Parasite di Bong Joon-ho
Commento
Gino Carbonaro
Quando Parasite (Parassita), film coreano di Bong Joon-ho riceve la Palma d’oro al Festival internazionale del cinema di Cannes, e subito dopo l’americano Oscar, oltre a decine di altri riconoscimenti e premi per migliore regia (Bon Joon-ho), migliore sceneggiatura (dello stesso regista), migliore attrice, migliore attore non protagonista, insomma migliore in tutto, ed è successo internazionale a pieno titolo, con i più grandi incassi, è atto dovuto non perdere la visione del film quando questo viene proiettato a Ragusa, al cinema Lumière.
Ma, ecco la storia. I membri della famiglia Ki-taek (due genitori, una figlia e un figlio) intelligenti, geniali, colti, ma tutti disoccupati, sono alla disperata ricerca quotidiana di un qualsiasi lavoro, pur di racimolare quel tanto che serve per guadagnare un pranzo, una cena. Di fatto si tratta di una famiglia omega, una delle tante che vive ai margini della società, in uno squallido e deprimente seminterrato, nei bassifondi di una grande città coreana. Famiglia senza storia, senza futuro, senza speranza.
Da subito, però, una novità. Bussa alla porta ed entra in casa un amico del figlio, studente universitario, che ha un lavoro, e insegna privatamente inglese alla figlia di un ricchissimo industriale informatico, e, dovendo recarsi all’estero per qualche tempo, aveva pensato di passare la sua occupazione all’amico Ki-woo. Segnalerà e raccomanderà lui il suo amico alla raffinata e delicata padrona di casa, la signora Park. Dunque, finalmente un lavoro. Insperata fortuna. Che però, viene subito spiegata col fatto che l’amico porta con sé una roccia “portafortuna”. Roccia che l’amico lascia in custodia alla famiglia, certo che potrà portare fortuna anche a loro.
Come si pensava, il giovane Ki-woo avrà il lavoro dell’amico, e da quel momento si aprirà ai suoi occhi un mondo che non aveva mai immaginato: quello della ricchissima famiglia Park, che vive in un lusso a lui sconosciuto: una enorme villa mozzafiato costruita dal più famoso architetto coreano, arredi modernissimi, spazi a non finire, giardino con prato verde e alberi esotici, una governante, una maestra d’arte per il figlioletto, un professore di inglese per la figlia, un autista personale. Insomma, il sogno mai sognato di una famiglia povera, che non riusciva a sbarcare il lunario. Una fortuna certamente dovuta alla magica pietra. Difatti, pian piano, entrato nelle simpatie della famiglia, il nuovo insegnante di lingua inglese Ki-woo riesce a sistemare in quella casa anche per i membri della sua famiglia. Però, il modo con cui riuscirà a trovare un lavoro anche a sorella, padre e madre nella famiglia Park è spietato, proprio di chi non ha scrupoli. La sorella sostituirà la maestra del bambino, che era andata via, ma il padre, Kim Ki-taek, prenderà il posto dell’autista di famiglia solo perché la figlia riesce a far licenziare quest’ultimo grazie ad un crudele escamotage, e la madre Choong-sook riuscirà a prendere il posto della governante ufficiale, che tutti i membri della famiglia fanno licenziare facendola passare per tubercolotica.
La roccia magica, ha dunque fatto il suo dovere. La fortuna ha baciato la famiglia sfortunata. Tutto sembra cambiato per il meglio. Ma, è a questo punto che il film prende una piega inaspettata, proprio quando la famiglia Park decide di regalarsi una breve vacanza, lasciando la villa in custodia alla nuova governante. Ghiotta opportunità per la famiglia Ki-taek, per andare a vivere tutti insieme nella lussuosa dimora in assenza dei legittimi proprietari.
Euforici per la inaspettata fortuna, la famiglia Ki-taek cena e si ubriaca con whiskey preso nella cantina della villa, utilizzando, perché no, il lussuoso bagno dei Park, i suoi profumi, i suoi saponi speciali, vivendo di fatto una dimensione di vita mai conosciuta. Ed è questa la trama del film che giustifica il titolo “Parasite”, di parassiti, egoisti e profittatori.
Da questo momento, però, il film si carica di imponderabili imprevisti. Difatti. Mentre i membri della famiglia Ki-taek ridono, scherzano e si sollazzano, brindando alla insperata fortuna, qualcuno suona il campanello del cancello. I “profittatori” ammutoliscono, mentre corrono a guardare al video-citofono, dove, sotto la pioggia battente di un temporale, appare tutto bagnato il viso della governante che avevano fatto licenziare. Dapprima pensano di non rispondere, ma alla fine la signora Ki-taek dà la voce. La ex-governante chiede di poter entrare solo per poco, per ritirare qualcosa che ha dimenticato di prendere quando è andata via. La motivazione è credibile, e la signora Choong-sook la fa entrare per scoprire che la inattesa visita aveva un altro scopo. La ex-governante era venuta per incontrare il marito che da anni vive nascosto nei sotterranei della villa. Scelta decisa, quella di stare nascosto sottoterra, per sfuggire alla ricerca dei molti creditori che lui aveva danneggiato.
Qui, la svolta. La ex-governante intuisce che sono stati proprio loro a farle perdere il lavoro, capisce di trovarsi davanti a persone senza scrupoli, e reagisce riprendendo col suo cellulare tutta la famiglia Ki-taek all’interno della villa, registrazione che avrebbe fatto vedere ai signori Park.
Ed è a questo punto che scoppia una lotta per ottenere il possesso del cellulare. Scontro all’ultimo sangue. Qui il film rivela che la battaglia avviene fra miserabili che difendono il loro diritto a vivere. Ed è guerra, che combattono come cani per stabilire a chi spetta l’osso della sopravvivenza, senza dimenticare che il tutto si svolge all’ombra di un benessere smisurato, quello di un industriale dall’olfatto finissimo che aveva notato come tutta la sua servitù puzzava. Ed era la puzza che ristagna sul corpo dei poveri, degli emarginati, dei vinti.
Mentre i protagonisti lottano corrono, si inseguono, fuggono, suona il telefono. La signora Choong-sook sa che deve rispondere, e chi chiama è la signora Park, la quale comunica il loro rientro, dal momento che è scoppiato un terribile temporale che rende impossibile la loro vacanza. A questo punto, il caos. Un imprevisto che mette la famiglia in crisi, perché bisogna rimettere tutto in ordine e fare in modo che al loro ritorno tutto possa tornare normale.
Ma, è proprio qui che riteniamo giusto non dar seguito al racconto del film.
A noi basta dire che la “pellicola” affronta uno dei problemi più angoscianti della nostra epoca: il rapporto fra ricchi e poveri, tra fortunati e sfortunati, fra vincitori e vinti. Di fatto, in questo film non c’è un primo protagonista, ma solo attori che recitano sul palcoscenico della vita. Perché il vero protagonista, se mai ce n’è uno, è la vita, con le sue violenze, le sue angosce, le sue lotte quotidiane per fissare a chi spetta sopravvivere nella giungla di questo pianeta Terra. Ed è film che per la prima volta orienta la cinepresa su un problema sociale nel quale tutti possiamo riconoscerci, costretti tutti a riflettere sul senso del nostro esistere, a meditare su un tema di vera filosofia.
A noi non spetta indicare il finale del film, abbiamo già detto, che può essere classificato nella categoria delle tragedie di tipo greco, accostandolo a ad Eschilo, Sofocle o Euripide. A scelta. Film amaro, ma potente, che pone un problema senza dare la sua soluzione. Gli ingredienti ci sono tutti. La mancanza di scrupoli, la menzogna, la capacità di cogliere al volo una occasione per avere un vantaggio, la lotta spesso all’ultimo sangue per poter sopravvivere, la aggressività. Ed è proprio in questo tema che ognuno di noi si riconosce, perché proprio questa è la vita.
Certamente il film non diventa un capolavoro e un successo mondiale solo per il racconto. Il film è grande per come viene raccontato, chiamando in causa fotografia, sceneggiatura, montaggio, effetti speciali, interpretazione e ovviamente la regia, non dimenticando che per tutta la durata della rappresentazione lo spettatore subisce una sorta di transfer che psicologicamente lo porta all’interno del racconto tenendolo in costante emozione e fibrillazione.
Chiudiamo affermando che il film rappresenta una pagina fondamentale nella Storia del Cinema, tenendo presente che il contenuto lascia registrare componenti culturali che attengono all’Oriente e all’Occidente. Tanto va detto perché la roccia portafortuna fa parte della cultura orientale, dimostra che l’aggancio alla fortuna richiama la Tyche di stampo greco, il Fato che decide il destino degli umani, ricordando il proverbio latino, il quale recita.. “Homo semper aliud, Fortuna aliud cogitat” (L’uomo pensa una cosa, ma la Fortuna ne pensa un’altra). Ed è quello che è accaduto in questo Film: lo spettatore pensa una cosa, ma il regista ci prende per mano e ci porta dove vuole lui per farci capire cosa può accadere in questo mondo.
il film ha la firma coreana, il riferimento alla Pizza e soprattutto la musica adottata, oltre a tante altre cose, sono un classici riferimenti della cultura occidentale.
Quando Parasite (Parassita), film coreano di Bong Joon-ho riceve la Palma d’oro al Festival internazionale del cinema di Cannes, e subito dopo l’americano Oscar, oltre a decine di altri riconoscimenti e premi per migliore regia (Bon Joon-ho), migliore sceneggiatura (dello stesso regista), migliore montaggio, migliore attrice, migliore attore non protagonista, insomma migliore in tutto, ed è successo internazionale a pieno titolo, con i più grandi incassi, è atto dovuto non perdere la visione del film quando questo viene proiettato a Ragusa, al cinema Lumière.
Ma, ecco la storia. I membri della famiglia Ki-taek (due genitori, una figlia e un figlio) intelligenti, geniali, colti, ma tutti disoccupati, sono alla disperata ricerca quotidiana di un qualsiasi lavoro, pur di racimolare quel tanto che serve per condividere un pranzo, una cena. Di fatto si tratta di una famiglia omega, una delle tante che vive ai margini della società, in uno squallido e deprimente seminterrato, nei bassifondi di una grande città. Famiglia senza storia, senza futuro, senza speranza.
Da subito, però, una novità. Bussa alla porta ed entra in casa un amico del figlio, studente universitario, che ha un lavoro, e insegna privatamente inglese alla figlia di un ricchissimo industriale informatico. E, dovendo recarsi all’estero per qualche tempo, aveva pensato di passare la sua occupazione all’amico Ki-woo. Segnalerà e raccomanderà lui il nome del suo amico alla raffinata e delicata padrona di casa, la signora Park. Dunque, finalmente un lavoro. Insperata fortuna. Che però, viene subito spiegata col fatto che l’amico porta con sé una roccia “portafortuna”. Roccia che l’amico lascia in custodia alla famiglia, certo che potrà portare fortuna anche a loro.
Come si pensava, il giovane Ki-woo avrà il lavoro dell’amico, e da quel momento si aprirà ai suoi occhi un mondo che non aveva mai immaginato: quello della ricchissima famiglia Park, che vive in un lusso a lui sconosciuto: una enorme villa mozzafiato costruita dal più famoso architetto coreano, arredi modernissimi, spazi a non finire, giardino con prato verde e alberi esotici, una governante, una maestra d’arte per il figlioletto, un professore di inglese per la figlia, un autista personale. Insomma, il sogno mai sognato di una famiglia povera, che non riusciva a sbarcare il lunario. Una fortuna certamente dovuta alla magica pietra. Difatti, pian piano, entrato nelle simpatie della famiglia, il nuovo insegnante di lingua inglese Ki-woo riesce a trovare in quella casa un lavoro anche per i membri della sua famiglia. Però, il modo con cui riuscirà a sistemare sorella, padre e madre nella famiglia Park non è regolare. La sorella sostituirà la maestra del bambino, che era andata via; ma il padre, Kim Ki-taek prenderà il posto dell’autista di famiglia solo perché la figlia riesce a farlo licenziare grazie ad un crudele escamotage, e la madre Choong-sook riuscirà a prendere il posto della governante ufficiale, che tutti i membri della famiglia fanno licenziare facendola passare per tubercolotica.
La roccia magica, ha dunque fatto il suo dovere. La fortuna ha baciato la famiglia sfortunata. Tutto sembra cambiato per il meglio. Ma, è a questo punto che il film prende una piega inaspettata, proprio quando la famiglia Park decide di regalarsi una breve vacanza, lasciando la villa in custodia alla nuova governante. Ghiotta opportunità per la famiglia Ki-taek, per andare a vivere nella lussuosa villa in assenza dei legittimi proprietari.
Euforici per la inaspettata fortuna, la famiglia Ki-taek si trasferisce nella villa, e cena e si ubriaca di whiskey preso nella cantina della villa, utilizzando, perché no, il lussuoso bagno dei Park, i suoi profumi, i suoi saponi speciali, vivendo di fatto una dimensione di vita mai conosciuta. Ed è questa la trama del film che giustifica il titolo “Parasite”, di parassiti profittatori.
Da questo momento, però, il film si carica di imponderabili imprevisti. Difatti, mentre i membri della famiglia Ki-taek ridono, scherzano e si divertono, brindando alla insperata fortuna, qualcuno suona il campanello del cancello. I “profittatori” ammutoliscono, mentre corrono a guardare al video-citofono, dove, sotto una pioggia battente, appare tutto bagnato il viso della precedente governante, quella che loro avevano fatto licenziare. Dapprima pensano di non rispondere, ma alla fine la signora Ki-taek dà la voce. La ex-governante chiede di poter entrare solo per poco, per ritirare qualcosa che ha dimenticato di prendere quando è andata via. La motivazione è credibile, e la signora Choong-sook la fa entrare per scoprire subito dopo che la inattesa visita aveva un altro scopo. La ex-governante era venuta per portare da mangiare al marito che da anni vive nascosto nei sotterranei della villa. Scelta decisa, quella di stare nascosto sottoterra, per sfuggire alla ricerca dei molti creditori che lui aveva danneggiato.
Qui, la svolta. La ex-governante intuisce che sono stati proprio loro a farle perdere il lavoro, capisce di trovarsi davanti a persone senza scrupoli, e reagisce riprendendo col suo cellulare tutta la famiglia Ki-taek all’interno della villa, registrazione che avrebbe fatto vedere ai signori Park.
Ed è a questo punto che scoppia una lotta terribile per ottenere il possesso del cellulare. Scontro all’ultimo sangue. Qui il film rivela che la battaglia avviene fra miserabili che difendono il loro diritto a vivere. Ed è guerra naturale, che combattono all’ultimo sangue come cani per stabilire a chi spetta l’osso della sopravvivenza, senza dimenticare che il tutto si svolge all’ombra di un benessere smisurato, quello di un industriale dall’olfatto finissimo che aveva notato come tutta la sua servitù puzzava. Ed era la puzza che ristagna sul corpo dei poveri, degli emarginati, dei vinti.
Mentre i protagonisti lottano, fuggono, si inseguono, suona il telefono. La signora Choong-sook sa che deve rispondere, e chi chiama è la signora Park, la quale comunica il loro rientro, dal momento che è scoppiato un terribile temporale che rende impossibile la loro vacanza. A questo punto c’è il caos. Un imprevisto che mette la famiglia in crisi, perché bisogna rimettere tutto in ordine e fare in modo che al loro ritorno tutto possa tornare normale.
A questo punto, è giusto non raccontare il seguito del seguito del film.
A noi basta dire che il film affronta uno dei problemi più angoscianti della nostra epoca: il rapporto fra ricchi e poveri, tra fortunati e sfortunati, fra vincitori e vinti. Di fatto, in questo film non c’è un primo protagonista, ma solo attori protagonisti che recitano sul palcoscenico della vita. Perché il vero protagonista, se mai ce n’è uno, è la vita, con le sue violenze, le sue disperate angosce, le sue lotte quotidiane per fissare a chi spetta sopravvivere in questa giungla della vita. Ed è film che per la prima volta orienta la cinepresa su un problema sociale nel quale tutti possiamo riconoscerci, costretti tutti a riflettere sul senso del nostro esistere, a meditare su un tema di vera filosofia.
A noii non spetta indicare il tragico finale del film, che può essere classificato nella categoria delle tragedie di tipo greco: accostandolo a scelta ad Eschilo, Sofocle o Euripide. Film tragico, amaro, ma potente, che pone un problema senza dare la risposta. Gli ingredienti ci sono tutti. La mancanza di scrupoli, la menzogna, la capacità di cogliere una occasione per avere un vantaggio, la lotta quotidiana spesso all’ultimo sangue per poter sopravvivere. Ed è proprio in questo tema che ognuno di noi si riconosce, perché proprio questa è la vita.
Certamente il film non diventa capolavoro assoluto solo per il racconto. Il film è grande per come viene raccontato, chiamando in causa fotografia, sceneggiatura, il montaggio, effetti speciali, e ovviamente la regia, non dimenticando che per tutta la durata della rappresentazione lo spettatore subisce una sorta di transfer che psicologicamente lo porta all’interno del racconto tenendolo in costante continua fibrillazione.
Chiudiamo affermando che il film rappresenta una pagina fondamentale nella Storia del Cinema, tenendo ancora presente il travaso oriente-occidente. Tanto va detto perché, mentre il film ha la firma coreana, il riferimento alla Pizza, la musica adottata, e tante altre cose, sono un classico riferimento all’Occidente.
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2020/03/07
2020/01/30
ZIQ di Lina Maria UGOLINI Compagnia G.o.D.o.T. Ideal Ragusa gennaio 2020
TEATRO
Nel gennaio 2020, a Ragusa, un evento speciale.
La compagnia G.o.D.o.T di Federica Bisegna e Vittorio Bonaccorso presentano uno spettacolo di grande spessore culturale. Si tratta della pièce teatrale..
Nel gennaio 2020, a Ragusa, un evento speciale.
La compagnia G.o.D.o.T di Federica Bisegna e Vittorio Bonaccorso presentano uno spettacolo di grande spessore culturale. Si tratta della pièce teatrale..
Compagnia G.o.D.o.T.
Ziq è sulla spiaggia
di
Lina Maria Ugolini
con
Giuseppe Arezzi
Federica Bisegna
Vittorio Bonaccorso
Commento di Gino Carbonaro
1
Non capita tutti i giorni di andare a Teatro e trovare che quella serata è diversa, e lo spettacolo a cui stai assistendo è qualcosa di eccezionale. Che non hai mai visto e sarà difficile che possa sempre assistere a qualcosa di simile. Dunque?
Spettacolo eccezionale, interpretazione sublime. Regia e musica, al di là dell’immaginabile. Mai, io, mi sono trovato a vivere una emozione così intensa davanti a una rappresentazione teatrale.
Ho pensato subito alla potenza Shakespeariana del soggetto e a quanto ha scritto Aristotele a proposito della tragedia, perché “Ziq” non è dramma. Ziq è tragedia.
E la pièce teatrale di Lina Maria Ugolini esprime la tragedia che stiamo vivendo in questi tempi oscuri. E pensavo ancora al concetto aristotelico di catarsi, applicabile qui, perché io personalmente mi sono sentito coinvolto sino alla fine dello spettacolo.
È chiaro che gli operatori avevano raggiunto il loro scopo. Lo spettacolo? Mi ha lasciato senza parole.
I miei complimenti all'Autrice Lina Maria Ugolini, a Giuseppe Arezzo, straordinario nella sua unicità interpretativa. Complimenti alla Regia di Vittorio Bonaccorso, superlativa, e alla Musica di Pietro Cavalieri, originale, funzionale e bellissima.--
2
Federica, non ho detto tutto.
Ieri sera, dopo mezzanotte, quando ho scritto il mio commento al Vostro spettacolo, non ho detto tutto. Il Teatro, si sa, è classificato “prosa”.
Nessuno avrebbe potuto pensare che sulla scena potesse germogliare tanta inimmaginabile poesia. Poesia nata da una sorta di composito Ikebana offerto ..
Federica, non ho detto tutto.
Ieri sera, dopo mezzanotte, quando ho scritto il mio commento al Vostro spettacolo, non ho detto tutto. Il Teatro, si sa, è classificato “prosa”.
Nessuno avrebbe potuto pensare che sulla scena potesse germogliare tanta inimmaginabile poesia. Poesia nata da una sorta di composito Ikebana offerto ..
- dal testo (potente) di Lina Maria Ugolini.
- dalla interpretazione stupenda dell’Attore Unico, il diciannovenne Giuseppe Arezzi, che ha superato se stesso cogliendo l’anima del testo, dolce, profonda e dalle mille intense sfumature,
- dalla fantastica "mise en scène" della Regia, di Vittorio Bonaccorso (intensa, delicata, vibrante),
- dalla Musica che ne sosteneva, creava e suggeriva l’atmosfera interpretativa.
- Teatro pittura. Teatro parola. Teatro opera d’arte. Dove la logica del discorso si scioglieva, e i contorni della parola si sfaldavano per consegnarsi alla poesia, alle parole che non hanno confine.
- Realtà che si consegna al sogno. Vita che grida la speranza. Concetto che denunzia l’uomo. Pensiero crudo inviato alla coscienza dello spettatore perché rifletta sul senso del nostro esistere. Tragedia. Altissima arte. Miracolo di un fatto artistico realizzato a più mani da uno staff che ha dato l’anima a uno spettacolo che è prodotto alto di una cultura matura, stupenda.
- Questo il vero senso del Teatro. Complimenti. A Tutti.
- A piene mani.
Gino Carbonaro
3.
Federica Bisegna risponde
Grazie ancora e ancora... In questo momento, leggere parole di così sincera ammirazione è per noi linfa vitale.
Tante volte ci chiediamo che senso abbia fare quello che facciamo a Ragusa, nell'indifferenza delle istituzioni che a parole ci dicono "bravi" ma nei fatti non ci sostengono in nessun modo, abbiamo perso persino l'utilizzo gratuito dei teatri, nell'indifferenza di gran parte dei dirigenti scolastici soprattutto degli istituti superiori che per evitare "differenze" rifiutano tutte le nostre proposte perché gli altri potrebbero offendersi, nell'indifferenza di una certa categoria di Pubblico che ci dice "ho bisogno di rilassarmi... Fa ridere? Allora no..." e soprattutto nella difficoltà di lavorare in spazi inadeguati sotto tutti gli aspetti per realizzare in pieno le visioni di Vittorio.
Le sue parole ci riforniscono di "illusioni" per continuare a Sognare come ci ha insegnato il grande Fellini di cui ricorre il centenario ❤️
Federica Bisegna risponde
Grazie ancora e ancora... In questo momento, leggere parole di così sincera ammirazione è per noi linfa vitale.
Tante volte ci chiediamo che senso abbia fare quello che facciamo a Ragusa, nell'indifferenza delle istituzioni che a parole ci dicono "bravi" ma nei fatti non ci sostengono in nessun modo, abbiamo perso persino l'utilizzo gratuito dei teatri, nell'indifferenza di gran parte dei dirigenti scolastici soprattutto degli istituti superiori che per evitare "differenze" rifiutano tutte le nostre proposte perché gli altri potrebbero offendersi, nell'indifferenza di una certa categoria di Pubblico che ci dice "ho bisogno di rilassarmi... Fa ridere? Allora no..." e soprattutto nella difficoltà di lavorare in spazi inadeguati sotto tutti gli aspetti per realizzare in pieno le visioni di Vittorio.
Le sue parole ci riforniscono di "illusioni" per continuare a Sognare come ci ha insegnato il grande Fellini di cui ricorre il centenario ❤️
LILIANA SEGRE Il suo discorso a Bruxelles gennaio 2020
Prima
Bruxelles/2
Siate farfalle che volano sopra i fili spinati
di Liliana Segre
Pubblichiamo un estratto del discorso che la senatrice a vita Liliana Segre ha tenuto ieri al Parlamento europeo di Bruxelles
Parlamento Europeo a Bruxelles
Lo storico immortale discorso di
Liliana Segre
27 gennaio 2020

Comincio con il ringraziare l’amico David Sassoli che mi ha invitato qui oggi. Non posso nascondere l’emozione profonda nel vedere le bandiere colorate di tanti Stati affratellati in questo Parlamento dove si parla, si discute e ci si guarda negli occhi.
Alla giornata del 27 gennaio a volte è stata data un’importanza che in fondo non c’è.
Auschwitz non è stata liberata quel giorno. Quel giorno l’Armata Rossa vi è entrata ed è molto bello il discorso che fa Primo Levi ne "La Tregua dei quattro soldati russi" che non liberano il campo perché i nazisti erano già scappati, ma si trovano di fronte a questo spettacolo incredibile.
Uno spettacolo più tardi incredibile per tutti coloro che lo vollero guardare, mentre qualcuno non lo vuole vedere nemmeno adesso e dice che non è vero. Si tratta dello stupore per il male altrui.
Queste sono le parole straordinarie di Primo Levi e che nessun prigioniero di Auschwitz ha mai potuto dimenticare.
Il 27 gennaio avevo 13 anni ed ero operaia schiava nella fabbrica di munizioni Union. Di colpo arrivò l'ordine immediato di cominciare quella che venne chiamata “Marcia della morte”.
Io non fui liberata il 27 gennaio dall’Armata Rossa, facevo parte di quel gruppo di più di 50 mila prigionieri ancora in vita obbligati a una marcia che durò mesi.
Quando parlo nelle scuole dico che..
Ognuno nella vita deve mettere una gamba davanti all’altra, che non si deve mai appoggiare a nessuno perché nella “Marcia della morte” non potevamo appoggiarci al compagno vicino che si trascinava nella neve con i piedi piagati e che veniva finito dalla scorta se fosse caduto. Ucciso.
La forza della vita è straordinaria, è questo che dobbiamo trasmettere ai giovani di oggi.
Noi non volevamo morire, eravamo pazzamente attaccati alla vita qualunque essa fosse per cui proseguivamo una gamba davanti l’altra, buttandoci nei letamai, mangiando anche la neve che non era sporca di sangue.
Prima attraversammo la Polonia e la Slesia, poi fu Germania. Dopo mesi e mesi arrivammo allo Jugendlager di Ravensbruck.
Eravamo solo giovani, ma sembravamo vecchie, senza sesso, senza età, senza seno, senza mestruazioni, senza mutande.
Non si deve avere paura di queste parole perché è così che si toglie la dignità a una donna. Giorno dopo giorno, campo dopo campo, mi trovai alla fine del mese di aprile 1945.
Quanto era lontano il 27 gennaio, quante compagne erano morte in quella marcia, mai soccorse perché nessuno aprì la finestra o ci buttò un pezzo di pane.
Non fu solo il popolo tedesco, ma i popoli di tutta l’Europa occupata dai nazisti in cui abbiamo visto i nostri vicini di casa essere aiutanti straordinari dei nazisti.
In Italia i nostri vicini ci denunciavano, prendevano possesso del nostro appartamento, anche del cane se era di razza.
Questa parola, razza, la sentiamo ancora, e allora dobbiamo combattere questo razzismo strutturale che resta.
La gente mi chiede come mai si parli ancora di antisemitismo. Io rispondo che c’è sempre stato, ma non era il momento politico per tirare fuori il razzismo e l’antisemitismo insiti nell’animo dei poveri di spirito.
E poi arrivano i momenti più adatti, corsi e ricorsi storici, in cui ci si volta dall’altra parte. E allora tutti quelli che approfittano di questa situazione trovano il terreno più adatto per farsi avanti.
Quando subito dopo la guerra per caso restai viva e tornai nella mia Milano con le macerie fumanti, ero una ragazza ferita, selvaggia, che non sapeva più mangiare con forchetta e coltello, ancora abituata a mangiare come le bestie.
Ero criticata anche da coloro che mi volevano bene: volevano di nuovo la ragazza borghese dalla buona educazione.
È difficile ricordare queste cose e devo dire che da 30 anni parlo nelle scuole e sento ormai come una difficoltà psichica a continuare, anche se il mio dovere sarebbe questo fino alla morte.
Io ho visto quei colori, ho sentito quelle urla e quegli odori, ho incontrato delle persone in quella Babele di lingue che oggi non posso che ricordare qui, dove tante lingue si incontrano in pace.
Nei campi era possibile comunicare con le compagne che venivano da tutta l’Europa occupata dai nazisti solo trovando parole comuni, altrimenti c’era solo la solitudine assoluta del silenzio.
E le bandiere qui fuori di cui parlavo all’inizio mi hanno fatto ricordare quel desiderio di trovare con olandesi, francesi, polacche, tedesche e ungheresi una parola comune.
In ungherese ho imparato una sola parola, “pane”. È la parola principale che vuol dire fame, ma anche la sacralità di una cosa oggi sprecata senza nemmeno guardare cosa si butta via.
Da almeno tre anni sento che i ricordi di quella ragazzina che sono stata non mi danno pace. Non mi danno pace perché da quando sono diventata nonna, trentadue anni fa, quella ragazzina che ha fatto la “Marcia della morte” è un’altra persona rispetto a me: io sono la nonna di me stessa. Ed è una sensazione che non mi abbandona.
È mio dovere parlare nelle scuole, testimoniare. Ma non posso che parlare di me e delle mie compagne. Sono io che salto fuori. Quella ragazzina magra, scheletrita, disperata, sola.
E non lo posso più sopportare perché sono la nonna di me stessa e sento che se non smetto di parlare, se non mi ritiro per il tempo che mi resta a ricordare da sola e a godere delle gioie della famiglia ritrovata, non lo potrò più fare. Perché non ce la farò più.
Anche oggi fatico a ricordare, ma mi è sembrato un grande dovere accettare questo invito per ricordare il male altrui. Ma anche per ricordare che si può, una gamba davanti all’altra, essere come quella bambina di Terezin che ha disegnato una farfalla gialla che vola sopra i fili spinati.
Io non avevo le matite colorate e forse non avevo la fantasia meravigliosa della bambina di Terezin. Che la farfalla gialla voli sempre sopra i fili spinati. Questo è un semplicissimo messaggio da nonna che vorrei lasciare ai miei futuri nipoti ideali.
Che siano in grado di fare la scelta. E con la loro responsabilità e la loro coscienza, essere sempre quella farfalla gialla che vola sopra ai fili spinati.
Il discorso Liliana Segre, 89 anni
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