2012/09/11

Confessioni di un pentito di Salvatore Scalia


Confessioni di un pentito

Lettera a Turi Scalia 
con le impressioni di Gino Carbonaro 
sulla pièce teatrale

Turi, ho ricevuto il tuo lavoro "Confessioni di un pentito". Non lo conoscevo. Ed ero curioso. Per vedere, capire. Ho scelto di leggere subito il manoscritto, ma non immaginavo che questi fogli contenessero un tesoro. Assoluto. 
Non immaginavo che tu conoscessi questo mondo “altro”, capovolto (dei malavitosi) in maniera così approfondita, che tu potessi essere preso dal problema in modo così
viscerale, che in te potesse covare così tanto ribrezzo e dolore per quello che possono fare i nostri simili. Dovevo supporlo, ma non lo potevo immaginare. Ed è sconvolgente. Perché, tu/noi non siamo come loro. Ma, loro, i Lobue
(bellissimo questo cognome) appartengono, come categoria, alla nostra stessa specie animale, e per questo ci sentiamo coinvolti se non corresponsabili per quello che fanno e per come costruiscono le loro verità e gestiscono la realtà.

Così le “Confessioni” che tu proponi come “atto unico”, si configurano come “atto notarile”, “atto storico” unico. Tu notaio della storia hai osservato/registrato per anni dal tuo osservatorio privilegiato, il quotidiano La Sicilia, quindi hai conservato nella memoria. In seguito hai considerato “atto dovuto” raccontare i fatti. Quindi ti infili nella mente (perversa) del “pentito”  (ma pentito di che?) e procedi registrando le sue “confessioni”. Ma - in questo racconto riportato da te - guai a dare un giudizio di valore, guai a comprometterti, sporcati, parteggiando per uno (il Lobue e la sua razza) o per altri, intendi per la società tutta, nella quale ognuno di noi nuota quotidianamente alla ricerca di un isola, di un approdo dove posare le proprie membra esauste per avere la possibilità di capire, di riprogrammare la bussola dei valori.


Io ti vedo. Quando la sera ti prepari a scrivere nel suo studio, Ti cambi di abito, ti disinfetti le mani, indossi maschera e guanti, afferri il bisturi e cominci: tagli, apri, analizzi, scuci, muovi, sguazzi in quelle parti di cui capisci
tutto senza riuscire a giustificare niente. Osservi e fotografi, fai le necessari radiografie emetti a verbale. Il verbale di una storia antica quanto il mondo che attiene all’uomo. Obiettivo? Cercare di capire. Scoprire cosa si annida nell’animo dell’uomo-belva e cosa lo induce ad essere spietato. Oppure,
concludere che tutto non ha un senso. Questo vuoi dire e far capire agli altri.

E il lettore/ascoltatore come resta? Prima, si trova adescato, attaccato all’amo da un racconto semplice, logico, consequenziale, poi si trova ipnotizzato dal racconto, subito dopo coinvolto e quando meno se l’aspetta, a sorpresa, si
trova stravolto, indifeso senza poter uscire dalla trappola che tu gli hai, sadico involontario, creato. Perché? Per tre quarti (esatti) del lavoro tu procedi, come se tutti fossimo a teatro ad assistere ad una banale confessione di un pentito.
Poi il teatro diventa vita, e si rischia di non capire dove finisce il teatro e dove comincia la vita. Non si capisce sino a che punto è bil teatro che raccontala realtà è teatro, e la vita di quel mondo “umanesco” sia finta o vera. Poi

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scopri che l’autore non sta scherzando e allora il teatro diventa realtà: quella
dove vive Lobue, l’attore, l’autore, io, tu, noi. Dunque scatta il vomito, la
confusione mentale, lo scompiglio dell’animo. Il disgusto. La rabbia. Un senso
di impotenza.
o Sto parlando di me. Delle mie percezioni. Io, dopo aver letto quasi con distacco
i primi tre quarti del libro, mi sono trovato intrappola. Il Lobue prende un
bambino e lo porta con sé nella camera della morte. Un cosiddetto uomo e
un bambino. La morte e la vita. Un bambino che è bellezza, candore, poesia,
speranza, innocenza, ingenuità, vita, e dall’altra la belva umanesca, animalesca,
con la sua “giustificazione” che sottende il “mors tua, vita mea”, la grande
legge della natura, dell’universo, secondo cui in questo mondo ha diritto a
sopravvivere il più forte, colui che non ha scrupoli, colui che sa che la vita è un
filo che può spezzarsi all’improvviso, e che la vita è ragnatela che intrappola i
moscerini, ma non i calabroni. Ed è legge che l’uomo comune non accetta. E’
legge che l’uomo della strada (io stesso) rifiuto di credere.
o In realtà, questo tuo lavoro potente, assoluto, concluso, è opera di vera filosofia
e tu, novello Euripide, con questa tua tragedia “monologata”, accusi, denunzi,
forse gridi, per il disgusto – vox clamans in deserto – dal quadrato di uno
spazio-tempo protetto, che è quello del teatro. Ma, no! tu non accusi. Tu poni
in un vassoio il tuo prodotto senza dire a parole: ”Signori, mangiate, questo
è il nostro corpo (sociale), questa è la nostra coscienza (collettiva), questo il
nostro/vostro modo di vivere. Perché… questa è la vita! Osservate, gente e
meditate. Questo “noi umani” siamo capaci di fare. Capaci e rapaci! E il tuo
discorso (tu lo sai) è rivolto agli uomini-struzzo. Testa infossata e attributi
di fuori: ebeti, che non vogliono ascoltare, né vedere, né considerare, né
cercare di capire. Tutti aspiriamo ad un ben-essere dello spirito e le cose che
tu racconti scuotono la coscienza, disturbano gli animi, vengono rigettate,
allontanate, semplicemente, “rimosse”.
o Filosofia? Certamente, le “Confessioni” sono anche un’opera letteraria, ma il
termine non mi piace più, perché in questo tuo lavoro, la scrittura è un orpello.
La scrittura è contenitore, involucro, mezzo, non fine come lo sarebbe per tanti
altri, infiniti, scrittori. In te non c’è mai una concessione alla forma, al bello
stile, alla eleganza della confezione. La forma è semmai tenuta sotto controllo,
imbrigliata, controllata a vista perché possa sempre stare al suo posto. Va
fissato il concetto che tu parli perché hai da comunicare. Scrivi perché hai da
dire. E torniamo al tema… che è filosofico, perché si pone come obiettivo
quello di capire la dinamica e le motivazioni che innervano il mondo…
o Sconcertante, assurdo, inaccettabile, ma soprattutto incomprensibile nella
coesistenza di due mondi in tensione, di due piani, di due culture, due
diversi livelli sociali: diverse, e apparentemente contrapposti: una cultura
ufficiale, ben vestita, elegante, ma ipocrita, sorniona, sorda, a-morale, che
ostenta valori cosiddetti morali, ed è la società nella quale vivi tu, viviamo
noi, tutti, dove gli uomini indossano tutte le mattine la maschera candida

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della onestà ipocrisia, della pudicizia, del disinteresse per tutto ciò che non
è amore e amicizia, e fissano sul viso incartapecorito il sorriso della bontà e
della umana comprensione. Dall’altra parte, tu fissi un realtà che è la punta
di iceberg: quella dei colletti neri, che sconosce la ipocrisia, e anzi, in modo
arrogante “confessa” i propri principi. le proprie regole, i suoi valori capovolti,
gli articoli delle sue leggi, e il fatto che nessuno esita a punire i trasgressori.
o L’assurdo teatrale, la tensione creativa è artistica discende da questo contatto,
chiamiamolo cortocircuito che mette in tilt la mente dell’ascoltatore. Ma,
come si a comporre in unità l’assurdo di due mondi? La tecnica da te messa in
atto, è splendida. Tu immagini un Théatron, e al suo interno riponi un attore
risucchiato dall’evento, da quelle che sono le deplorevoli porcherie della vita,
e recalcitra (l’attore) perché ora non vuole avallare un tono, una parola, una
dolcezza interpretativa prevista, suggerita, voluta dall’autore: autore che fa suo
il testo e vibra visceralmente, e trema di rabbia, sente forse gli stessi conati
di vomito che io ho sofferto. Ma, è lì la bellezza dell’opera, in queste pause
che fanno uscire da uno spazio-tempo immaginato, supposto, teatrale per dire,
far capire, avallare il fatto che non esiste (né deve esistere) una soluzione di
continuità fra vita e teatro, fra immaginazione e realtà, fra cultura degli onesti e
realtà cruda e crudele.
o Chiudo affermando che queste “Confessioni“ sono un importante documento
di storia, di psicologia, di sociologia, di antropologia culturale e infine,
consentimi, sono anche un’opera d’arte. Bravo, Turi!

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