2011/06/17

Il fico & la donna, storia etimologico-linguistica

Il fico e la donna. Analogie sessuali

   Il fico e il suo frutto sono stati da sempre associati alla donna. Nell’antichità romana l’albero sacro alle donne era il caprifico (fico delle capre o fico selvatico, ’u ficaşŧŕu). Dea protettrice era Giunone Caprotina, che a Roma veniva festeggiata alle “none” di luglio,[1] giorno in cui le donne si recavano fuori delle mura, e presso un vecchio caprifico sacrificavano alla loro dea.
   Per i Greci, la parola fico (σύκον) indica sia il frutto della pianta che l’organo sessuale femminile.[2]
φ

   È curioso il fatto che la φ (fi, phi o effe, ventunesima lettera dell’alfabeto greco) è simbolo grafico che richiama alla mente il sesso femminile (fica), mentre ricorda il frutto del fico. La fessurina del fico maturo stillante miele e il rigonfiamento del sesso femminile stimolavano proiettivamente la fantasia dei Greci.
   In linguistica, φ (phi) è segno della vita e di ciò che dà vita: da notare le parole che hanno inizio con la effe: femmina, fessura, fica, feto (colui che vien fuori, alla luce), Fetonte (figlio del Sole), fiore (che darà il frutto della natura), frutto, fertilità, fecondità, fallo (colui che dà la vita), falò (che dà luce) facondo, fonte, favola; sono termini che indicano ciò che “vien fuori”, che aprendosi dà vita. Ma, anche proli-fica (da facio, fare, creare) è colei che genera molta prole.

Nelle simbologie che operano in questo campo, va ricordata una anonima canzone siciliana intitolata La Ficu che recita così:                                                                                                “La vitti ’mpintaa ’n-árvulu/ la ficu ca pinnìa/ 
Ed era trôppu âuta/ piġğhiari ’n-la putìa/ Di sutta taliànnula/ lu meli ci currìa/ 
Di `đa vuccuzza  amabuli/ lu meli ci spannìa/ 
Essennu sutta `đ’arvûlu/ ’na rama `n’affirrai/ 
Ficuzza mia, certissumu/ `pi `certu ti manćiai. [3]







[1] Le none corrispondono al 7 luglio. (Vedi à  Macrobio, Saturnalia, Utet, p.189/191)
[2] Vedi à Gemoll, Vocabolario Greco-Italiano, Sandron, 1951, p. 970
[3]  La vidi appesa a un ramo, la fico (va tenuta al femminile) che pendeva/ ma era troppo alta e non potevo afferrarla/ Guardandola di sotto vedevo scorrere il dolce miele da quella amabile boccuccia/ (Però) essendo sotto l’albero riuscii ad afferrare un ramo e certamente Ficuzza mia, riuscì a prenderti e a mangiarti. (F. Paolo Frontini, Eco della Sicilia, Ricordi, 1936, p.7-9). Il tema del frutto appeso al ramo e non raggiungile è allegoricamente presente nella letteratura antica. Da ricordare la poesia nella quale Saffo paragona il suo amore a una mela: “Come la mela alta rosseggia sul ramo più alto/ La dimenticarono nella raccolta. No! non la poterono cogliere. (Saffo, Fr. 105 a)

                                                 Gino Carbonaro

Cunnu & Cunnura, storia etimologico-linguistica


Cúnnu, cunnùra, cuđdùra, cúđdurèđda


di Gino Carbonaro



Cunnu è sinonimo di ştìçċhiu. L’etimo è latino: cunnus è la vulva, quella che ha la forma di “V” o di un cuneus. Cúnnus o cunnùra, in latino, era anche il nome di un pane, che aveva la forma compatta del sesso femminile. Quando le donne finivano di impastare la farina, davano una forma vagamente ovale al pane, quindi segnavano il centro con un colpo della mano a taglio, infine ripassavano la parte incavata con un coltello: era il taglio, che durante la cottura nel forno, si allargava lentamente, e si arricciava e si indorava al centro (riđdu) prendendo la caratteristica forma del cunnus.

Nella mitologia greca, orzo, frumento, pane, e il dolce, succulento e calorico frutto del fico, erano sacri a Démetra (Dea-mater) divinità greca della vita e del femminino, che aveva fatto scoprire al genere umano i cereali e i frutti che danno energia, e consentono all’uomo di stare in posizione eretta: la cúnna (o cunnùra) era dedicata a Démetra. Questo pane, solitamente di orzo (nella Grecia di una volta) e di grano duro (in Sicilia), si fa tuttora in quasi tutti i paesi della provincia di Ragusa e ne conserva la forma, trasmessa dalla tradizione, e il nome: cuđdùra (e/o cunnùra). Gli uomini, ai quali le donne lo porgono, lo mangiano ancora con gusto e piacere. C’è da rilevare che la cunnùra, prima di essere infornata veniva baciata, e kunéo (κυηέω) in greco vuol dire “baciare”: cunnùra è, anche, “colei che si bacia”, e il pane si baciava prima di essere infornato. Le donne di una volta, facendosi scherzosamente i complimenti fra di loro, erano solite dire: “Ha’ ’na cuđduređda a `mênz’ê cosci” (ha un panetto in mezzo alle cosce): il riferimento era alla forma turgida del sesso femminile.

Sempre a Scicli, pistòlu è forma di pane al maschile, così come la cuđdura è forma di pane al femminile. Etim. il termine deriva dal latino pistor-ōris = fornaio, ma vuol dire anche pestello o pestone. Come dire che, a pranzo e cena, i nostri progenitori mangiavano pane propiziando la vita sulla tavola imbandita: lo prova la forme itifallica del pistolo e il simbolo del sesso femminile nella cuđdura o cunnùra, l’antico pane latino, il cunnus.   

In tutte le cose serie, qualche volta non manca un tocco volgare. Nella Sicilia antica, poteva accadere che due donne litigassero. E se la cosa per la quale si litigava non piaceva ad una delle litiganti, era possibile che volassero frasi pesanti del tipo, per esempio:"Anfilatillu nto cunnu!"  E così tutto finiva nel basso corporeo! 

                                                               Gino Carbonaro

Scheda da "La Donna nei Proverbi Siciliani, Thomson, Oxford, 2003

Considerazioni allegate da Antonella Spadafora da Cosenza

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cucù
Il fatto che in fiorentino il coniglio venga chiamato “conigliolo” mi ha sempre fatto sorridere, pensavo fosse una storpiatura vezzeggiativa, come accade con ”figliolo” …. se in Toscana le cose si chiamano come si chiamano, però, c’è sempre un motivo sotto, come ho avuto modo di rendermi conto mille e mille volte, e in questo caso la parola conigliolo riflette ancora meglio di coniglio l’etimo della parola, dal latino CUNICULUS, che vale tanto per l’animale quanto per via o foro sotterraneo (da cui “cunicolo”).
Per traslato, dunque, l’animale viene identificato con la sua tana, poichè l’abitudine di scavare cunicoli lo caratterizza e lo identifica.
Cosa bizzarra, o forse no, durante un corso di Filologia Romanza alla Complutense la docente ci fece notare come il coniglio e il cunicolo condividessero la radice etimologica anche con la parola latina che  indica popolarmente i genitali femminili, cunnus (cosa cava, fessura, buco), da cui il castigliano coño e il francese con, e non solo: in tutti i nostri dialetti meridionali u cunnu significa la stessa cosa.
E non è un caso, ovviamente, che il coniglio (e la lepre con esso) sia un animale archetipo del mondo simbolico sessuale, del bestiario selenico, associato alla semantica della fertilità. Anche la festività della pasqua nelle sue origini pagane (si celebrava Eostre, dea assimilabile a Venere, e la parola per Pasqua in inglese è appunto Easter) vede la lepre associata alle divinità della luna, dunque ai cicli della fertilità.
E, cosa interessantissima, in Sicilia si fa ancora un pane che, ci spiega Gino Carbonaro (e mi compiaccio della scoperta del suo blog!!!!) è dedicato a Démetra, la Dea Mater che ha fatto scoprire all’uomo i frutti e i cereali. Questo pane si chiama appunto cuđdùra:
Cúnnus o cunnùra, in latino, era anche il nome di un pane, che aveva la forma compatta del sesso femminile. Quando le donne finivano di impastare la farina, davano una forma vagamente ovale al pane, quindi segnavano il centro con un colpo della mano a taglio, infine ripassavano la parte incavata con un coltello: era il taglio, che durante la cottura nel forno, si allargava lentamente, e si arricciava e si indorava al centro(riđdu) prendendo la caratteristica forma del cunnus.        (…)
Questo pane, solitamente di orzo (nella Grecia di una volta) e di grano duro (in Sicilia), si fa tuttora in quasi tutti i paesi della provincia di Ragusa e ne conserva la forma, trasmessa dalla tradizione, e il nome:cuđdùra (e/o cunnùra).
E allora mi è proprio venuto spontaneo pensare, e speriamo che Gino mi legga e mi risponda, ai cúđduriađdi cosentini, che sono ciambelle salate e fritte di pasta di patate, tipiche della vigilia di natale: servono a spezzare il tradizionale digiuno del 24 dicembre in attesa dell’abbondante cena.
la pronuncia del nome distingue i cosentini doc dai limitrofi, perchè bisogna essere indigeni per riprodurre il suono cacuminale della d!! Spesso si vede la grafia “cuddruriaddri” e fuori da Cosenza, in Sila ad esempio, li chiamano Cullurialli o Cullirielli, perchè il suono cacuminale nella loro varietà dialettale non esiste.
Quello che mi chiedo è se le nostre ciambelle cosentine si chiamino così perchè sono dei piccoli pani con un buco nel centro, così da rappresentare una forma propiziatoria e ben augurale! 
Dal blog qui sotto riportato
Blog Name: Lost in Arno
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                                                                              Blog URL: http://lostinarno.wordpress.com





Minchia di Sicilia, una storia etimologico-linguistica




Mínçhia!
  
     Minçhia è il pène che porta bene, ma dà péne! Il Proverbio rileva che una volta la gente si sposava per togliersi un pensiero di minçhia, senza rendersi conto che se ne metteva mille altri nella testa. In questo caso, la decisione (quella di ammogliarsi o di maritarsi) non era stata presa dalla testa di sopra, che è quella deputata a decidere razionalmente, ma dalla testa di sotto, che dà ascolto alle pulsioni istintuali dell’Es e trascina la carne verso i deprecabili richiami del sesso. Per questo, a chi si era incaponito di sposarsi, si era soliti dire: “Ha fatto una scelta del káżzo!” Ed era un giudizio corretto.

 Etimologicamente, il termine minçhia ha nobili ascendenze nella lingua latina, derivando dal verbo míngere (orinare), da cui minzione (l’atto di míngere) e minçhia (l’addetto alla funzione del míngere, e ad altre cose). Ma, nel siciliano antico, minçhia! è una esclamazione che condisce, infiora ed insapora i discorsi della gente; per questo il termine lo trovi (metaforicamente, si intende) sulla bocca di tutti, essendo utilizzato in mille contesti e con mille funzioni diverse. Uno incontra un amico che non vede da tempo e affettuosamente gli dice: “Ma ’unni minçhia ha’ ştatu!”, cioè, dove cavolo sei stato? Un ragazzino è cresciuto più del previsto? L’esclamazione mista a meraviglia è spontanea: “Minçhia! come ti sei fatto grande”. Ma, l’epìteto può essere anche usato in modo esortativo, fraterno, facendo appello al Creatore: “Fa’ preştu, minçhiacaticriàu!” per dire “sbrígati, fai presto, diamine!” Ma, l’esclamazione può anche esprimere disappunto: “Ma, chi `minçhia vôi?” Per dire, cosa diavolo vuoi? E c’è ancora quella che rinvigorisce un avverbio di negazione; per esempio, uno non vuole addivenire alla richiesta di un altro? la risposta è lapidaria, concisa e precisa: “Ştamínçhia ti dugnu! Cu şta funćia’i mínçhia ca vêgnu!” Come dire:Sta’ fresco! Non ti do nulla… méttiti in testa che non vengo”.  Ma l’interiezione in oggetto viene usata anche per esprimere disprezzo: “Ştu minçhiuni! şta côppŭla’i mínçhia; ştu sucaminçhia; ştu minçhiai mari. [1] A seconda dei casi, però, il termine può registrare anche affettuosa considerazione nei confronti di un povero diavolo: “Chíssu è ’n-poviru minçhiunażzu! Cunta minçhiati niviri…” [2] Ma può essere anche minimizzante: “Fiçi ’na minçhiata!” Ha fatto una fesseria, oppure, “Ma, chíssa è ’na minçhiunata ’i nenti!” Questa è una cosa da niente. 
 Il termine, certamente osceno e triviale, infiora anche i proverbi: “Crídiri è curtisìa, di cu li cunta è la minçhiunerìa”.[3] Ma, se un evento è bello, come una cosa mai vista, orgogliosa di sé e di tutto rispetto, allora si dice: “È-ni ’na cosa minçhiunuta”, cioè, una cosa splendida, mai vista. In questa accezione, il termine, abbastanza ripulito da ogni bassa volgarità, esprime tutto il suo naturale candore e pudore, e può essere usato dalle persone per bene di ogni sesso e ceto sociale e, all’occorrenza, anche da bambine, monache, preti e persone di Chiesa. Da ricordare, infine, che nel 1927 Ragusa diventò Provincia avendo la meglio su Modica. I Modicani amareggiati lamentavano:“`Rausa provincia e a Muorica şta minçia!”  Ragusa è diventata provincia e i modicani sono rimasti con tre palmi di naso. "Na zunnata 'i menti!"

Gino Carbonaro 
da "La Donna nei Proverbi Siciliani"


[1] La minçhia’i mari è il cetriolo di mare: mollusco color marrone che vive nel nostro mare, colonizza fra le rocce della battigia. Ha forma di péne afflosciato quando sta fermo e arrotolato: Oloturia (scient. Holoturia tubulosa).
[2] Ma quello è un povero sventurato, queste sono cose da poco, va bene, ha fatto una stupidaggine.  
[3] Credere alle cose che ti raccontano è atto di cortesia, di chi li racconta è la minchionerìa, la stupidaggine.

2011/06/16

Chie Sato Japanese Pianist

Article by Prof. Gino Carbonaro


CHIE SATO
Zen and Modern Japanese Music


Chie Sato was introduced to us when she participated in the International Ibla Grand Prize Competition, which is judged by an international jury of twenty-five members.
We could not help noticing the concert pianist’s Japanese dress and bearing as she gracefully took her place at the Yamaha grand piano. Then silence fell upon the theatre audience.
The first notes took us by surprise. They were isolated, intense, full of deep echoes; sounds that seemed to come from afar, lasting only for a moment and vanishing harmoniously devoured by the enormity of the silence.
The impression was, that in Chie Sato’s interpretation, the leading role was that of the pure sounds which seemed to emerge from the dawning of the world. Now, thanks to this concert pianist, they burst into life.
The sound was also the carrier of a message of light that illuminated obscurity. This Japanese music is really unique, in that one solitary vibration is complete in itself, just as a singular touch of the Japanese artist’s brush in a Japanese ideogram becomes an artistic detail complete in itself vibrating the paper support
It was soon clear that Chie Sato produced sounds that were Everything: life, enchantment, magic, poetry. In this aesthetic interpretation, the concert pianist adopted a new logic: a single sound can contain everything in music, just as the Universe totally reflects itself in every single detail.
Now, we can all understand the extent, depth and beauty of those sounds that modulate and live in the air; sounds that are in the wind, in the soul of the world, or as the Greeks would have said, pnéuma (π_____). It was Sound that touched the soul of the listener and made him vibrate.
Due to this exceptional pianist, we are aware that music measures unknown universes of the spirit.
In this music it is not possible to find the composer’s sentiment because the composer and the interpreter are only the mediums through which the listener can perceive the voice of the Universe in all its beauty.
It is therefore, a type of music which is made up of more silence than emission of sounds.
With this music Chie Sato, expressed the essence of the Japanese soul, with the aim of achieving Zen and it is this accomplishment that reveals how she managed to astonish the public with her interpretation of this original musical message.
In Japan, the Zen philosophy is present everywhere: in floral arrangements (Ikebana), landscape gardening (Shibumi), theatrical performances (Kabuki No), dancing, painting, teaching and religion; and it is also to be found in Japanese music.
For the Japanese people, Zen is the Essence of the Universe and everything contained therein. Zen is life, light, sound and in one word it is harmony. Harmony which helps the musician enter into contact with the soul of the Universe
In any case, while listening to Chie Sato’s musical interpretation, we realize that she is a pianist of exceptional value and talent, an interpreter capable of a very elevated musical performance.
What strikes you most in Chie Sato is her perfect technique, without which she would not have been able to grant us this unforgettable experience. Our attention is captured by her dematerialized hands which conduct us into an unknown, metaphysical world.
To quote Plato, one has the impression that Chie Sato is in contact with ahyperuraneos world, where everything is peaceful and silent, a place where sounds are stored.
In a concert hall enchanted by Chie’s magical interpretation, she brings the notes to life: vibrating notes which seem to appear from nowhere, sometimes they run, then they escape: sometimes they chase each other, they pile on top of one another, they dissolve, to reappear suddenly sweet and charming, always capable of expressing that world from which they come: the depth of the soul, which is also the heart of the Universe.
Chie Sato introduces us to a mysterious kingdom of sounds, and she acts as ambassador of a self sufficient culture even if the Japanese composers admire Debussy, for his Nocturnes, La Mer, Images, for the Prélude à l’après-midi d’un faune and they also admire the European Symbolism music which dates back to the end of the 19th Century. Both European Symbolism and the Japanese Zen try to receive and transmit messages which come from far away worlds.
Today Chie Sato interprets the following modern Japanese composers works:White by Shigenobu Nakamura, Imagery by Junko Mori; Per pianoforte by Motohiko Adachi; and Landscape by Toshiya Sukegawa’s and also Yoko Kurimoto’s splendid Windows.
That evening, we were aware that, due to Chie Sato’s magnificent interpretation, Japanese music had found its own true cultural identity.
At the end of the concerto, the audience of the little concert hall in Ragusa Ibla, rose to their feet to enthusiastically applaud Chie Sato’s performance. Everyone was grateful to her for showing us the importance of modern Japanese music. Most of us realized who was to be the winner of the first prize in the Ibla competition.
Gino Carbonaro
(Translation in English by Claire Thomson)

2011/05/20

Aforismi di Gino Carbonaro

Fra il dubbio e la ragione



Vendetta 

Nella vita ci sono i vendicativi e i vendi-cattivi.  
I secondi sono più pericolosi

    2011/05/19

    Diabete raccontato da un diabetico

    a Giorgio Chessari, neo-diabetico
    dedico questa

    Storia di un diabetico


        Il mio primo segnale di diabete l’ho avuto a undici anni. All’epoca, abitavo a Modica, e un gruppo di ragazzi, tutti in bicicletta, decidemmo di scendere al fiume Irminio. Imboccammo la Statale 115 in direzione di Ragusa. Molto prima del passaggio a livello cercammo di nascondere le biciclette dietro i muri, e di corsa cominciammo la discesa al fiume per fare il bagno. Fu per me uno spettacolo indicibile. Non immaginavo che l’Irminio fosse così bello, con i suoi platani e lecci e frescura. Al ritorno, però, durante la risalita mi sentii senza energia, cominciai a sentire freddo, non avevo la forza di procedere. I miei compagni mi lasciarono senza accorgersi di me. Arrivai a casa in condizioni disperate. Tremavo dal freddo senza potermi fermare e non riuscivo a tenere l’equilibrio sulla bicicletta. Quando e come potei, mi preparai una spremuta di arance. Ma, di arance ne avrò spremute una decina. Lentamente ritornai in me stesso. Non dissi nulla a mia madre. Dimenticai l’evento. Certamente non avevo mai sentito parlare di diabete.
        Il secondo segnale ritornò quando ero appena sposato. 
      Al mattino Claire preparava colazioni "all’inglese" con prosciutto, patate e uova. E il pane sul tavolo era quello di casa, di grano duro, buonissimo. Lo faceva la signora Cilia, nostra vicina di casa, una massara che ci dava anche il latte della sua mucca Gelsomina.
    Cominciai a sentirmi male senza un comprensibile motivo. Mangiavo con un buon appetito, ma ero costantemente depresso, agitato, aggressivo. Perdevo l'equilibrio, e una volta, durante il pranzo, abbassai la testa ed entrai in una sorta di trance dalla quale mi risvegliai dopo qualche secondo. Così, a me parve. Ora, immagino si sia trattato di una forma lieve di coma diabetico.
    Claire preoccupata mi suggerì di andare dal nostro medico di famiglia, a Modica. Il dr. Occhipinti mi fece distendere sul lettino, mi palpò l’addome, auscultò i polmoni, mi fece dire trentatré, osservò la lingua che era di un bianco-grigio melmoso, e sentenziò: “Sei malato di fegato!” E mi prescrisse delle pillole che facendo bene al fegato migliorarono la mia condizione (di fatto avevo forse una intossicazione da diabete).
    E però, visto che mi era stata diagnosticata una “malattia” di fegato, decisi di andare a Chianciano. Lasciai Claire con Maurice e Denis, e partii per il luogo di cure. Durante il soggiorno sentii dire che era consigliabile farsi visitare da medici specialisti, solitamente docenti universitari, che ricevevano in ambulatori da “Day Hospital”. Mi prenotai, attesi il mio turno ed entrai nello studio di uno dei tanti medici, che però stava scrivendo. Quando alzò gli occhi mi guardò e quasi infastidito esclamò: “Lei perché è qui?” Io non compresi il senso di quella domanda e cercai di spiegargli perché ero lì, ma l’emerito luminare continuò a ripetere per un tre, quattro volte: “Sì! ma lei, perché è qui?”. Ebbi l’impressione di aver sbagliato stanza, ma il quiproquo fu chiarito quando mi disse esplicitamente: “Lei non è malato di fegato!” Il medico aveva intuito che io non avevo la facies di un malato di fegato. Comunque, mi fece distendere sul lettino, mi fece scoprire l’addome, palpò il mio fegato e diagnosticò: “Lei non ha fegato”. Ed era vero che io non avevo fegato, perlomeno ingrossato (come avrebbe dovuto essere, se la causa del mio male fosse stato il fegato) ma, soprattutto non accusavo dolore quando mi tastava in modo deciso.
    Ritornai a casa convinto di non essere malato di fegato, mi illusi di star bene, continuai a prendere le pillole che mi aveva prescritto il dr. Occhipinti, ma il problema non fu risolto. A quel tempo era questo il destino di tanti di noi. I medici di allora diagnosticavano senza ausilio di analisi adeguate.
    Intanto, mi ero abituato alla mia lingua sporca, mi ero quasi abituato all’odore strano della mia orina, e soprattutto al suo colore. Facevo la pipì come brodo di maiale. Terribile.
        Un giorno del 1975, qualcuno mi suggerì di fare delle analisi al sangue. Da una mattina all’altra, seppi che ero diabetico. Glicemia altissima! Dovevo fare una dieta. Mi recai da un dietologo, il quale, per prima cosa mi prescrisse del caciocavallo: un etto e mezzo a pranzo, un etto e mezzo a cena! E aggiunse dell’altro. Questo analista dietologo, forse non capiva molto di diete e di diabete. E tanto potrebbe essere provato dal fatto che, finito di stilare il foglio con la dieta, cominciò a dissertare in questo modo: “Veda, Signore,… il diabetico è uno che non secerne sufficiente insulina!” e continuò: “L’insulina serve per… nel corpo umano… l’insulina è importante per… per...”  Io attendevo immobile per afferrare la preda, il concetto; per scattare sulla notizia importante, fondamentale per me, per capire cosa avevo, quando il dietologo chiuse la discussione dicendo a mezza voce: “Veramente, in questo momento non ricordo a cosa serve l’insulina!” E lì fini la conversazione.
    Io rimasi a guardarlo senza far trasparire il mio disappunto. Alzai lo sguardo sui libri di medicina stipati nella libreria alle sue spalle, notai che erano coperti di polvere, incartapecoriti come mummie egiziane. I libri c’erano, e nello stesso tempo non c’erano. Sembravano vivi, ma erano morti. Proprio come quel medico della dieta. Pagai e andai via.
        A questo punto, ricordai che mia sorella, medico, si stava specializzando in geriatria e diabetologia, ma scoprii da solo, ma molti anni dopo, che il formaggio assunto “fuori misura” (un etto e mezzo!) è forse il primo dei veleni per un diabetico.
    Mia sorella mi passò una dieta idonea. Anche lei mi parlò di insulina, mi spiegò che avrei finito di mangiare gelati, mi disse che lo zucchero era tossico, che pasta e pane erano carboidrati, cioè zuccheri, e mi fece capire che quasi tutti gli alimenti sono degli amici-nemici, in ogni caso devono essere ingeriti sempre con equilibrio e moderazione.
    In seguito, qualche altro medico mi consigliò la bilancia.  In qualche articolo sul diabete si parlava di grammi di pane e di pasta, e soprattutto si parlò di pillole “ipoglicemizzanti”, per fare “abbassare” la glicemia. Si trattava di compresse da assumere a colazione, pranzo e cena. Tutto questo per sollecitare il pancreas a produrre insulina ed “evitare” di far salire la glicemia, cioè la quantità di glucosio nel sangue”.
    Da questo momento, da quando mi si disse “sei diabetico”  mi sentii solo con il mio problema. Qualcosa non funzionava dentro di me, ma non capivo cosa. Mi si disse che se non rispettavo la dieta avrei avuto dei mali come conseguenza di ciò. Mi fu prescritta insulina di maiale, ma mi si disse che non avrei potuto usarla per sempre. Avrei potuto avere un rigetto.
    Comunque, comperammo un bilancino e, a pranzo e cena, Claire ed io diventammo alchimisti, pesa qui, pesa lì, hai dimenticato a pesare questo, e nella frutta c’è il fruttosio, e il fruttosio non è zucchero (sottili sofismi linguistici di cui non capivo il senso) e nel miele c’è il saccarosio che si trova anche nelle frutta mature. E seppi che l’uva e il melone erano dannosi, nemici di frontiera da evitare, e però la mela si poteva mangiare, soprattutto la mela verde. Mi sentivo sempre più solo e confuso. Confuso e arrabbiato perché capivo che il diabete è un male con il quale avrei dovuto convivere a vita, una menomazione, insomma, e per gestirlo, pensavo, devi conoscerlo. Ed ebbi il sospetto che i medici, in generale (mi si scusi la generalizzazione) ripetevano al mattino quello che avevano letto in qualche rivista la sera di qualche anno prima o, peggio ancora, ripetevano quello che gli raccontava il “collaboratore scientifico”, quel Signore “distinto, diverso, e con la puzza al naso”, fornito di una grande borsa di pelle che non rispetta mai il suo turno quando sta seduto con gli altri nella sala d’aspetto del medico, ed entra sempre con premurosa arroganza prima degli altri nello  studio dello specialista per rimanervi un tempo che  non trans-corre mai.
    I collaboratori scientifici sono specialisti ambulanti e tuttologi dei farmaci che devono propagandare, e per questo motivo, vivaddio! aggiornano, cioè illuminano le menti dei medici, fugando le tenebre della ignoranza che sta sempre in agguato, e come un polipo agguanta e fagocita tutti. E allora? Capii che dovevo cercare di capire cosa era veramente questo diabete che a volte veniva aggettivato come “mellito” e a volte veniva considerato “giovanile”, con classificazioni, come si può ben vedere, dotte e profonde, che a me sembravano inutili. Di certo, la prima cosa che imparai fu la seguente: pane, pasta, riso, patate, castagne (ma anche i legumi) sono carboidrati, cioè in tutto simili agli zuccheri. L’unica differenza è che lo zucchero è un carboidrato al 100% e viene assorbito dall’organismo quasi in tempo reale, mentre gli alimenti summenzionati sono carboidrati all’88%, ma hanno bisogno del tempo per essere assimilati.

    I carboidrati sono quelli che forniscono l’energia necessaria al corpo umano, e hanno bisogno di insulina per essere metabolizzati. In caso contrario (nel caso il soggetto non riesca a secernere insulina) i carboidrati (trasformati in glucosio) restano in circolo ad addolcire il sangue che li veicola, aumentando (anche di molto) lo standard di presenza di glucosio nel sangue.

       Alla ricerca delle cause


        Per comprendere  cosa è il diabete, cercai di capire la funzione dell’insulina leggendo una enciclopedia medica. Ma, quella lettura non mi fu molto di aiuto. La voce “insulina” è riportata qui appresso, ma solo per far capire che un non-addetto ai lavori non può capire, e che comunque quello che c'è scritto non serve. Io suggerisco di non leggerla.
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    Funzioni dell’insulina

    Ruolo dell’insulina è quello di favorire, legandosi ad un recettore esterno della membrana cellulare, la penetrazione di glucosio nelle cellule del muscolo scheletrico, del cuore, del tessuto adiposo e delle ghiandole mammarie in allattamento. Tale funzione è possibile grazie all'interazione dell'insulina col suo recettore trans-membrana, il quale a sua volta è legato ad un particolare peptide intracellulare che costituisce, nel citoplasma, la prima risposta ormonale. Il recettore insulinico infatti promuove la fosforilazione su tre residui di tirosina del peptide IRS-1, il quale a sua volta, riconosciuto dalla proteina fosfatidininositolo 3-chinasi, promuove la fosforilazione, ad opera di quest'ultimo enzima, del gli cero-sosfolipide fosfatidininositolo 4,5-bisfosfato in fosfatidininositolo 3,4,5-trisfosfato. Ciò produce un'altra serie di cascate enzimatiche alquanto complesse, al termine delle quali, dopo fosforilazione, è attivata la proteina insulino sensibile, o PKB, i cui effetti sono vari e molteplici. Innanzitutto, essa incentiva la sintesi di glicogeno nel fegato e nel muscolo scheletrico, tramite un meccanismo di regolazione covalente sull'enzima responsabile dell'inattività della glicogeno sintasi (che instaura un legame glicosidico che unisce i vari monomeri di glucosio a formare appunto glicogeno), e di pari passo disincentiva la demolizione del glicogeno a produrre glucosio (che è presente in abbondanza in un organismo stimolato a secernere insulina), tramite l'attivazione di una proteina fosfatasi, che defosforila a sua volta la glicogeno fosforilasi, inattivandola, e con ciò facendo riducendo la mole di enzima che rende glucosio a partire da glicogeno. L'insulina inibisce, all'interno della cellula, l'enzima Adenilato ciclasi, responsabile della formazione di AMP ciclico (cAMP) a partire da ATP. Ciò induce la membrana a modificarsi per far entrare il glucosio, che immediatamente viene fosforilato a Glucosio-6-P dalla glucochinasi o dall'esochinasi. In questo modo il Glucosio modificato, essendo carico negativamente (per via delle cariche - del gruppo fosfato ionizzato a pH fisiologico), non può uscire dalla cellula (gradiente elettrochimico sfavorevole).
    I suoi ormoni antagonisti sono il cortisolo (ormone alla base dell'insulinoresistenza), l'adrenalina, il glucagone, l'aldosterone e il GH. Gli ormoni che invece migliorano la sua azione sono il testosterone, il fattore di crescita insulino-simile e, in minor misura gli estrogeni (stimolano la sintesi della proteina, Cortisol Binding Globulin, che lega e inibisce il cortisolo).
    Queste due catene derivano da un unico polipeptide da cui viene escisso il Peptide C, corto frammento proteico, apparentemente privo di funzioni fisiologiche che, in quanto secreto insieme all'insulina, è un utile indicatore della funzionalità insulare.

    Insulina:  il ruolo nel metabolismo


    Il quadro che alla fine mi son fatto del diabete è in buona sintesi il seguente:
    • Il corpo umano è un aggregato di cellule che devono essere nutrite.
    • Il cibo che noi introiettiamo viene “trasformato” nello stomaco, che separa le scorie dalle sostanze nutritive. Le scorie, ricche di azoto, vengono convogliate in uscita (feci), le sostanze nutritive vengono consegnate al sangue che le veicola in tutte le parti del corpo per nutrire le cellule.
    • Si tratta di carboidrati, proteine, vitamine, ma anche  magnesio, zinco, cromo, calcio, olio alfa, olio omega, e chissà quante e quali altre sostanze necessarie e non ancora rilevate.

    Ruolo dell’insulina

    • E però (questo è il punto)  per far sì che le cellule possano assimilare (ma, si dice “metabolizzare”) proteine, vitamine, carboidrati e tutto il resto, serve l’insulina, un ormone prodotto dal pancreas, e immesso nel flusso sanguigno nel quantitativo necessario affinché l’attività metabolica si realizzi.
    • Più cibo introiettiamo, più insulina (sempre q.b.) secerne il pancreas. Se l’organismo è sano, il principio che regola questa meravigliosa macchina umana è quello del feed-back. L’insulina è "sempre " secreta in quantità equivalente al fabbisogno. 
       
    La cellula affamata chiede di essere nutrita  
    (repetita iuvant)


    Adesso ri-vediamo lo stesso processo dal punto di vista delle cellule.
    Quando le cellule (del corpo) hanno esaurito le riserve di energia, mandano un impulso al cervello dicendo: “Ho fame! Ho fame”. Noi riceviamo l’impulso e diciamo a noi stessi: “Che ore sono? Ah! è mezzogiorno! Ho proprio fame! Devo mangiare qualcosa.” Per questo ci sediamo a tavola, mentre il cibo che va nello stomaco inizia la sua trasformazione.

    Sistema circolatorio


        Il sangue, recita l'enciclopedia, è un tessuto connettivo fluido contenuto nei vasi sanguigni degli animali, dalla composizione complessa, che fa parte della più ampia categoria dei tessuti connettivi. L'aggettivo che si riferisce al sangue, "ematico", viene dal greco αἶμα, αἴματος (aima, aimatos), che significa proprio "sangue", mentre il nome italiano deriva dal latino sanguis, sanguinis, di medesimo


         Le sostanze necessarie a nutrire le cellule - si è detto - vengono consegnate al sangue, il pancreas comincia la secrezione di insulina (q.b.) per consentire alle cellule di metabolizzare il nutrimento. Alimentate le cellule, ci sentiamo bene e torniamo alle nostre attività.
      Lo schema sopra riportato riguarda l’individuo sano con “metabolismo corretto”. 
    Ora vediamo cosa accade se l’individuo è diabetico conclamato.
    • Le cellule del diabetico hanno fame, e mandano un impulso al cervello segnalando la loro condizione di sofferenza. Il diabetico, che in questa prima fase si comporta come un soggetto sano, si siede per fare onore alla tavola. Il cibo va nello stomaco per essere lavorato. Il necessario di vitamine*, proteine* e carboidrati è immesso nel sangue, ma!.. ahi! qui è la differenza! Il corpo del diabetico non secerne insulina, o ne secerne poca, comunque non in quantità sufficiente ad espletare la funzione, e le cellule “non possono essere nutrite!” Dunque? Vitamine, proteine, carboidrati e quant’altro è necessario all’organismo rimangono in circolo nel sangue, vagolando senza meta, come una valigia che all’arrivo in aeroporto non viene ritirata da nessuno, e continua a ruotare sul tapis-roulant.
    • Di fatto, le cellule del diabetico soffrono il supplizio di Tàntalo. Tantalo è figura mitologica che aveva offeso gli Dei, che furenti per l’onta subita si vendicano legando il reo a un albero posto sulla riva di un fiume. Frutti maturi e profumati pendevano dai rami di quell’albero. Acqua fresca e pura bagnava i suoi piedi. Ma, legato in quel modo, Tantalo non poteva alimentarsi, non poteva bere, e non poteva sfiorare con mani legate le belle vergini nude che gli giravano attorno in provocanti atteggiamenti. Un supplizio quello di Tantalo, un supplizio quello delle cellule del diabetico, costrette (per punizione) a morire lentamente di fame e di sete, mentre la sessualità di Tantalo (e del diabetico) se ne va a qual paese.

    La spirale perversa   

          A questo punto, si innesca nel diabetico una spirale negativa, un circolo vizioso. Le cellule sofferenti piangono per la fame reclamando la privazione di  nutrimento: “Aiuto! Aiuto! Stiamo morendo di fame!” Il diabetico sente di aver fame e mangia ancora, e ancora,  senza che le sue cellule riescano a nutrirsi e, sofferenti cominciano a invecchiare, mentre lui (il diabetico) comincia a dimagrire per denutrizione. Ma, nel diabetico conclamato, soffre (come tutti gli altri organi) anche il pancreas che riduce la secrezione di quel poco di insulina che è solito produrre, e si affatica ancora il cuore, anch’esso denutrito, e pur sempre costretto a pompare sangue vischioso senza essere nutrito, e veicola/pompa sostanze immesse in circolo e non metabolizzate, che il tempo guasta trasformando il sangue in una fluida cloaca. E soffrono i reni che devono purificare (!) ciò che non può essere filtrato, mentre l’orina diventa un putrido cocktail di sostanze maleodoranti in decomposizione. E non si nutrono le cellule dei capillari, del cervello, degli occhi, dei denti. Per questo, una volta, il rischio di un diabetico era quello di diventare cieco, di perdere la vista, i denti o di zoppicare. 
    • Così, il diabetico, ignaro del suo male e sempre più denutrito, diventa psicologicamente depresso, non riesce a muoversi, perde l’equilibrio, avverte malessere alle ginocchia, si sente spossato, ha bisogno di sedersi, riposare, dormire. Il diabetico in crisi è incapace di concentrarsi, parlare, ascoltare, mentre insorge stipsi che lo costringe a restare seduto sulla tazza del gabinetto, senza potersi decidere.
    • Il diabetico - si è detto - ha fame, e ritiene (erroneamente) che se sta male e non ha energia la prima cosa da fare è proprio quella di mangiare, ma se mangia, contribuisce inconsapevole ad alimentare la spirale perversa.
    • Si spiega, così, perché il diabete, che al suo insorgere è solo una disfunzione, diventa “causa non secondaria” delle malattie elencate dalla medicina, e di tantissime altre ancora non conosciute.

    Ritorno alla normalità
    Alimentazione bilanciata e corretta
    Importanza del movimento e dello sport

    • Diagnosticato il diabete, l’obiettivo è quello di ritornare all’interno di una spirale virtuosa. Lo schema suggerito dalla medicina è il seguente:
    1. Ridurre drasticamente i carboidrati facendoli rientrare nel confine della normalità.
    2. Uso di ipoglicemizzanti. Questo, se il medico è certo che il pancreas del paziente è integro, e può produrre ancora insulina, anche in dosi minime. Oppure,
    3. Prescrizione di insulina sintetica (una volta di maiale), che dovrà essere iniettata prima dei pasti in quantitativo da valutare con molta attenzione, e comunque indovinando il q.b. (quantum).

        Obiettivo del diabetico è ora quello di evitare qualsiasi eccesso alimentare e di adottare una dieta bilanciata e sana, che comprenda la gamma delle sostanze necessarie per fornire al corpo “tutti” gli alimenti necessari: proteine, vitamine (soprattutto vit. B che è quella che nutre il sistena nervoso centrale e periferico), carboidrati, sostanze minerali quali zinco, magnesio, cromo, tutti deputati a funzioni specifiche per il benessere dell’organismo.
    • A questo punto, l’errore del diabetico potrebbe essere quello di applicare la dieta con eccesso di zelo, tentando di penalizzarsi, digiunando in modo arbitrario, rischiando carenze alimentari.  Anch’esse fonte di altre malattie.

    Giusta misura e alimentazione corretta
    (cosa mangiare, cosa “non” mangiare)

    • Alimentazione corretta è quella che fa uso di sostanze ricche di fibre (pane e pasta integrali, legumi, soia segale, altri prodotti integrali, porridge/avena) e di alimenti ricchi di vitamine (succo di limoni per la vit. C, lievito di birra per vit. la B, aglio per sciogliere i grassi in eccesso nel sangue e limitare il combattere il colesterolo,. Evitare grassi animali (sugne) presenti in tanti prodotti industriali (soprattutto nei biscotti). Evitare prodotti alimentari le cui procedure non sono conosciute (vedi margarine). Evitare eccessi di formaggi, salumi, e così via. In conclusione, il diabetico dovrà diventare un virtuoso.
    • La giusta misura dovrà diventare regola di vita. Ma, la giusta misura non è solo legge fondamentale della alimentazione del diabetico, ma principio generale della vita delle persone sane, anche se la giusta misura può cambiare da soggetto a soggetto, tant’è che molte persone sogliono dire: “Ma ju nun manciu nenti!”  (io non mangio niente) quando invece mangiano come cavalli. Per questo si dice che la giusta misura è come la pelle dei polmoni che si allarga e si restringe a piacimento.
    • Nel nostro caso, la giusta misura è riferita al “reale” fabbisogno giornaliero del corpo (tantum-quantum) da imparare a capire e a... praticare.
    • Il diabetico non potrà mangiare più per far piacere allo stomaco o alla gola. Ora, di necessità, mangerà per vivere e non vivrà per mangiare. In buona sostanza dovrà fare (anche se in ritardo) quello che avrebbe dovuto fare prima dell’insorgere della disfunzione pancreatica.  
    Ecco ora gli alimenti che servono all’organismo

    Carboidrati. Principale fonte di energia  negli organismi viventi. Carboidrati sono pane, pasta, riso, soia, patate, castagne, zuccheri, ecc., i legumi ancora  contengono carboidrati e potrebbero essere ragionevolmente presenti a tavola. E ancora, la frutta secca.
    1. I legumi sono indispensabili perché contengono
      1. carboidrati, si è detto,
      2. scorie
      3. proteine vegetali che possono sostituire la carne
      4. vitamine, minerali
    2. Carne, per il suo contributo di proteine
    3. Pesce, per il suo contributo di proteine e olio "beta".
    4. Frutta secca (mandorle, noci, arachidi, ecc.) perché oltre alla parte calorica fornisce molte e fondamentali vitamine (olio "alfa").
                                                                     … continua


    Postilla:

         Crampi notturni? Sono dovuti a carenza di vitamina B (che nutre il sistema nersoso centrale e periferico). Il diabetico consuma moltissima vit. B. 
         La vitamina B si trova (fresca ed economica) nel lievito di birra. Sciogliere mezzo panetto (10 grammi) in un bicchiere di acqua, o acqua con limone, e bere a pranzo e cena. Dunque un panetto al giorno (20 centesimi!). Si consiglia di non abbandonare mai il lievito di birra a tavola. Il gusto è ottimo.
    Il lievito ha il gusto del pane.

    Leggere sul Blog di Gino Carbonaro articolo 
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    1. Insulina, calcolo delle calorie
    2. Scuola Medica Salernitana