2011/04/18

Canti d'amore e sdegno



Nella Sicilia di tanti anni fa



     L’amore uomo-donna è magico: sogno, comunione fra anime diverse, sessualità come unione di sfere complementari, delicatezza dei sentimenti. Nell’amore, tutto è indicibile, tutto è meraviglioso.    

     Un canto siciliano registra lo stato d’animo di un giovane uomo, che la prima sera di matrimonio scopre il seno della sua innamorata. L’evento è così descritto: “Quannu la misi ntra d’amatu lettu/ e ci scuprivi ddi minnuzzi d’oro/ si spaccau l’arma, si rumpìu stu pettu / quannu ci ntisi diri: “Matri, moru!” (Quando l’adagiai in quell’amato letto / e le scoprii quel seno delizioso/ mi si ruppe l’anima, mi si spezzò il petto/ quando lei sussurrò: “Madre, mi sento morire!)

     Ma, come ben sa il Proverbio “bon têmpu e malu têmpu, nun dura tuttu u têmpu”, e dopo i momenti belli, nella coppia subentra spesso la routine: l’erba del vicino può sembrare più bella e spesso per questo, le giovani coppie litigano e possono decidere di separarsi, per volare ad altri lidi. Le conseguenze sono dolorose, ma, in questi casi, è ancora la poesia che fissa i sentimenti di rabbia e lo sconforto. 

     L’amante tradito si vendica cantando di notte sotto la finestra della ex-amante versi che non sono più di amore, ma di indignazione, di rabbia.

      Se a tradire il patto d’amore è la donna, l’amante potrebbe inveire contro di lei cantando questa “canzuna”: “Quannu nascisti tu brutta lanazza / fiçi sett’anni di mala timpesta /  fusti ntrusciata (involtata) nta n-pêzzu ’i usazza (bisaccia) / nta na lanazza di pêcura vecchia / Cu na vota ca vinni a tŏ casazza / mi inchìi di puliçi e munnizza (mi riempii di pulci e spazzatura) / e quannu m’ammuntuvi la tŏ razza (la tua stirpe)  / lu scuncêrtu m’acchiana e u pilu arrizza (mi viene da vomitare e il pelo tutto mi si solleva). Ma, l’amante avrebbe potuto rincarare la dose: “Si’ comu na canazza quann’è gnesta (in calore), spinci la cura e cu’ ci arriva tasta” (assaggia). Oppure: “Si’ comu na jimenta ntra li serri, cu junci ti cravacca, punci e curri” (Giumenta in aperta campagna! chi arriva salta in groppa, spinge e corre). E ancora: “Víppiru tutti ni la tŏ funtana, li stissi pôrci n-ni vósiru chiu-i (Tutti hanno bevuto alla tua fontana: anche i porci si sono ingozzati).  Sullo stesso tenore sono i “Canti di sdegno” composti da una donna e riferiti al maschio: Curnutu, chi tŏ patri havìa li corna, e di tŏ nanna li corna tinìa./ Quannu nascisti tu chiuvêru corna / e n-launàru   di corna scurrìa. /La tŏ naca e lu lêttu fôru corna,  ntra corna e corna nutricaru a tia: vantari ti ni pô, chianca di corna, nun c’è curnutu parìgghiu di tia 

(Cornuto! figlio di padre cornuto!/ e (discendente) di tua nonna che teneva le corna/ Quando nascesti tu, ci fu diluvio di corna/ e torrenti di corna scorrevano ovunque/ la tua culla e il letto furono fatte di corna/ e tu fosti nutrito in mezzo a corna. Di questo ti puoi vantare! Nessun cornuto può batterti in una gara di corna).

     A quei tempi, le corna toccavano un nervo scoperto del maschio, e certamente la donna faceva centro senza mirare. Ora, per fortuna, i tempi sono cambiati. Di corna non ne esistono più. Il termine è caduto in disuso, e l’amore…
 
                                                        Gino Carbonaro

    

Tristezza del Fado


Marinai nelle mani del Destino

                                                di Gino Carbonaro


     Il Fado può essere utile per capire l’uomo. In portoghese, “Fado” è il Fato, il Destino, sconosciuta entità che domina il mondo, protagonista massimo delle cose che accadono sulla Terra. Il Caso, anche, che è la “Tyche” dei greci, il “Karma” del buddismo.

    Fato è colui che ci prende per mano e ci conduce dove vuole lui. Con una mano ci prende, ma con l’altra ci lascia liberi per farci illudere che noi siamo liberi di fare le nostre scelte. 

     In realtà, nessuno può dire cosa ci riserva il Destino, né quale sarà il nostro domani. Qualche volta cerchiamo di liberarci per sgusciare al Destino, lottare per decidere il cammino della “nostra” vita, ma in questi casi, Lui, il Fato, si infastidisce, e ci afferra con più forza e ci porta anche dove noi non vorremmo andare. Ducunt volentem fata, nolentem trahunt (il Fato accompagna chi ubbidisce, ma trascina con forza chi recalcitra)  dicevano i latini.

     Il Fado portoghese ha a che fare col Mare e col Destino, due energie potenti e misteriose. Ed è canto antico che registra dolore e tristezza di quei marinai che mettevano a rischio la vita nelle acque infide degli oceani. Ed erano gli stessi uomini che per la gloria della patria e dei regnanti di turno, salparono per i primissimi viaggi di circumnavigazione dell’Africa e, subito dopo la scoperta dell’America, per conquistare parti del Nuovo Continente.  
  
   Salpavano i galeoni della flotta portoghese fra benedizioni di preti e suoni di fanfare, ma il cuore di quegli equipaggi era velato di tristezza, e si leggeva nel volto dei familiari, immobili sul molo, uniti in gruppi di silenzio, a dare l’ultimo addio a coloro che avrebbero dovuto scrivere la storia del Portogallo. Salpavano le navi, e scomparivano all’orizzonte inghiottite dall’infinito. La meta era sconosciuta, la rotta non segnata da nessuna mappa, e nessuno poteva dire quando e se quegli uomini scelti dalla “necessità” e dalla “sorte” sarebbero ritornati là da dove erano partiti.
     Per il viaggio di circumnavigazione del mondo di Magellano partirono cinque galeoni fra benedizioni e rullii di tamburi, suoni di trombe e canti di  inni nazionali, ma dopo anni, solo una nave ritornò in patria con un pugno di uomini persi. Le altre quattro navi, una alla volta, erano state ingoiate dagli oceani.
    
     Destino, senso dell’esistere e della lontananza, dolore e sofferenza per le cose che muoiono,  mistero della vita, non esclusa l’ombra della morte, tutto è racchiuso nello struggente canto del Fado che, proprio per questo, è musica universale, in quanto, con quella filosofia che sconosce la logica, parla al cuore di tutti noi. In quel canto, pregno di nostalgia e di dolore, l’Universo sembra governato da una legge che recita: “Nessuno deve capire come è fatto il mondo, né da chi è stato fatto, né perché è stato fatto”. Così, l’uomo, prigioniero della solitudine, abbandonato a se stesso, fa sentire la sua pena in un canto che è pianto “lu cantu è chiantu”, direbbero i siciliani. È così che il Fado portoghese rivela, a chi sa ascoltare, lo stato d’animo dell’uomo gestito dalla forza del Destino.

                                                                            Gino Carbonaro

2011/04/17

Wiki Fox , la volpe perlata



Wiki Fox 
Una storia di vita e di morte


                                         

di Gino Carbonaro


    Si chiamava Wiki Fox. Era una volpe perlata. La sua famiglia veniva dalla valle, ma si era trasferita in montagna per necessità. La caccia alla volpe era uno sport, per qualcuno. Certamente una guerra che l’uomo aveva dichiarato a molti animali. E la volpe era fra questi. E molti suoi antenati erano scomparsi sotto i colpi di fucile dei cacciatori.

    Ora, sulla montagna coperta di querce, con i freschi ruscelli che vi scorrevano e un panorama mozzafiato che si godeva da un roccione a strapiombo sulla valle,  la vita era bella, e tutti in famiglia avevano dimenticato il triste passato.

    Wiki Fox aveva sedici mesi. Era giovane, bella, ormai corteggiata dai volpacchiotti del vicinato che non riuscivano a resistere a quegli occhi ammalianti e alla eleganza di quella coda a ciuffo che teneva orizzontale al suo corpo.

    Wiki Fox ricordava tutto della sua infanzia trascorsa nella tana che la mamma aveva scavato sotto le radici di un tronco di rovere secolare.  Lì aveva  trascorso i primi mesi della sua vita. Allora, lei e i suoi tre fratellini facevano tutt’uno con il corpo della mamma, che si disponeva con delicatezza nella tana a forma di sacco, e loro, tutt’e quattro, si avventavano sui suoi capezzoli per succhiare il latte della vita. Ed era la felicità.

Fuzzy Freddy.jpg

Volpe

    Appena nata, Wiki Fox era rimasta per qualche settimana con gli occhi chiusi, però percepiva l’odore della madre, il suo calore, ed era lì tutto il suo mondo. Ed era con l’olfatto finissimo che capiva quando lei rientrava nella tana per nutrirli.

    Degli otto capezzoli di  Mamma Fox, a Wiki  era toccato quello che si trovava sotto la gamba, che la madre alzava per farla mettere a suo agio. Subito dopo Wiki Fox sentiva il tepore della coscia che si abbassava su di lei come una coperta, ed era sicurezza e felicità la sua.

   Lentamente, il caldo tepore del latte succhiato scendeva nel suo stomachino, e con esso calava un sonno sereno, e Wiki non si accorgeva più quando la madre la scostava dolcemente per ritornare fuori alla ricerca di cibo.

    Wiki Fox  restò in quel luogo protetto per più di un mese, sempre al riparo dalle intemperie e da cacciatori che spesso si spingevano in alto sulla montagna. Le tenevano compagnia i fratellini, con i quali imparò a giocare e ringhiare in attesa della madre che continuava a nutrirli e a leccarli a turno per tenerli lindi e puliti.

     Finalmente, venne anche per loro il tempo di andare a caccia. Di notte. Perché le volpi cacciano di notte. Uscirono tutti in gruppo. Papà Fox davanti, alla guida del branco, subito dopo Mamma Fox e tutti i fratelli, in fila indiana, anche se Wiki stava vicina alla mamma per paura di perderla.

                                                 

     Quella era una notte di una Luna piena, che all’orizzonte si levava lentamente come una dea dominatrice delle montagne, e si intravedeva fra i rami e le foglie degli alberi.

    Era una luce magica quella della Luna. Misteriosa. E Wiki ne sentì l’incanto, mentre notava che i profumi delle terre che attraversavano erano diversi, e la inebriavano. Papà Fox, sempre davanti, seguiva sentieri per lei sconosciuti calpestando erbe odorose. Crudo l’odore dell’erba ruta, acre il profumo della nepitella, inebriante quello del timo. A un tratto, il piccolo branco si fermò. Papà Fox alzò la testa verso il cielo, inalò fortemente un odore che proveniva da un punto dello spazio, appuntì la coda stendendola in orizzontale. Il capo branco aveva intercettato qualcosa. Immediato uno scatto verso un cespuglio di smilace. In un attimo Papà Fox aveva addentato una marmotta che, uscita all’aperto per godere la Luna di Settembre, la più luminosa dell’anno, aveva avuto la sorte di imbattersi in quell’abilissimo cacciatore.

    Mangiarono tutti con grande appetito. Prima i quattro piccoli, felici al loro primo assaggio di carne, poi, il padre e la madre consumarono quello che era rimasto.  

    Ora, la Luna era alta nel cielo. L’aria si era fatta più fresca. All’orizzonte si intravedevano le prime luci dell’alba. Il gruppo pensò di tornare a casa, mentre da lontano li accompagnava l’abbaiare di cani che intercettavano la presenza delle volpi.

    Questa la loro vita di notte. Ricerca di cibo e lunghe passeggiate in silenzio. Wiki Fox aveva imparato subito che la forza del gruppo era il silenzio, e per questo, i sentieri percorsi erano sempre gli stessi, camminando ove possibile sulle foglie di quercia, perché le foglie di quercia calpestate non fanno rumore.  Ma, in queste escursioni notturne Wiki aveva imparato che la linea retta non sempre era la più breve fra due punti. 

    Infine,  venne l’inverno. E cadde la neve che ricoprì di bianco il bosco e i sentieri. Ghiri e scoiattoli, ghiotti di ghiande, erano andati in letargo. I topi di campagna erano troppo piccoli per nutrire la famiglia. Conigli e lepri si erano diradati. Insomma, c’era poco da mangiare.

                               

    Fu allora che Papà Fox prese la dolorosa decisione di scendere a valle. Lì avrebbe trovato sicuramente qualcosa per nutrire la famiglia.

    Cominciò fra la neve il lungo cammino verso zone sconosciute. Finalmente  il bosco si diradò e il piccolo branco si trovò davanti a una fattoria dalla quale giungevano odori di vita. Wiki Fox capì che si trattava di volatili, e pensò alle gazze e alle cornacchie, ai merli che nidificano tra i rovi, alla maestose poiane e ai gheppi che fanno il loro nido sulle rocce, a strapiombo sul greto del fiume.

    Certamente, dovevano essere gustosi quei volatili di cui le giungeva l’odore. Da molti giorni quelle volpi non mangiavano e la salivazione era forte. Wiki Fox vide la madre allontanarsi dal gruppo, alzare il capo verso il cielo e concentrarsi in preghiera. Il Santo Protettore delle volpi avrebbe dovuto  aiutarli per entrare in quel recinto di cibo. Se l’Altissimo aveva dato loro la vita, avrebbe dovuto aiutarli a vivere, avrebbe dovuto aiutarli a placare la sofferenza del loro stomaco affamato. Fu proprio in quell’attimo, che Wiki intercetta un foro nella rete. Dio aveva ascoltato la preghiera! “Vittoria!” pensarono tutti insieme, mentre entravano nel recinto dove si trovavano sei papere. 

                           

Tante quante erano loro. Sei magnifiche papere nutrite, grasse, gustose che starnazzarono disperatamente fino a quando i denti aguzzi delle volpi fameliche e cacciatrici non spensero i gridi nella loro gola.     

                                    

    In quel momento di vita e di morte, anche le papere pregarono il loro Santo protettore, reclamando il loro diritto a vivere. Pregarono, le papere, con tutta la loro fede, chiedendo di essere aiutate, di essere salvate. Gridarono anche in una lingua sconosciuta: “Elì! Elì! Lamma sabachta mi!” “Dio! Dio! perché ci hai abbandonate!” Ma, il Dio delle papere, quella notte di Luna serena e tranquilla, riposava su un letto di nuvole coperto da un piumone di penne di oca. O, forse, era in viaggio di lavoro verso lontani spazi siderei dell’Universo. Di fatto, nessuno parve udire il pianto di dolore di quelle creature terrorizzate. Nessuno ex-audì le loro preghiere.

    Intanto, il fracasso delle papere aveva fatto svegliare i padroni di casa. Il  recinto fu inondato di luce. Il silenzio della notte fu squarciato da sei colpi di fucile che raggiunsero l’obiettivo. Solo Wiki Fox ebbe la forza di uscire dal recinto per fuggire. Ferita, terrorizzata, correva, correva con quanta forza aveva nelle gambe sino a sentirsi scoppiare i polmoni. Senza fermarsi mai, si dirigeva sempre correndo verso la montagna.

                           

    Era l’alba quando raggiunse la sua tana. La Luna tramontava dietro le montagne. Il sole cominciava a colorare il cielo di una nuova aurora. Wiki  sconvolta e tremante trovò conforto nel leccarsi le ferite. Capiva intanto che la vita è una guerra senza esclusione di colpi. Che la vita e la morte fanno parte dello stesso disegno del destino.  Ora, ebbe l'esatta percezione di essere veramente sola. Tanto pensava mentre il cielo si colorava di un rosso cremisi. 

     Con la luce spuntava l'alba di un nuovo giorno. La fame, non ancora sopita la sospinse a lasciare la tana per cercare qualcosa da mettere sotto i denti. Lo stomaco ha le sue ragioni che la ragione non può disattendere.

                                                                       Gino Carbonaro

2011/03/22

Mosche, pulci, cimici e pidocchi.

Sicilia, paese di mosche e di maldicenze                                                 
Gino Carbonaro

     Pirandello definì la Sicilia “paese di mosche e di maldicenze”. Ed era concetto esatto, anche se incompleto, perché da sempre la Sicilia è stata anche paese di pulci, pidocchi, cimici, zecche, zanzare.
    Ancora una cinquantina d’anni fa, e prima dell’avvento del ddt, le giornate si passavano in compagnia delle mosche, e la sera prima di spegnere il lume o la lampada, si notavano, posate a gruppetti sui fili della corrente elettrica, sui mobili, sulle pareti, che per questo erano tappezzate di puntini neri, con le quali lasciavano il segno del loro passaggio. Si trovavano dappertutto, le mosche. Stabilmente attaccate agli occhi dei bambini, si posavano sugli escrementi animali ovunque presenti; sulle carni esposte nelle macellerie; sulle tavole imbandite dei ricchi e quelle non imbandite dei poveri, e non era raro vedere all’ora di pranzo, schiere di mosche disposte in cerchio sul bordo dei piatti colmi di brodo, a succhiare come idrovore. Ed era normale vedere uno o due di questi insetti cadere in picchiata nel liquido bollente, ora in un piatto ora in un altro, dove rimanevano stecchite e galleggianti, fino a quando un cucchiaio immerso delicatamente in superficie non recuperava il cadaverino per scagliarlo con precisione e disgusto lontano dalla tavola imbandita. Nessuno commentava l’evento, e tutti continuavano a pranzare. Insomma, si conviveva e si mangiava con le mosche. E c’erano mosche, dappertutto, a coprire i muri come carte da parati, i pavimenti delle strade come tappeti; e si muovevano solo al passaggio dell’uomo, comportandosi come l’acqua spinta da una barca: si alzavano in volo, si spostavano di lato per far passare, e ritornavano, subito dopo, nel posto di prima. D’estate, poi, tutti muniti di ventagli, le donne soprattutto: ma era per cacciare le mosche, non per difendersi dal caldo. Nel siciliano di una volta si era soliti dire: “Ah! chissu caccia muşchi”, per intendere che era un perditempo. 
     Come le mosche, le pulci. Tantissime. Ovunque. Su cani, gatti, topi e sulle persone, senza distinzione di sesso e condizione sociale. Si infilavano nelle pieghe dei vestiti, nei colletti delle camicie, nt’ê pittiğġhi (reggiseni) delle donne, sistemandosi  persino nell’ombelico; e quando avevano appetito, un pizzichino appena percettibile che lasciava un cerchietto rotondo e rosato sulla pelle. Dormire con le pulci era normale; alzarsi con una collana di puntini rossi attorno al collo, lo era altrettanto. Per questo, tutti si grattavano, anche in pubblico, come fanno cani e gatti. Sunavănu ’a chitarra, si diceva.  
     Spulciarsi, soprattutto la sera, prima di andare a letto, era parte di un rito; forma di toeletta che portava gli interessati ad acchiappare l’intrusa pulce, ad arrotolarla delicatamente fra le dita, per schiacciarla con sadica soddisfazione fra le unghie dei due pollici, curando ancora di sentire lo scoppietto, perché in caso contrario era ancora viva. Un indovinello sulla pulce suona così: “Sauta `ca, sauta `đa, fiġğhia‿’i `buttana `chi sauti ca fa”. Nella lingua siciliana, ricca di metafore c’era questo gustoso modo di dire: “A chissi si `mìşcănu ’i puliçi,” per dire che due persone avevano rapporti molto ravvicinati, che offrivano alle pulci l’occasione per cambiare reciprocamente sito e padrone.
     Ma, il siciliano di una volta doveva difendersi anche dal pidocchio, altro compagno di viaggio che che si attaccava tenace alla radice dei capelli; ma era lungo il capello, che la pidocchia deponeva in buon ordine la sua covata di uova, dalle quali si schiudevano le microscopiche lendìni (’i línnini). Per questo, nelle tiepide giornate primaverili, le donne si mettevano all'aperto, davanti la porta di casa, per attendere al necessario passatempo: la nonna in piedi spidocchiava la testa della figlia, che spidocchiava a sua volta la figlioletta, o viceversa. L'abilità degli operatori stava nel fare col pettine una scriminatura nei capelli, seguire la linea con lo sguardo vigile per intercettare pidocchi e lendìni, che brillavano al sole come punte di spillo argentate. Gli attrezzi usati per questo compito erano un pettine-stretto, un batufolo di cotone e il micidiale petrolio.  
     Lotta all’ultimo sangue, anche contro le cimici del letto, acari raccapriccianti che colonizzavano paglia dei materassi, fori lasciati dai tarli nelle tavole del letto, pieghe di cuscini, lenzuola, coperte, ma anche le pareti screpolate della casa, e nei palazzi dei ricchi le pieghe delle carte da parati scollate. Da qui, uscivano di notte, attratte dal profumo inebriante della carne umana. Lì, nel caldo giaciglio, realizzavano la loro orgia di sangue, per ritirarsi sazie alle loro dimore con le prime luci dell’alba. Proprio in virtù delle loro abitudini notturne, le cimici erano difficili da scovare; ma quando se ne intercettava una, si schiacciava, sempre ponendola fra le unghie dei pollici, ben sapendo che si sarebbe vendicata emettendo un odore fetido e nauseabondo.  
                                 

Donna silenzio dell'anima

           
Una serata con “Teatro Utopia”

Gino Carbonaro

    Il Teatro è forma d’arte completa. Il recitare degli attori all’interno di uno spazio ideale, quello del palcoscenico, l’assistere a un evento significativo nel buio concentrante di una platea, sorta di spazio rubato alla realtà, crea negli attori e nel pubblico una suggestione che spesso consente la realizzazione di un transfer. È Aristotele a fissare il concetto di catarsi, con il quale indicava l’insieme delle emozioni che si impadronivano dello spettatore nell’assistere alla tragedia. Ed è quello che si è verificato in molti spettatori, in “Donna, il silenzio dell’anima”  ultima pièce teatrale di “Teatro Utopia”, per la regia di Giorgio Sparacino. 

    L’apertura del sipario presenta allo spettatore una scenografia che ha tutte le connotazioni di un’opera d’arte moderna. Enormi drappi bianchi bellissimi su fondo nero e un sole rosso, immenso, centrale, quasi osservatore discreto e silenzioso delle miserie della nostra realtà. Dunque la musica col suo ruolo centrale, evocativo, capace di dare il “la” alla realizzazione di un dramma che sfuma nella tragedia.

    Protagonista della serata è la “Donna” nel suo eterno rapporto con l’uomo che nel XXI sec. può ancora ritenere di essere padre-padrone gestendo il proprio rapporto strumentale con la donna come si trattasse di un burattino senz’anima.

    Poi, la disposizione della quattro lettrici, in nero, poste su piani diversi. Scenografia, costumi, disposizione degli attori sulla scena, e ancora, le luci, la musica, la scenografia, l’amplificazione del service sono componenti non secondarie della realizzazione dell’opera. Fin qui, tutto è perfetto, gli occhi dello spettatore assorbono la serenità e la bellezza del tutto.

    Poi, comincia la lettura, che lentamente si trasforma in interpretazione intensa, sentita, partecipata. L’attenzione del pubblico è subito catturata. Fra le quattro attrici e il pubblico in sala non c’è iato, ma empatia. Da subito la partecipazione degli spettatori è totale. Il tema è sacrale. Gli eventi tragici. Sofferenza, dramma di donne che hanno subito incolpevoli, violenze da parte di uomini dominatori, di culture ossificate, di religioni schizofreniche.

           Le lettrici/attrici sono donne che si presentano come testimoni di culture altre e di eventi occorsi a donne come loro.

Certamente il mondo degli uomini non è fatto tutto di violenza e di crudeltà mentale, ma questi aventi ci rendono non direttamente, ma metafisicamente coinvolti. Per questo, non può essere accettato il silenzio ed è necessario denunziare, per avvertire coloro che potrebbero cadere in queste trappole (uomini e donne). E questo obiettivo è stato raggiunto dal “Teatro Utopia” in “Donna, il silenzio dell’anima”.

           Ma, le emozioni che ha suscitato questa  performance ha altre chiavi di lettura. Quello a cui abbiamo assistito rappresenta una svolta nel teatro moderno. Un ritorno forse consapevole all’antico Teatro Greco, dove gli attori (Υπόκριτές) erano pochi. Prima, uno solo, poi due, poi tre ed erano immobili. Bloccati dai coturni. Mascherati. L’attore è simbolo. Il tema religioso e sempre attinente ai grandi drammi della vita. Il contenuto del Teatro Greco era sempre una denunzia (vedi, Ifighenia, Le Troiane, ecc.) denunzia che doveva far riflettere e scuotere l’ascoltatore. Sorta di specchio dove ognuno di noi è costretto a guardarsi. Questo era il teatro. Tutto rigidamente bloccato da una necessaria unità di tempo, di luogo e di azione. Immobilità statica che evoca il concetto di immenso, di eterno, per il quale, obiettivo del teatro era la realizzazione di una trans-formazione spirituale, mentale, culturale dello spettatore, che doveva riflettere sul senso della vita, sui suoi comportamenti, e su come si attivavano gli umani in alcuni momenti della vita.

Chi era presente alla rappresentazione di una tragedia, alla fine avrebbe dovuto non essere più lo stesso di prima, perché spiritualmente modificato, perché costretto a ripulire la mente dai luoghi comuni, che solitamente distorcono la realtà delle cose.

Chi ha assistito a questa interpretazione di “Teatro Utopia”, ha capito perché molti hanno resistenza ad andare al teatro. Non si va al teatro perché i lavori presentati sono spesso vuoti di contenuto, e come tali capaci di inquinare la mente e non basta dunque che gli attori siano eccellenti.

In “Donna, il silenzio dell’anima” il livello del contenuto e della interpretazione della quattro attrici era altissimo, soprattutto perché denunziavano con convinzione  modelli culturali messi a confronto. D’altro canto il problema delle culture e degli scontri di culture è problema fondamentale di oggi.

Per non dire che le giovani donne che hanno scritto gli allucinanti documenti che le attrici hanno recitato e gli spettatori hanno ascoltato, hanno dimostrato che la scrittura non-letteraria è forse la vera scrittura, e qualche giovane scrittrice (per necessità) ha vergato pagine dalla potenza shakespeariana.
                                 

Scuola Medica Salernitana



Scuola media Salernitana




Miniatura



Cibo, amico-nemico
                                                                                                    
  
                                                                    di Gino Carbonaro



     Vita e salute sono le cose più importanti per l’uomo. Morte, sofferenza e fame? Le cose più temute. Il cibo? Tiene in vita ed esorcizza fame e morte. Dunque, 

più-cibo = più-vita 
meno-cibo = meno-vita 

     La mamma al figlioletto: “Mangia, ché devi crescere”. Il grasso è riserva di energia, dunque riserva di vita. Ma, non è così. 

 Ιπποκράτης -
Ippocrate 

      Il medico greco Ippocrate dettò il principio che bisognava guardarsi dal cibo: quantità e qualità. Di Ippocrate, passarono alla storia due aforismi. Uno sul mangiare: 

Fa che il cibo sia la tua medicina 
e medicina sia il tuo cibo 

     Il secondo sul rispetto per il proprio corpo.. 

Considera il tuo corpo un Tempio 
Rispettalo.  E' sacro.

Tempio Greco 

   La Scuola Medica Salernitana, considerata la prima università dell’Europa medievale, divise la medicina in due sezioni: 

     1. Scienza che mira a conservare la salute e .. 
     2. Scienza per curare le malattie. 

     Siccome ripristinare la salute perduta era difficile, 
si suggeriva come evitare di ammalarsi. 

     Le verità, fissate in aforismi, furono raccolte nel Regimen Sanitatis Salernitanum”. Al re d’Inghilterra Riccardo Cuor di Leone che di ritorno dalla Terra Santa si era fermato a Salerno e chiedeva "l’Élisir di lunga vita", il medico Ursone rispose.. 


Se vuoi vivere a lungo 
mangia sano, mangia poco 
bevi con moderazione 
caccia via i gravi pensieri 
non adirarti. 
E ancora.. non comprimere l’ano 
scoreggia liberamente
non trattenere a lungo la vescica. 



                                                            Elisir di lunga vita


     In sintesi, ti siano medici queste tre cose: 

“Quiete, animo lieto, moderata dieta” 

  Princìpi fondamentali della medicina della salute: 

  "Prevenire" il male, per tenere lontano il medico

Principis obsta, sero medicina paratur
"Previeni subito, poi devi riparare con le medicine)


Intervento chirurgico


    Soprattutto, mangiare poco la sera, perché 

Ex magna coena stomacho fit magna poena 
(Grande cena, grande pena (sofferenza) per lo stomaco) 

     Nel mentre si suggeriva di passeggiare dopo cena

                   Post coenam passus mille meabis
                            (Dopo cena? mille passi) 

     Considerato poi che la digestione è importante: 

Mala digestio, nulla felicitas.

 veniva suggerito di masticare bene il cibo perché 

Prima digestio fit in ore 
(La digestione comincia nella bocca)

Tutto questo per agevolare la motilità dello stomaco al mattino, perché.. 

Cacatio matutina est tamquam medicina
(Evacuazione mattutina è medicina)

Defecatio meridiana nec bona nec mala

Defecatio serotina agit hominem ad ruinam


     E ancora si ricordava che orinare e scoreggiare con convinzione e nello stesso tempo faceva bene ai lombi  

                   Mingere cum bumbis est bonum lumbis 

Poi italianizzato in 

                        Tromba di culo sanità di corpo 




perché il gas ritenuto nello stomaco causa spasmi, idropisia, colica e vertigini. 

     Nel “Regimen” si aggiungevano consigli igienici:  

Si fore vis sanus, ablue saepe manus 
(Se vuoi star sano, lava spesso la mano (le mani)

     Né potevano mancare suggerimenti sul sesso (dulcis in fundo) per il quale è detto che..

In die perniciosum, 
in hebdomada utile, 
in mense necessarium.

(Tutti i giorni fa male 
una volta la settimana fa bene 
una volta al mese è ne-ces-sa-rio!)  

Se poi qualcuno era accatarrato, doveva sapere che il sesso curava anche il raffreddore. L’aforisma, che non può fallire, recita: 

Coito, medicina catarri!
Sesso (coito?) 
Unica medicina per curare il raffreddore.
 Più se ne fa, prima va via 
 

Provare per credere!





Scena erotica



Gino Carbonaro