2012/02/21

Dionisiache Antenati del Carnevale



Antenati del Carnevale    

   Dionisiache




Quando la Terra, dopo il solstizio d’inverno,  

invertiva il suo corso e la Natura indicava con mille 

impercettibili segnali il suo risveglio, gli uomini, essi 

pure, si preparavano ad accogliere la sua rinascita,  a 

festeggiare/partecipare a quel tripudio di vita.





Rinasceva la Natura, ma per i Greci era Dioniso che riemergeva dagli Inferi dopo il lungo riposo-letargo invernale (o infernale?). E si preparavano ad accoglierlo.
Erano le Menadi, le donne seguaci di Dioniso, ad avvertire per prime l’imminente ritorno del Dio. Ed era, improvviso, un fuggire dalle case gridando, uno sciamare di donne che, come scalmanate si riversavano di corsa per le strade. Questo, il segnale che dava inizio al periodo di feste. Ed era clima di gioia selvaggia che si tramutava in una incontenibile, frenetica baraonda.

Era consuetudine, allora, imbrattarsi* il viso con feccia di vino, uccidere il caprone, mangiare tutti insieme, spillare vino nuovo dalle botti, e bere in abbondanza, per sciogliere gli affanni, perché questo era il dono che Dioniso concedeva agli umani: uno stato di ben-essere, una possibilità di godere un periodo di libertà assoluta. Per questo, gli schiavi ritornavano liberi, e nessuno poteva essere ridotto in catene durante il periodo sacro delle Dionisiache, e a tutti, anche alle donne era concesso vivere una dimensione di libertà* che sconoscevano durante il resto dell’anno. Per questo, si diceva che Dioniso era il dio delle donne*, il dio che comprendeva le loro pene e le liberava da esse. Un dio femminista, insomma.

Ma, il cuore della festa era rappresentato dal corteo. Davanti a tutti, il simulacro del dio ornato con foglie di edera*, posto su un carro preceduto da pantere* e trainato pe le vie della città da Priapo* e da uno stuolo di uomini mascherati e coperti di pelli di capra simboleggianti Sileni e Satiri. Tutti portavano in mano il tirso*, il bastone sacro, pur esso decorato con tralci di edera, e calzavano tutti grandi zoccoli di legno con i quali battevano forte e ritmicamente i piedi per terra provocando cupi rumori. L’incedere di questa avanguardia era solenne. Austero, perché sacro, era l’evento. Solo il capo del corteo, l’exarcon, gridava al cielo frasi sconnesse (così sembravano all’inizio) come dette da chi il vino avesse sconvolto i sensi. Ma era la voce dell’uomo che parlava al Dio, e furono interrogativi sicuramente drammatici, se è vero che in questo primissimo monologo, rinforzato da un coro, si ponevano e si pongono tuttora le origini della tragedia greca.

Questa la sacra avanguardia del corteo di Dioniso. Dietro il carro con il simulacro, seguivano le Menadi, le sacerdotesse del dio invasate, col viso imbrattato con feccia di vino, coperte con pelli di volpe o di cerbiatto, che andavano in seguito perdute.
In tutti, poi, c’era una precisa volontà di far baccano con ogni mezzo, battendo pietre, suonando timpani, tamburi, cembali, fischietti traci dal suono acutissimo, dimenandosi nel mentre come scalmanate, sull’onda dei rumori (ossessivi) quasi a volersi liberare da qualcosa che sentivano in loro e ne agevolavano la fuoruscita. Ed era percezione di purezza e di potere, se è vero che alla fine si sentivano liberate da male, anzi capaci addirittura di dominarlo. Per questo portavano in mano i segni tangibili di quel potere: serpenti* vivi, addomesticati, dai quali le Menadi si lasciavano avvolgere il corpo, le braccia, il collo, la testa. Forma di potere simboleggiato anche dalle fruste*, con le quali staffilavano l’aria, il suolo e quanti si imbattevano sul loro cammino. Potere del tirso, del bastone sacro, con il quale battevano forte il terreno, convinte com’erano che da questo sarebbero sgorgati rivoli di latte e miele, e zampilli di vino. Aspirazione e speranza di una abbondanza* che è forma di  ben-essere.

All’imbrunire, poi, tutti si fornivano di fiaccole, con le quali fugavano le tenebre e illuminavano la notte. Così procedeva il baccanale-dionisiaco per le vie della città. Così perveniva la terribile calca nello spazio antistante il tempio del dio, dove alla luce rossastra delle fiaccole si immolava  il (dio-)caprone o il (dio-)toro, e l’exarcon ne mimava il belato, il muggito, i movimenti, per acquisirne i poteri*, ed era forma di “mimesis”*, identificazione dell’uomo con l’animale-dio e forma di transfer.

Nasceva così, nell’exarcon che imitava Dio e si identificava con lui, la figura del sacerdote-vate (profeta e poeta) che parla per Lui, gli presta la voce, ne interpreta le visioni e svela agli uomini assetati di sapere, le sacre verità, il senso delle cose, le coordinate della vita.
Così, da suoni sconnessi, caprini e taurini, emergono lentamente frasi, senza senso dapprima, poi sempre più chiare e decifrabili. Sono Detti oracolari, Proverbi sapienziali, proposizioni-risposte che chiariscono enigmi, verità alle quali è tolta la maschera che le ricopriva. Monologo, dunque, all’inizio, quello dell’exarcon, dell’uomo-dio-caprone, ma dialogo in seguito, nel ditirambo, che fa seguire al dramma satiresco la tragedia, e in essa i non meno importanti interrogativi, sempre sul senso delle cose*, sul perché del dolore “perché tanto ne spetta all’uomo, anche senza ragione”. (Sofocle, Edipo Re, vv. 1565/67).  

Ora le Menadi invasate, coi capelli disciolti, quasi furie, si precipitavano in corse sfrenate verso la montagna sacra, alla ricerca di animali da uccidere e da sbranare vivi, per succhiarne il sangue che è vita, e mangiarne le carni crude. Ed era modo per incorporare il Dio, che era sentito come presente nelle carni dell’animale (cerbiatto, lepre, agnello). Appropriazione di vita in ingresso, dalla bocca, e in ingresso subito dopo dalla vagina, quando nel cuor della notte, lasse e nude, le Menadi-baccanti spossate dalle fatiche si abbandonavano al suolo, dove le raggiungeva la schiera dei Satiri barbuti, cornuti e cazzuti ai quali si concedevano per ricevere dentro di loro l’altra divinità: Priapo, il Fallo, Dio della vita.  Ed era la discesa e l’ingresso del Dio che allontanando i mali del mondo dona e produce la vita. Ed era orgia di piacere e di pace. La felicità totale.

Queste le Dionisie cittadine, festività per le quali ogni individuo (uomo, donna) tendeva a diventare protagonista dell’evento (sacro) che lo coinvolgeva emotivamente e fisicamente. Dioniso giungeva con la nuova stagione e penetrava nel corpo di ognuno, segnalato da un improvviso bisogno di contorcersi/dimenarsi, quasi un volersi scrollare di dosso qualcosa, e nello stesso tempo frenesia di mangiare, bere, dimenticare, copulare, godere per esorcizzare con il bene-piacere e l’abbondanza di cibo e di sesso, la sofferenza, il male, il dolore.

Falloforie

Se le Dionisie cittadine si concludevano nel dimenarsi di falli, le Dionisie rustiche o campagnole rappresentavano il trionfo dello stesso strumento che elevato a divinità si venerava nelle Falloforie. Il sillogismo è semplice. Se Dio è colui che dà la vita e il Fallo è generatore di vita, il Fallo è dio.

Alla ricerca di una fonte di bene e di vita, di piacere e di gioia, l’uomo greco si attaccava al sicuro, elevava al cielo lo strumento divino, procacciatore di felicità, e lo portava in processione per le campagne, e con esso gongolante, entrava nelle case, perché venisse accolto anche al loro interno, baluardo contro la jettatura, protettore delle mandrie, delle greggi, delle api, dei pesci, dei campi, degli orti, delle vigne. Il protettore-creatore-generatore della vita. Colui che reca gioia, allegria, ben-essere, conforto nelle notti insonni, e tiene lontano i mali del mondo.
Anche qui un procedere ordinato, all’inizio. Innanzi a tutti le canefore che portavano ceste colme di fichi (chiara analogia alla sessualità femminile). Seguiva il Falloforo, il portatore del Fallo divino, di Priapo (figlio di Dioniso e di Venere) eretto e maestoso, pro-teso verso il cielo. Appresso, la calca dei partecipanti. Corteo di popolo gaudente e mascherato, trans-ferito nel ruolo di tanto personaggio, che godeva degli scherzi e delle battute salaci rivolte al Dio dei piaceri e delle voluttà, al simbolo priapeo armato.

Baldoria, baccano, euforia e allegria caratterizzavano anche qui l’evento felice, il festeggiamento del simbolo massimo, di colui che giustamente è considerato il padre del genere umano, l’unico che a qualsiasi momento può offrire garanzia di ben-essere fisico e psicologico.

Se il Fallo è bene, Priapo è il pene. Non restava dunque che invocarlo, adorarlo e propiziarlo (da maschi e da femmine) tenendolo caro, per usarlo alla bisogna, oggetto apotropaico per eccellenza, spaventapasseri o guardia campestre dai vistosi attributi, come rimedio contro ogni genere di mali.

A sera, poi, quando la processione sacra aveva esaurito la funzione, assembramenti di gente e baldoria, conversazioni amene e piccanti, battute inneggianti al dio gioioso, scambi di bicchieri di vino. Ed era delizia dei sensi e universale letizia.
Questo, in Grecia. A ogni primavera.

Ma chi è Dioniso? 

La tradizione lo definisce dio del vino, dell’uva, della vite. In verità, Dioniso è realtà molto più complessa. Difficile da definire nella sua essenza. Mitologicamente è un emi-dio, in quanto partecipa della natura umana e di quella divina. Figlio di Giove, capo degli dei, e di Semele, una comune mortale, una vergine donna che avendo osato accogliere in sé il seme della somma divinità era stata punita dalle divinità olimpiche a vivere in eterno negli Inferi. Ma, era proprio in virtù di questa sua doppia natura “umana e divina”, che Dioniso poteva comprendere gli uomini, le loro pene, i loro bisogni, le loro richieste. Proprio per questa sua particolare natura, Dioniso era solito abitare per metà dell’anno  nel mondo delle tenebre, nell’Averno, accanto alla madre Semele, e per metà nel mondo della luce, nell’Olimpo, accanto agli altri Dei. Dioniso era, dunque, un dio che ciclicamente appare e scompare, dio che nella sua discesa agli Inferi lascia gli uomini nella solitudine e nella tristezza, ma ritornando porta la gioia dello stare insieme e il piacere di vivere. Pertanto, Dio della vita, che vince sulla morte, ma anche dio delle tenebre che vince sulla vita. Mitologicamente, Dioniso simboleggia la Natura.  La “Natura” che è vita e morte. La Natura che ad ogni primavera risorge, presente anche negli animali, soprattutto in quelli che non fuggono davanti all’uomo: pantera maculata*, orso, toro, cavallo, caprone, cinghiale. Animali che attaccando mettendo a rischio la sua vita.

Ma è qui che si verifica il paradosso. Se l’uomo riesce a uccidere l’animale-che-è-Dioniso, l’animale-che-è-vita, da quell’ammasso di proteine subito fagocitate/introiettate  all’interno dell’organismo umano, si confermerà (dolce fonte di ben-essere) la vita, perché l’animale-che-è-Dioniso è contemporaneamente fonte di possibile male (prima di essere ucciso) e fonte di sicuro bene come ammasso di proteine, dopo che è morto-ammazzato. Così, gli opposti coesistono in un solo punto: nell’attimo in cui l’animale morto alimenta un’altra vita.

Si realizza così, il ciclo della vita e il concetto della alternanza, l’idea della possibilità/necessità della inversione, del capovolgimento che sostiene la speranza umana nei momenti di sofferenza e di dolore. Per questo si dice che “il morir di una notte apre il nascere di un nuovo giorno”.

È Dioniso, dunque, colui che si pone alle radici dell’essere, che è per l’appunto sintesi di opposti, di vita e di morte. Contemporaneamente. Se Dioniso è la Natura, la Natura è sadica quando mostra gli artigli insanguinati, o quando ci sfiora con l’alito gelido della morte. Eppure, nella proteiforme varietà del suo essere, la Natura non manca di essere buona, dolce, bella. È per suo mezzo che l’uomo conosce la gioia di vivere, la coscienza grata dell’esistere, conosce l’amore meraviglioso dei sessi, l’idillio bucolico, il dono georgico della stessa, e ancora i piaceri dell’arte, della poesia, le dolcezze della musica. La Natura è indifferentemente, anzi, contemporaneamente, “doppia”*, perché  fonte di benessere e di malessere, amica e nemica, madre e matrigna, che ci crea e ci distrugge, che si lascia comandare eppure ci comanda, che dà piaceri a piene mani, e dolori allo stesso modo.  
   
                                                      Gino Carbonaro
    


 


2012/02/20

Fuori Gioco di Salvatore Scalia

Fuori gioco

Un libro di Salvatore Scalia

                                                                      di Gino Carbonaro


I libri si dividono in due categorie. Ci sono quelli buoni, che fanno riflettere, meditare, e che perciò arricchiscono; e quelli che non lasciano né emozioni, né traccia dentro di noi.


Tutti i libri di Salvatore Scalia, appartengono alla prima categoria, cioè ai libri che fanno pensare, che diventano parte di noi, e insieme accrescono il patrimonio della nostra cultura e ci rendono più saggi.


È giudizio forte quello che stiamo avallando, ma, è onesto che chi scrive si faccia garante di ciò che dice.


“Fuori gioco” (Gli Specchi, Marsilio Editore, 2009) è l’ultimo libro dello scrittore etneo. Qualcuno lo definisce “romanzo”, ma può essere considerato alla stregua di una tragedia, di diritto una pièce teatrale che invita alla riflessione.  


L’opera parla di un calciatore di provincia che vive la giusta ambizione di diventare giocatore di serie A. Dapprima, la sorte sembra premiarlo, perché riceve una convocazione da una squadra nazionale. Il provino va bene, ma una macchiolina sulla radiografia dei polmoni lo fa escludere. Sogni e speranze vengono distrutte in un attimo per lui, per il padre che si realizzava nel figlio, per i tifosi che auspicavano un suo successo. Dalla delusione alla lenta emarginazione sociale del protagonista, il declino è inesorabile. Il padre comincia a rivolgere le sue attenzioni a un altro figlio, la madre gli rinfaccia di avere abbandonato gli studi, gli amici che hanno trovato un lavoro lo considerano un fallito, fino a quando, una domenica, poco prima di dare inizio alla partita, gli viene intimato di rivestirsi. Un suo antico compagno di squadra, ora dirigente sportivo, gli comunica il licenziamento in tronco. Caduto in disgrazia, viene abbandonato a se stesso anche dalla sofisticata signora Corvaja, moglie del sindaco, che lo aveva utilizzato come cavalier servente e amante. Il fallimento è totale. Ora il racconto diventa analisi di un ambiente dove ognuno si alimenta di chiacchiera e vaniloqui, dove tutti si nutrono di luoghi comuni e falsi valori. 


Ma, Paolo Malerba è solo una faccia della medaglia, l’altra è costituita dal paese etneo di Mascalucia, con le sue abitudini, il suo “gossip” al bar della piazza, le sue cattiverie, le sue storie di corna, le piccole collusioni con i malavitosi locali e qualche omicidio. Storie di ordinaria follia, storie di un microcosmo che ruota sempre uguale, su se stesso, eppure prototipo di un mondo più grande.
     
Si rileva così che la vita è un gioco dove c’è chi perde e c’è chi vince. E vincono sempre coloro che non hanno scrupoli, furbi e “sperti”: quelli che conoscono le regole del gioco della vita, o se le inventano, e se è necessario sanno anche barare. Chi non conosce quelle leggi è liquidato, è messo “fuori  gioco”.


In questo racconto, si sviluppa una sottile trama filosofica quando l’autore va alla ricerca di un perché, di un come, di un quando che possa spiegare il perché della vita. È in questa ricerca la sostanza e la forza del libro.


Comunque, “Fuori gioco” registra ancora un valore aggiunto per il taglio sociologico e antropologico che lo caratterizza: descrizione di forme mentali, sistemi di vita, beghe familiari, gerarchie capovolte di valori, pennellate sul matto del villaggio, curiose consuetudini di giovani provinciali. Per questo, il vero protagonista del libro, si è detto, resta il paese di Mascalucia, appollaiato sulle pendici dell’Etna, dove ogni persona pensa e agisce alla stregua del vulcano di cui sente dentro di sé quel ribollire che vomita fiamme ed energie distruttive quando meno te l’aspetti. La legge del vulcano è per Scalia la legge degli umani, spietati, imprevedibili, insensibili al dolore degli altri, senza anima, agiscono, ma senza dare un perché alle loro azioni.      


La bellezza dell’opera va anche ricercata nei monologhi che l’io narrante instaura con la natura, quell’inebriarsi al profumo delle ginestre, quel seguire l’improvviso battito d’ala di una gazza, nella vertigine offerta dal panorama che guarda l’infinita distesa del mare, dalla montagna coperta di neve, che maschera i sotterranei turbamenti del vulcano. Sono pennellate che ritornano ciclicamente nel corso del libro e rappresentano delle pause di quiete nel tumulto dei sentimenti di Paolo Malerba.


Il risultato creativo dell’opera è raggiunto per mezzo di una scrittura funzionale al racconto, aderente al tema, semplice, pulita, che non concede nulla al vezzo estetizzante, e perciò capace di trasmettere emozioni.


Il finale dell’opera che registra la lucida follia e la scomparsa del protagonista non va commentato, va letto, perché è qui che il racconto si chiude in modo da lasciare il lettore pensieroso, in un dilemma che non si risolve. Con l’amaro in bocca. 

                                                                 Gino Carbonaro


2012/02/17

"La Scienza Sacra" di Alex Pluchino

        Un pellegrino alla ricerca di Dio




Ho letto il saggio "La scienza sacra". Lo scritto è commovente. Mi conferma quello che avevo già intuito nelle tue conferenze. Sei un Fisico, ma la ricerca della Natura (anche della natura umana) ti serve per scoprire Dio. Ripensiamo insieme al grande Galileo. 


C'è in te una profonda componente mistica. Il saggio è una pagina di diario intimo. Il destinatario dello scritto forse non sono io, né il lettore. L'interlocutore è Dio. Ed è con Lui che vorresti parlare. E' lui che cerchi. E (quasi) tutte le strade ti sembrano buone. Tutte. Tranne la logica lineare che sei costretto ad usare nel tuo lavoro di fisico. C'è Dio, dunque, nella tua ricerca che sa di pellegrinaggio, e c'è quel Giovane Trentaquattrenne (capisci a chi mi riferisco) motivato quanto te alla giustizia che non vedeva realizzata in questo mondo. 


E consulti il pensiero mistico, scientifico e a-scientifico del mondo intero antico e contemporaneo e dai ascolto a tutti (pensatori e ricercatori) considerandoli tutti come parte (-cipi) di una religione cosmica, parte di un pensiero universale. 


E ti rammarichi anche del fatto che esistano così tante  religioni, diverse, per sottolineare che Dio è uno. 


Così, quando scrivi nel tuo studio, vesti, senza accorgertene, il saio del mistico di una religione cosmica, per cercare quello che hai in te, e che tu vorresti razionalizzare utilizzando  il tuo "pensiero laterale", seguendo percorsi inusitati, strade di ricerca mai seguite.       


La tua ricerca è stata anche la mia, ma per me il percorso è stato diverso. Io ho scoperto la dimensione dell'Universo e la presenza di Dio in un papavero, fotografato e proiettato in uno schermo. Lì, il "Satori". L'illuminazione. Poi l'Indefinibile Zen. 


Da allora, non ho avuto bisogno di niente e di nessuno . Non chiedo niente a Dio. Neppure la immortalità. Il continuare a vivere dopo la morte. La mia esperienza di vita mi ha riempito. E prego, quando si spegnerà la luce di questo mio ultimo filetto di luna, di poter ringraziare anche in chiusura Colui che non ho potuto conoscere come avrei desiderato. 


Se poi dovessimo continuare a vivere dopo la morte, allora ci incontreremo, chissà, e forse potremo discutere ancora. E questo ritengo possibile. Perché chi ha creato questo Universo, può tutto e il contrario di tutto.                                 A risentirci, Alex.  E, auguri per la tua ricerca, che non è finita!
                        
                                                    Gino Carbonaro

2012/02/15

Comandamenti del Siciliano

Li Santissimi Cumanni

del Popolo Siciliano


1.     Amaa `Điu e `futt’ô prossimu

2.     Nun fari `beni, ca malu ti `ni veni 

3.     Cu ha `đuluri de carni d'autri
       ’i sŏ si manćiunu ’i cani

4.     Cu’ cauria ’u şcursuni nt’ô  pêttu  
       ’u primu muzzŭcuni è ’u sô

5.     Nun fari `beni ê pôrci
       ca  ti lu rênnĭnu a funciati

6.     Cu duna ’u culu all’auŧŗi
           nun ši pò assittari

7.     Joca cu to pa', ma prima
          arrimìnicci ’i carti

8.     Şparti tu, ca cu şparti
       havi a mêġğhiu parti

9.     `Đifênni ’u tô, o tôrtu o ’rittu

10.  Ôçċhiu vivu e a manu ô cutêđdu


11.  Cu futti futti, `Điu pirduna a `tutti


12.  Cu havi dinari e amiçizia
    si teni ’nŧŗa lu culu la `giustizia

13.  ’U cumannari è `mêġğhiu dô fúttiri

14.  A `cu ti leva ’u pani lévicci ’a vita


                  da “La Donna nei Proverbi Siciliani” 
                                   di Gino Carbonaro,
                        Thomson Press Ltd, Oxford, 2003  

2012/02/14

Onorevoli Stipendi Diritto Democrazia

Diritto e Costituzione

                                                     VOX CLAMANS IN DESERTO!

Stipendi & Democrazia



E’ legale (o morale?) che 
Deputati al Parlamento nazionale 
e alla Regione Sicilia 
possano quantificare 
per se stessi stipendi e privilegi?
Tempo addietro avevo avuto l’idea di far circolare opinioni e impressioni con il sistema ET (e.mail/tam-tam) considerando che televisioni e giornali ci raccontano quello che vogliono, controllati da chi detiene (democraticamente) il potere.
   Ma, è chiaro che chi ha già posseduto tre televisioni (in Italia!) e ne ha controllate altre due (almeno), poteva far cantare all’unisono le lodi dei Signori e Padroni di questa Telenovela Italiana.
Qualcuno gridava al “regime” e affermava che la democrazia era andata a “quel” paese, sostituita dal dirigismo  politico. 
Altri hanno confrontato l’Italia all’America Latina e hanno notato che noi Italiani abbiamo la libertà di pensiero e tanto ci basta.  D’altro canto, come saggiamente declamava la buonanima di Mussolini: “La libertà non esiste! Esistono le libertà!” (Discorso al Parlamento 1923)


Il concetto di Democrazia

       Eppure, la Democrazia (si scrive con la maiuscola) è un concetto di filosofia del diritto la cui scoperta segna una delle tappe fondamentali della civiltà.
Il principio, che è interfaccia della Giustizia, è stato scoperto dai Greci già cinque secoli a. C.
L’etimo indica che democrazia si ha quando il potere (kratìa) della cosa pubblica è pa-ri-ta-ria-men-te nelle mani di tutti i cittadini del “démos” (δήμος = collettività).
      Per i Greci la democrazia si realizzava nel rispetto di tre principi fondamentali:

1.      la Isotimìa (ísos = uguale + timìa = stima, valore) per la quale tutti i cittadini avevano lo stesso valore senza distinzione di casta, nascita, cultura, ricchezza; e pertanto riconosceva a tutti libertà di opinione. 
                   Dalla isotimia  discendeva la
2.     Isogorìa, [1]che è l’uguale diritto a prendere la parola nei luoghi dove si dibattevano problemi di tutti; diritto a far conoscere la propria opinione, il proprio punto di vista. Dalla isotimia discendeva ancora la   
3.      Isonomìa (ísos = uguale + nómos = legge) uguaglianza       di tutti i cittadini (eletti ed elettori) di  fronte alla legge.

Nell’attuale regime politico, i principi che svuotano la democrazia di significato sono il primo, il secondo e il terzo. Ma, parliamo della isogorìa, dal momento che è stata è stata chiamata in causa nel citato e.mail. 

Diritto di parola e clessìdra

    I Greci avevano capito che se un cittadino ha diritto di parlare, deve altresì avere a disposizione lo stesso tempo degli altri. E in Grecia, lo strumento usato per gestire il tempo a disposizione di chi parlava era la clessìdra.
   Socrate, accusato di corruzione, si difese davanti a tutti tenendo conto della clessidra: tanto tempo era concesso a lui per esporre le sue ragioni, altrettanto al suo avversario-accusatore. Non pare sia stato privilegiato dai giudici, dal momento che veniva rispettata la isotimia e la isonomia.
Anche Pericle, che pure fu artefice della Grecia classica, colpevole di essere diventato “troppo potente e accentratore” fu condannato (solo per questo) all’ostracismo,[2] ma solo dopo un pubblico dibattito, che prevedeva per l’appunto l’uso della clessidra. 
La Grecia classica coniugava democrazia e giustizia. Né pare che Socrate e Pericle avessero il monopolio di televisioni e di mass-media.
      Da ciò discende che, Democrazia e giustizia, nella accezione classica del termine, ci saranno in Italia quando ogni cittadino avrà a sua disposizione n.5 (léggasi cinque) televisioni  pro capite e qualche decina di testate giornalistiche nazionali per far sentire agli altri con altrettanto spazio e altrettanta forza le sue ragioni.[3]
         Se  tanto non è possibile, non c'è democrazia. E se non c’è democrazia, c’è demagogia, cioè un governo che è democrazia nella forma ma non nella sostanza; oppure c’è una timocrazia (sono ancora i Greci a fornirci  il concetto) che è potere nelle mani di una ristretta corporazione di persone che si autostimano, che ritengono di valere di più degli altri (τιμη = valore, stima), che sono ricchissimi, e si fanno carico di gestire non solo i propri soldi, ma anche quelli degli altri.
   Come si manifesta una timocrazia ce lo insegna la Televisione: atteggiamento paternalistico, sorridente, con pacche alle spalle, "sicumera" soprattutto, calma (che è la virtù dei porti!), zucchero e miele ai bordi del bicchiere per fare deglutire l’amaro delle medicine o l’eventuale olio di ricino: insomma,  prepotenza ed arroganza confezionata con eleganza. Lo stile innanzitutto!

Panem et circenses

            I  Romani, grandi maestri del diritto, da cui discende la eletta famiglia degli itali(di)oti, sapevano che alla plebaglia non bisognava far mancare “panem et circenses”: elargizioni di frumento gratuito (per evitare gli assalti ai forni) e spettacoli, tanti spettacoli, al Colosseo e ovunque.
Oggi, quella lezione non è andata perduta. Questi governi non faranno mancare il pane quotidiano a nessuno: ma, soprattutto, non ci faranno mancare il nostro spettacolo (televisivo) quotidiano e serotino a reti unificate, perché tutti si possa credere che esiste l’onestà, che i ladri vengono perseguiti (nei film), che la giustizia esiste ed è uguale per tutti, anche per gli Onorevoli (!) Deputati, e che il nostro è come scriveva il filosofo Leibniz – il migliore dei mondi possibili. Tutte le notti, le famiglie italiane dormiranno serene sognando romantiche telenovelas.

Aumenti degli stipendi

    Ora, qualche anima inquieta cerca di denunziare all’opinione pubblica una sottrazione indebita, che si guarda bene dal definire furto, perché il furto, è risaputo, si realizza quando si entra in banca “dall’esterno” impugnando una pistola e ci si appropria dell’altrui denaro; mentre è risaputo che stipendi e relativi aumenti di stipendio dei nostri Deputati vengono non sottratti ma “detratti” dal bilancio quindi “vo-ta-ti” "democraticamente" dal Parlamento riunito in seduta plenaria, e vengono infine ratificati dal Presidente della Repubblica. E ogni decisione parlamentare è Legge dello Stato, che sancisce la legalità della detrazione numerica di “fondi” (fondi, si dice, con soft eufemismo); fondi  che non sono più del contribuente, ma appartengono allo Stato, cioè a chi li gestisce. Si tratta, pertanto, di sottrazione debita, cioè dovuta, e come "atto dovuto" questi fondi  vengono girati, in una sorta di partita di giro da un conto stagnante a un altro corrente. Nessuno deve poter dire che ci sia stato un raggiro e quindi un furto, anche perché  l’operazione è stata votata da "tutti" e fatta alla luce del sole, mentre i furti si fanno di notte e di nascosto. Con i soldi si vive bene, ci si veste bene, ci si compra uno yacht o una Ferrari,  e solo così si può passare per persone per bene da cui il termine "perbenismo".
Ma è giusto che sia così. I Romani dicevano: "Assem habeas, assem valeas!" Possiedi una lira? Vali una lira!!

I due Parlamenti italiani

Se ogni causa provoca un effetto, l’aumento degli stipendi parlamentari riesce a creare in Italia due Parlamenti anziché uno.
Il primo è il Parla-mento, dove si parla al vento, con sede a Roma; l’altro è il Par-lamento, nel quale si riconosce a tutti pari diritto al lamento, e del quale fanno parte tutti i cittadini che vogliono lamentare qualcosa. Il Par-lamento ha sede ovunque ci sia un gruppo superiore a due persone che sente il bisogno di lamentarsi. Con due Par-lamenti la democrazia è garantita!
Possiamo cominciare subito con la prima lamentela? Gridare allo scandalo per questa classe politica che non sembra avere scrupoli e coscienza di niente. Classe politica che essendo stata votata democraticamente da tutti noi, riflette la società che l’ha eletta. Noi votiamo i deputati che ci fanno comodo.
Classe politica composta da aristocratici, da coloro che sono migliori (άριστοι = migliore), che hanno qualcosa in “più” degli altri: difatti sono più eleganti, più belli, più profumati, più mascherati, più organizzati, più senza scrupoli, e dunque con più diritto degli altri  a governare, proprio come vuole legge di Madre-Natura. Nella giungla ha diritto di sopravvivere il più forte. Nell'oceano, pesce mangia pesce. Fra gli umani, il puù forte ha di più e fagocita il più piccolo. La Giustizia dei tribunali serve.. a misurare l'ingiustizia! 

Referendum. Perché?


Con questa classe politica non valgono i referendum che qualcuno intende proporre:
1°. perché i cittadini amareggiati andrebbero al mare o in montagna piuttosto che andare a votare (tutti ricordiamo i suggerimenti di Craxi);
2°. perché il risultato dei referendum (abrogativi) semmai facessero registrare una cosiddetta vittoria, potrebbero essere rispettati nella forma, ma facilmente disattesi nella sostanza (vedi la sorte del referendum sul finanziamento dei partiti);
3°. non si vede perché la Corte Costituzionale dovrebbe cassare oggi o domani i privilegi dei parlamentari, se non l’ha fatto ieri. Non è forse palese la incostituzionalità di decreti e leggi che sanciscono i privilegi denunziati nelle email?

Stipendi dei Deputati

L’aumento degli stipendi parlamentari è un falso problema: lo scandalo, a monte, è costituito dai Parlamentari che decidono essi stessi e per se stessi le loro remunerazioni. Ed è prova che in Italia vige il diritto della forza, non la forza del diritto, né la morale.

Costituzione

 I privilegi sono  tantissimi. Primo fra tutti l’immunità parlamentare che discende di peso dall’assolutismo regio. Re assoluti  e dittatori si sono da sempre ritenuti fuori e al disopra delle leggi, che però essi impongono agli altri. Ed è proprio contro abusi e privilegi che è scoppiata la Rivoluzione Francese. I nostri patrioti dell’Ottocento  chiedevano indipendenza dallo straniero, ma soprattutto  ladozione di uno Statuto.
Lo Statuto, poi detto Costituzione, era un contratto sociale che i sudditi di allora volevano far accettare ai sovrani per adottare il principio che tutti (sovrani compresi) dovevano sottostare alle stesse leggi e le leggi non potevano discriminare la popolazione.
E, sempre la Costituzione sanciva la divisione dei tre poteri: legislativo, esecutivo e giudiziario sulla base di quanto dettato nel Settecento da Montesquieu nella sua opera intitolata Ésprit de lois (Lo spirito delle leggi).
Quanto sopra per sottolineare il principio che, chi fa le leggi non deve controllare la loro applicazione, e chi giudica non può essere nominato da chi detiene il potere legislativo. Le tre sfere devono essere indipendenti ed autonome. Quanto sopra per evitare che le leggi potessero favorire una sola classe sociale a scapito di altri cittadini. La Costituzione[4] detta questi principi e le leggi votate non possono disattendere la Costituzione.

I privilegiati


In Italia, invece, si adotta il  privilegio del “tu non sai chi sono io!”  E anche sul significato del termine privilegio ci illumina l’etimo. Privilegio deriva da privus-legis, e privilegiati  erano nel Medioevo coloro che erano esonerati dal sottostare alle leggi.
Privilegi erano accordati agli eroi e ai condottieri che avevano acquisito un merito nei confronti della collettività: aver vinto una battaglia, per esempio.
Ma, è chiaro che ogni forma di privilegio cozza con la Costituzione, e se il privilegio è decretato per legge, la legge è incostituzionale. E il nostro pensiero corre ai privilegi che concordano e si accordano i nostri Onorevoli Deputati per meriti che essi stessi ritengono di avere acquisito nei confronti dei contribuenti e nell’esercizio della loro funzione.
Uno dei meriti? Forse il riferimento va al debito pubblico vertiginoso di duemilioniquattrocentomila miliardi, dovuto a spese votate senza copertura e tutte avallate dai nostri Presidenti della repubblica, Pertini compreso.
Questo, perché re, imperatori, dittatori, e ora anche i deputati si sono sempre ritenuti al di sopra delle Leggi, che essi stessi promulgano.
L’immunità parlamentare è, ripetiamo forma di privilegio, più importante dell’aumento di stipendio. 
Un referendum per testare la volontà degli elettori è proposto da idealisti i quali credono che il potere reale è ancora nel popolo che vota i referendum, mentre il potere è stato da sempre di chi detiene il potere. E non è una tautologia. Il popolo coltiva le lattughe, altri mangiano l’insalata!
Ma, d’altro canto cosa sarebbe il potere se non se ne approfittasse?

            Sarebbe bello scoprire a quale sindacato sono iscritti questi deputati e come fanno ad avere stipendi di tale entità senza usare l’arma dello sciopero. E sarebbe altresì salutare conoscere come si comportano gli altri Stati per decidere stipendi ed aumenti di stipendio dei loro deputati.
            In Svizzera, per esempio, è palese che per aumentare gli stipendi dei deputati è necessario consultare con un referendum i cittadini che lì, beati loro, sono i veri detentori del potere,  e chi paga le tasse si considera ancora il vero datore di lavoro dei deputati parlamentari.
            Oscar Luigi Scalfaro, emerito Presidente della Repubblica, esortava gli Italiani (sostantivo maiuscolo) a stringere la cinghia perché l’Italia doveva entrare in Europa e gli Italiani dovevamo contribuire al risanamento del debito “pubblico”; e lo diceva proprio Lui che incassava secco e netto un miliardo (e più) all'anno di stipendio.
            Questa è la strada, anzi l'autostrada senza guard-rail, nella quale procediamo. La classe politica che dovrebbe risolvere i problemi dei cittadini è diventata il vero problema degli Italiani. Ai cittadini non resta altro che parlarne: per loro esiste il Par-lamento, e non è poco.
  
                                               Gino Carbonaro
    
  

Stipendi e Privilegi

di Deputati Parlamentari


Sull'Espresso di qualche settimana fa è riportato che i Parlamentari hanno votato un ritocco di Euro 2.200.000 (in più) al loro stipendio che passa a Euro 37.086.079 circa. La mozione (votata all'unanimità e "senza astenuti") è stata camuffata in modo da non risultare nei verbali ufficiali.
Ma, se questi sono gli aumenti, cerchiamo di capire come vanno gli stipendi e gli annessi privilegi per i nostri rappresentanti al Parlamento. Queste alcune informazioni utili:

Stipendio  lordo  ……………Euro 37.086.079 al mese
Stipendio netto   ……………Euro  19.325.396 al mese
Portaborse          ………………Euro  7.804.232 al mese
                                     (generalmente parente o familiare)
Rimborso spese affitto    sino a     Euro 5.621.690 al mese
Telefoni  (cellulare compreso)  fino Euro 6.000.000 annue 
Tessere cinema e teatri             … m      gratis
Tessere autobus e metropolitana …….    gratis
Francobolli   …………………………………    rimborso spese
Pedaggi autostrade         ………………………………   gratis
Piscine e palestre     ……………………………  rimborso spese
Ferrovie e aerei di Stato     .………………….. gratis
Cliniche ………………………………………………. gratis
Assicurazioni sulla vita  ……………………  gratis
Autoblu con autista     ………………………...  gratis
Spese Ristoranti  e public relations   ..… rimborso spese

Nel 1999 deputati e senatori hanno “mangiato” e brindato alla salute dei contribuenti per  miliardi  2.850.000  di lire.

 Indennità di carica   ………  da £ 650.000 a £. 12.500.000
Rimborso spese elettorali    (pro capite)…£ 200.000.000
In violazione alla legge sul finanziamento ai partiti, e solo per chi è stato eletto.
Contributo per chi fonda un giornale sino a  £ 50.000.000
Scorta per personaggi insigni. E ancora,
Pensione “a vita” dopo 35 mesi di presenza (o assenza) in Parlamento, mentre i concittadini ricevono la pensione “solo” se portano a termine 35 anni di contribuzioni.
Trattamento di fine rapporto, miliardaria, se il servizio supera le tre legislature.
In cambio per quanto sopra, la classe politica ha causato al paese un danno economico di Euro 2.446.000. 
(leggasi: duemilioniquattrocentoquaranta-seimila miliardi!) che gravano sulle s-palle del contribuente italiano.   

Da tener presente che


Ogni Decreto-Legge e decisione parlamentare per quanto sopra sono sempre ratificati dal Presidente della Repubblica, quale notaio garante di quanto avviene in Parlamento.

La “sola” Camera dei Deputati
costa al Contribuente

Euro 4. 289.  (miliardi!) al minuto
Euro 257. 398.  all’ora
Euro 6. 177. 553.  al giorno
Eurio 2. 254. 806. 845 all’anno

Spese correnti
il cui conto è approssimato per difetto
  
Far circolare se ritenete...
!


Ragusa 13 marzo 2002


                                                                       
[1] Agorà è la piazza dove si riunivano i Greci.

[2]  Ostracismo: era forma di consultazione popolare. Il popolo incideva la sua decisione su un óstracon, cioè su un coccio di conchiglia.
[3] I Latini dicevano:"Dictum unius, dictum nullius": chi parla usando la sua propria voce è come se non avesse parlato.

[4] La Costituzione, Statuto o legge fondamentale dello Stato sancisce i principi fondamentali cui deve sottostare il Parlamento nella emanazione delle leggi. In tutte le Costituzioni il principio fondamentale sancisce l’uguaglianza di cittadini. Nessuna legge può essere discriminante. Il Governo e Parlamento non possono proporre e votare una legge che non tiene conto di questo principio. Aumenti di stipendio per una categoria e non per un’altra possono essere incostituzionali. Lo stesso dicasi per la legge che prevede il rimborso spese elettorali solo per il Parlamentare che è stato eletto.