrò amara. Poi cercai di replicare qualcosa.. Ma nulla mi venne in mente. Anzi..
da quel momento compresi che il mondo stava cominciando a girare in senso contrario. “La parola - recita un saggio proverbio siciliano - non ha ossa e rompe le ossa”. Forse, chissà, i proverbi hanno ragione. In ogni caso, con la mia futura moglie, non avevo perduto il round ma la partita.


Gino Carbonaro    




    

2 commenti:

  1. Salvo Arena

    09:32 (3 ore fa)

    a Gino
    Gino caro,

    ho letto alcune volte i tuoi racconti, Faccio sempre così per capire se le sensazioni alla prima

    lettura corrispondono a quelle della seconda o della terza,

    Devo dirti che mi hanno colpito tutte otto e che ho trovato fili conduttori che li legano insieme

    come un percorso, come piccole perle vissute non da conservare ma da tenere sempre presenti," a

    vista" così come si tiene esposta qualsiasi cosa in modo che tutti possano godere della bellezza.

    Ogni storia , secondo me ,trasmette contemporaneamente percorsi di vita, decisioni forti e quindi

    consapevolezza e sopratutto valori,

    Grazie Professore

    Un abbraccio

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  2. Salve Salvo, grazie per le tue considerazioni… a buon rendere..

    RispondiElimina

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