2021/08/05

Pirandello - I Giganti della Montagna - Compagnia GoDoT - Castello di Donnafugata - 1. agosto 2021

Compagnia "GoDoT"

“I Giganti della Montagna"

 di Luigi Pirandello  

Castello di Donnafugata 
1 agosto 2021 

 Alta Lezione di Teatro 

                                            di Gino Carbonaro

      Confesso. Dopo aver visto lo stupendo “Avaro” di Molière, presentato su quella incantevole scalinata del Castello di Donnafugata, ero curioso, non poco, di vedere come avrebbe affrontato il tema la “Compagnia GoDoT”, cioè, il nostro Vittorio Bonaccorso, regista, con il Pirandello dei “Giganti della Montagna”. Spiego il perché. Pirandello non è Molière. L’“Avaro” è commedia. “I Giganti della montagna” sono un dramma, che odora di tragedia (e di grecità). Dramma postumo, fra l’altro, complesso, di cui Pirandello non ha avuto il tempo di dare direttive a registi teatrali. Opera non facile, poco gettonata nel teatro italiano. Unica eccezione quella del mitico Strehler, che riuscì (così si racconta) a proporre qualcosa di molto interessante. Risulta perciò chiaro che il nostro Vittorio-Regista vuole misurare la sua capacità nel gestire un cavallo difficile da dominare. Da qui la mia curiosità. Duplice. Ripeto. 

 a. La prima? Per capire cosa intendeva veramente proporre al pubblico Pirandello. 

b. La seconda? Vedere come avrebbe pilotato il tutto la “Compagnia”. Noi tutti sappiamo che la grandezza di Pirandello sta nei contenuti dei suoi drammi. 

    Nel “Così è (se vi pare)”, la trama presentata agli spettatori vuole far capire che non esiste “la verità” assoluta su qualcosa, ma esistono “le verità” che sono tante quanti sono i punti di vista. Dunque? Non esistono certezze. E si tratta di un lite-motive che rappresenta l’anima del dramma, che laurea Pirandello “filosofo”, subito definito “relativista”, prendendo a prestito l’aggettivo-sostantivato (relativista) dalla Fisica di Einstein. E, diciamo pure, che la definizione non è lontana dal vero. Ma, il “Così è (se vi pare)” è datato 1917, mentre “I Giganti” vengono portati in scena nel 1937.

   Certamente venti anni separano i due drammi. Anni durante i quali Pirandello matura la sua filosofia dell’esistere, e prende esatta coscienza del ruolo del Teatro e della sua filosofia. Filosofia che è messa a punto, e consegnata, a “I Giganti della Montagna”. Insomma, a dirla in altre parole, Pirandello è filosoficamente “agnostico”. E, all’agnosticismo arriva anche dalla osservazione (ruolo-e-funzione) del Teatro, dove “tutto” è maschera e assunzione di ruoli diversi. 

     Qui, nel Teatro un individuo che nella vita di tutti i giorni è impiegato-salumiere-padre, o chissà quanti altri ruoli può vivere, salendo sul palcoscenico, indossando i panni dell’attore, indossa una maschera, diventa altro da sé, non è più il personaggio della vita, ma un altro, in una sorta di transfer diventa quello che i Greci chiamavano “ypokrités” (colui che-sta-sotto). Proprio da qui germoglia e si costruisce l’agnosticismo filosofico di Pirandello, montato su una credibile “ipotesi”: “Se la vita è palcoscenico”, dove tutti impersoniamo un ruolo, ognuno di noi, anche nella vita è un attore che recita agli altri il ruolo che più gli piace. Come dire che? Ognuno di noi è un “ypokrités” che quotidianamente nasconde il vero se stesso. Questo è quello che ritiene Pirandello nel proporre drammi che, per la tangente sfiorano la tragedia, perché di nessuna persona (“persona” - in latino -“maschera”) è possibile intercettare cosa si nasconde dentro. La bellezza di queste intuizioni (non certezze o verità, ché non esistono), è contenuta in questa pièce dei “Giganti della Montagna”, sorta di Teatro (quello della baronessa Ilse), inserito nel Teatro della vita, dove il Teatro-arte, non è capito da “Giganti-della Montagna-ignoranti” che vivono di materialità. Non è facile capire come l’esistenzialismo che dominò la prima metà del XX secolo (vedi Jaspers, Heidegger, Sartre) possa essere stato catturato dal Teatro di Pirandello, ma è certo che, a chiusura della vita del grande drammaturgo “siciliano” questa pièce (“I Giganti della Montagna)”, contiene “tutta” la filosofia di Pirandello, quella che in un flash di concetti (sempre riferita agli umani) è riportata qui di seguito. 

“Pupi siamo 
Lo spirito divino entra in noi 
E si fa pupo                                                             Pupo io Pupo Lei / Pupi tutti. 
Ognuno poi 
Si fa pupo per conto suo. 
Quel pupo che può essere 
O crede di essere”

                    (Luigi Pirandello) 


     Giungendo alla conclusione che 

 “Tutti gli uomini sono strani 
 Tranne tu ed io. 
 E, anche tu sei un po’ strano”. 

 Ma qui, al Teatro di Donnafugata - ho già detto - mi sono recato per vedere come se la sarebbe cavata la “Compagnia GoDoT”. E anche qui la sorpresa. Aver notato che il Teatro di "Vittorio e Federica" hanno la “riconoscibilità”. Tu ne vedi un frammento, un frattale, e puoi dire che “questa” è realizzazione teatrale della “Compagnia GoDoT”. E lo si vede subito dalla rutilante fantasia dei passaggi teatrali, dal principio estetico, che il pubblico rileva già in apertura. Ci riferiamo alla qualità delle luci. Fantasmagoriche. Luci che evocano stati d’animo, e trans-portano lo spettatore in un mondo lontano-irreale-surreale-immaginato, mondo sognato o immaginato, che esiste senza esistere.

     Immediatamente in accoppiata vincente? La musica. Linguaggio universale che evoca, suggerisce, trasmette emozioni, accompagna la parola, fa da involucro e sostanza alla scenografia. Ah! Dimenticavo la scenografia. Quelle scale inondate di luci, quei ficus giganteschi, che evocano storie lontane, e non di meno il vestiario degli attori: bello, originale, strano, impensabile. Sempre in contrasto con la realtà, con questo nostro mondo. E ancora? Non bisogna dimenticare la coreografia. Stupenda. E quello che è il fiore all’occhiello della serata. Dove i personaggi si muovono quasi lo spettacolo potesse essere un gioco di forme, quasi  danza continua che incanta non meno delle parole. E ancora, tocco di originalità, la introduzione di un coro nuovo, impensabile, che dialoga con i protagonisti, e richiama la drammaturgia greca, qui facente però parte intima del dramma. 

      In ogni caso, il percorso-del-nostro-Bonaccorso prevede (anche lui, come Pirandello) che il teatro è vita, e la “sua” vita (quella di Vittorio) è il Teatro, e nel suo Teatro ci sono anche i giovanissimi e, perché no? i bambini. A dimostrare che noi adulti non abbiamo mai considerato che “les enfants sont prodigieus”, che i bambini hanno potenzialità non ancora ben conosciute. E questi giovani, questo bambini della "Compagnia GoDoT", hanno avuto un ruolo non secondario in questo dramma, dimostrando livelli di maturità eccezionali. Tutti. Nessuno escluso. 

     Chiudo dicendo che sono stato incantato dalla capacità interpretativa delle due attrici cardini della serata, la grande Federica Bisegna e la eccezionale Rossella Colucci. E spettacolari, shakespeariani, mi sono apparsi i tre (o quattro) soliloqui di Vittorio Bonaccorso. 

     Musica, poesia, arte, filosofia, scenografia, spettacolo. Assolutamente promossi. Tutti. soprattutto il regista e ognuno nel suo ruolo. Compresi i fonici e direttori delle luci Marco e Andrea Iozzia. Grandissimo, come sempre il nostro Pirandello. 

   Spettacolo da non perdere.


                                      Gino Carbonaro