2011/04/20

Il volo fatale di Blondeau a Ragusa


Il folle volo di Henri Blondeau           

Una Mongolfiera in Sicilia nel 1890


File:Montgolfière.jpg





     Volare è stata da sempre una delle aspirazioni del genere umano. Osservare uccelli che si librano maestosi in un cielo blu è scena da incanto. Sono loro, i volatili, che mortificano la natura dell’uomo che si vede inchiodato a terra dalla forza gravitazionale. I Greci fissarono nel mito di Dédalo e Icaro quel sogno ancestrale dell’uomo e i rischi connessi al volo. Dédalo, prigioniero di Minosse nel labirinto della vita, costruisce ali per trovare la via del cielo e della libertà, ma perderà il figlio che precipiterà nel mare.

     L’umanità dovrà attendere molti secoli per vedere realizzato il progetto dei fratelli Montgolfier, che riuscirono a far sollevare verso l’alto quel primitivo pallone di carta gonfio di aria calda che prese il nome di Mongolfiera. Correva l’anno 1783.  L’evento sembrò un miracolo. La forza gravitazionale era stata vinta. L’uomo navigava nel cielo. L’umanità stentava a credere alla inverosimile notizia.

   Cento anni dopo, Henri Blondeau, un belga costruttore di mongolfiere ad aria calda, continuava a scioccare il mondo con le sue 845 ascensioni realizzate ovunque venisse chiamato in Europa.  Si esibirà 14 volte a Parigi, davanti a Napoleone III, a Milano davanti a Vittorio Emanuele II e a Bruxelles davanti al re dei Belgi. Nel 1890 lo troviamo in Sicilia, a Ragusa, chiamato dal Comitato Organizzatore della Festa di S. Giovanni. I ragusani volevano offrire al Santo uno spettacolo memorabile. Ed era espressione tangibile di fede.

     L’ascensione avrebbe dovuto avvenire il 29 agosto, ma un forte vento di “provenza” per giorni fece rinviare il progetto, con grande disappunto del popolo minuto e degli organizzatori.    

     Finalmente, il 3 settembre il tempo si mise al bello. Sin dal mattino, il precone (banditore, vanniaturi) bandì la notizia in ogni angolo della città: il pallone gonfiato sarebbe salito al cielo a mezzogiorno in punto. Già la mattina presto la piazza aveva cominciato a riempirsi. A mezzogiorno era gremita di spettatori ansiosi di poter assistere all'evento: un uomo che saliva nel cielo. Notizia al di là del credibile. Balconi e tetti delle case vicine brulicavano di curiosi. Ma, quando tutto fu pronto e il fumo caldo già gonfiava il grande pallone di seta, ecco alzarsi a sorpresa, sornione, un vento inatteso, autunnale, arrabbiato. “Lo spettacolo deve essere rinviato”, sentenziò Blondeau, che parlava italiano. La notizia del rinvio fece il giro della piazza, rigonfiò come il vento. Si trasformò in rabbia. Una tempesta di commenti malevoli.. La delusione fu grande. Soprattutto per l'affronto e i commenti che avrebbero fatto i "Sangiorgiari" di Ibla. Tutti pensano che il belga vuole prendere in giro i siciliani. Cosa incredibile. Un uomo, forse l'albergatore Giorgio Migliorisi (alias Ciaçio Quarantiedu) uno del comitato organizzatore, si avvicina a Blondeau e gli sussurra qualcosa all’orecchio. L’aeronauta cambia idea. Abbraccia moglie e figlia che lo accompagnavano, entra nella navicella, si fa il segno della croce e stacca gli ormeggi. Il pallone ha un sussulto. Si innalza violento, afferrato da una corrente d’aria ascensionale. Subito dopo scompare inghiottito dalla nuvole.

     A tarda sera, alcuni contadini trovarono il cadavere dell'aeronauta lungo una scarpata del Pieso, dicono alcuni, del "Capru d'oru" dicono altri o sulle coste del Diavolo in fondo alla valle del fiume Irminio. Blondeau non  era riuscito a vincere le forze della natura, né quelle degli uomini che consideravano i festeggiamenti per il Santo (patrono) e il giudizio della folla più importanti della vita di un uomo.

     Oggi, a Ragusa, non sono molti coloro che conoscono la storia di Henri Blondeau, né il perché qualcuno ha dedicato una strada di quaranta metri a uno straniero. Ogni anno però non dimenticano di  ricordarlo i protagonisti di Hybla Buskers. Per loro, Blondeau è un mito.

                                                              Gino Carbonaro

gino.carbonaro.italy@gmail.com

Per maggiori informazioni su Henri Blondeau leggere:
IL VOLO FATALE il bellissimo libro di Giuseppe Cultrera,
Ed. Dettagli, Chiaramonte Gulfi, 2015


Sacralità dell'ulivo


L'olio che illuminava  
l'estremo viaggio

                                                      di Gino Carbonaro


     In tutti i popoli del mondo, l’ulivo è associato al concetto di sacralità, benessere, pace. Dopo il diluvio universale, racconta la Bibbia, Noè fece uscire dall’arca una colomba che ritornò con un ramoscello di ulivo. Voleva dire che il buon tempo era tornato sulla Terra.  
     In Grecia, recita il mito, era stata Pallade Atena a far conoscere all’uomo l’ulivo e il suo uso. Dono divino che i Greci apprezzarono al punto da chiamare Atene, la loro città più bella, e da impreziosire i dintorni con uliveti disposti a quinconce.
     Invero, l’olio di oliva va considerato una grande scoperta dell’umanità: adoperato come farmaco per curare ferite infette e lenire dolori; come cosmetico per frenare sul viso i guasti del tempo; dopo il bagno, per rinfrancare pelle e capelli; come combustibile per alimentare le lucerne.  
     Lucerne si trovano nelle tombe antiche, a indicare che con l’olio si illuminavano le notti dell’Averno, ed era legge che nelle lampade del tempio di Amon-Ra in Egitto potesse ardere solo purissimo olio di oliva. Ancora in Egitto, olio era usato nei riti religiosi per consacrare sacerdoti e fedeli; funzione poi accolta nel mondo cristiano, dove l’olio consacrato viene usato per ungere infermi e moribondi, ordinare sacerdoti, cresimare fanciulli.
     In ogni caso, olio per condire minestre, pane, verdure, come pure olive condite furono alimenti principe nelle tavole etrusche, greche e romane.  
     Dell’olio colpiva l’odore inebriante, il gusto, ma soprattutto il colore, fra oro e verde smeraldo, e l’oro è colore delle divinità. I siciliani chiamano l’olio di oliva “ôgghiu bbônu”, per dire che dal suo impiego discende ogni forma di bene. Ma, era atto propiziatorio l’uso che si faceva delle frasche di olivo per ardere il forno e cuocere il pane. Come l’olio, anche il legno di ulivo è combustibile eccellente, e il proverbio siciliano ne conferma la bontà: “Ulìva! morta e viva!” per dire che il legno di ulivo dà fuoco senza problemi.
    E ancora. I Romani usavano rametti di ulivo intrecciati per incoronare stimati cittadini; gli ambasciatori si munivano di rami di olivo per segnalare la loro pacifica funzione. Non è un caso che Gesù abbia celebrato la sua ultima cena con gli apostoli nella pace dello spirito offerta dagli ulivi, nell’orto di Getsemani (frantoio, in aramaico) sito ai piedi del “Monte degli Ulivi”.    
     Sacralità dell’ulivo che santificava anche il momento della raccolta, quando famiglie riunite coglievano quella occasione per ritrovarsi insieme e fare comunione, tutti uniti nel silenzio bucolico e georgico della campagna autunnale, per raccogliere il compenso del loro lavoro, il dono di questo frutto meraviglioso.
     Rapporto mistico fra l’uomo e l’ulivo? Qualcuno sostiene che l’uomo è come le olive, difatti, anche l’uomo, al torchio dà il meglio di se stesso! 
                                                   Gino Carbonaro

2011/04/19

Galateo

Nel Medioevo a tavola non si parlava di affari


Oggi nessuno parla di Galateo. Ciò vuol dire che siamo tutti educati. Ma, tutte le società hanno conosciuto da tempo norme di “bon ton” alle quali adeguare il comportamento. Alcune norme resistono nel tempo, altre cambiano, ma tutte interessano la sfera etica ed estetica dei comportamenti umani. Scavalcare una fila, litigare in pubblico, fare uso di parole sconce o bestemmiare, sbadigliare o scoreggiare in pubblico vengono considerati sgradevoli evenienze.
     Alla radice del Galateo c’è il concetto di grazia, di decoro, di rispetto di coloro con cui si convive. Obiettivo non secondario è quello di vivere con gli altri in un mondo di rispetto, di finezza formale e di armonia.
      Dal medioevo, è giunto sino a noi un piccolo galateo conviviale che elenca norme dello stare a tavola. Ecco cosa scrive l’Anonimo scrittore: “Quando state a tavola, il viso sia predisposto al sorriso (vultus hilares habeatis); sedete con la schiena eretta (membra recte sedeatis); se vi serve il sale, prendetelo, ma con la punta del coltello (sal cultello capiatis); evitate di chiedere cosa c’è da mangiare (quid edendum sit ne peteatis); non mangiate ciò che gli altri hanno lasciato (non depositum capiatis); non cedete ad altri quello che non mangiate (nullis partem tribuatis); non depositate nel piatto morsi masticati (morsus non rejecitatis); cercate di non parlare di affari (inter pocula silent negozia), di non provocare diatribe, battibecchi, litigi o parlar male di chi non è presente (rixas, murmur fugiatis). Infine, bevete a piccoli sorsi, ma con moderazione (modicum sed crebro bibeatis).
     In altra parte, l’Anonimo educatore suggerisce che mangiando non bisogna fare rumore con la bocca, e ricorda che i vestiti non servono per asciugare il grasso delle mani (all’epoca si mangiava con le mani); e consiglia con discrezione di non ruttare, né scoreggiare, silente o roboante a tavola; di non alzarsi per fare assestare nello stomaco il cibo trangugiato; e, soprattutto, di non fare fagotto con la veste usata a mo’ di cesta per portare a casa le rimanenze lasciate sul tavolo. 
     Oggi, quelle regole fanno parte della cultura dei popoli, e le norme dello stare a tavola sono sostanzialmente ridotte a tre: non alzarsi, né lasciare il tavolo per tutta la durata del pranzo; non fumare, non parlare ad alta voce. Resta sottinteso che a pranzi, cene e appuntamenti formali è va rispettata la puntualità.          
     Ma le buone maniere non si fermano a tavola. I Giapponesi di oggi considerano “impolite” mangiare e bere per strada, toccarsi il naso o soffiarlo davanti ad altri; puntare il dito verso una persona, pulirsi o masticare le unghie davanti ad altri. Ugualmente è considerato sconveniente seguire con lo sguardo una persona che non si conosce, visitare persone conosciute senza essere stati invitati.
    Lord Brummel era solito dire che “la forma non è tutto, ma chi non ce l’ha manca di qualcosa”.

                                                        Gino Carbonaro

Franco Antonio Belgiorno


Il cuore legato a Modica 

Ora, anche lui è 
"Guardiano di Nuvole"



Ciccio Belgiorno a sedici anni
Autoscatto da Rolleiflex 
di Gino Carbonaro


     È morto a Catania lo scrittore e giornalista Franco Antonio Belgiorno. Aveva sessantanove anni.  Franco Antonio Belgiorno, Ciccio per tutti, era nato a Siracusa, ma vissuto sempre a Modica, città che ha ispirato la sua produzione di scrittore.

    Nel 1969, l’incontro con l’attuale moglie, Brigitte, lo fa trasferire in Germania. Qui vivrà per un trentennio, sperimenterà vari lavori, fra cui quello di interprete, sino a quando approda alla televisione tedesca ZDF come giornalista televisivo.
  
    Viveva nel cuore d’Europa, parlava tedesco, francese, spagnolo, aveva consuetudine di amicizia con uomini eccezionali, quali l’ing. Dieter Portzel, presidente della Control Data Computer, ma lui, Franco Antonio Belgiorno, si riteneva in esilio nella bellissima Wiesbaden. Il suo pensiero era sempre rivolto alla Sicilia, al suo clima, alla sua città, con la quale aveva un rapporto di odio-amore, e al suo Corso Umberto, questa sorta di greca agorà che registra conversazioni e maldicenze  dei suoi habitué: “Tutta la mia vita – dichiarava in una intervista – si riduceva a un desiderio atroce di ritorno; ma appena messo piede in Sicilia desideravo di nuovo fuggire”.

 A Modica, Franco Antonio Belgiorno tornava periodicamente per vivere le sue giornate con chi incontrandolo lo salutava, e gli offriva un caffè. Per i modicani, Franco Antonio Belgiorno era una istituzione: poeta, scrittore, gran parlatore dall’eloquio ammaliante, dalla figura imponente, da uomo di teatro.    
     
     Da un decennio viveva nella villetta di famiglia posta alla fine di cento gradini, sulla collina che fronteggia la cattedrale barocca di San Giorgio. Con gli amici, che lo incontravano presso la libreria “La Talpa” di Francesco Trombadore, Belgiorno parlava di Fernando Pessoa, suo scrittore preferito, dell’Ulisse di Joyce, che possedeva in una ambita collezione in quasi tutte le lingue del mondo; e ricordava il padre, Franco Libero, come lui scrittore e giornalista, autore di un libro sulle chiese di Modica; e parlava spesso del fratello Duccio, prematuramente scomparso, già direttore del locale museo etnografico, disegnatore, musicista e proprietario di una collezione di strumenti etnici, oggi patrimonio prezioso della città di Chiaramonte Gulfi.
   
  Franco Antonio Belgiorno, attivo collaboratore de “Il Gionale di Scicli”, lascia al suo attivo opere letterarie interessanti. Ricordiamo “Il giardino e l’assenza” , “Il Giornale di Scicli” (1996), opera splendida, che rivela la grande sensibilità creativa dello scrittore. “L’arca sicula” libro di racconti pubblicato sempre da “Il Giornale di Scicli” (1997) e in seguito da Sellerio; e ancora “Ore rubate” (1992) edito da Meeting. Ma, fra tutti  va ricordato il libretto “Guardiani di nuvole”, La Grafica (1999), che contiene pagine di sublime elegia in memoria degli emarginati, dei deprivati di tutto, quando erano in vita, e della vita ora che sono morti. Una sorta di “Spoon River” di personaggi modicani. E infine “L’accalappiatempo” (2001)   

     Ora, la scommessa è fare il punto sulla sua produzione letteraria e capire come si posizione l’opera di Belgiorno accanto a scrittori iblei come Bufalino e Raffaele Poidomani.

                                         

                                                                     Gino Carbonaro
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Afrodisiaci nella storia dell'uomo


Mandragora 
carne di passero



     In tutti i tempi, in tutte le società, è considerata penosa la perdita di sessualità del maschio. Ma, già nei tempi antichi, quando non erano stati scoperti i vigorosi effetti del Viagra, si faceva ricorso agli afrodisiaci. Aristotele suggeriva agli afflitti di mangiare la carne degli sfrenati passeri, capaci di “coīre” settantasette volte in un’ora (!!). Ovidio, nell’Ars amatoria, suggerisce a maschi adulti di non far mancare a tavola uova di pesci, granchi di fiume e gamberi di mare, da consumare tre ore prima dell’incontro amatorio; alla bisogna erano considerati autentici toccasana testicoli di gallo, pappagallo, agnello e toro, da assumere preferibilmente a digiuno. La Scuola medica Salernitana considerava il fico “frutto che spinge a Venere”. L’analogia è chiara. Se fica era il sesso femminile, mangiare il frutto del fico avrebbe agevolato il raggiungimento dell’obiettivo. Nel medioevo, gli alchimisti fecero la fortuna del “Satyrium hircinium”, fungo falloide che diceva nel nome quanto prometteva. Chi lo assumeva diventava un irco-satiro affetto da satiriasi insoddisfatta. Nel Settecento libertino, alla corte di Versailles, si fece largo uso di polvere di cantaride, prezioso ingrediente in una “cuisine d’amour” nella quale non doveva mancare il vino, perché “sine Bacco frigescit Venus”. Di quel tempo sopravvivono ancora ricette usate da favorite di sovrani e príncipi di casa reale: famosi i “Filetti di sogliole alla Pompadour”, “La suprème di sogliola alla d’Estrée”,  le “Uova affogate alla Du Barry”, ma quest’ultima ricetta risaliva a “Cleopatràs lussurïosa”, colei che incatenò a sé uomini del taglio di Giulio Cesare e Antonio. 
     Da che mondo è mondo, però, l’afrodisiaco per eccellenza è costituito dalla mandragora (pampina di aona) la cui fama deriva dalla singolare forma delle sue radici che (incredibile, ma vero) assumono sembianze di corpo umano, a volte di donna, a volte di uomo. Dell’uso della mandragora e dei suoi effetti si parla in una gustosa commedia del Machiavelli, ma altresì nella Bibbia, nella storia di Giacobbe e della sue mogli. Rachele la prima moglie, che non ha figli, e Lia che è una giovane schiava. Ecco cosa recita il libro sacro: “Ruben trova delle mandragore e le porta alla madre Lia. Rachele si rivolge a Lia e le dice: “Dammi un po’ delle mandragore di tuo figlio”. Ma Lia rispose: “È forse poco che tu mi abbia portato via mio marito? Perché vuoi portare via anche le mandragore di mio figlio?” La sera, quando Giacobbe arrivò dalla campagna, Lia gli andò incontro e disse all’uomo: “Da me devi venire, perché io ho pagato il diritto di averti con le mandragore di mio figlio”. Così Giacobbe si coricò con lei quella notte” (Genesi, 30, 14). 



                                                                  Átropa Mandràgora
                                                                  (Radice bipartita umanoide)
                                                                Può essere maschio o femmina
                                                           Notare il sesso femminile della radice

     È questo un documento (biblico!) nel quale si prova che l’uso degli afrodisiaci è antico quanto il mondo e che il potere della mandragora era conosciuto migliaia di anni prima di Cristo. Adesso non resta che provare per credere. Le mandragore si possono acquistare in erboristeria!

                                                           Gino Carbonaro

2011/04/18

Canti d'amore e sdegno



Nella Sicilia di tanti anni fa



     L’amore uomo-donna è magico: sogno, comunione fra anime diverse, sessualità come unione di sfere complementari, delicatezza dei sentimenti. Nell’amore, tutto è indicibile, tutto è meraviglioso.    

     Un canto siciliano registra lo stato d’animo di un giovane uomo, che la prima sera di matrimonio scopre il seno della sua innamorata. L’evento è così descritto: “Quannu la misi ntra d’amatu lettu/ e ci scuprivi ddi minnuzzi d’oro/ si spaccau l’arma, si rumpìu stu pettu / quannu ci ntisi diri: “Matri, moru!” (Quando l’adagiai in quell’amato letto / e le scoprii quel seno delizioso/ mi si ruppe l’anima, mi si spezzò il petto/ quando lei sussurrò: “Madre, mi sento morire!)

     Ma, come ben sa il Proverbio “bon têmpu e malu têmpu, nun dura tuttu u têmpu”, e dopo i momenti belli, nella coppia subentra spesso la routine: l’erba del vicino può sembrare più bella e spesso per questo, le giovani coppie litigano e possono decidere di separarsi, per volare ad altri lidi. Le conseguenze sono dolorose, ma, in questi casi, è ancora la poesia che fissa i sentimenti di rabbia e lo sconforto. 

     L’amante tradito si vendica cantando di notte sotto la finestra della ex-amante versi che non sono più di amore, ma di indignazione, di rabbia.

      Se a tradire il patto d’amore è la donna, l’amante potrebbe inveire contro di lei cantando questa “canzuna”: “Quannu nascisti tu brutta lanazza / fiçi sett’anni di mala timpesta /  fusti ntrusciata (involtata) nta n-pêzzu ’i usazza (bisaccia) / nta na lanazza di pêcura vecchia / Cu na vota ca vinni a tŏ casazza / mi inchìi di puliçi e munnizza (mi riempii di pulci e spazzatura) / e quannu m’ammuntuvi la tŏ razza (la tua stirpe)  / lu scuncêrtu m’acchiana e u pilu arrizza (mi viene da vomitare e il pelo tutto mi si solleva). Ma, l’amante avrebbe potuto rincarare la dose: “Si’ comu na canazza quann’è gnesta (in calore), spinci la cura e cu’ ci arriva tasta” (assaggia). Oppure: “Si’ comu na jimenta ntra li serri, cu junci ti cravacca, punci e curri” (Giumenta in aperta campagna! chi arriva salta in groppa, spinge e corre). E ancora: “Víppiru tutti ni la tŏ funtana, li stissi pôrci n-ni vósiru chiu-i (Tutti hanno bevuto alla tua fontana: anche i porci si sono ingozzati).  Sullo stesso tenore sono i “Canti di sdegno” composti da una donna e riferiti al maschio: Curnutu, chi tŏ patri havìa li corna, e di tŏ nanna li corna tinìa./ Quannu nascisti tu chiuvêru corna / e n-launàru   di corna scurrìa. /La tŏ naca e lu lêttu fôru corna,  ntra corna e corna nutricaru a tia: vantari ti ni pô, chianca di corna, nun c’è curnutu parìgghiu di tia 

(Cornuto! figlio di padre cornuto!/ e (discendente) di tua nonna che teneva le corna/ Quando nascesti tu, ci fu diluvio di corna/ e torrenti di corna scorrevano ovunque/ la tua culla e il letto furono fatte di corna/ e tu fosti nutrito in mezzo a corna. Di questo ti puoi vantare! Nessun cornuto può batterti in una gara di corna).

     A quei tempi, le corna toccavano un nervo scoperto del maschio, e certamente la donna faceva centro senza mirare. Ora, per fortuna, i tempi sono cambiati. Di corna non ne esistono più. Il termine è caduto in disuso, e l’amore…
 
                                                        Gino Carbonaro

    

Tristezza del Fado


Marinai nelle mani del Destino

                                                di Gino Carbonaro


     Il Fado può essere utile per capire l’uomo. In portoghese, “Fado” è il Fato, il Destino, sconosciuta entità che domina il mondo, protagonista massimo delle cose che accadono sulla Terra. Il Caso, anche, che è la “Tyche” dei greci, il “Karma” del buddismo.

    Fato è colui che ci prende per mano e ci conduce dove vuole lui. Con una mano ci prende, ma con l’altra ci lascia liberi per farci illudere che noi siamo liberi di fare le nostre scelte. 

     In realtà, nessuno può dire cosa ci riserva il Destino, né quale sarà il nostro domani. Qualche volta cerchiamo di liberarci per sgusciare al Destino, lottare per decidere il cammino della “nostra” vita, ma in questi casi, Lui, il Fato, si infastidisce, e ci afferra con più forza e ci porta anche dove noi non vorremmo andare. Ducunt volentem fata, nolentem trahunt (il Fato accompagna chi ubbidisce, ma trascina con forza chi recalcitra)  dicevano i latini.

     Il Fado portoghese ha a che fare col Mare e col Destino, due energie potenti e misteriose. Ed è canto antico che registra dolore e tristezza di quei marinai che mettevano a rischio la vita nelle acque infide degli oceani. Ed erano gli stessi uomini che per la gloria della patria e dei regnanti di turno, salparono per i primissimi viaggi di circumnavigazione dell’Africa e, subito dopo la scoperta dell’America, per conquistare parti del Nuovo Continente.  
  
   Salpavano i galeoni della flotta portoghese fra benedizioni di preti e suoni di fanfare, ma il cuore di quegli equipaggi era velato di tristezza, e si leggeva nel volto dei familiari, immobili sul molo, uniti in gruppi di silenzio, a dare l’ultimo addio a coloro che avrebbero dovuto scrivere la storia del Portogallo. Salpavano le navi, e scomparivano all’orizzonte inghiottite dall’infinito. La meta era sconosciuta, la rotta non segnata da nessuna mappa, e nessuno poteva dire quando e se quegli uomini scelti dalla “necessità” e dalla “sorte” sarebbero ritornati là da dove erano partiti.
     Per il viaggio di circumnavigazione del mondo di Magellano partirono cinque galeoni fra benedizioni e rullii di tamburi, suoni di trombe e canti di  inni nazionali, ma dopo anni, solo una nave ritornò in patria con un pugno di uomini persi. Le altre quattro navi, una alla volta, erano state ingoiate dagli oceani.
    
     Destino, senso dell’esistere e della lontananza, dolore e sofferenza per le cose che muoiono,  mistero della vita, non esclusa l’ombra della morte, tutto è racchiuso nello struggente canto del Fado che, proprio per questo, è musica universale, in quanto, con quella filosofia che sconosce la logica, parla al cuore di tutti noi. In quel canto, pregno di nostalgia e di dolore, l’Universo sembra governato da una legge che recita: “Nessuno deve capire come è fatto il mondo, né da chi è stato fatto, né perché è stato fatto”. Così, l’uomo, prigioniero della solitudine, abbandonato a se stesso, fa sentire la sua pena in un canto che è pianto “lu cantu è chiantu”, direbbero i siciliani. È così che il Fado portoghese rivela, a chi sa ascoltare, lo stato d’animo dell’uomo gestito dalla forza del Destino.

                                                                            Gino Carbonaro