Un pellegrino alla ricerca di Dio
Ho letto il saggio "La scienza sacra". Lo scritto è commovente. Mi conferma quello che avevo già intuito nelle tue conferenze. Sei un Fisico, ma la ricerca della Natura (anche della natura umana) ti serve per scoprire Dio. Ripensiamo insieme al grande Galileo.
C'è in te una profonda componente mistica. Il saggio è una pagina di diario intimo. Il destinatario dello scritto forse non sono io, né il lettore. L'interlocutore è Dio. Ed è con Lui che vorresti parlare. E' lui che cerchi. E (quasi) tutte le strade ti sembrano buone. Tutte. Tranne la logica lineare che sei costretto ad usare nel tuo lavoro di fisico. C'è Dio, dunque, nella tua ricerca che sa di pellegrinaggio, e c'è quel Giovane Trentaquattrenne (capisci a chi mi riferisco) motivato quanto te alla giustizia che non vedeva realizzata in questo mondo.
E consulti il pensiero mistico, scientifico e a-scientifico del mondo intero antico e contemporaneo e dai ascolto a tutti (pensatori e ricercatori) considerandoli tutti come parte (-cipi) di una religione cosmica, parte di un pensiero universale.
E ti rammarichi anche del fatto che esistano così tante religioni, diverse, per sottolineare che Dio è uno.
Così, quando scrivi nel tuo studio, vesti, senza accorgertene, il saio del mistico di una religione cosmica, per cercare quello che hai in te, e che tu vorresti razionalizzare utilizzando il tuo "pensiero laterale", seguendo percorsi inusitati, strade di ricerca mai seguite.
La tua ricerca è stata anche la mia, ma per me il percorso è stato diverso. Io ho scoperto la dimensione dell'Universo e la presenza di Dio in un papavero, fotografato e proiettato in uno schermo. Lì, il "Satori". L'illuminazione. Poi l'Indefinibile Zen.
Da allora, non ho avuto bisogno di niente e di nessuno . Non chiedo niente a Dio. Neppure la immortalità. Il continuare a vivere dopo la morte. La mia esperienza di vita mi ha riempito. E prego, quando si spegnerà la luce di questo mio ultimo filetto di luna, di poter ringraziare anche in chiusura Colui che non ho potuto conoscere come avrei desiderato.
Se poi dovessimo continuare a vivere dopo la morte, allora ci incontreremo, chissà, e forse potremo discutere ancora. E questo ritengo possibile. Perché chi ha creato questo Universo, può tutto e il contrario di tutto. A risentirci, Alex. E, auguri per la tua ricerca, che non è finita!
Gino Carbonaro
2012/02/17
2012/02/15
Comandamenti del Siciliano
Li Santissimi Cumanni
del Popolo Siciliano
1. Ama‿a `Điu e `futt’ô prossimu
2. Nun fari `beni, ca malu ti `ni veni
3. Cu ha `đuluri de carni d'autri
’i sŏ si manćiunu ’i cani
4. Cu’ cauria ’u şcursuni nt’ô pêttu
’u primu muzzŭcuni è ’u sô
5. Nun fari `beni ê pôrci
ca ti lu rênnĭnu a funciati
6. Cu duna ’u culu all’auŧŗi
nun ši pò assittari
7. Joca cu to pa', ma prima
arrimìnicci ’i carti
8. Şparti tu, ca cu şparti
havi a mêġğhiu parti
9. `Đifênni ’u tô, o tôrtu o ’rittu
10. Ôçċhiu vivu e a manu ô cutêđdu
11. Cu futti futti, `Điu pirduna a `tutti
12. Cu havi dinari e amiçizia
si teni ’nŧŗa lu culu la `giustizia
13. ’U cumannari è `mêġğhiu dô fúttiri
14. A `cu ti leva ’u pani lévicci ’a vita
da “La Donna nei Proverbi Siciliani”
di Gino Carbonaro,
di Gino Carbonaro,
Thomson Press Ltd, Oxford , 2003
2012/02/14
Onorevoli Stipendi Diritto Democrazia
Diritto e Costituzione
Stipendi & Democrazia
E’ legale (o morale?) che
Deputati al Parlamento nazionale
e alla Regione Sicilia
possano quantificare
per se stessi stipendi e privilegi?
Tempo addietro avevo avuto l’idea di far circolare opinioni e impressioni con il sistema ET (e.mail/tam-tam) considerando che televisioni e giornali ci raccontano quello che vogliono, controllati da chi detiene (democraticamente) il potere.
Ma, è chiaro che chi ha già posseduto tre televisioni (in Italia!) e ne ha controllate altre due (almeno), poteva far cantare all’unisono le lodi dei Signori e Padroni di questa Telenovela Italiana.
Qualcuno gridava al “regime” e affermava che la democrazia era andata a “quel” paese, sostituita dal dirigismo politico.
Altri hanno confrontato l’Italia all’America Latina e hanno notato che noi Italiani abbiamo la libertà di pensiero e tanto ci basta. D’altro canto, come saggiamente declamava la buonanima di Mussolini: “La libertà non esiste! Esistono le libertà!” (Discorso al Parlamento 1923)
Il concetto di Democrazia
Il principio, che è interfaccia della Giustizia, è stato scoperto dai Greci già cinque secoli a. C.
L’etimo indica che democrazia si ha quando il potere (kratìa) della cosa pubblica è pa-ri-ta-ria-men-te nelle mani di tutti i cittadini del “démos” (δήμος = collettività).
Per i Greci la democrazia si realizzava nel rispetto di tre principi fondamentali:
1. la Isotimìa (ísos = uguale + timìa = stima, valore) per la quale tutti i cittadini avevano lo stesso valore senza distinzione di casta, nascita, cultura, ricchezza; e pertanto riconosceva a tutti libertà di opinione.
Dalla isotimia discendeva la
2. Isogorìa, [1]che è l’uguale diritto a prendere la parola nei luoghi dove si dibattevano problemi di tutti; diritto a far conoscere la propria opinione, il proprio punto di vista. Dalla isotimia discendeva ancora la
3. Isonomìa (ísos = uguale + nómos = legge) uguaglianza di tutti i cittadini (eletti ed elettori) di fronte alla legge.
Nell’attuale regime politico, i principi che svuotano la democrazia di significato sono il primo, il secondo e il terzo. Ma, parliamo della isogorìa, dal momento che è stata è stata chiamata in causa nel citato e.mail.
Diritto di parola e clessìdra
Socrate, accusato di corruzione, si difese davanti a tutti tenendo conto della clessidra: tanto tempo era concesso a lui per esporre le sue ragioni, altrettanto al suo avversario-accusatore. Non pare sia stato privilegiato dai giudici, dal momento che veniva rispettata la isotimia e la isonomia.
Anche Pericle, che pure fu artefice della Grecia classica, colpevole di essere diventato “troppo potente e accentratore” fu condannato (solo per questo) all’ostracismo,[2] ma solo dopo un pubblico dibattito, che prevedeva per l’appunto l’uso della clessidra.
La Grecia classica coniugava democrazia e giustizia. Né pare che Socrate e Pericle avessero il monopolio di televisioni e di mass-media.
Da ciò discende che, Democrazia e giustizia, nella accezione classica del termine, ci saranno in Italia quando ogni cittadino avrà a sua disposizione n.5 (léggasi cinque) televisioni pro capite e qualche decina di testate giornalistiche nazionali per far sentire agli altri con altrettanto spazio e altrettanta forza le sue ragioni.[3]
Come si manifesta una timocrazia ce lo insegna la Televisione: atteggiamento paternalistico, sorridente, con pacche alle spalle, "sicumera" soprattutto, calma (che è la virtù dei porti!), zucchero e miele ai bordi del bicchiere per fare deglutire l’amaro delle medicine o l’eventuale olio di ricino: insomma, prepotenza ed arroganza confezionata con eleganza. Lo stile innanzitutto!
Panem et circenses
I Romani, grandi maestri del diritto, da cui discende la eletta famiglia degli itali(di)oti, sapevano che alla plebaglia non bisognava far mancare “panem et circenses”: elargizioni di frumento gratuito (per evitare gli assalti ai forni) e spettacoli, tanti spettacoli, al Colosseo e ovunque.
Oggi, quella lezione non è andata perduta. Questi governi non faranno mancare il pane quotidiano a nessuno: ma, soprattutto, non ci faranno mancare il nostro spettacolo (televisivo) quotidiano e serotino a reti unificate, perché tutti si possa credere che esiste l’onestà, che i ladri vengono perseguiti (nei film), che la giustizia esiste ed è uguale per tutti, anche per gli Onorevoli (!) Deputati, e che il nostro è – come scriveva il filosofo Leibniz – il migliore dei mondi possibili. Tutte le notti, le famiglie italiane dormiranno serene sognando romantiche telenovelas.
Aumenti degli stipendi
Ma è giusto che sia così. I Romani dicevano: "Assem habeas, assem valeas!" Possiedi una lira? Vali una lira!!
I due Parlamenti italiani
Se ogni causa provoca un effetto, l’aumento degli stipendi parlamentari riesce a creare in Italia due Parlamenti anziché uno.
Il primo è il Parla-mento, dove si parla al vento, con sede a Roma; l’altro è il Par-lamento, nel quale si riconosce a tutti pari diritto al lamento, e del quale fanno parte tutti i cittadini che vogliono lamentare qualcosa. Il Par-lamento ha sede ovunque ci sia un gruppo superiore a due persone che sente il bisogno di lamentarsi. Con due Par-lamenti la democrazia è garantita!
Possiamo cominciare subito con la prima lamentela? Gridare allo scandalo per questa classe politica che non sembra avere scrupoli e coscienza di niente. Classe politica che essendo stata votata democraticamente da tutti noi, riflette la società che l’ha eletta. Noi votiamo i deputati che ci fanno comodo.
Classe politica composta da aristocratici, da coloro che sono migliori (άριστοι = migliore), che hanno qualcosa in “più” degli altri: difatti sono più eleganti, più belli, più profumati, più mascherati, più organizzati, più senza scrupoli, e dunque con più diritto degli altri a governare, proprio come vuole legge di Madre-Natura. Nella giungla ha diritto di sopravvivere il più forte. Nell'oceano, pesce mangia pesce. Fra gli umani, il puù forte ha di più e fagocita il più piccolo. La Giustizia dei tribunali serve.. a misurare l'ingiustizia!
Referendum. Perché?
Con questa classe politica non valgono i referendum che qualcuno intende proporre:
1°. perché i cittadini amareggiati andrebbero al mare o in montagna piuttosto che andare a votare (tutti ricordiamo i suggerimenti di Craxi);
2°. perché il risultato dei referendum (abrogativi) semmai facessero registrare una cosiddetta vittoria, potrebbero essere rispettati nella forma, ma facilmente disattesi nella sostanza (vedi la sorte del referendum sul finanziamento dei partiti);
3°. non si vede perché la Corte Costituzionale dovrebbe cassare oggi o domani i privilegi dei parlamentari, se non l’ha fatto ieri. Non è forse palese la incostituzionalità di decreti e leggi che sanciscono i privilegi denunziati nelle email?
L’aumento degli stipendi parlamentari è un falso problema: lo scandalo, a monte, è costituito dai Parlamentari che decidono essi stessi e per se stessi le loro remunerazioni. Ed è prova che in Italia vige il diritto della forza, non la forza del diritto, né la morale.
Costituzione
Lo Statuto, poi detto Costituzione, era un contratto sociale che i sudditi di allora volevano far accettare ai sovrani per adottare il principio che tutti (sovrani compresi) dovevano sottostare alle stesse leggi e le leggi non potevano discriminare la popolazione.
E, sempre la Costituzione sanciva la divisione dei tre poteri: legislativo, esecutivo e giudiziario sulla base di quanto dettato nel Settecento da Montesquieu nella sua opera intitolata Ésprit de lois (Lo spirito delle leggi).
Quanto sopra per sottolineare il principio che, chi fa le leggi non deve controllare la loro applicazione, e chi giudica non può essere nominato da chi detiene il potere legislativo. Le tre sfere devono essere indipendenti ed autonome. Quanto sopra per evitare che le leggi potessero favorire una sola classe sociale a scapito di altri cittadini. La Costituzione[4] detta questi principi e le leggi votate non possono disattendere la Costituzione.
I privilegiati
In Italia, invece, si adotta il privilegio del “tu non sai chi sono io!” E anche sul significato del termine privilegio ci illumina l’etimo. Privilegio deriva da privus-legis, e privilegiati erano nel Medioevo coloro che erano esonerati dal sottostare alle leggi.
Privilegi erano accordati agli eroi e ai condottieri che avevano acquisito un merito nei confronti della collettività: aver vinto una battaglia, per esempio.
Ma, è chiaro che ogni forma di privilegio cozza con la Costituzione, e se il privilegio è decretato per legge, la legge è incostituzionale. E il nostro pensiero corre ai privilegi che concordano e si accordano i nostri Onorevoli Deputati per meriti che essi stessi ritengono di avere acquisito nei confronti dei contribuenti e nell’esercizio della loro funzione.
Uno dei meriti? Forse il riferimento va al debito pubblico vertiginoso di duemilioniquattrocentomila miliardi, dovuto a spese votate senza copertura e tutte avallate dai nostri Presidenti della repubblica, Pertini compreso.
Questo, perché re, imperatori, dittatori, e ora anche i deputati si sono sempre ritenuti al di sopra delle Leggi, che essi stessi promulgano.
L’immunità parlamentare è, ripetiamo forma di privilegio, più importante dell’aumento di stipendio.
Un referendum per testare la volontà degli elettori è proposto da idealisti i quali credono che il potere reale è ancora nel popolo che vota i referendum, mentre il potere è stato da sempre di chi detiene il potere. E non è una tautologia. Il popolo coltiva le lattughe, altri mangiano l’insalata!
Ma, d’altro canto cosa sarebbe il potere se non se ne approfittasse?
Sarebbe bello scoprire a quale sindacato sono iscritti questi deputati e come fanno ad avere stipendi di tale entità senza usare l’arma dello sciopero. E sarebbe altresì salutare conoscere come si comportano gli altri Stati per decidere stipendi ed aumenti di stipendio dei loro deputati.
In Svizzera, per esempio, è palese che per aumentare gli stipendi dei deputati è necessario consultare con un referendum i cittadini che lì, beati loro, sono i veri detentori del potere, e chi paga le tasse si considera ancora il vero datore di lavoro dei deputati parlamentari.
Oscar Luigi Scalfaro, emerito Presidente della Repubblica, esortava gli Italiani (sostantivo maiuscolo) a stringere la cinghia perché l’Italia doveva entrare in Europa e gli Italiani dovevamo contribuire al risanamento del debito “pubblico”; e lo diceva proprio Lui che incassava secco e netto un miliardo (e più) all'anno di stipendio.
Questa è la strada, anzi l'autostrada senza guard-rail, nella quale procediamo. La classe politica che dovrebbe risolvere i problemi dei cittadini è diventata il vero problema degli Italiani. Ai cittadini non resta altro che parlarne: per loro esiste il Par-lamento, e non è poco.
Gino Carbonaro
Stipendi e Privilegi
di Deputati Parlamentari
Sull'Espresso di qualche settimana fa è riportato che i Parlamentari hanno votato un ritocco di Euro 2.200.000 (in più) al loro stipendio che passa a Euro 37.086.079 circa. La mozione (votata all'unanimità e "senza astenuti") è stata camuffata in modo da non risultare nei verbali ufficiali.
Ma, se questi sono gli aumenti, cerchiamo di capire come vanno gli stipendi e gli annessi privilegi per i nostri rappresentanti al Parlamento. Queste alcune informazioni utili:
Stipendio lordo ……………Euro 37.086.079 al mese
Stipendio netto ……………Euro 19.325.396 al mese
Portaborse ………………Euro 7.804.232 al mese
(generalmente parente o familiare)
Rimborso spese affitto sino a Euro 5.621.690 al mese
Telefoni (cellulare compreso) fino Euro 6.000.000 annue
Tessere cinema e teatri … m gratis
Tessere autobus e metropolitana ……. gratis
Francobolli ………………………………… rimborso spese
Pedaggi autostrade ……………………………… gratis
Piscine e palestre …………………………… rimborso spese
Ferrovie e aerei di Stato .………………….. gratis
Cliniche ………………………………………………. gratis
Assicurazioni sulla vita …………………… gratis
Assicurazioni sulla vita …………………… gratis
Autoblu con autista ………………………... gratis
Spese Ristoranti e public relations ..… rimborso spese
Nel 1999 deputati e senatori hanno “mangiato” e brindato alla salute dei contribuenti per miliardi 2.850.000 di lire.
Rimborso spese elettorali (pro capite)…£ 200.000.000
In violazione alla legge sul finanziamento ai partiti, e solo per chi è stato eletto.
Contributo per chi fonda un giornale sino a £ 50.000.000
Scorta per personaggi insigni. E ancora,
Pensione “a vita” dopo 35 mesi di presenza (o assenza) in Parlamento, mentre i concittadini ricevono la pensione “solo” se portano a termine 35 anni di contribuzioni.
Trattamento di fine rapporto, miliardaria, se il servizio supera le tre legislature.
In cambio per quanto sopra, la classe politica ha causato al paese un danno economico di Euro 2.446.000.
(leggasi: duemilioniquattrocentoquaranta-seimila miliardi!) che gravano sulle s-palle del contribuente italiano.
Da tener presente che
Ogni Decreto-Legge e decisione parlamentare per quanto sopra sono sempre ratificati dal Presidente della Repubblica, quale notaio garante di quanto avviene in Parlamento.
La “sola” Camera dei Deputati
costa al Contribuente
Euro 4. 289. (miliardi!) al minuto
Euro 257. 398. all’ora
Euro 257. 398. all’ora
Euro 6. 177. 553. al giorno
Eurio 2. 254. 806. 845 all’anno
Spese correnti
il cui conto è approssimato per difetto
Far circolare se ritenete...
!
[1] Agorà è la piazza dove si riunivano i Greci.
[2] Ostracismo: era forma di consultazione popolare. Il popolo incideva la sua decisione su un óstracon, cioè su un coccio di conchiglia.
[3] I Latini dicevano:"Dictum unius, dictum nullius": chi parla usando la sua propria voce è come se non avesse parlato.
[4] La Costituzione, Statuto o legge fondamentale dello Stato sancisce i principi fondamentali cui deve sottostare il Parlamento nella emanazione delle leggi. In tutte le Costituzioni il principio fondamentale sancisce l’uguaglianza di cittadini. Nessuna legge può essere discriminante. Il Governo e Parlamento non possono proporre e votare una legge che non tiene conto di questo principio. Aumenti di stipendio per una categoria e non per un’altra possono essere incostituzionali. Lo stesso dicasi per la legge che prevede il rimborso spese elettorali solo per il Parlamentare che è stato eletto.
2012/02/06
Salvatore Fratantonio, pittore
Salvatore Fratantonio
Testimonianza inedita
di un periodo romano
Un incontro fortuito
Ho conosciuto Salvatore Frantantonio a Roma, nei primi degli anni Sessanta. Eravamo poco più che ventenni: lui pittore, io studente universitario.
L’occasione del nostro incontro era stata casuale. Durante le vacanze di Natale, poco prima di partire per Roma, la madre di Salvatore mi chiese di portare un pacchetto al figlio che si trovava nella capitale. Era consuetudine a quei tempi mandare un “presente” ai parenti, quando si veniva a sapere che un conoscente si metteva in viaggio.
Tornato a Roma, gli telefonai. Salvatore non era in casa, ma la signora che rispose al telefono mi disse che sarebbe rientrato in serata. Colsi l’occasione, e mi recai in Via delle Fontanelle, al numero che mi fu detto. Fui ricevuto proprio da Salvatore, che non conoscevo ancora. Mi accolse in una sala da pranzo piccolissima, compressa da mobili antichi e scuri. Gli consegnai il pacchetto che lui non aprì. Fuori era già buio e sul tavolo quadrato pendeva una lampada di pochi watt che metteva angoscia. Io ero imbarazzato. Ritengo lo fosse anche Salvatore. Fortunatamente, la conversazione scivolò sulla pittura, anche perché sul tavolo c’erano dei fogli di carta da disegno schizzati. Parlammo del più e del meno. Fra le altre cose mi disse che era a Roma perché riteneva che l’ambiente romano avrebbe potuto offrirgli gli stimoli necessari per la sua crescita culturale e artistica. Mi confessò ancora che era senza lavoro, e la padrona di casa voleva sfrattarlo.
Dalla confessione capii che questo giovane era terribilmente solo con i suoi problemi, e che non poteva far conto sui suoi genitori, sicuramente non ricchi, e comunque non in grado di aiutarlo economicamente. Infine mi colpì non poco, che questo ragazzo non metteva assolutamente in conto di ritornare a Modica.
Tenacia, caparbietà, incoscienza? Forse, consapevolezza delle sue forze, e capacità di fare progetti a lunghissimo termine, fidando solo su se stesso. Questo, in un giovane poco più che ventenne.
Con una punta di amarezza, quasi senso di colpa, capii di essere fortunato; dietro di me, sentivo la presenza dei miei genitori con la loro forza economica. Prima di quella sera, non avevo mai pensato che potessero esistere personalità così determinate come quella di Salvatore Fratantonio. Mi convinsi che questo giovane apparteneva ad un’altra categoria di persone: improtette ma libere, e principalmente forti, perché capaci di cavalcare avversità e incertezze della vita, e soprattutto, capaci di realizzare se stessi fidando solo su se stessi, senza fare affidamento su altri.
Nei suoi confronti, mi sentii come un uccello in gabbia, che qualcuno riforniva amorevolmente di acqua e mangime in abbondanza, con l’unico compito di cantare; e mi resi convinto che se i miei genitori non avessero messo cibo nel mio recinto dorato, non sarei stato capace di sopravvivere.
Questo è il “la” di quel mio primo incontro con Salvatore Frantantonio. Il resto sarà solo conferma di quanto avevo intuito.
Da quella discussione uscii pensieroso, e soprattutto arricchito. Certamente non potevo immaginare che negli anni a venire quel giovane provinciale, solitario e parco di parole, avrebbe potuto costruirsi una carriera di pittore e, con essa, un nome.
Intanto, la serata si era messa male: ventosa, fredda, con raffiche di pioggia a intermittenza. Erano i primi di un gennaio, che preannunziava uno degli inverni più rigidi di quegli anni.
In via della Frezza
Qualche settimana dopo, a sorpresa, Salvatore venne a trovarmi in Via della Frezza n. 62. Mi disse che non aveva dove andare. La padrona di casa, che lui soprannominerà “l’Arpìa”, perché lo tormentava con pressanti richieste del dovuto, lo aveva chiuso fuori di casa e non voleva dargli le valigie.
Non mi chiese prestito di denaro, solo di poter essere alloggiato nella casa, che io avevo appena preso in affitto, sempre in via della Frezza, al n. 65, ma non avevo cominciato ancora ad abitare.
Si trattava di un vecchio appartamento, certamente medievale, di una decina di stanze, disabitato da decenni: muri rotti e finestre mancanti, sporco da non dirsi, privo di corrente elettrica. Ma per noi, quella dimensione da bohèmienne, era sinonimo di libertà, e ci stava benissimo. Salvatore la soprannominò subito “la casa degli spiriti”, una pennellata che coglieva l’anima del tutto. E non aveva torto, se si pensa che in seguito passammo più di una settimana muovendoci di sera alla tenue luce di una candela, che spesso si spegneva a causa degli spifferi.
Le freddi correnti d’aria e le porte che sbattevano, là dove c’erano, facevano da cornice a quell’inverno terribile. Prendemmo il coraggio a due mani e decidemmo di trasferirci subito in quella spettrale e indimenticabile topaia. Acquistammo scope e sacchi di plastica per dare una ripulita a un paio di stanze, io scelsi la prima, Salvatore scelse quella che si trovava alla fine di un lunghissimo e buio corridoio, e come ci fu detto in seguito poggiava sopra lo studio romano dello scultore Canova; ma, la sera calò presto e ci adagiammo su due reti senza materasso per passare quella notte lunga e fredda. La mattina dopo eravamo entrambi anchilosati, infreddoliti e frastornati. Dall’unico rubinetto che c’era in cucina, usciva un filo di acqua gelata.
Il giorno dopo, telefonai a un mio compagno di università. Gli chiesi se conosceva qualcuno che potesse dare un lavoro al mio amico acquisito. La risposta non si fece attendere. Con gioia e sorpresa ci fu detto che una ditta di Frascati cercava un pittore-imbianchino. Ci fu dato l’indirizzo. Salvatore accettò il lavoro serenamente, confortato dal fatto che, se non altro, avrebbe continuato a usare pennelli e colori.
Da allora la nostra vita trascorse quasi di routine. Lui partiva al mattino presto, mentre io dormivo, e tornava nel pomeriggio inoltrato, quasi sempre al buio. Io restavo sui libri tutto il giorno, e l’aspettavo con ansia, perché al suo ritorno era obiettivo concordato da entrambi visitare le gallerie d’arte del centro per tenerci informati sulle novità.
Via della Frezza era nel cuore della Roma antica, fra via di Ripetta e via del Corso; fra Piazza Augusto imperatore e via Canova; a due passi da piazza di Spagna, da Piazza del Popolo, via del Babbuino, via Margutta, dalla Barcaccia, da Trinità dei Monti; tutte strade e luoghi pieni di vita, di storia e di arte, dove era possibile aggiornarsi su quello che offriva il mercato della pittura.
Percorrendo le strade fra una galleria e un’altra, le nostre conversazioni vertevano su quanto avevamo visto quella sera. Poi lentamente, nei nostri discorsi entrarono di diritto concetti di estetica: cosa è l’arte? Cosa bisognava intendere per contenuto e cosa era la forma? Se l’arte era solo forma? Se c’era un rapporto fra pittura e musica? Se di necessità la pittura doveva imitare la natura, oppure no? Qual era la differenza fra arte rinascimentale e arte orientale? E così via.
Forse, allora, non ne avevamo coscienza, ma la nostra era una scuola peripatetica in senso vero. Conversazioni creative, dove poco o nulla era attinto dai libri, e alle quali Salvatore partecipava con una attenzione incredibile e con osservazioni acutissime. Non perdeva nulla, registrava tutto e richiamava gli argomenti per approfondirli, anche dopo settimane.
Lentamente, il nostro piccolo sodalizio di visitatori accaniti di mostre e musei si allargò, e all’appuntamento serale si aggiunsero altri giovani pittori come Marco Kamm, oggi architetto e pittore romano, Lino Tardìa, Beppe Guzzi, Salvatore Provino e, in seguito, anche il prof. Rodolfo Cristina, che aveva chiesto di abitare con noi in via della Frezza.
Pittori del dopoguerra
Cristina era un maestro nella accezione classica del termine. Conoscitore della storia dell’arte, materia che insegnava a scuola; restauratore di quadri antichi; pittore forte, che aveva un solo limite: quello di dipingere cedendo non di rado a modelli allotri: dal francese Cézanne a Carrà, da Ardengo Soffici a Rosai, De Pisis, Sironi. Per il resto realizzava opere interessanti, che dimostravano anche la sua capacità creativa.
Alla nostra crescita culturale, servirono i suoi contributi, i suoi apprezzamenti, le sue sottili analisi critiche ed estetiche, soprattutto quando spiegava dal suo punto di vista le opere che ci trovavamo davanti. Particolare attenzione veniva rivolta a De Chirico, che all’epoca abitava un attico prospiciente la scalinata di trinità dei Monti ed esponeva alla “Barcaccia”, dai fratelli Russo; ma c’erano ancora le opere di Alberto Trevisan, Eliano Fantuzzi, Tomea, Omiccioli, Monachesi, Mafai, Morandi, Rosai; e lo stesso Guttuso, Ennio Calabria e Piero Guccione che esponevano alla “Nuova Pesa”.
Situazione originale - questo scambio di impressioni e di contributi culturali - che ci diede la insperata possibilità di vivere proprio sul campo una esperienza di arte, di critica e di pittura di altissimo rilievo. Personalmente devo molto a quegli incontri, a quelle discussioni, spesso accanite, se in seguito alcuni di noi presero le distanze da chi si dichiarava nemico di tutti gli astrattismi. Ma, è chiaro che quelle conversazioni servirono non solo a me, ma anche a Salvatore Fratantonio, se solo si guarda il percorso pittorico dallo stesso raggiunto in seguito, e se si pensa che, al di là di questi incontri, Salvatore, fortemente caricato, restava tutto il tempo chiuso nella sua stanza a dipingere sino a notte fonda, rubando ore preziose al sonno.
Il ristorante “Da Peppino”, in via dei Greci
Ma, nella mia memoria restano altri episodi di quegli anni. Le cene conviviali “Da Peppino” in via dei Greci, dove ci si ritrovava ancora insieme tutte le sere poco prima di mezzanotte. Lì, in quello storico ritrovo letteralmente tappezzato di quadri, era possibile incontrare tutti i giovani artisti che facevano capo a via Margutta. Lì, Salvatore era il pittore prediletto dal proprietario e dalla signora Maria. Erano sempre loro che chiudevano un occhio quando il giovane pittore non poteva pagare la cena, e furono loro i primi acquirenti dei suoi quadri, per non dire che Peppino lasciava spesso, sbadatamente, il pacchetto di sigarette sul tavolo, accanto al piatto di spaghetti di Salvatore.
Ora, il ristorante “Da Peppino” in via dei Greci, non c’è più. Peppino e la sua felliniana signora se ne sono andati; ma, non c’è più neanche il palazzo di via della Frezza 65, così come è scritto nella nostra memoria. I proprietari lo hanno completamente restaurato e ristrutturato, cambiandone la destinazione d’uso.
Simbolismo metafisico
A questo periodo risale la prima mostra di Salvatore al quarto piano di via del Babbuino, nella Galleria di una nobile signora siciliana amante dell’arte e dei bei giovani. Quella sera arrivammo puntuali e solidali tutti gli amici. Presente anche il professor Renato Civello, modicano. Ma a quella prima vennero anche Eliano Fantuzzi, altro sponsor di Salvatore, e il vecchio Omiccioli, che a quei piani alti arrivò col sopraffiato.
Presente a quella “Prima” fu pure il critico Franco Mieli, che aveva presentato il catalogo e che alla inaugurazione fissò dei concetti fondamentali dell’arte di Salvatore; la definì pittura che prendendo le mosse dal realismo romano risolve il tutto in una sorta di “simbolismo metafisico”. Delle sue opere – così disse - lo colpivano le atmosfere surreali, all’interno delle quali si libravano figure e soggetti densi di significato. Lo colpivano ancora il silenzio, il senso dell’infinito e la solitudine ontologica dei suoi paesaggi, sempre calati in una atmosfera di sogno. L’arte – disse ancora Franco Mieli - rimanda certamente a significati che il pittore suggerisce e che il fruitore deve percepire. Senza queste premesse, non c’è creazione, e ogni forma artistica è vuota. A quelle parole il pensiero di qualcuno tornò alle opere di Trevisan, il surrealista per eccellenza di questo periodo romano, mentre qualcun altro rivide la lezione di De Chirico. Oggi, a distanza di tanti anni, tornando alle opere di Fratantonio ritengo che il famoso critico romano avesse colto nel segno. Forse avrebbe dovuto aggiungere il concetto di forza che tiene in tensione l’arte di Salvatore. Il carrubo che resiste alle intemperie di una terra ingrata ne è il simbolo.
Ma, quella sera, la sorpresa fu un’altra: la presenza di Peppino e della signora Maria, vestiti da cerimonia e felici di essere presenti. Non venivano da lontano. Via dei Greci era a poco più di cento metri. Ma la loro presenza sostituiva magnificamente quella dei nostri genitori. Ed era commovente.
Poi, qualcuno andò fuori e tornò con qualche bottiglia di spumante. Brindammo felici, all’arte, alla nostra giovinezza, alla fortuna, all’amicizia, al nostro futuro.
Quella vita romana durò qualche anno. Poi, dopo la laurea, io tornai a Modica, Salvatore dopo altre mostre, si trasferì a Milano. Da allora non ci siamo più incontrati se non nel ricordo di una esperienza comune e di una stima profonda e reciproca.
Gino Carbonaro
Ragusa, luglio 2005
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