2011/04/20

Aldo Migliorisi, La musica è troppo stupida



Sulle note di un martello pneumatico
 

     Affermare che “La musica è troppo stupida” è concetto che inquieta. Tanto afferma, invece, Aldo Migliorisi, musicologo e autore di un bellissimo libro dal titolo volutamente provocatorio.
     Arte e musica sono state da sempre oggetto di conflittuali confronti fra persone, classi sociali, popoli. C’è oggi chi ricorda le diatribe fra genitori che andavano in sollucchero per Claudio Villa, Luciano Tajoli, Giacomo Rondinella, e figli di nuova generazione stregati dalla musica di Elvis Presley, Beatles, rock and roll. Per mezzo della musica la verifica di un gap generazionale. Nello stesso periodo, i sostenitori della Tebaldi e della Callas, al teatro La Scala di Milano, gli uni contro gli altri armati difendevano i loro idoli, ma soprattutto due diversi modi di intendere la musica. E, ancora nella metà dell’Ottocento, se qualcuno avesse chiesto a un Lombardo e a un Veneto, quale era il compositore più grande, avrebbero risposto: “V.e.r.d.i.!” facendo passare l’acronimo di “Vittorio Emanuele Re di Italia”. Ed era guerra giocata a suon di note fra italiani e austriaci, fra dominati e dominatori.
     Lo stesso ruolo ebbe la musica in Argentina, quando a cavallo tra la fine dell’Ottocento e i primi del Novecento nacque il Tango: mentre i grassi latifondisti sudamericani, gente perbene, ligi alle leggi e rispettosi della  morale, danzavano la quadriglia sfiorandosi appena le dita, gli immigrati reclamavano un diritto alla libertà, ballando provocatoriamente abbracciati, maschi e femmine, corpo a corpo, in adesione totale, suscitando l’indignazione delle classi dominanti e la reazione della chiesa e del Papa che da Roma scagliava anatemi contro il ballo immorale, ma soprattutto contro quella forma di trasgressione sociale.
     Che la musica “diversa” fosse da considerare pericolosa, fu intuito già nel VI secolo d.C. dal papa Gregorio Magno, che dettò regole su come avrebbe dovuto essere il canto di Dio. Per non dire che essendo considerate le donne creature del diavolo, ed essendo loro proibito di cantare in chiesa, fu deciso di castrare fanciulli per creare eserciti di voci bianche, in tutto simili a quelle degli angeli che risaputamente non hanno sesso.
    Ma, già nella Grecia classica del V secolo a.C. l’attore-commediografo Ferecrate aveva portato in scena la Musica, donna dal corpo martoriato che, interrogata dalla Giustizia sul motivo di quello scempio, dichiarava di aver subito violenza da parte di chi l’aveva sconvolta, rumoreggiando in vari modi con trilli e stridii, urli e rumoretti mai sentiti, e tutti lontani dal concetto di “Armonia”. Potrebbe sembrare un discorso contro i metallari del tempo, ma a Ferecrate dava forza Platone che, nella sua “Repubblica”, avvisava di introdurre con cautela cambiamenti nella musica, così come nelle leggi dello Stato. 
    Aldo Migliorisi, nel suo libro “La musica è troppo stupida” parla soprattutto di libertà. E si chiede se l’uomo ha diritto di far musica come meglio ritiene, o deve soggiacere a regole e imposizioni, come da sempre hanno preteso dittatori di turno? Dunque, sostiene il nostro critico, diamo spazio e giudizio positivo al francese Erik Satie, agli Einsturzende Neubauten che portano un martello pneumatico sul palcoscenico per scardinare dalle fondamenta pregiudizi e prevenzioni sociali, e soprattutto ascoltiamo senza arricciare il naso cento altri musicisti libertari che cercano di affermare la loro filosofia della vita, il loro diritto a far musica.

                                                                           Gino Carbonaro


La musica è troppo stupida
di Aldo Migliorisi
Edizioni La Fiaccola

Fico, l'albero sacro alle donne



     Il fico e il suo frutto sono stati da sempre associati alla donna. Nell’antichità romana l’albero sacro alle donne era il caprifico, fico delle capre o fico selvatico: “u ficastru”. Dea protettrice delle donne era Giunone Caprotina che a Roma veniva festeggiata alle “none” di luglio, giorno in cui le donne si recavano fuori delle mura, e presso un vecchio caprifico sacrificavano alla loro dea.
   Per i Greci, la parola fico (sykòn) indica sia il frutto della pianta che l’organo sessuale femminile.
   È curioso il fatto che la “φ” (fi, phi o effe, ventunesima lettera dell’alfabeto greco) è simbolo grafico che richiama alla mente il sesso femminile, mentre ricorda il frutto del fico. La fessurina del fico maturo stillante miele e il rigonfiamento del sesso femminile stimolavano proiettivamente la fantasia dei Greci.
   Che nel mondo greco, il fico sia associato al sesso femminile è provato ancora dalle Falloforie, feste religiose nelle quali giovani aitanti portavano in processione un simbolo fallico, seguiti da donne (canefore) che portavano cestelli colmi di fichi. Il fallo e le fiche sono simboli chiari e sono propiziatori di vita.
    Ma, anche nella lingua russa, il termine fetjuk (traducibile con “fituso” o “sticchiusu”) era offensivo per un uomo. La parola deriva da “fita” (ф), che nell’Ottocento ucraino era ritenuta una lettera “sconveniente”. Così, mentre il russo di una volta metteva sotto accusa la lettera effe, con la stessa gli inglesi battezzavano il “fanny”, vezzeggiativo dell’organo sessuale femminile 
 φ     Φ  

     In linguistica, la lettera effe è il segno della vita e di ciò che dà vita: da notare le parole che hanno inizio con la lettera effe: femmina, figlio, fanciulla, fessura, fica, feto (colui che vien fuori, alla luce) Fetonte (figlio del Sole-vita), fiore (da cui nasce il) frutto, fertile, fecondo, facondo, fallo, falò (che dà luce); e ancora, fonte, fiaba, favola, ma anche feci, sono termini che indicano ciò che “vien fuori”, che aprendosi dà vita. Ma, anche proli-fica (da facio, fare, creare) è colei che genera molta prole.
     Nelle simbologie che operano in questo campo, va ricordata una canzone siciliana intitolata “La Ficu” che recita così: “La vitti mpinta a n-árvulu/ la ficu ca pinnìa/ Ed era troppu auta/ pigghiari n-la putìa/ Di sutta taliànnula/ lu meli ci currìa/ Di da vuccuzza  amabuli/ lu meli ci spannìa / Essennu sutta d’arvûlu/ na rama n’affirrai/ Ficuzza mia, certissimu/ pi certu ti manciai. Il tema del frutto appeso al ramo e non raggiungibile è allegoricamente presente nella letteratura antica. Da ricordare la poesia nella quale Saffo paragona il suo amore a una mela: “Come la mela, alta rosseggia sul ramo più alto / La dimenticarono nella raccolta / No! non la poterono cogliere.

Tango, la rivincita culturale


Tango

Da ballo scandaloso e immorale
alla designazione 
come patrimonio dell'umanità




La ricchezza del Tango è nella sua capacità di esprimere tutto dell’uomo: il bisogno di nutrire lo spirito con la musica, di ballare in coppia mimando voluttà sessuale all’interno di uno spazio-tempo (la pista da ballo) dove per la durata di un Tango, i due ballerini vivono il loro momento di sogno e di complicità con un partner vero o sognato. Miraggio che svanisce nel nulla con le definite battute d’arresto del Tango, che segnalano la fine del sogno e il ritorno alla squallida prosa di tutti i giorni.

     È di pochi giorni fa la notizia che il Tango, fenomeno culturale fra i più affascinanti del mondo, è stato considerato patrimonio dell’umanità.  L’ambìto riconoscimento è avvenuto il 30 settembre, ad Abu Daby,  dove in seduta congiunta erano riunite Commissione Intergovernativa Unesco e Agenzia Culturale dell’ONU.

     Rendere il Tango patrimonio dell’Umanità è stata scelta coraggiosa, perché fino a pochi anni fa, “intangibili” tesori dell’umanità sono stati considerati solo i beni “tangibili”: monumenti, opere architettoniche, bellezze naturali. Il Tango, invece, è creazione immateriale, la cui realizzazione dipende di volta in volta dalla capacità creativa di musicisti, poeti, cantanti, tangheri.

     Eppure, il ministro della cultura argentino Hernan Lombardi, avanzando con il governo uruguayano la richiesta all’Unesco, ha ritenuto che il Tango potesse aspirare ad ottenere tale riconoscimento, soprattutto perché l’Unesco ha in precedenza riconosciuto come patrimoni dell’umanità il Carnevale di Oruro (Bolivia) e il Carnevale di Barranquilla (Colombia). 

      Le origini del Tango risalgono alla fine del XIX secolo, quando dopo il 1880 il governo argentino aprì le frontiere alla immigrazione di massa. L’Argentina, terra immensa (dieci volte più grande dell’Italia) e ricchissima, contava allora una popolazione di due milioni di abitanti. La manodopera era necessaria per sfruttare le immense ricchezze del paese e per lo sviluppo economico dell’Argentina. Fu così che sulle rive del Rio de la Plata giunsero a ondate immigranti provenienti da tutte le parti del mondo, soprattutto europei e ovviamente italiani, che fuggivano la miseria cercando fortuna in Sud America.

     L’afflusso degli immigrati fece raddoppiare la popolazione, modificando il rapporto uomo-donna che diventò di cinque uomini di contro a una donna.

     Gli immigrati, quasi tutti giovani, pieni di speranze nella possibilità di un futuro diverso e migliore si ritrovarono di fatto senza affetti, senza famiglia, stranieri in una terra della quale sconoscevano finanche la lingua.

     Il rapporto asimmetrico fra maschi e femmine potenzia la prostituzione e il moltiplicarsi dei “quilombos” dove gli immigrati si recano per incontrare gente, vedere come è fatta una donna, annegare nell’alcol le loro pene, e ammirare i gauchos della Pampas, esperti ballerini che, nell’attesa del loro turno si esibivano in mirabolanti gare di danza sul ritmo della Milonga.

     Fu proprio nei quilombos, che allignavano nella zona del porto di Buenos Ayres, che le maitresse assoldarono le prime orchestrine, e fu qui che il Tango fece i primi passi.

    In queste “enclave” diverse, maschi e femmine, pronube il Tango, ballavano abbracciati facendo aderire i loro corpi per sentirli vibrare all’unisono con la musica e con le armonie del ballo, mimando in piena libertà scene (oscene) di corteggiamento. Qui, il macho-ballerino si prodigava nell’improvvisare passi e figure che la donna assecondava. E fu gioia degli immigrati assaporare quella libertà, vivere quella esperienza immensa. 

    Ma, il Tango “porteňo”, conosciuto fuori dai quilombos e ballato anche per le strade, fece scandalo in una società puritana. Nessuno ai primi del Novecento poteva accettare che un uomo e una donna si abbracciassero in pubblico. Ma fu merito del Tango se in epoca freudiana fu abbattuto il più radicato tabù sessuale.

     Il Tango fu condannato dalla Chiesa, dal potere politico (specie in regime dittatoriale) e dalla aristocrazia benpensante che vide figli (e figlie!) perdere la testa per un ballo, che a Buenos Ayres veniva danzato solo nei “barrios” malfamati e là dove si offriva sesso a pagamento. La calamita del sesso fu considerata… una calamità!

     E però, lentamente, il Tango si fece sempre più capace di toccare le corde dell’animo, non solo con la musica, ma anche con le parole. I testi dei primi tanghi parlano di uomini abbandonati dalla donna amata (Caminito), di luoghi di appuntamento con donne di sogno (A media luz), di figli che muoiono con sensi di colpa per aver lasciato la madre sola in patria (La Cumparsita). Agli inizi, i destinatari del Tango furono gli immigrati.  Tanto è dimostrato dal fatto che la lingua usata nei testi era il “lunfardo”, dialetto del porto nato dal contributo di lingue diverse su una base di spagnolo e parlato dagli immigrati. 

    L’atmosfera del Tango storico - o della “Vecchia Guardia” come si disse - è da fin du siècle, malinconica e decadente. Forse anche per questo il Tango-ballo infiamma il mondo. Finlandia, Giappone, Francia, Gran Bretagna e, soprattutto, Stati Uniti, dove cinema e Tango nati da poco creano la prima “star”  nell’attore-tanghero Rodolfo Valentino.

     Il Tango parla di amore, poesia, musica, arte, ma il contenuto è anche filosofico. Il Tango dice che le convenzioni sociali sono ipocrite, che amore e contatto fra sessi diversi non sono peccato, che il ballo è vita, la vita è breve, e per questo invita tutti a cogliere l’attimo fuggente. Enrique Santos Discepolo definì il Tango “un sentimento triste che balla”, e fu lievito che riuscì a unificare il popolo argentino e uruguayano, che dopo gli anni Ottanta nascevano dall’incontro di popoli e culture diversi. Ora, la fede dell’Unesco è che il Tango possa unificare i popoli del mondo. 

                                                  Gino Carbonaro

                                                          

Il volo fatale di Blondeau a Ragusa


Il folle volo di Henri Blondeau           

Una Mongolfiera in Sicilia nel 1890


File:Montgolfière.jpg





     Volare è stata da sempre una delle aspirazioni del genere umano. Osservare uccelli che si librano maestosi in un cielo blu è scena da incanto. Sono loro, i volatili, che mortificano la natura dell’uomo che si vede inchiodato a terra dalla forza gravitazionale. I Greci fissarono nel mito di Dédalo e Icaro quel sogno ancestrale dell’uomo e i rischi connessi al volo. Dédalo, prigioniero di Minosse nel labirinto della vita, costruisce ali per trovare la via del cielo e della libertà, ma perderà il figlio che precipiterà nel mare.

     L’umanità dovrà attendere molti secoli per vedere realizzato il progetto dei fratelli Montgolfier, che riuscirono a far sollevare verso l’alto quel primitivo pallone di carta gonfio di aria calda che prese il nome di Mongolfiera. Correva l’anno 1783.  L’evento sembrò un miracolo. La forza gravitazionale era stata vinta. L’uomo navigava nel cielo. L’umanità stentava a credere alla inverosimile notizia.

   Cento anni dopo, Henri Blondeau, un belga costruttore di mongolfiere ad aria calda, continuava a scioccare il mondo con le sue 845 ascensioni realizzate ovunque venisse chiamato in Europa.  Si esibirà 14 volte a Parigi, davanti a Napoleone III, a Milano davanti a Vittorio Emanuele II e a Bruxelles davanti al re dei Belgi. Nel 1890 lo troviamo in Sicilia, a Ragusa, chiamato dal Comitato Organizzatore della Festa di S. Giovanni. I ragusani volevano offrire al Santo uno spettacolo memorabile. Ed era espressione tangibile di fede.

     L’ascensione avrebbe dovuto avvenire il 29 agosto, ma un forte vento di “provenza” per giorni fece rinviare il progetto, con grande disappunto del popolo minuto e degli organizzatori.    

     Finalmente, il 3 settembre il tempo si mise al bello. Sin dal mattino, il precone (banditore, vanniaturi) bandì la notizia in ogni angolo della città: il pallone gonfiato sarebbe salito al cielo a mezzogiorno in punto. Già la mattina presto la piazza aveva cominciato a riempirsi. A mezzogiorno era gremita di spettatori ansiosi di poter assistere all'evento: un uomo che saliva nel cielo. Notizia al di là del credibile. Balconi e tetti delle case vicine brulicavano di curiosi. Ma, quando tutto fu pronto e il fumo caldo già gonfiava il grande pallone di seta, ecco alzarsi a sorpresa, sornione, un vento inatteso, autunnale, arrabbiato. “Lo spettacolo deve essere rinviato”, sentenziò Blondeau, che parlava italiano. La notizia del rinvio fece il giro della piazza, rigonfiò come il vento. Si trasformò in rabbia. Una tempesta di commenti malevoli.. La delusione fu grande. Soprattutto per l'affronto e i commenti che avrebbero fatto i "Sangiorgiari" di Ibla. Tutti pensano che il belga vuole prendere in giro i siciliani. Cosa incredibile. Un uomo, forse l'albergatore Giorgio Migliorisi (alias Ciaçio Quarantiedu) uno del comitato organizzatore, si avvicina a Blondeau e gli sussurra qualcosa all’orecchio. L’aeronauta cambia idea. Abbraccia moglie e figlia che lo accompagnavano, entra nella navicella, si fa il segno della croce e stacca gli ormeggi. Il pallone ha un sussulto. Si innalza violento, afferrato da una corrente d’aria ascensionale. Subito dopo scompare inghiottito dalla nuvole.

     A tarda sera, alcuni contadini trovarono il cadavere dell'aeronauta lungo una scarpata del Pieso, dicono alcuni, del "Capru d'oru" dicono altri o sulle coste del Diavolo in fondo alla valle del fiume Irminio. Blondeau non  era riuscito a vincere le forze della natura, né quelle degli uomini che consideravano i festeggiamenti per il Santo (patrono) e il giudizio della folla più importanti della vita di un uomo.

     Oggi, a Ragusa, non sono molti coloro che conoscono la storia di Henri Blondeau, né il perché qualcuno ha dedicato una strada di quaranta metri a uno straniero. Ogni anno però non dimenticano di  ricordarlo i protagonisti di Hybla Buskers. Per loro, Blondeau è un mito.

                                                              Gino Carbonaro

gino.carbonaro.italy@gmail.com

Per maggiori informazioni su Henri Blondeau leggere:
IL VOLO FATALE il bellissimo libro di Giuseppe Cultrera,
Ed. Dettagli, Chiaramonte Gulfi, 2015


Sacralità dell'ulivo


L'olio che illuminava  
l'estremo viaggio

                                                      di Gino Carbonaro


     In tutti i popoli del mondo, l’ulivo è associato al concetto di sacralità, benessere, pace. Dopo il diluvio universale, racconta la Bibbia, Noè fece uscire dall’arca una colomba che ritornò con un ramoscello di ulivo. Voleva dire che il buon tempo era tornato sulla Terra.  
     In Grecia, recita il mito, era stata Pallade Atena a far conoscere all’uomo l’ulivo e il suo uso. Dono divino che i Greci apprezzarono al punto da chiamare Atene, la loro città più bella, e da impreziosire i dintorni con uliveti disposti a quinconce.
     Invero, l’olio di oliva va considerato una grande scoperta dell’umanità: adoperato come farmaco per curare ferite infette e lenire dolori; come cosmetico per frenare sul viso i guasti del tempo; dopo il bagno, per rinfrancare pelle e capelli; come combustibile per alimentare le lucerne.  
     Lucerne si trovano nelle tombe antiche, a indicare che con l’olio si illuminavano le notti dell’Averno, ed era legge che nelle lampade del tempio di Amon-Ra in Egitto potesse ardere solo purissimo olio di oliva. Ancora in Egitto, olio era usato nei riti religiosi per consacrare sacerdoti e fedeli; funzione poi accolta nel mondo cristiano, dove l’olio consacrato viene usato per ungere infermi e moribondi, ordinare sacerdoti, cresimare fanciulli.
     In ogni caso, olio per condire minestre, pane, verdure, come pure olive condite furono alimenti principe nelle tavole etrusche, greche e romane.  
     Dell’olio colpiva l’odore inebriante, il gusto, ma soprattutto il colore, fra oro e verde smeraldo, e l’oro è colore delle divinità. I siciliani chiamano l’olio di oliva “ôgghiu bbônu”, per dire che dal suo impiego discende ogni forma di bene. Ma, era atto propiziatorio l’uso che si faceva delle frasche di olivo per ardere il forno e cuocere il pane. Come l’olio, anche il legno di ulivo è combustibile eccellente, e il proverbio siciliano ne conferma la bontà: “Ulìva! morta e viva!” per dire che il legno di ulivo dà fuoco senza problemi.
    E ancora. I Romani usavano rametti di ulivo intrecciati per incoronare stimati cittadini; gli ambasciatori si munivano di rami di olivo per segnalare la loro pacifica funzione. Non è un caso che Gesù abbia celebrato la sua ultima cena con gli apostoli nella pace dello spirito offerta dagli ulivi, nell’orto di Getsemani (frantoio, in aramaico) sito ai piedi del “Monte degli Ulivi”.    
     Sacralità dell’ulivo che santificava anche il momento della raccolta, quando famiglie riunite coglievano quella occasione per ritrovarsi insieme e fare comunione, tutti uniti nel silenzio bucolico e georgico della campagna autunnale, per raccogliere il compenso del loro lavoro, il dono di questo frutto meraviglioso.
     Rapporto mistico fra l’uomo e l’ulivo? Qualcuno sostiene che l’uomo è come le olive, difatti, anche l’uomo, al torchio dà il meglio di se stesso! 
                                                   Gino Carbonaro