2011/04/24

Castello di Donnafugata - Ragusa


Gioielli di Sicilia

Un’opera d’arte firmata: barone Corrado Arezzo de Spuches

1.  il nome e la fondazione del Castello

            Il nome Donnafugata (in sicil. Ronnafuata) viene fatto derivare dall’arabo ’ayn-as-jafât’, [1] che dovrebbe significare “Fonte della salute”;  resta, comunque, poco chiaro come nel corso dei secoli la parola araba, fatta propria dai siciliani, abbia potuto nel corso dei secoli essere modificata in questo modo.
            I più, fanno risalire le origini del Castello di Donnafugata all’anno Mille, al tempo della dominazione araba in Sicilia, [2]  e qualcuno ritiene siano stati proprio gli Arabi a costruire le torri di avvistamento con annessa guarnigione militare fortificata per controllare il mare.
             E’ più probabile, invece, che siano stati i Normanni a costruire la vedetta turrita, che prese il nome dalla sorgente che  era stata battezzata dagli Arabi. [3]
 Ed è forse più attendibile, che siano stati i nuovi dominatori a costruire una guarnigione per il controllo della parte sud-orientale della Sicilia, dalla quale, per secoli ancora i Normanni [4]  temettero possibili sbarchi ad opera dei temibili Saraceni. [5]   In questo caso la fondazione del fortino dovrebbe essere spostata al XIII sec.


 2. Primo ampliamento del Castello

            Verso i primi del XIV sec. il Conte Manfredi Chiaramonte fa costruire accanto al primitivo Castrum una più ampia struttura abitativa, sempre difesa da alte mura, come era nella logica del tempo. [6]
 Lentamente, la costruzione cambiò la connotazione: da struttura militare divenne residenza padronale per la gestione del patrimonio agricolo (frumento, carrube, olive, e così via). Di fatto siamo all’idea della villa gentilizia, che è posta al centro del feudo, dalla quale i proprietari sovrintendono e controllano il feudo e l’annessa masseria.

3.   Il Castello di Donnafugata viene acquisito dalla famiglia Arezzo

        Verso la metà del XVII sec., il feudo di Donnafugata, [7] con l’annesso casato passa dal barone[8] Gugliemo Bellìo Caprera a Vincenzo Arezzo la Rocca barone di Serri, che nel 1648 ottiene l’ulteriore investitura di Barone [9] di Donnafugata.     
         Ma è solo nella seconda metà dell’Ottocento che il Castello acquisisce la forma e le dimensioni attuali.
 Fu dopo la realizzazione dell’Unità d’Italia che il barone  Corrado Arezzo de Spuches, erede di una delle più nobili e ricche famiglie iblee, marito di donna Concetta Arezzo di Trifiletti, dà inizio all’ampliamento del Castello di Donnafugata, che realizza attorno all’antico nucleo abitativo e a due torri saracene rimaste.
 L’impegno economico è notevole, lo scopo è autocelebratico o se vogliamo di status; il modello nella mente dell’ideatore dovrà ricordare lo sfarzo della reggia di Versailles. Di fatto il Castello di Donnafugata, che si sviluppa su una superficie di 3348 mq, e conta ben 122 vani utili, ha tutte le caratteristiche di una piccola reggia: 80.000 mq di parco ricco di piante esotiche, vasche, giochi d’acqua, scherzi, giardini alla francese e persino un labirinto; copie di statue del Canova (Fauno e Psiche) nella superba e luminosa scalinata di ingresso; salone immenso dove sono affrescati gli stemmi dei casati e delle città più importanti della Sicilia, a ricordo di quanto è possibile trovare al castello di Windsor; salone degli specchi, copia ridotta di quanto era stato ideato nel XVII sec. dai famosi architetti di Versailles; sala della musica, salone per i fumatori con annessa sala da biliardo, salone delle donne, camera da letto del vescovo (per quando veniva ospitato); e ancora, una fornitissima biblioteca ricca di libri rari, preziosi e tutti rilegati; una pinacoteca ricca di opera bellissime, che avrebbe dovuto essere il fiore all’occhiello per un nobile uomo di cultura; e persino un museo di reperti archeologici con vasi e ceramiche greche provenienti dalla vicina Camarina.
 Tutte le pareti sono ricoperte con carte da parati damascate e tessuti di seta, con affreschi e trompe-l’oeil, ancora arricchite da quadri di pittori famosi, soprattutto ritratti di ottima fattura; e ancora tendaggi alle porte e alle finestre, lampadari con vetri di Murano, specchi, stucchi e decorazioni, e sui mobili e ovunque sono messi in bella mostra decine di orologi d’arte, opera di famosi orologiai svizzeri.
Nel Castello, che va considerato un’opera d’arte, senti ovunque la mano del barone Corrado Arezzo (à vedi scheda), ideatore e coordinatore del tutto; un uomo dalla personalità   eclettica ed eccezionale, se si pensa al livello culturale della nobiltà di quell’epoca.
 Sicuramente intelligentissimo ed eccezionale questo uomo ricchissimo, dotato di ampia cultura, [10] nella accezione propria del termine; finissimo intenditore di arte, amante della musica, della pittura, della poesia, del teatro, dotato di un gusto sicuro e interessato a problemi economici e politica.
         Di fatto, il Castello di Donnafugata è il ritratto della sua filosofia della vita e della sua personalità. La collettività iblea non avrebbe ereditato questo gioiello senza l’intervento del   barone Corrado Arezzo de Spuches.
 Sul Castello di Donnafugata, forse giustamente criticato per il suo disarmonico eclettismo, pesa non poco l’intervento voluto dall’erede francese Gaetano Combes, barone di Léstrade, che verso i primi del ’900 fece aggiungere alla facciata preesistente un loggione-galleria di stile neo-gotico, veneziano, si è detto, ma sostanzialmente liberty[11] veneziano e neo-gotico, che, anche se bello, si salda malamente con la precedente austera struttura del Castello e stride non poco con il landscape e le costruzioni circostanti.

                                                        Gino Carbonaro
                                                           9 gennaio 2003         
                                                            
[1]  L’attribuzione è di Raffaele Solarino che la riporta ne La Contea di Modica;  la Fonte della salute esiste tuttora a Donnafugata e pare alimenti un pozzo.
[2]  L’invasione araba va dall’anno 827 (inizio della conquista) all’anno 1098. L’ultima battaglia fu quella combattuta nella piana di Donnalucata. In quella occasione in aiuto dei Cristiani scese dal cielo la Madonna, bianca su un cavallo bianco, che combattè a fianco dei Normanni per sconfiggere gli infedeli.
[3]  Tanto si ritiene di poter affermare in quanto, prima della invasione della Sicilia, gli Arabi detenevano il controllo del Mediterraneo, e non lo perdettero neppure dopo la cacciata avvenuta alla fine dell’XI sec. ad opera dei Normanni.
[4]  La regione degli Iblei fu l’ultima ad essere espugnata dai Normanni dopo una guerra durata trent’anni. Per questo fu eletta a Contea. IL privilegio era dettato dalla sua importanza militare.
[5]  I Turchi perdettero il controllo del Mediterraneo dopo la battaglia navale di Lepanto (1571).
[6]  Fonte non confermata.
[7]   Il feudo è eletto a baronìa al tempo della dominazione spagnola.
[8]  Barone: è uno dei titoli più diffusi e certamente il più basso dell’ordinamento feudale. Il nome, di origine spagnola, vuol dire “Uomo (libero)”, “Signore” e indicò il Feudatario che veniva investito direttamente dal sovrano. In Sicilia era il titolo nobiliare più comune dopo quello di cavaliere. Nei tempi passati si acquisiva dietro pagamento di una somma fissata dal re e pagata dal futuro titolato. Il re bandiva periodicamente la concessione di titoli nobiliari allorquando aveva bisogno di soldi (sistema indiretto di tassazione una tantum):  per rinnovare la flotta, per rinsanguare la dote di una figlia da sposare, o quando le casse erano vuote. Barone, dunque, è l’uomo potente, che spesso si fa arrogante e pre-potente; per questo il termine barone acquisì nel corso dei secoli una accezione negativa: nel senso di individuo che conosce solo la sua legge, quella del più forte. Baro, detto di chi truffa al gioco, deriva da barone.
[10]   Cultura è la capacità produttiva della mente.
[11]  Lo stile Liberty prese il nome da Arthur Liberty, un architetto-disegnatore inglese, che verso la fine dell’Ottocento inventò un nuovo stile artistico che si ispirava ad un totale eclettismo, mescolando lentamente, arte egizia, greca classica, romanica, gotica, veneziana e floreale con rigidi principi geometrici e libertà di inventiva.

Sesso, odori, igiene, bidè


   
Il profumo di baccalà


Considerazione sociologica di arte culi-naria


                                                           di Gino Carbonaro



   Una tempo, quando tutti andavano alla fontana con le brocche per prendere l’acqua, e non era stato ancora inventato il bidé, l’igiene personale era un optional conosciuto da pochi, ma messo in pratica da nessuno. 

     Il risultato era che uomini e donne avevano un forte odore personale che esalava da tutto il corpo, e che serviva per la identificazione personale. Per dirla con Patrick Süskind, una volta puzzavano tutti. Puzzavano gli animali e puzzavano gli uomini, puzzavano strade e piazze, monache e preti, nobili e plebei, maestri di scuola e alunni. E puzzavano gli interni della piccole abitazioni. Insomma, puzzavano tutti. Il motivo è semplice. Non c’era acqua in casa e, come dice il proverbio “Ad impossibilia nemo tenetur”. 
   
      Le parti più odorose (non ci va di definirle profumate) nelle quali gli odori si concentravano erano quelle intime del basso corporeo: la fettina schiacciata fra le chiappe, le cosce e il pube; parti quotidianamente usate e raramente sciacquate; soprattutto quelle della donna, dove l’odore, ancora oggi, si intènsi-fìcava (come dice la stessa parola). Sta di fatto che, allorquando gli interessati, con delicatezza e garbo mans-turbavano (cioè, turbavano con le mani) quelle zone, chi vi avesse prestato attenzione avrebbe potuto sentire esalare un odore inconsueto, che qualcuno, bontà sua, riteneva afrodisìaco, mentre ad altri ricordava il profumo del baccalà bollito; e convinto ancora che la femminea parte in oggetto avesse una forma triangolare, vagamente simile - anche se in piccolo - a quella del baccalà essiccato, tutti i maschi per unanime consenso, si riferivano ad essa usando il termine “baccalà”: “Ieri sera ho mangiato una fettina di baccalà…! Anche stasera mi piacerebbe mangiare… baccalà! Mia moglie mi prepara sempre il baccalà! Sento odore di baccalà!  Queste erano le innocue battute che circolavano di bocca in bocca.
 

Baccalà


   E ancora riferito a una donna: “Quella deve avere un baccalà!” Erano queste le frasi con le quali ci si riferiva a quella cosa coperta di cui all’epoca godeva più l’olfatto che la vista. 

     Oggi i tempi sono cambiati; tutti abbiamo acqua in casa, i bidé non mancano e le docce non dispiacciono a nessuno. Così, in una società diventata asèttica, tutto viene quotidianamente sciacquato, disinfettato e scrupolosamente deodorato.

   Oggi, l’odore di baccalà non piace più a nessuno! Certamente è passato di moda. Il mondo gira!

 Gino Carbonaro

2011/04/23

Museo, per non perdere la memoria


    Importanza dei Musei ?
    Passato che vive in noi?

    Stiamo perdendo la memoria. La televisione riempie di nulla gli interstizi della nostra mente, rubandoci i nostri pensieri. Per strada, di sera, le luci di città impediscono di guardare la volta stellare. In compenso conosciamo stelle e galassie riportate nei libri. Ad ogni attimo della nostra vita tagliamo una radice che ci lega alla nostra terra e al nostro passato. Resteremo come alberi senza radici, destinati a perdere il rapporto con sé stessi, l’identità, e infine il sostentamento che gli deriva dalla base, dalla terra, dal passato. Ognuno di noi vive in equilibrio instabile fra passato e futuro: non possiamo dimenticare il passato, non dobbiamo dimenticare il futuro. 
     Gli archivi sono la memoria del passato. Sono le fiaccole di una ipotetica gara a staffetta che consegniamo alle generazioni future. Ognuno di noi è un tedoforo.
     Del nostro passato, un uragano ha spazzato via tutto. Ora, riusciamo a raccogliere solo frantumi di quanto è rimasto.
     Se la vita è una corsa sfrenata verso un meta non segnata da alcuna mappa, è doveroso prendere atto della drammatica situazione e correre a immediati e responsabili ripari. Nessuno di noi può dirsi fuori.  Nessuno può farsi ingannare da false giustificazioni. Il futuro è dei nostri figli. In quel futuro ci saremo solo nella memoria di quello che abbiamo fatto: noi siamo le radici del futuro.
   Tempo fa, nell’Umbria, sommersa dalla neve e funestata da una scossa di terremoto, in un paesino di montagna, una squadra di uomini lavorava sotto le sferzate del vento per riparare un tetto crollato. Per quegli uomini era importante riparare quel tetto: quella casa custodiva la memoria del loro villaggio, e non volevano perderla. In quella casa c'erano i tesori del loro passato, quelli giunti sino a loro dalla notte dei tempi; in quella casetta di montagna era il loro piccolo, grande "Musèion". Si trattava di un letto, di alcune sedie, di poveri utènsili: ma quella era la loro memoria del passato.
     In una libera discussione fra amici, il direttore di un Museo Etnografico degli Iblei lamentava il suo disappunto per il fatto che tutti in Provincia organizzavano musei etnografici ad imitazione di quanto esisteva già nella sua città.
     Quel signore non poneva in conto che ogni città, ogni scuola, ogni famiglia: tutti dovremmo avere un cassetto, un armadio, un angolo, dove conservare e custodire la memoria al nostro passato. Un carro siciliano? Potrebbe essere esposto ovunque: anche in una pubblica piazza, in una vetrina, o anche per strada come arredo pubblico. E chiunque potrebbe osservare i frutti del passato. Oggi, tutto del patrimonio umano appartiene a tutti. Questa è la civiltà.
                               
                                                        Gino Carbonaro

Il sogno della Briguglio Film


Quel fantasma di mio marito

      A Locarno, per il  62° Festival Internazionale del Cinema che si svolgerà  l'8 e il 9 agosto 2009, la “Fondazione Cineteca Italiana” di Milano in collaborazione con Site s.r.l. “Briguglio film” presentano, restaurato in digitale, “Quel fantasma di mio marito”, film del 1950, che vede Walter Chiari in una delle prime prove come interprete protagonista. Il Soggetto è di Antonio Pietrangeli, regia di Camillo Mastrocinque, produttore del film l’allora quarantenne Ferdinando Briguglio, messinese, che nel giugno del 1947 aveva fondato la “Briguglio Film” con sede a Roma e Messina, e subito dopo aveva attivato una Casa di Distribuzione film, sul modello della Company americana.
     Il film “Quel fantasma di mio marito”, considerato perduto, vede ora la luce per merito di Pietro Briguglio, che ha consegnato alla Cineteca Italiana di Milano, la pellicola “infiammabile” ritrovata negli archivi di famiglia.    
     La presentazione di “Quel fantasma di mio marito” nella splendida cornice di Locarno rappresenta un evento importante per una serie di motivi. Innanzitutto, perché a distanza di anni fa conoscere un tipo di commedia italiana degli anni Cinquanta, che proponeva un modello di umorismo fine, certamente originale, che nelle intenzioni degli addetti ai lavori avrebbe dovuto avvicinarsi stilisticamente al gusto dell’umorismo anglosassone. L’obiettivo non dichiarato era quello di provincializzare il cinema italiano per inserirlo nei circuiti cinematografici europei e soprattutto negli Stati Uniti d’America che all’epoca dettavano legge nel campo del cinema.
     Ma, il film è altresì importante perché mette in luce lo stile dell’allora venticinquenne Walter Chiari agli inizi della sua carriera.  In ogni caso l’opera colma un vuoto, ponendosi come anello mancante nella storia del cinema italiano. In ogni caso, il film è importante per cercare di capire la dinamica socio-politica dell’Italia del primo dopoguerra, dal momento che, ci si chiede ancora oggi, perché il film fu inspiegabilmente ritirato dopo poche settimane, proprio mentre se ne registrava un certo successo, e ci si chiede chi era Ferdinando Briguglio e perché una Casa di produzione promettente, abbia deciso di chiudere i battenti e di farla finita con il cinema.
     Ferdinando Briguglio, era un self made man siciliano, un coraggioso imprenditore di grande successo, che dal nulla aveva creato una catena di stabilimenti per la produzione di conserve e generi alimentari, che venivano forniti alla amministrazione militare italiana e, subito dopo la guerra, al MOF, Ministry of Food di Londra. Fra il 1948 e il 1954, la gli “Stabilimenti Briguglio” e la SIAS davano lavoro a circa 500 operai, e non cosa da poco se solo si pensa alle difficoltà economiche di una Sicilia semidistrutta dalla guerra. Ma, Ferdinando Briguglio era altresì colui che riusciva a fiutare gli affari, se a guerra finita operava in in tutti i paesi europei con operazioni compensate e bilanciate che lo portarono ad importare anche pali per la ricostruzione delle linee elettriche in Italia. Dalle conserve alimentari (pomodori e succo di arancia) dalle essenze di profumi (bergamotti e gelsomini), dai pali elettrici al cinema del dopoguerra, per l’uomo comune non c’è rapporto. Eppure, Nando Briguglio, trentanovenne, fu colui che nel 1947 fondò la “Briguglio Film” e subito dopo una “Casa di Distribuzione” che affittava commedie hollywoodiane. 
     In una Italia che rinasce, La “Briguglio Film” produce “Anni difficili”, con soggetto di Vitaliano Brancati, regia di Luigi Zampa, con Umberto Spadaro, Massimo Girotti, Delia Scala, mettendo in circuito un film di eccezionale valore storico, sociologico e artistico. Pietra miliare nella storia cinematografica, ma soprattutto modello unico di cinema che ebbe per primo il coraggio di denunziare le assurdità della trascorsa epoca fascista. Ma, se Ferdinando Briguglio fu il primo ad estendere i suoi interessi anche nella industria cinematografica, fu il primo a capire, sulla propria pelle che quel tipo di cinema era un terreno minato, nelle mani di una censura che dava spazi agli “amici”, ma rendeva la vita impossibile a chi non si piegava alle sordide leggi del mercato politico. Fu per questo che Ferdinando Briguglio, imprenditore puro, decise con una decisione fulminea di chiudere con la sua esperienza cinematografica ritirando “inspiegabilmente” dal mercato il film “Quel fantasma di mio marito” che sino ad oggi era considerato perduto, ma che ora ritorna alla luce per illuminare una parte della nostra storia passata.

                                                                Gino Carbonaro     

Tradurre è un po' tradire


Dal siciliano alla lingua italiana
Limiti delle traduzioni

 
     Spesso accade di dover tradurre in italiano qualche frase siciliana, ed è allora che si nota una differenza fra le due lingue. È come se italiano e siciliano, che pure sono lingue gemelle, ci fosserò delle diversità.
    Per capire la differenza fra siciliano e italiano facciamo nostra la teoria di Giambattista Vico. Il filosofo napoletano formulò nel Settecento l’ipotesi che la storia dell’uomo e anche il suo linguaggio evolvono seguendo tre momenti: quello del senso, quello della fantasia e quello della ragione. 

   Il primo momento attiene alla lingua dell’uomo-scimmia che da poco si è posto in posizione eretta. In questa fase il linguaggio umano si esprime in forma cruda, sintetica, essenziale e fa uso di segnali del corpo e di movimenti mimetici. Nella seconda fase, la lingua evolvendo diventa creativa, fantastica, poetica, calda, e si amplia facendo uso di similitudini e di analogie. Nel terzo momento, la lingua è lineare, funzionale, ma fredda.
   La differenza fra siciliano e italiano è da ricercare nel fatto che la prima è lingua creativa, poetica e calda, la seconda è lingua funzional-discorsiva e moderna.    
    Nella Sicilia di qualche anno fa una madre notava che i figli litigavano in continuazione e infastidita commentava: “Siti com’ê cani ch’ê jatti!” La lingua italiana scarta la versione analogica “siete come cani e gatti”, fra l’altro cacofonica, e dice funzionalmente che i ragazzi “litigavano come dannati”. Il concetto è lo stesso, ma il percorso linguistico adottato è diverso.    
    Così, di ragazzi che non studiano, non rispettano le cose degli altri e fanno dannare i loro genitori, un siciliano di vecchio stampo, sempre riferendosi a quei giovani, potrebbe fotografare l’evento con la frase: “Pigghiaru a strata d’âçitu!”  La “via dell’aceto” è quella che prende il vino che si inacidisce nella botte. Il proprietario assaggiandolo, nota che il vino comincia a cambiare gusto, sospetta il cambiamento di stato del liquore attaccato dai microbatteri, capisce che il processo è irreversibile e sentenzia fatalisticamente: “Stu vinu pigghiau a strata d’â çitu”. La lingua italiana potrebbe tradurre lo stesso concetto con “questi ragazzi si stanno perdendo”, o frasi similari. Nelle due lingue, l’idea è la stessa, ma la forza di trasmissione è diversa. Lo stesso vale per frasi intraducibili come “Iu mŭnuzzu a çipudda e a ttia t’abbruscănu l’ôcchi” o anche “a jaddina fa l’ôvo e  jaddu ci abbrusca u culu”, che vorrebbero dire: “Il problema è mio, perché ti immischi”: Gli esempi potrebbero continuare. La differenza fra le due lingue è la stessa che si registra nel campo dell’informatica fra analogico e digitale. Ma, il passato è passato. Non si può tornare indietro, anche se l’analogico, con le sue sbavature, i suoi fruscìi, il suo calore aveva il suo fascino.

                   Gino Carbonaro

2011/04/22

Vitaliano Brancati , Modica & il Fascismo

                 1947  -  Da "Il Vecchio con gli stivali"                           "Anni difficili" di Luigi Zampa



     Modica è città dal fascino antico. Capitale di Contea già dal tempo dei Normanni, si sviluppa a ridosso di quattro colline che da sempre hanno guardato cave dove scorrono freschi torrenti di fondovalle. E le case, incastonate come telline le une accanto alle altre su poggi e dirupi, evocano agli occhi del visitatore l’idea di un presepe. Andare a Modica è come tuffarsi nel passato, procedendo fra strade e “vanelle” che hanno fissato antichi viottoli e sentieri segnati dalla natura. Su tutto, fra decine di palazzi nobiliari e conventi attaccati alle chiese, si ergono silenti e maestose la cattedrale di S. Giorgio e il castello dei Conti. Oggi Modica è patrimonio dell’umanità. Un riconoscimento che è avallato dai turisti che quotidianamente la visitano.
      Scrittori come Sciascia e Bufalino, che sono venuti a Modica di passaggio, hanno decantato Modica, ma, fra questi, chi ne ha subito il fascino per restituirlo nei suoi scritti è stato lo scrittore siciliano Vitaliano Brancati, che fra il 1910 e il 1917 trascorse a Modica gli anni della sua fanciullezza.
    Nel rileggere a distanza di tempo “Il nemico del vincitore” (1932) opera giovanile dello scrittore di Pachino, è possibile rivedere “attraverso i vetri del balcone la città arrampicata sui colli … le mille vetrate lampeggianti … Monserrato in colloquio con tutte le rondini della contrada … la chiesa di San Giorgio con puntini di donne sulle scalinate …”. È una Modica che rivive come in un guache, fra le brume della memoria.
      “Il vecchio con gli stivali” (1945), racconto centrale della produzione di Brancati, è ancora ambientato nella città di Modica, così come il film “Anni difficili” di Luigi Zampa  tratto dal sopraccitato racconto. Sia nel racconto che nel film, Modica resta sullo sfondo come testimone di un’epoca. Città che per la sua importanza meritava di essere chiamata a notaio della storia.
      Tutto questo trovasi riportato nell’opera appena pubblicata dal “Lions Club” di Modica, dal titolo “Vitaliano Brancati e Modica”, curata da Giorgio Buscema. Libro che rende possibile riconsiderare a distanza di tempo le chiavi di lettura dello scrittore siciliano, la sua finissima vena satirica con la quale consegna alla storia uno spaccato della cultura fascista poi collassata sotto il peso della retorica; analisi storica e psicologica di una società in un momento di crisi non dissimile da quello che viviamo oggi. Opera quella di Vitaliano Brancati, che  è cerniera sulla quale ruotano due epoche, quella fascista e quella cosiddetta democratica, che però restano sostanzialmente le stesse; spaccato di storia vera e vissuta che fa riflettere sulle condotte degli italiani di ieri e di oggi, perché è certamente vero che in Italia, dirà Tomasi di Lampedusa, tutto deve cambiare per restare inesorabilmente lo stesso.

                                                          Gino Carbonaro

Artigiani: Insigniti del titolo di Tesori viventi


C’era una volta l’artigiano!
 
   Chi visita il Castello di Donnafugata, qui negli Iblei, rimane stupito dalla bellezza di quanto vi si trova esposto: candelabri di cristallo, mobili d’arte, armature, strumenti musicali. E il pensiero corre alle dinastie nobiliari che hanno arredato quel fortilizio di campagna, senza contare che quanto si trova lì realizzato è risultato della genialità di anonimi artigiani.
     Sono gli artigiani  che da sempre hanno custodito il patrimonio di scoperte fatte dall’uomo nel corso dei millenni; coloro che avevano capacità creativa e abilità per realizzarle.
     Oggi, di questi arti-giani, o arti-geni, per scomodare le etimologie, si è perduta la memoria. Dimentichiamo che Leonardo da Vinci, genio assoluto dell’umanità,  si è formato in una bottega artigiana, quella di Andrea del Verrocchio, vera fucina di idee, dove si scolpivano e si fondevano statue, si realizzavano pale e quadri di altare. Lì, con la forza della mente e l’abilità delle mani si risolvevano tutti i problemi di una committenza esigente. Ma, artigiano era ancora Benvenuto Cellini, orafo e scultore, che fuse, con le sue mani e nella sua bottega, il Pérseo. E botteghe artigiane erano quelle dei ceramisti e vasai greci, dei decoratori di vasi che oggi sono vanto e patrimonio dell’umanità, fra le cose più belle che siano mai state realizzate dall’uomo.
    Più vicini ai nostri tempi, il pensiero va al carro siciliano, struttura sulla quale riposa una millenaria esperienza artigianale; si pensi alla bellezza dei ferri battuti a mano, alle sculture, torniture, decorazioni, all’arte del mastro carradore.   
     Oggi l’artigianato è scomparso. Di quella memoria sono rimasti i reperti, sorta di cadaveri che noi mummifichiamo nei musei. Difatti, l’anima di quel reperto è volata via; non c’è più, né può essere riportata in vita. Ma la società odierna dovrebbe riconoscere i meriti dell’artigiano, che dalla notte dei tempi ha rappresentato intelligenza e memoria dell’umanità. Si potrebbe pensare di dedicargli una statua, almeno, così come si è fatto per il milite ignoto, morto in battaglia per la gloria di generali e sovrani.
    I Giapponesi hanno avvertito quello che stavano perdendo, hanno inventariato gli ultimi artigiani viventi, li hanno considerati beni dell’umanità, custodi della memoria collettiva che non può essere conservata nei libri o nei musei, e li hanno insigniti del titolo di Tesori viventi. Il loro compito è ora quello di lavorare per creare un ponte fra passato e futuro, per insegnare l’arte e i suoi segreti a degli apprendisti, che a loro volta la tramanderanno ad altri. Un passato che vive. Un debito di riconoscenza che quel popolo sente di avere nei confronti dell’artigiano.    

                       Gino Carbonaro