2011/04/23

Tradurre è un po' tradire


Dal siciliano alla lingua italiana
Limiti delle traduzioni

 
     Spesso accade di dover tradurre in italiano qualche frase siciliana, ed è allora che si nota una differenza fra le due lingue. È come se italiano e siciliano, che pure sono lingue gemelle, ci fosserò delle diversità.
    Per capire la differenza fra siciliano e italiano facciamo nostra la teoria di Giambattista Vico. Il filosofo napoletano formulò nel Settecento l’ipotesi che la storia dell’uomo e anche il suo linguaggio evolvono seguendo tre momenti: quello del senso, quello della fantasia e quello della ragione. 

   Il primo momento attiene alla lingua dell’uomo-scimmia che da poco si è posto in posizione eretta. In questa fase il linguaggio umano si esprime in forma cruda, sintetica, essenziale e fa uso di segnali del corpo e di movimenti mimetici. Nella seconda fase, la lingua evolvendo diventa creativa, fantastica, poetica, calda, e si amplia facendo uso di similitudini e di analogie. Nel terzo momento, la lingua è lineare, funzionale, ma fredda.
   La differenza fra siciliano e italiano è da ricercare nel fatto che la prima è lingua creativa, poetica e calda, la seconda è lingua funzional-discorsiva e moderna.    
    Nella Sicilia di qualche anno fa una madre notava che i figli litigavano in continuazione e infastidita commentava: “Siti com’ê cani ch’ê jatti!” La lingua italiana scarta la versione analogica “siete come cani e gatti”, fra l’altro cacofonica, e dice funzionalmente che i ragazzi “litigavano come dannati”. Il concetto è lo stesso, ma il percorso linguistico adottato è diverso.    
    Così, di ragazzi che non studiano, non rispettano le cose degli altri e fanno dannare i loro genitori, un siciliano di vecchio stampo, sempre riferendosi a quei giovani, potrebbe fotografare l’evento con la frase: “Pigghiaru a strata d’âçitu!”  La “via dell’aceto” è quella che prende il vino che si inacidisce nella botte. Il proprietario assaggiandolo, nota che il vino comincia a cambiare gusto, sospetta il cambiamento di stato del liquore attaccato dai microbatteri, capisce che il processo è irreversibile e sentenzia fatalisticamente: “Stu vinu pigghiau a strata d’â çitu”. La lingua italiana potrebbe tradurre lo stesso concetto con “questi ragazzi si stanno perdendo”, o frasi similari. Nelle due lingue, l’idea è la stessa, ma la forza di trasmissione è diversa. Lo stesso vale per frasi intraducibili come “Iu mŭnuzzu a çipudda e a ttia t’abbruscănu l’ôcchi” o anche “a jaddina fa l’ôvo e  jaddu ci abbrusca u culu”, che vorrebbero dire: “Il problema è mio, perché ti immischi”: Gli esempi potrebbero continuare. La differenza fra le due lingue è la stessa che si registra nel campo dell’informatica fra analogico e digitale. Ma, il passato è passato. Non si può tornare indietro, anche se l’analogico, con le sue sbavature, i suoi fruscìi, il suo calore aveva il suo fascino.

                   Gino Carbonaro

2011/04/22

Vitaliano Brancati , Modica & il Fascismo

                 1947  -  Da "Il Vecchio con gli stivali"                           "Anni difficili" di Luigi Zampa



     Modica è città dal fascino antico. Capitale di Contea già dal tempo dei Normanni, si sviluppa a ridosso di quattro colline che da sempre hanno guardato cave dove scorrono freschi torrenti di fondovalle. E le case, incastonate come telline le une accanto alle altre su poggi e dirupi, evocano agli occhi del visitatore l’idea di un presepe. Andare a Modica è come tuffarsi nel passato, procedendo fra strade e “vanelle” che hanno fissato antichi viottoli e sentieri segnati dalla natura. Su tutto, fra decine di palazzi nobiliari e conventi attaccati alle chiese, si ergono silenti e maestose la cattedrale di S. Giorgio e il castello dei Conti. Oggi Modica è patrimonio dell’umanità. Un riconoscimento che è avallato dai turisti che quotidianamente la visitano.
      Scrittori come Sciascia e Bufalino, che sono venuti a Modica di passaggio, hanno decantato Modica, ma, fra questi, chi ne ha subito il fascino per restituirlo nei suoi scritti è stato lo scrittore siciliano Vitaliano Brancati, che fra il 1910 e il 1917 trascorse a Modica gli anni della sua fanciullezza.
    Nel rileggere a distanza di tempo “Il nemico del vincitore” (1932) opera giovanile dello scrittore di Pachino, è possibile rivedere “attraverso i vetri del balcone la città arrampicata sui colli … le mille vetrate lampeggianti … Monserrato in colloquio con tutte le rondini della contrada … la chiesa di San Giorgio con puntini di donne sulle scalinate …”. È una Modica che rivive come in un guache, fra le brume della memoria.
      “Il vecchio con gli stivali” (1945), racconto centrale della produzione di Brancati, è ancora ambientato nella città di Modica, così come il film “Anni difficili” di Luigi Zampa  tratto dal sopraccitato racconto. Sia nel racconto che nel film, Modica resta sullo sfondo come testimone di un’epoca. Città che per la sua importanza meritava di essere chiamata a notaio della storia.
      Tutto questo trovasi riportato nell’opera appena pubblicata dal “Lions Club” di Modica, dal titolo “Vitaliano Brancati e Modica”, curata da Giorgio Buscema. Libro che rende possibile riconsiderare a distanza di tempo le chiavi di lettura dello scrittore siciliano, la sua finissima vena satirica con la quale consegna alla storia uno spaccato della cultura fascista poi collassata sotto il peso della retorica; analisi storica e psicologica di una società in un momento di crisi non dissimile da quello che viviamo oggi. Opera quella di Vitaliano Brancati, che  è cerniera sulla quale ruotano due epoche, quella fascista e quella cosiddetta democratica, che però restano sostanzialmente le stesse; spaccato di storia vera e vissuta che fa riflettere sulle condotte degli italiani di ieri e di oggi, perché è certamente vero che in Italia, dirà Tomasi di Lampedusa, tutto deve cambiare per restare inesorabilmente lo stesso.

                                                          Gino Carbonaro

Artigiani: Insigniti del titolo di Tesori viventi


C’era una volta l’artigiano!
 
   Chi visita il Castello di Donnafugata, qui negli Iblei, rimane stupito dalla bellezza di quanto vi si trova esposto: candelabri di cristallo, mobili d’arte, armature, strumenti musicali. E il pensiero corre alle dinastie nobiliari che hanno arredato quel fortilizio di campagna, senza contare che quanto si trova lì realizzato è risultato della genialità di anonimi artigiani.
     Sono gli artigiani  che da sempre hanno custodito il patrimonio di scoperte fatte dall’uomo nel corso dei millenni; coloro che avevano capacità creativa e abilità per realizzarle.
     Oggi, di questi arti-giani, o arti-geni, per scomodare le etimologie, si è perduta la memoria. Dimentichiamo che Leonardo da Vinci, genio assoluto dell’umanità,  si è formato in una bottega artigiana, quella di Andrea del Verrocchio, vera fucina di idee, dove si scolpivano e si fondevano statue, si realizzavano pale e quadri di altare. Lì, con la forza della mente e l’abilità delle mani si risolvevano tutti i problemi di una committenza esigente. Ma, artigiano era ancora Benvenuto Cellini, orafo e scultore, che fuse, con le sue mani e nella sua bottega, il Pérseo. E botteghe artigiane erano quelle dei ceramisti e vasai greci, dei decoratori di vasi che oggi sono vanto e patrimonio dell’umanità, fra le cose più belle che siano mai state realizzate dall’uomo.
    Più vicini ai nostri tempi, il pensiero va al carro siciliano, struttura sulla quale riposa una millenaria esperienza artigianale; si pensi alla bellezza dei ferri battuti a mano, alle sculture, torniture, decorazioni, all’arte del mastro carradore.   
     Oggi l’artigianato è scomparso. Di quella memoria sono rimasti i reperti, sorta di cadaveri che noi mummifichiamo nei musei. Difatti, l’anima di quel reperto è volata via; non c’è più, né può essere riportata in vita. Ma la società odierna dovrebbe riconoscere i meriti dell’artigiano, che dalla notte dei tempi ha rappresentato intelligenza e memoria dell’umanità. Si potrebbe pensare di dedicargli una statua, almeno, così come si è fatto per il milite ignoto, morto in battaglia per la gloria di generali e sovrani.
    I Giapponesi hanno avvertito quello che stavano perdendo, hanno inventariato gli ultimi artigiani viventi, li hanno considerati beni dell’umanità, custodi della memoria collettiva che non può essere conservata nei libri o nei musei, e li hanno insigniti del titolo di Tesori viventi. Il loro compito è ora quello di lavorare per creare un ponte fra passato e futuro, per insegnare l’arte e i suoi segreti a degli apprendisti, che a loro volta la tramanderanno ad altri. Un passato che vive. Un debito di riconoscenza che quel popolo sente di avere nei confronti dell’artigiano.    

                       Gino Carbonaro

2011/04/20

Giappone, rispetto & democrazia

Confucianesimo, religione del rispetto
 

   Immaginiamo venticinque polli in un pollaio. L’etologia afferma che il pollo-alfa beccherà ventiquattro polli, il pollo-beta ne beccherà ventitré, ma sarà beccato dal capo. L’ultimo pollo della catena verrà beccato da tutti. È questa la legge della natura alla quale sottostanno anche gli umani. Tutte le società animali hanno struttura gerarchica: in basso i deboli, in alto i forti. Al capo, potere e diritti, ai subalterni doveri, sottomissione, ubbidienza. Le piramidi egizie (o azteche) simboleggiano la disposizione naturale delle cose. Ed è struttura che ritorna negli eserciti dove ritrovi un capo, testa pensante e ordinante, in alto, i subalterni posti come gradini della scala gerarchica. In quasi tutte le società, la beccata dei polli è sostituita da forme larvate di verifica di potere.
   Dittature e tirannidi sono modelli naturali di struttura piramidale. Polizia e burocrazia sono braccia e gambe del potere.   
   I greci considerarono ingiuste le tirannidi e avanzarono il concetto di democrazia. Se la cosa pubblica è di tutti, deve essere gestita da tutti. Alla piramide sociale si sostituì il concetto di torta. Ad ogni cittadino spettava la gestione di una fettina di quel dolce potere. Nasce così il concetto di uguaglianza: uguali di fronte alle leggi (isonomia) uguali nel diritto di parola e nelle pubbliche assemblee (isotimia e isogoria). Da qui l’uso della clessidra. Prima di essere condannato, a Socrate fu concesso per difendersi un tempo uguale a quello del suo accusatore. Ma, i greci si tutelarono anche contro chi nel tempo acquisiva troppo potere. Pericle subì l’ostracismo non perché avesse amministrato male, né perché avesse rubato, o fatto votare leggi ad personam, ma solo perché troppo potente, e il potere fuori misura nelle mani di uno solo violentava il principio di uguaglianza.
    Fissato il concetto di democrazia, la cosa pubblica fu gestita (a turno) da tutti. Ma, nei fatti la piramide naturale non fu mai eliminata. La rivoluzione francese all’insegna della liberté, égalité e fraternité, si trasformò in dittatura napoleonica, la rivoluzione russa scivolò nella dittatura staliniana.
   Solo in Giappone, in virtù dell’assunto confucianesimo la piramide naturale non fu mai stravolta. Fu solo modificata in “piramide del rispetto”. L’inferiore nella scala sociale continuò a inchinarsi umilmente al superiore che fu consapevole di dovere rispetto a chi lo rispettava. Cosciente di lavorare per la società, e di avere una responsabilità morale per i propri subalterni. Lì, nella Terra del Sol Levante non esiste la democrazia nella accezione greca, ma qualcosa di diverso e di molto bello, rappresentato da forme di reciproca stima. 
   Se è vero che i Giapponesi hanno imparato la tecnologia dall’Occidente, forse anche per noi è giunto il momento di imparare qualcosa da loro. Il senso del dovere, l’onestà, il rispetto. Tutto comincia da una ipotesi. 

                                                                    Gino Carbonaro

La giustizia, fra denari e .. amicizia


Giustizia

La ghigliottina delle tasse? 
Ad alcuni taglia un capello, 
a un altro .. la testa!


                                                        di Gino Carbonaro


   Ognuno di noi ha il senso della giustizia innato. Se qualcuno scavalca la fila al supermercato, sappiamo che non è giusto. Per lo stesso motivo, crediamo che giustizia ci sarebbe in questo mondo se a tutti toccasse la stessa quota di sventure. Invece, c’è chi vive sereno e chi sopporta sofferenze e disgrazie. E, ancora, c’è chi lavora per pagare tributi e balzelli, e c’è chi è preposto riscuotere, e a comminare multe e sanzioni. La ghigliottina delle tasse, poi, ad alcuni taglia un capello, a un altro la testa.


   Al tempo degli antichi Egizi, gli schiavi erano costretti a spostare enormi blocchi di granito. Sopra di loro, le angherie di un sole rovente e la sferza dei fustigatori. Il senso della giustizia che è in noi vorrebbe capire il perché di queste disuguaglianze. Ma, quanti delitti si commettono nel nome della giustizia! L’omicidio di Sarajevo, scatenò la prima guerra mondiale. Morirono milioni di soldati. Pagò con la vita chi non aveva colpa. 

     Per l’attacco alle Torri Gemelle fu invaso l’Irak. E, indietro nel tempo, nel XIII sec., per punire i Catari che non riconoscevano il dettato della Chiesa, fu organizzata la crociata contro gli Albigesi. Scomparve una civiltà. I carnefici della notte, nel trucidare donne e bambini, chiamavano in causa la giustizia divina, gridando: “Deo lo vult!” (Dio lo vuole).    

   L’evento richiama alla mente la medievale caccia alle streghe e la frenetica attività dei tribunali della Sacra Inquisizione che mandavano al rogo fattucchiere e negromanti. Anche in quel caso si recitava una preghiera che chiudeva con “Signore! Giustizia è stata fatta!

   In tutti i tempi, lo zelo per la giustizia è stato enorme. E i fatti sono passati alla storia, perché l’uomo deve imparare com’è fatto il mondo. “Historia magistra vitae!”

   Dalla giustizia maniacale che ricorda la vendetta a quella dei tribunali dei nostri giorni. Qui la giustizia è oculata. I giudici sono impegnati a dirimere con scrupolo il falso dal vero, il bene dal male, il torto dalla ragione. Si esaminano prove, si ascoltano testimoni. La giustizia è imparziale. Il verdetto finale  evoca il simbolo della bilancia. Si vuole dire che la legge è uguale per tutti

     Ma, anche qui, nessuno può sapere se chi fa uso della bilancia ruba sul peso, né si può quantificare quanto pesa il potere, il denaro, l’interesse e la superficialità nella bilancia della giustizia. Una antica sentenza siciliana recita: “Cu’ havi dinari e amicizia si teni ntra lu culu la giustizia”. Sarà vero? I Romani si dicevano certi che le ragnatele acchiappano moscerini e non trattengono calabroni. L’allusione alla giustizia è evidente.

   Un filosofo del passato sosteneva che la giustizia è un abito bianco montato su un manichino ed esposto in vetrina. Tutti lo guardano, tutti ne parlano, tutti lo ammirano. 

     Ci si chiede se anche quell’abito è in vendita al migliore offerente? 

                                        Gino Carbonaro 









 

Matrimonio & Saggezza Popolare

Cosa suggerisce il Proverbio antico sul matrimonio

   
    Finalmente l’estate! Mare, sole, sesso, libertà. È qui, nella grande kermesse di corpi umani che si espongono le “nudítes”: muscoli da palestra, seni à la page, tatoo propiziatori, ombelichetti al piercing, costumini che coprono l’invisibile.
   Nel passato, la spiaggia era l’universo dove i giovani cercavano l’altra metà della luna. La sabbia, il mare erano luoghi di incontri e di promesse; ed erano  tanti quelli che a fine stagione incontravano il partner dei sogni, quello che avrebbero condotto all’altare.
   Ora il sociologo avverte categorico: fra le nuove generazioni, il fidanzamento è passato di moda. Il partner di oggi è solo il ragazzo-con-cui-stò (al momento); l'ex-fidanzata è la-ragazza-con-cui-stavo. E tutto procede all’insegna dell’usa, consuma e getta. Temporaneo e relativo. Oggi così, domani chissà!
   Del matrimonio, poi, se ne parla ancora, sì, ma come di optional non necessario. E poi, chi l’ha detto che per fare figli ci vuole il matrimonio? Almeno su questo punto, la gioventù moderna ha le idee chiare. Si stupisce delle ingenuità dei matusa, e punta il dito accusatore sulle loro scelte, sicuramente sbagliate.
   Proprio sulla unione coniugale, le nuove generazioni hanno dalla loro parte il Proverbio Siciliano che, vero premonitore dei tempi moderni, avverte sornione:“Cu líbbĭru  stari, nun s’hav’a ncatinari!/ Cu si marita è cunnannàtu n-vita!/ Cu si marita è cuntentu gn-jôrnu, e cu ammazza n-pôrcu è cuntenti n-annu. E, sempre saggiamente ricorda che “cu si marita e fa la casa, prestu resta cu la varva rasa”. E infine, l’avvertimento principe:“Si vôi campari mill’anni sta schêttu e nun ti méttiri nt’ê guai”. Suggerimenti ineccepibili, quelli testè elencati; difatti, nessuno può mettere in dubbio che, iri a la guerra e maritari, a nuddu s’hav’a cunsigghiari”. Per non dire che i giovani conoscono l’equazione:“Ômu maritàtu, ôçeddu ngaggiatu!” E sanno che è meglio essere uccel di bosco, che vola libero di ramo in ramo, che uccello in gabbia! E sono consapevoli, i giovani, che col matrimonio, i poco accorti antenati “si lĭvavanu n-pinseri di min… ma si ni mettêvunu çentu nta testa”.
   Oggi, è risaputo che “cu si marita e nun si penti, a Palermu si pigghia çênt’unzi n-cuntanti”, e i soldi, pare, sono ancora là, a Palermo, in attesa del legittimo richiedente.
   E allora? Se è vero, che “vidìri e nun tuccari éni cosa di cripàri”; se è logico quello che andava ripetendo la Badessa di Cimillà che “quannu lu jardinu è siccu s’abbivira”, resta fermo che è giusto godersi la libertà, “n-anca ĉa e n-anca dà!”
   Nel film “Il Re ed io”, il sovrano di Thailandia riferendosi alle donne sosteneva che: “L’uomo è come l’ape, vola di fiore in fiore!” Metafora raccolta dalla governante inglese che proseguiva: “Sì, la donna è come un fiore aperto e profumato che è… visitato da tante api!”

                                  Gino Carbonaro

Giuseppe Carbonaro, ragusano, protomedico del Morbo Cholera

Francia 1851


Quando un medico ragusano 

fu insignito con il titolo  

di Cavaliere della Legion d’Onore



     
     L’Ordine della légion d’onore fu istituito nel 1802 
da Napoleone Bonaparte per riconoscere meriti 
“aux guerriers ayant rendu des services en combattant pour la République”, ma oltre ai soldati riconobbe i meriti dei civili, anche di stranieri, che si erano distinti per meriti eccezionali. La stella a dieci punte della Legion d’onore, oggi considerata uno dei più ambiti riconoscimenti del mondo, nel 1851 fu assegnata al dr Giuseppe Carbonaro, medico siciliano per essersi distinto nello studio del colera.

     Il colera (che non va confuso con la peste) proveniente dall’India, apparve per la prima volta in Europa - via Amsterdam - nel 1826 e raggiunse l’Italia settentrionale nel ’32 e la Sicilia nel ’37. I colerosi venivano colpiti da dolori acutissimi, contorcimenti, vomiti, convulsioni, crampi accompagnati da febbre altissima e incontenibile diarrea. 

     Erano sconosciuti causa e terapia del morbo portatore di morte. L’unica difesa ritenuta efficace contro il male fu quella di abbandonare i centri abitati per evitare contatti e contagio. I nobili si chiusero nelle ville di campagna, ma anche sacerdoti, medici e autorità preposte alla gestione della cosa pubblica abbandonavano i loro uffici e si rendevano latitanti. 

     Tutto questo mentre la plebe inferocita scassinava granai e andava alla ricerca di capri espiatori. Era convincimento che l’epidemia fosse provocata da untori.      

  Su questa pandemia si costruiscono meriti e fama di Giuseppe Carbonaro, medico nato a Ragusa Ibla il 4 maggio del 1800. Figlio di notaio, laureato in medicina alla università di Palermo, aveva studiato chirurgia a Napoli proprio negli anni in cui il “morbo cholera” dilagava nell’Italia settentrionale. E, mentre tutti fuggivano, il dr. Carbonaro chiese al re di Napoli Ferdinando II di Borbone un salvacondotto per recarsi in Toscana dove il colera imperversava. Lo scopo del giovane medico era quello di studiare sul campo il morbo asiatico. In Toscana, il dr. Carbonaro osserva e annota i sintomi del male e formula una diagnosi. Al suo ritorno a Napoli pubblica la “Epitome sul cholera-morbus asiatico osservato in Livorno nel 1835" (Napoli, Trani, 1836).

     Quando il colera arriva nel Regno delle due Sicilie, il re Ferdinando lo nomina direttore degli ospedali napoletani e gli affida il compito di organizzare la difesa della città di Napoli. Da questo momento il nome del dr. Carbonaro è conosciuto in Europa e per questo sarà invitato ovunque a relazionare sulle sue esperienze dirette.

    Nel 1848 il medico ibleo fu richiesto dal governo britannico di recarsi a Malta - allora dominio britannico - per diagnosticare alcuni casi di sospetto colera rilevato su una nave in arrivo. La diagnosi era fondamentale, perché se si fosse trattato di colera tutte le navi sarebbero state bloccate in quarantena, con grave danno per l’economia dell’isola. La diagnosi era pertanto fondamentale.   

     Nel 1851, il dr. Giuseppe Carbonaro fu invitato a Parigi per partecipare alla “Conferenza Sanitaria Internazionale”. Qui Carbonaro, forte delle sue esperienze, relazionò con competenza le sue ricerche sul colera davanti a un pubblico di medici. Per questi motivi e in quella occasione il medico ragusano, primo fra gli italiani, ricevette dal Governo francese l’ambìto riconoscimento dell’

Ordine Cavalleresco della Legion d’Onore. 

Ed è un riconoscimento che non va dimenticato, anche se oggi sono pochi a sapere chi è questo uomo a cui i ragusani hanno dedicato un vicoletto che si affaccia su via Gian Battista Hodierna, che prima era dedicata proprio a Carbonaro.

                                              Gino Carbonaro

gino.carbonaro.italy@gmail.co,