2020/01/05

ANARCHIA: dialogo con Pippo Gurrieri

  Due libri di Pippo Gurrieri a confronto



Le Verdi Praterie

L'Anarchia spiegata a mia figlia


Commento di Gino Carbonaro


     Pippo carissimo ho appena finito di leggere lentamente ma avidamente il tuo saggio-documento titolato “l’Anarchia spiegata a mia figlia”. Ritengo lo scritto un atto dovuto. Una auto-analisi lucida doverosa e corretta della tua “filosofia dell’esistere”. 

     In realtà, il libretto dà modo di conoscere te, come persona, prima ancora di conoscere il progetto-programma politico di un anarchico puro. 

     Personalmente, io ho conosciuto te, prima di sapere cosa è l’anarchia. E di te ho percepito da subito una struttura mentale etica. E subito dopo ho dovuto ritenere corretto il fatto che le tue idee  politiche poggiavano sulla morale. Personalità, la tua, che aveva come obiettivo la realizzazione di un uomo nel suo rapportarsi con gli altri. L’uomo col suo impegno sociale. Uomo come parte di una complessa ragnatela sociale all’interno della quale tutti operiamo, dando il nostro contributo e soprattutto un significato (leggi valore) alla vita che viviamo, al viaggio che stiamo facendo tutti insieme. Tutti noi particelle di una complessa sinapsi sociale.

    Questa la percezione mia di te, e questo di te custodisco, con grande stima e ammirazione. Tu uomo con la “U” maiuscola. Curioso, attento per cercare di capire come va il mondo, come bisogna comportarsi con gli altri, come bisogna agire per realizzare un mondo diverso e migliore, un mondo realizzato da una idea. E per questo ho registrato la tua fame di cultura, la curiosità, l’impegno, la fattività sociale, il rispetto che nutri per gli altri. Molto di te è dentro di te protetto dalla grande  ammirazione che i tuoi amici nutrono per te. Perché? Perché anche io ritengo che quello che deve possedere un uomo in questa società è la morale. l’Etica. E qui va richiamato l’etimo greco del termine:

Éthos = comportamento.

Per i Greci era importante intercettare nella persona il “pedigree” della famiglia, cioè le qualità migliori della famiglia, l’onestà soprattutto, dunque l’éthos. E era questa l’aureola  del personaggio.
  • Famiglia di persone che eccellevano in virtù = éthos virtuoso.
  • Famiglia poco onesta = Individuo poco affidabile

  • E questo vale per tutti noi, anche se per me, il tuo éthos, dopo aver letto “Le verdi praterie”, vale ancora di più. 

     Nel capitoletto titolato  “Il partito” (suo ruolo, percezione e funzione) del libro “Le verdi praterie”, tu scrivi: “Per tutti noi, più che una organizzazione politica, il partito era relazioni, comunità, amicizie, lavoro, passione, scuola, chiesa, passato, presente, futuro (...) Non era pensabile un frammento di vita cui il partito fosse assente. Ai matrimoni, ai battesimi, alle feste consacrate e a quelle sconsacrate, nel dolore e nelle gioia: lutti, nascite, malattie, era sempre l’ambiente del partito a ritrovarsi (...) Noi bambini crescevamo in quel quel clima, portandoci addosso quel marchio che ci avrebbe condizionato per tutta la vita (...) Il partito era dimensione di vita totale”.

      Questo è quello che tu affermi, e questo è il marchio ideale che è rimasto dentro di te. Una realtà da sogno. Un mondo che ritrovavi in quella famiglia allargata, amichevole, affettuosa, onesta, ideale degli appartenenti al partito comunista, dove era possibile incontrare di tanto in tanto un vecchietto,  uomo-non-ricco, che per dimostrare il suo affetto verso te bambino ti donava un uovo ogni volta che sapeva di poterti incontrare. Un uovo che per lui, che forse aveva conosciuto la fame, era prezioso, ed aveva un valore materiale e ideale.

Per me lettore di quei passi che tu rivivi, è tutto un sogno. Un mondo buono, fatto di rispetto, di affetto, di altruismo, di lotta anche, per difendere questa realtà, questo ideale realizzato che non era nell’iperuraneo platonico, non era nel pensiero di qualcuno, ma era veramente esistito. Era questa la infanzia dei tuoi ricordi. Questo il marchio che avrebbe condizionato fortemente la tua vita. E poi? Poi c’era tuo padre, “uomo buono fra i buoni”,  che trasformava la sua sofferenza antica di bambino pastorello in bontà, in una sorta di disperato altruismo etico, di ”solidarietà”, quando fissava il concetto che bisognava aiutare chi aveva bisogno, e perciò si prodigava nel fare trovare un sussidio, un aiuto anche minimo, ma necessario “a quei poveri che credevano al cambiamento della propria condizione e della società, di un movimento di persone che recava con sé la speranza di un mondo migliore”.  
    
     Poi, lentamente tuo padre diventò cieco, ma non si considerò mai un perdente. Cieca per lui (e per te) rimase la società nella quale viviamo. Società alla quale tu con sforzo cerchi di prestare un occhio, per far vedere come va il mondo e come dovrebbe andare. 

     Ma nel tuo DNA c’è anche tuo nonno Papè, l’uomo che ha conosciuto la fame vera, “...con i figli cresciuti malamente a fave e crusca, uomo vissuto in topaie adattate a casa, povere tane senza luce e aria, se non quella che permetteva la porta d’ingresso (...) uomo vissuto con una guerra assurda alle sue spalle strappata al lavoro e ai suoi cari  per la conquista della Libia. Poi, tre anni al confine austriaco”, con il corpo straziato “da colonie di cimici che avevano preso residenza fissa sul suo corpo”.

Guerra che divorava i suoi figli. Guerra assurda. Imposta da altri. Dal Governo. Dal potere. Vita vissuta nella continua inclemenza di ingiustizie umane. Da qui la rabbia. Da qui il bisogno di un riscatto (ansia di riscatto, tu la chiami). La speranza in un mondo migliore, dove necessità e dovere era quella di opporsi “alla legge del nerbo e del bastone, agli infami che stavano al servizio dei Padroni, dei Baroni, alle guardie del Dazio corrotte e vili..” perché tutto era “frutto di una vita ingrata”. 

   Ed è proprio in questo libro “Le verdi praterie” che è possibile leggere la vita dei tuoi antenati, che è calco della vita sociale del tempo. Dove è possibile rilevare il passaggio dalla pagina di diario autobiografico alle pagine di storia che riguardano quasi tutta la società di un tempo. Mio nonno e mio padre  inclusi.

    L’Anarchia è ideologia e progetto di vita che condanna il potere e le ingiustizie in tutte le sue forme e lo attacca per eliminarlo, perché ognuno possa guadagnarsi una fetta di libertà meritata, che ad ognuno spetta di diritto. 

    Il programma dell’anarchico ricalca gli ideali principi della Rivoluzione Francese tuttora inscritti nel programma, nella bandiera e nell’animo del libertario:

Liberté, Fraternité, Ėgalité.

Principi-valori ideali che ogni uomo che transita su questa Terra deve fare suoi. Questi principi sono le Fiaccole che devono illuminare il cammino di ognuno di noi. 

    Il principio di libertà contiene implicitamente l’idea di lotta contro tutte le oppressioni, contro ogni autorità, e la lotta per la Giustizia sociale, lotta contro Chi (ma “Chi”) costringe anche oggi gli uomini alla miseria. E se l’anarchico non può realizzare tanto, può certamente essere un modello di vita sana, corretta, umana, fraterna, etica. Uomo che considera la sua vita una missione: convincere i ciechi, i pigri, gli egoisti, gli ignavi a muoversi per cercare di cambiare questa società, per estirpare ogni tipo di male.

    A questo punto, nella lettura de “L’Anarchia spiegata a mia figlia”, dove tu spieghi a tua figlia (cioè a tutti noi) quello che  è anche il tuo progetto di vita, io rilevo due momenti:

Il primo:  una analisi lucida, una radiografia spietata della società e delle lordure e storture che la contraddistinguono. Il secondo momento mostra l’orizzonte lontano, forse irraggiungibile perché, si sa, che per chi va avanti l’orizzonte cambia, si sposta sempre. Ed è all’orizzonte che tu vedi come  oasi lontana nel deserto di valori della vita e non vuoi chiederti se quello che vedi è miraggio o realtà.

Così rivivi il mondo vero della tua infanzia, il mondo sognato da tuo nonno, quello vissuto da tuo padre, da te, dalla società del passato, da quelli del partito, dai poveri, dagli assetati di giustizia.  Mondo sognato e descritto tante volte da scrittori e filosofi. Fra i tanti mi transita per la mente la Repubblica di Platone. La Città del Sole di Campanella, Utopia di Tommaso Moro. Tutti pensatori alla ricerca di un mondo diverso e migliore. Così è il sogno. Così la tua Utopia. 

     Ma un mondo migliore è stato da sempre auspicato, sognato e vissuto da tutti gli uomini del passato nel periodo di Carnevale. Mondo “quando nessuno era costretto a lavorare, quando ogni cosa germogliava senza semi e senza bisogno di aratro, e questo accadeva “in tempi felici, quando tutti gli uomini erano onesti e dal carattere d’oro, e nessuno era servo e nessuno era padrone. Ė Saturno che parla e dice:  “Questo era il mio regno, e quella fu l’Età dell’oro per l’umanità”. Parole di un Dio. 

      Le festività del Saturnale in  Roma erano quelle dell’odierno Carnevale, dove per tutto quel periodo è festeggiata una idea: quella di un mondo diverso e spensierato. 

       La differenza con il tuo/vostro progetto di società diversa e migliore?  E’ la fede-certezza che l’uomo possa modificare le incontrovertibili leggi della sua natura. La speranza-certezza che l’uomo possa capire che la violenza è crimine, che l’egoismo è peccato, che il bene esiste per tutti e per questo bene bisogna lottare e vivere. Realtà che si mescola col sogno. 

      Questo il secondo momento, che non è una analisi della realtà, ma l’idea che possa essere pensata, costruita, inventata con la volontà  e la solidarietà una società giusta, sana, dove gli uomini possano sentirsi uniti da un afflato fraterno. E’ una idea. E’ una speranza. O forse soltanto  una Utopia?

     I due momenti,  richiamano alla memoria le due facce di una medaglia con-legate da un cordolo. Il passaggio dall’una faccia (realtà) all’altra (ideale) è rappresentato dalla Rivoluzione, che è certamente un salto nel buio: rischioso, salto, nel buio. Perché si ritiene che chi ha creato questo mondo assurdo possa di punto in bianco togliersi la pelle, cambiare d’abito  e modificarsi. Fra l’altro porre una idea a una realtà futura non è facile. Significherebbe modificare l’immodificabile. Far sì che chi nasce rotondo possa di punto in bianco diventare quadrato. Forse è possibile. Forse ci si sbaglia. Ma, il rischio esiste. Far diventare possibile l’impossibile. Porre per certo ciò che non si conosce e non è stato mai verificato. 

       Tanto sostengo perché, se si tratta di modificare un quadro di pittura che stai realizzando non è difficile. Tu lo hai creato e tu lo puoi modificarlo, quando e come vuoi. Ma qualcuno che è nato prima di noi (Giovenale, Orazio, Hobbes, Owen) ha fissato il concetto che l’uomo è tutto e il contrario di tutto, e ha sostenuto che è l’uomo il vero lupo del suo simile. 

E tanto ho il coraggio di porre per certo, perché mi viene in mente un aforisma di Napoleone, che recita come.. “Nelle rivoluzioni ci sono quelli che le fanno e quelli che ne approfittano”.

E penso ai fratelli Gracchi, ai Fratelli Bandiera, a Curcio stesso, a Gesù anche, se è vero che è esistito, che nel cercare di modificare (solo con le parole) l’ordine costituito, è stato come tutti sappiamo eliminato (dal Potere). Non doveva parlare. Perché? Non è sempre facile realizzare un sogno.

D’altro canto, la storia ci dice che il mondo è una giungla dove vince “Chi-è-più”: più forte, più ricco, più veloce, più furbo, più intelligente, più astuto, più viscido, più senza-scrupoli. Le caratteristiche dell’uomo sono tante, variegate, imprevedibili, camaleontiche e tutte diverse. Nel fare una Rivoluzione, come tu dici, non si può porre ad ipotesi che la parola data sarà sempre mantenuta, e l’impegno preso verrà onorato.

Tanto continuo ad affermare ancora sostenuto da una statistica che dice come di cento uomini che dovrebbero lavorare ce ne sono cinque che devono lavorare per forza. Trenta che lavorano. Trenta che lavorano se li controlli e alla fine ce ne sono cinque che non li farebbe lavorare nessuno. Di fronte a questa lussureggiante qualità,  alle possibili metamorfosi e alle differenza caratteriale degli umani non è consigliabile darsi da fare per una idea, anche perché oggi, malgrado tutte le ingiustizie che ci si augura siano perfettibili, non viviamo le dittature del passato. 

    E mi conforta ancora un racconto di un mio caro amico che in uno scritto titolato “I Garibaldini” racconta di come, tanto per gioco, una banda di bambini aveva deciso di giocare alla guerra con altre bande.. E racconta ancora come avevano  immediatamente capito di doversi organizzare militarmente. I capi in alto sui gradini della Chiesa, ed erano colonnelli, e giù giù a rotoli, fra capitani e tenenti e sergenti e caporali, tutti pronti a formare una piramide. Piramide sociale che era stata già scoperta da Egiziani e Aztechi. Struttura socio-piramidale inscritta in ognuno di noi e negli animali tutti che sanno che per essere più forti devono fidarsi ed affidarsi al migliore, a un capo, al comando di uno solo o alla sua struttura militare e sociale. Si tratta di un impianto “etologico” inscritto in ognuno di noi. Se due persone vanno a cavallo, una sarà seduta di dietro, e una sarà seduta davanti, e sarà quella che avrà le redini e guiderà il cavallo.  

     Il termine “etologico” che abbiamo appena citato ha la stessa radice di “etico”. La differenza?

  • “Etologico” è il comportamento naturale, istintivo inscritto nel DNA dell’uomo-animale.

  • “Etico” è il comportamento ideale, quello che ci indica come ognuno dovrebbe comportarsi nel suo rapporto con gli altri: umani, animali, vegetali e con il pianeta-Terra che è la nostra casa Madre.   

     Tu, mio caro Pippo, come anarchico puro,  sei un individuo etico. Rispettoso di tutti i diritti di tutti. Così ti ho conosciuto e così ti voglio ricordare. E chiudo sostenendo che ad ognuno di noi basta vivere la nostra eticità da single, senza imporre nulla agli altri. Tu sai che l’imposizione, anche di una sola idea, è violenza. E il rispetto è la vera legge. Obiettivo? Programma? Impegno? Vivere questa nostra breve esperienza di vita dando a chi ha bisogno, così come hai fatto tu quando nelle Ferrovie dello Stato lavoravi in alta montagna, a 20 gradi sotto zero, sotto il freddo, per te, per la tua famiglia, ma soprattutto per i passeggeri, per servire i tuoi fratelli.    
        
                                             Gino Carbonaro

La prima risposta
di Pippo Gurrieri al mio commento        

Caro Gino

Come sempre sei molto profondo, preciso, a volte anche troppo lusinghiero. Apprezzo molto la tua analisi, il tuo cogliere aspetti dei mie scritti (e quindi miei) che a volte neanch'io stesso colgo... E ti ringrazio per aver posto la questione dell'etica, del comportamento, che per me è fondamentale, come anche tormento, verifica quotidiana, poiché il rapporto con la realtà costringe a una lotta senza tregua per cercare di essere se stessi. Anche se sull'ultima parte del tuo scritto ci sarebbe da aprire una gran bella discussione, dal "cu nasci tunnu nun mori quadratu" in poi. Ti stimo per la tua sincerità e schiettezza. Ancora grazie, e... ci sentiamo quando vuoi tu.
Un abbraccio


Pippo

2019/09/26

ELOGIO DEL SORRISO



Elogio del sorriso
Importanza del sorriso
Viva il sorriso
Il sorriso fa buon sangue




Il viso è lo specchio dell’anima. Tristezza, dolore, angoscia,
paura, simpatia, soddisfazione, piacere di stare insieme si
possono leggere sul viso degli uomini. Fra tutte le espressioni
del viso, il pianto e il sorriso sono i più significativi.
Il primo esprime disagio, sofferenza, dolore, il secondo
 esprime la gioia di vivere.
   
Se nessuno ama stare accanto a chi ha una faccia da funerale,
dice il vero il proverbio cinese che recita: “Se non sai sorridere
 non aprire un negozio”. Come dire, se non sai sorridere, non
 puoi instaurare un rapporto positivo con gli altri. E tutta la
vita è un continuo rapportarsi con gli altri.

Il sorriso è ammaliante. Misterioso. Anche perché non si riesce a
 coglierne l’essenza. Magico ancora perché innesca forte empatia

fra persone che in uno scambio di sorrisi sono portati a sentirsi
 a proprio agio. Per questo si elogia una bella ragazza o un bel
giovanotto dal sorriso smagliante. Giovinezza che nel sorriso
 gioisce e reclama la primavera della vita.

Il sorriso è segnato da una particolare postura delle labbra e
delle guance, ma in realtà è rivelato da ciò che esprimono gli
 occhi che si illuminano per comunicare un messaggio gentile,
 una disponibilità, un possibile rapporto all’insegna della lealtà
, della sincerità, della amicizia. Ed è proprio un sorriso amabile
 quello che allenta i meccanismi di difesa delle persone.

    Il proverbio cinese registra, dunque, una fondamentale verità
 dei rapporti umani. Se due persone non si accettano, l’espressione
 dei loro occhi sarà dura, fredda, tale da rivelare sentimenti di ostilità dichiarata, riuscendo a trasmettere il senso di un disprezzo, di una ostilità dichiarata.

  In psicologia, il sorriso viene considerato un meccanismo “propriocettivo” che fa parte del DNA, dunque dell’iniziale programma umano per esprimere gioia e benessere. Tanto si rileva nel bambino a pochi mesi dalla nascita. Sorriso come espressione di gioia di vivere e di amore nei confronti dei genitori, e di ciò che lo circonda. E tutti accolgono il candore di quel sorriso con altrettanta gioia- che-ricambia-gioia, e rinfranca lo spirito.

“Il sorriso fa buon sangue”, recita un proverbio nostrano. Il sorriso è termometro che misura stato d’animo e carattere di una persona, ma è anche termostato che modifica in meglio lo stato d’animo delle persone.

Si incontra un amico che ci chiede: “Come stai?” E, noi col sorriso sulle labbra rispondiamo: “Bene, grazie, e tu?”. Quella esternazione naturale e quel sorriso d’obbligo aprono il rapporto, lo suggellano, lo pongono su un letto di piume, mentre lo spirito sprigiona una carica gioiosa.

Necessario sorridere soprattutto negli uffici. Nei luoghi dove i rapporti umani sono intensi. L’impiegato che cerca gli occhi del cliente appena entrato nel negozio accogliendolo con un sorriso, la cassiera che nel registrare la spesa regala un sorriso al cliente, esprimono comportamenti che sono indice di rispetto, di gentilezza, di professionalità.

 Un antico proverbio recita: “Sorridi e la vita ti sorriderà. Piangi e piangi solo”.

                                            Gino Carbonaro





2019/08/28

GoDoT Teatro di Bonaccorso Bisegna




Una realtà culturale


GoDoT a Teatro Greco

di Gino Carbonaro

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Il Teatro di Federica Bisegna e Vittorio Bonaccorso
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     Vivo a Ragusa da svariati decenni e ho registrato che questa provincia è fortemente cresciuta culturalmente.
Teatro, musica, danza, pittura, conferenze e quant’altro, attività culturali di primissimo rilievo, che rendono questa Città una delle più vivibili fra le province italiane.

     Attività, dinamicità, cultura che arricchiscono i cittadini e nel periodo estivo dando un contributo non secondario al turismo. Un punto di rilievo, vero fiore all’occhiello di questa Ragusa (come tu ben scrivi) è il lavoro instancabile e l’impegno speso da Federica Bisegna e Vittorio Bonaccorso nella attività teatrale di questa Città. Punto di forza per questo 2019 la realizzazione della Medea di Euripide, Edipo Re di Sofocle, Pluto di Aristofane. Due tragedie e una Commedia greca proposte al Castello di Donnafugata, gioiello architettonico di questa Città.

     Incredibile il fatto che tutti gli spettacoli hanno fatto registrare “sold out” ed era non facile poter prenotare. Fa piacere notare che il pubblico di oggi si apre anche a Ragusa e con grande interesse al Teatro greco. Stupenda la realizzazione degli spettacoli realizzata dalla regia di Vittorio Bonaccorso ed eccezionale la performance degli attori che fanno parte dello staff Bonaccorso-Bisegna. Sono eventi che lasciano il segno e nobilitano questa Città.

       Interessante sarebbe prendere coscienza che eventi di tale portata fossero sempre più sostenuti dalla Amministrazione pubblica. Il Teatro è entrato a far parte della nostra cultura così come è stato per i Greci già cinque secoli prima di Cristo. Realtà culturale. Ma, già allora il Teatro e la sua cavea era evento e struttura gestiti bilateralmente dalla amministrazione ateniese e dai tragici del tempo. 

La cultura in tutta la sua più profonda espressione appartiene a tutti. Auguri e complimenti a Vittorio, Federica e a tutti gli eccezionali attori che hanno dato lustro a questa Città.

                               Gino Carbonaro estate 2019

2019/08/24

INSULINA: calcolo delle CALORIE


Considerazioni di un diabetico

Difficolta nel calcolare 
la quantità di insulina da introiettare 

DIABETE INSULINA
CALORIE RAPPORTI

di Gino Carbonaro

     Nel diabete di Tipo 1 (che esclude la metformina) la difficoltà per il diabetico è la quantificazione dell’insulina giornaliera (rapida e lenta).
    La prima cosa che solitamente prescrive il diabetologo è la quantità di insulina da ineittare. 
       Suggerirà ancora di consumare una mela o qualcos'altro a mezza mattina e nel pomeriggio. 
         Il Diabetico ubbidiente si attiva, ma..? Qualcosa non torna.
Al controllo glicemico casalingo la glicemia può essere ritrovata alta (oltre 222), oppure bassa (meno di 80) al punto da far registrare una dannosa ipoglicemia.
       Dove il problema? Quale è la causa?

Causa?  

      L’errore secondo me è quello di mettere i buoi davanti al carro. Non si può quantificare l’insulina senza sapere (a priori) la quantità di calorie che saranno introiettate. Perché? L’insulina (che serve per bruciare una quantità di calorie) non si può fare alla cieca. 

        Fissato il concetto che il carro (insulina) deve stare dietro ai buoi (calorie che saranno introiettate) (anche se l’insulina si deve fare 15 minuti prima di mangiare), fissato il concetto, dicevamo, bisogna sapere che:

  • 130 gr.  di spaghetti (cotti)      sono 150 calorie  
  •  150 gr  di lenticchie cotte                   70 “ 
  •  200 gr. di broccoli  cotti     50
  •   30 gr.  di ricotta                          “ 35     “
  •     5 gr.  di formaggio                          24 “
  •   73 gr. di carciofo                                40
  •  300 gr. di spinaci                                50
  • 100 gr.  di insalata                        “ 50     “
  •  50  gr. di pane                                   100 “
  •   12  gr. di olio di oliva                         100 “
  •   10  gr. di noci                                    60 “

  •   10  gr di mandorle                            31 “
  •  100  gr di uva                                   120 “
  •  100   gr di arancia                            120      
  •    10 gr. di prosciutto                            40

  •   Focaccia        (??)         da 100 a 300

  •   PIZZA (!!!)    ? fino a      1000 calorie

Per chiudere? 

Calcolate le calorie, si può fissare il concetto che per ogni
50 calorie è necessaria 1 (una) unità di insulina.
Ma, anche qui la variabile! Perché è possibile che per qualche diabetico il rapporto possa variare, per esempio 

1 (una) unità di insulina per ogni 60 calorie (+ o -)   

Una cena o un pranzo non dovrebbero superare le 400/500 calorie, dunque dovrebbero essere calcolate 8/10 unità di insulina.

MA, ATTENZIONE!

Va calcolata la insulina lenta che il diabetico ha dentro di sé e può avere la durata di 24 ore.

Non tenere conto della insulina lenta introiettata,
il diabetico può andare in ipoglicemia.

AUGURI



Gino Carbonaro