2015/06/17

San Francesco d'Assisi BIOGRAFIA

       

SAN FRANCESCO D'ASSISI

(1182-1226)


                                
                                                              Amore per gli animali

 
S.Francesco d'Assisi è una delle personalità più belle della storia italiana ed è l'unico santo che, per rigore di vita e di comportamento, viene accostato a Gesù.
Incidentalmente, entra di diritto a far parte anche della Storia della letteratura italiana, solo per avere composto una laude, il Cantico delle Creature o Cantico di frate Sole, una preghiera composta nel 1224, due anni prima della morte, un inno elevato a Dio e alla bellezza del creato.
Il Cantico delle Creature  è  oggi considerato una delle più belle composizioni poetiche della nostra letteratura, e per questo, il 1224, data della sua composizione, segna la data di nascita della letteratura italiana.

                                                     
                                                           Giotto: Francesco d'Assisi
Biografia
S.Francesco nacque ad Assisi fra il 1181 e il 1182 (non si conosce la data di nascita precisa). Il padre, Pietro di Bernardone, era un ricco mercante di panni che intratteneva stretti rapporti commerciali con la Francia; ed era in Provenza* che aveva conosciuto e sposato la moglie Pica. Il nome stesso del figlio, Franzesco*, gli era stato dato dal padre, in segno benaugurale, quasi a voler ricordare il suo fortunato rapporto con la terra francese.

La gioventù

                               
                                                      Amore per gli animali

Ricco per il danaro che il padre non gli lesinava; religioso quel tanto che gli era stato trasmesso da una madre molto pia, Francesco fu educato nell'uso delle armi e coltivò di sicuro sogni di vita militare se si trovò coinvolto nella guerra scoppiata fra Perugia e Assisi. Imprigionato nel 1202, all'età di vent'anni, fu liberato dopo un anno di carcere perché malato; ma, una volta guarito, torna a combattere in Puglia, là dove continua a conoscere la violenza, la sofferenza, la crudeltà, il dolore, e, in una parola, l'aspetto squallido della vita. E' forse in seguito a queste esperienze che Francesco si chiede il senso della vita, il significato del suo esistere. Comincia da qui la lenta rivoluzione spirituale di Francesco e la scoperta del messaggio evangelico. Nel 1205,  incontrando un lebbroso* scende da cavallo, gli dona il mantello e con esso un bacio di pace.
Da questo momento, si moltiplicano le sue azioni di carità verso infermi, lebbrosi, mendicanti e deboli. Comportamenti strani per i tempi e per il padre, che non riesce a capire il comportamento del figlio, e furente lo fa convocare nel 1206 davanti al vescovo di Assisi per intimorirlo e interdirlo*. Ma è qui che Francesco prende la sua storica decisione: davanti al pubblico presente si spoglia dei vestiti che aveva, che restituisce al genitore, e indossa il ruvido sacco di canapa usato dagli zappatori, serrato alla cintola da uno spezzone di corda.

La rivoluzione religiosa

Parte da qui la rivoluzione culturale e religiosa di Francesco d'Assisi, la sua decisione di vivere rovesciando tutti gli anti-valori correnti.
L'intuizione centrale è quella di vivere come alter Christus, distaccandosi dal mondo con la più radicale separazione possibile, assumendo come valori la povertà, la remissività e l'umiltà, modelli di comportamento che la cultura di tutti i tempi hanno disprezzato.
Venivano così applicati i primi comandi del Vangelo, primo fra tutti quello che dice: "Chi non odia il padre e la madre, la moglie e i figli, i fratelli e le sorelle e anche la sua stessa vita, non può essere mio discepolo" (Luca, 14/26); e l'altro ancora che ordina: "Va', vendi tutto quello che hai e dallo ai poveri e avrai un tesoro nel cielo.  Poi, vieni e seguimi" (Luca, 18/22).
Spogliato di ogni bene materiale, rifiutando ricchezza e potere, proprio mentre l'Europa è straziata dalla violenza e dall'anarchia, Francesco si sente libero e rinnovato, sereno con se stesso e in grado di pervenire ad uno stato di  perfetta letizia. Lo scopo è quello di praticare "con le opere" e non di predicare "con le parole", che la serenità dello spirito non è nella ricchezza materiale, ma in quella dell'animo. Così:
- nel 1206 si fa sguattero in un monastero, 
- subito dopo si prodiga nell'assistenza dei malati in un lebbrosario;
- nello stesso anno indossa un abito di eremita e si trasferisce nell'eremo di San Damiano, dove da solo comincia a riparare la chiesetta, mendicando le pietre per la città.

Anacoretismo* e ascesi*

Isolamento eremitico, immersione nella natura intatta di una Umbria coperta di boschi, fra silenzi propizi alla preghiera, lo mettono a contatto con il Dio Creatore di tutte le cose, e gli fanno scoprire di tutte le creature il diritto alla vita. Ed era dimensione trascurata dal cristianesimo tradizionale.
Nel 1208, attratti dalla forza carismatica* della sua persona, cinque compagni  chiedono di essere accolti alla Porziuncola e di poter condividere la sua vita. Nasce da qui il primo nucleo dei Frati Minori poverelli di Cristo. Ma, ben presto, a questi primi cinque seguaci se ne aggiungono altri, uomini della più varia estrazione sociale, dotti, incolti, personaggi di rango e anime semplici, il cui obiettivo è quello di vivere una sorta di imitazione di Cristo, praticando la mitezza, scongiurando i conflitti, predicando l'amore allargato a tutte le creature, e insieme ricusando ricchezza e potere.

Il riconoscimento dell’ordine religioso dei 
"Frati Minori poverelli di Cristo 
da parte del Papa
Nel 1209, Francesco decide di sottoporre la nuova forma di vita all'approvazione della Chiesa. Scrive una breve regola e si presenta al papa Innocenzo III, il quale la autorizzerà, ma solo qualche anno dopo.
Nel 1211, lo raggiunge alla Porziuncola, Chiara degli Offreducci, una giovane donna appena diciottenne, coraggiosamente fuggita di casa, che intende imitare la vita di Francesco e intende far parte dei Fraticelli di Dio. Sarà lei a fondare l'ordine delle Clarisse, versione femminile dell'ordine francescano. Azione che segna un punto a favore del femminismo medievale.
Nel 1219, Francesco decide di partire per la Terrasanta dove è in atto la sanguinosa guerra fra crociati e musulmani. Lo scopo è quello di proporsi come modello di pace e non di guerra e predicare il messaggio di amore di Gesù Cristo. Nella intenzione di S.Francesco c’è però un altro ambizioso obiettivo: quello di convertire al Cristianesimo il Saladino, sultano dei Turchi, che lo accoglie con umanità e raffinato senso della ospitalità colpito dall’ingenuo candore di questo fedele seguace di Cristo. Al Sultano dei Turchi, Francesco predica la buona novella, ma non riuscendo a convertirlo pensa di desistere e chiede ed ottiene di essere ricondotto al campo dei Cristiani, da dove riparte per fare ritorno alla Porziùncola.

Al ritorno in Italia, però, Francesco dovrà dolorosamente constatare che in sua assenza erano scoppiati litigi e disordini tra i monaci che avevano il controllo della gestione economica dei conventi.
Nel 1223, Francesco redige insieme ad altri due frati, la nuova Regola* da sottoporre al papa Onorio III per l'approvazione definitiva.
Nella notte di Natale dello stesso anno, Francesco fa il primo Presepe della storia.
Nel 1224, due anni prima della morte,  compone in dialetto umbro il Cantico delle Creature o Cantico di frate Sole, una laude* religiosa, splendida opera di poesia, che è  considerata la prima composizione in lingua volgare della letteratura italiana. Sempre nello stesso anno riceve le stimmate*.
Muore nel 1226 in odore di santità. Viene seppellito, per sua specifica volontà, nudo a contatto con la nuda terra. Quella terra che la cultura medievale considerava regno di Satana, ma che S.Francesco considerava creatura di Dio.

Considerazioni a margine
Francesco d'Assisi è passato alla storia come il santo che ha predicato e praticato la semplicità, la mitezza, la pace e l'amore, e soprattutto l’umiltà, quasi a voler provare che per vivere felici e raggiungere lo stato di perfetta letizia, bisogna essere stranieri di questo mondo e delle sue leggi, ribaltando con ciò la logica dell’epoca che è poi la regola di questo mondo in tutti i tempi della storia.
   
Di fatto, il messaggio francescano rappresenta un movimento di rottura nei confronti della cultura medievale che, se era caratterizzata da grandi tensioni religiose, di fatto era fondata sulla violenza, sulla arroganza dei forti e sulla sopraffazione dei deboli.
  La novità più appariscente del messaggio francescano sta nell'avere avvicinato l'uomo a Dio, colmando la distanza che separava quest'ultimo dal Creatore di tutte le cose, proponendo il rispetto della Natura e degli animali considerati creature dell’Altissimo (vedi la storia del Lupo di Gubbio nei Fioretti di San Francesco).
  Con la sua opera, il Santo di Assisi ha voluto dimostrare che Dio è amore, 
che la strada che porta a Dio è l'amore 
e tutti possono ritrovare Dio con l'amore.
 Solo così è possibile provare che in questo mondo , Dio non ha lasciato sole le sue creature.

Il cantico delle creature
Il nucleo centrale del messaggio francescano è contenuto nella sua laude più bella, il Cantico delle Creature. Si tratta in verità di una preghiera elevata all’Altissimo onnipotente bon Signore, cui vanno le nostre preghiere e le lodi per averci dato frate foco per il quale illumina la notte; frate sole e le stelle, clarìte et pretiose et belle; tutte creature di Dio, compresa nostra sora morte corporale alla quale nullo homo vivente po’ scampare.
Quella di S.Francesco è la prima grande rivoluzione culturale e religiosa all’interno della storia del Cristianesimo, con proposta di vita che pochissimi, sono riusciti ad imitare. Difatti, nessuno riesce ad essere tutto povero e tutto libero, perché, si sa, che solo il folle è un libero, ma il libero è parimenti un folle; e, giustamente, qualcuno ha parlato di sacra follia per indicare l’inimitabile modello di vita di questi fraticelli di Cristo, di questi allegri giullari di Dio, che come passeri vivevano alla giornata mendicando con gioia il loro pane quotidiano.

Gli ultimi anni della vita di S. Francesco

Non va dimenticato, però, che negli ultimi anni della sua vita Francesco fu esautorato* dai suoi stessi compagni. Lui che non veniva a compromessi con il mondo vide frate Elia, il coordinatore economo, accumulare beni immensi di lasciti e donazioni, che consentirono all'ordine francescano di poter contare ben 1500 conventi costruiti in tutta Europa appena cinquant'anni dopo la morte del fondatore.

La canonizzazione

Canonizzato solo 15 mesi dopo il trapasso, la figura di S.Francesco alimentò una enorme letteratura agiografica*. Giotto ne dipinse la storia affrescando la basilica del Santo ad Assisi. Dante Alighieri lo collocò nel Paradiso, nella candida rosa dell'Empìreo*, accanto a S. Benedetto e S. Agostino.
Le storie del santo povero furono ancora narrate negli anonimi* Fioretti di S. Francesco, un’opera intrisa di candore e di bellezza unica.
I Fioretti di S. Francesco stanno a S. Francesco come Il Vangelo  sta a Gesù Cristo.
Forse, alla figura di S. Francesco, personaggio unico nella storia della umanità, non è stato dato il rilievo che merita malgrado sia stato elevato a patrono d’Italia. Qualcosa cambierà, forse, con il nuovo Papa Francesco che ha avuto il coraggio di prendere il nome del Santo dimenticato.  

Gino Carbonaro

2015/05/09

Cantatrice Calva di Eugène Ionesco regìa di Vittorio Rubino

Regìa di Vittorio Rubino

La Cantatrice Calva 
di Eugène Ionesco
8 maggio 2015, ore 21:00 
Teatro Italia Scicli


di Gino Carbonaro




  

   
Vittorio carissimo, nella vita si lavora per noi (e, forse, soprattutto per gli altri). E sono certo che Vi piacerebbe avere informazioni di ritorno sul lavoro che avete appena messo in scena.


In apertura ti faccio i miei sentiti e sinceri complimenti per la mise en scène de “La cantatrice calva” di Eugène Ionesco. Mi è piaciuto tutto. Scenografia (musica e luci) per cominciare: essenziale, fine quanto basta, equilibrata, funzionale. Un quadro di pittura. Bello il decoro del sedile che si accordava con il knitting della prima protagonista. E ancora, quell’orologio posto al centro della scena a segnare un tempo inutile. Affascinante ancora il suono da “Big Ben”.  


Poi l’inizio, classico, ben sviluppato, ben recitato, con sei attori di uguale forza e capacità che non entravano in dirittura di collisione fra loro, mentre tutto lascia intuire che la scena si svolge nei dintorni di Londra. Dunque l’atmosfera deve come atto dovuto essere inglese.


Per chiudere questa breve impressione devo dire che il livello della commedia è altissimo. Avresti potuto portarlo a Milano, a Parigi, ovunque nel mondo.


Osservazioni


Per affrontare questa commedia, è necessario però capire il messaggio che essa trasmette. La Cantatrice Calva è un perno su cui ruota la storia del teatro. Niente commedia dell’arte con attori che vestono ruoli, niente “Così è, se vi pare” di pirandelliana memoria (forse), soprattutto è tema che mette in crisi ricerca teatrale e filosofia ufficiale. Qui, lo spettatore è messo in crisi nell'ascoltare parole eleganti e conosciute che però non dicono niente. Un vuoto torricelliano delle menti e degli animi. Apparenza che ricopre un vuoto. Una vita che sembra un vuoto a perdere. 
Realtà che svanisce e si consegna a un sorta di sogno, onirico, dove tutto si vive ritenendo che tutto sia vero e importante, mentre si tratta di pure banalità . In realtà, ognuno degli attori parla per sé del nulla, mentre il vero protagonista è il linguaggio e il non-essere delle cose che il linguaggio riporta.


Se questo è il "contenuto" di questo mondo surreale, gli attori non possono caratterizzarsi nei ruoli. Il capitano dei vigili del fuoco è un simbolo, un uomo che cerca il fuoco là dove non si può trovare, la cameriera esiste, ma come status-simbol anch'esso per una famiglia che ritiene di ricoprire un ruolo nella scala sociale.


Sotto questo profilo, la commedia diventa importante per il suo contenuto “filosofico”. Difatti, vengono elencati i non-valori della vita, le parole soprattutto (e gli aggettivi) e anche gli incontri con amici, e il nulla quotidiano che si dissolve sotto l'attacco della logica che vorrebbe capire.


Se le cose stanno come abbiamo appena affermato, è chiaro che il protagonista della prima coppia (ancora in vestaglia)  non può (e non deve) arrabbiarsi, come ha fatto per il ritardo della seconda coppia. Lui “può”  far notare il ritardo di quattro ore degli ospiti, ma con stile, in buona forma, secondo gli inviolabili principi della “polite-conversation” britannica. Ne discende che la cameriera (bravissima) avrebbe dovuto rientrare nel ruolo troppo definito (da commedia dell'arte, quasi), diciamo che avrebbe dovuto raffreddarsi, e un pochino avrebbe dovuto rallentare la velocità anche il vigile del fuoco. A questa commedia non servono bravure ed esibizionismi di attori, ma solo maschere parlanti, ma che parlino bene… di niente, come di fatto è stato.


Queste le mie considerazioni in merito, mentre non riesco a commentare le scene sessuali al buio. Non ricordo cosa scrive Ionesco in quella parte della sua Commedia.


Un abbraccio, mio caro Vittorio. Siete stati "tutti" bravissimi. E come regista, uno dei migliori. Divertitevi e tanti auguri,


Gino Carbonaro
     

   

2015/04/21

Titì Scucces, un gentleman Ibleo Farmer-allevatore

SCUCCES

Una azienda, una realizzazione, un incanto



                                       Ai (Armonia)

                                                     di Gino Carbonaro


Caro Titì,

Hai invitato me e Claire a visitare la tua azienda. Ma, tutto avremmo potuto immaginare, tranne che entrando in questa realtà di sogno avremmo trovato un pezzo di Sicilia che pensavamo non potesse più esistere. 

Una campagna immensa, che si estende a vista d’occhio, recintata per chissà quanti chilometri. Una natura incontaminata, con vegetazioni arboree e prati ricchi di erbe e fiori della macchia mediterranea. Panorama mozzafiato dal quale si intravvede il mare in lontananza. Un silenzio da incanto. Un profumo di natura, da favola. E animali vaganti, sereni, salutivi, i tuoi bovini, di una bellezza 
e di una dolcezza incredibile.

I nostri occhi non si saziavano di guardare. Ora, era il cielo incredibilmente azzurro e sereno, di una bella mattina di primavera. Ora il flebile movimento dell’aria che faceva muovere le foglie degli alberi, ora la frescura dell’acqua ove si abbeverano gli animali. Tutto incredibilmente sereno. L’atmosfera? Da Arcadia antica.   

Ed è in questo contesto che tu allevi le tue mandrie di bovini. Bovini da carne che qualcuno avrebbe potuto chiudere, imprigionare in un recinto, mettere all’ingrasso artificialmente, ma che tu invece fai vivere liberi: liberi gli animali, incontaminata la campagna, per realizzare una sorta di circuito che parte da Madre Terra che dona la vita, passa all’animale che si nutre e restituisce poi ancora il suo ritorno alla terra, in una sorta di ciclo perpetuo naturale.

Fu allora che richiamai alla mia mente il concetto di “Armonia”. E’ fu illuminazione alla quale sono pervenuto proprio in questa occasione, ammirando estasiato questa azienda agricola, questo gioiello di intelligenza e di attenzione, che è forse la cosa che più ti sta a cuore e contribuisce a dar senso alla tua vita. Perché proprio tu, amico mio, hai realizzato quello che per tanti altri è un sogno e per te è invece l’espressione della tua filosofia della vita, del tuo rapportarti con il mondo, con gli altri secondo tuoi inderogabili, nobili e convinti principi che io chiamo valori.

E posi, ricordo bene, questa tua realizzazione sullo stesso piano dell’altra tua creatura che è il Teatro Donnafugata di Ibla. Teatro, l’uno, dove si ascolta musica e bel canto, ma dove tutto è gestito e realizzato secondo una grazie e una logica che sono figlie della Armonia, e subito dopo (o prima?) Azienza Agricola dove tutto ha le connotazioni della musica, dove il concerto è offerto dalla natura e tu ne sei il Direttore.

Questo mi trovai a dire, perché  in entrambe le tue realizzazioni io ho rilevato un comune denominatore che è il principio dell’Armonia. E tu, l’uomo, che sei alla base di tutto. Qui, da queste realizzazioni io deduco la tua filosofia dell’esistere. La sua intelligenza. La tua sensibilità. Il tuo amore per la bellezza e per l’armonia e ancora per la società nella quale ci troviamo a vivere. 

Certo nel tuo operare c’è anche amore e rispetto per la vita degli animali, per la natura, per una economia scrupolosamente fondata sulla ecologia, sul rispetto e sulla onestà. Valori che oggi sembrano dimenticati. Obsoleti. Ma, che nel tuo modo di pensare vivono con-legati fra loro, tenuti insieme da un sottile e delicato rapporto che crea armonia.

Ancora di più mi fu tutto chiarito quando, osservando la serenità di quella campagna in fiore e delle sue creature, tu, Direttore del tutto, dicesti a me che ti ascoltavo, che la Natura è come un pianoforte che tu devi imparare a conoscere, prima, ad amare, e infine a suonare.

E l’uomo? L’agricoltore?  E’ un concertista che ausculta il linguaggio della natura, ne registra la salute, ne intuisce i bisogni,  e interviene con dolcezza cercando di far parte lui stesso del grande concerto della vita, dove tutto è fondato sul rispetto.

E dopo questa tua affermazione, ti ho percepito ancora di più uomo spiritualmente e culturalmente ricchissimo. Tu che hai fondato il tuo lavoro sul rispetto della natura, sul rispetto degli animali, e degli uomini, inserito come sei in un contesto agricolo-naturale incontaminato, così come richiede lei stessa (la campagna) e così come va conformandosi da sola, con erbe e prati e foraggi che l’uomo aveva (o avrebbe) distrutto seguendo la direttiva dello sfruttamento indiscriminato della natura mirato solo al guadagno.

Ed ora che tu hai liberato la tua campagna e le sue creature dall’incubo dell’uomo dominatore, che per costume tende a dominare, a schiavizzare, tu con la tua attenzione, il tuo amore, la tua filosofia, hai restituito  a quelle terre il sorriso dolce fra bucolico e georgico con il quale tu ti rapporti e dialoghi con la natura .

Che possa il tuo esempio essere seguito da altri. Se tutti si comportassero così come fai tu, il mondo sarebbe un altro. Sarebbe diverso. 
Grazie di tutto.Grazie per quello che ci hai insegnato

                              Claire & Gino


      

  





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2015/04/20

ARMONIA anima della Natura


ARMONIA
in
Arte Musica Natura Società




Armonia


di Gino Carbonaro





Ci si chiede spesso perché l’uomo ama l’arte, la poesia, la musica, il teatro. Ci si accorge poi che è nell’arte che gli umani intercettano il concetto di armonia. I Greci che avevano intuito la bellezza delle arti, le avevano considerate mezzo che metteva in contatto uomini e divinità, e per questo le avevano considerate figlie delle “Muse”, mentre “Armonia”, restava divinità suprema, che conteneva tutte le bellezze contenute nel “Kòsmos”.


Ma, è vero che ogni uomo va alla ricerca dell’armonia in ogni momento della sua vita. Da quando apparecchia il tavolo a pranzo, e dispone posate e bicchieri in un rapporto che tiene presente le leggi della simmetria e dell’equilibrio. Meglio ancora se può accostare al tutto un vasetto di fiori. Lo stesso principio è presente quando si vuole scegliere la cravatta adatta al vestito che si indossa.





Ma, sacerdotesse della dea Armonia sono soprattutto le donne che mirano a porre in equilibrio armonico il loro vestiario e l'acconciatura dei capelli, facendo altresì uso di “kosmetici” che sono, come dice l’etimo, prodotti di quella bellezza che è figlia del Kòsmos, cioè dell’Armonia.


Aspirare a vivere in armonia con se stessi, con gli altri, con la natura, è necessità dovuta al fatto che l'armonia si ritrova raramente nella vita di tutti i giorni. L'esistenza umana è spesso accompagnata dalla presenza di eventi che sono in dirittura di collisione fra loro creando disordine, dunque disarmonia. 

Arroganza, e poi ancora, violenza, invidie, ingiustizie, guerre che gli uomini combattono quotidianamente per difendersi, cautelarsi o primeggiare, provocano sofferenza, dolore, che alimentano amarezze e delusioni da cui possono germogliare rabbia e aggressività. Insomma, circoli viziosi di caos e disordine nel quale l'uomo disperde preziose energie.


Disarmonia, dunque, è una costante delle società nelle quali viviamo, dove il più delle volte ognuno di noi tende a vivere per se stesso nel tentativo di appropriarsi anche di quello che non è suo.


Ed è chiaro che dove c’è disarmonia non ci sono punti di riferimento, e ognuno si trova a brancolare solo per se stesso nell’angoscioso buio delle incertezze e della insicurezza, incapace di capire quali sono le coordinate di una vita che in definitiva è destinata a finire.


I Greci, per primi, e Platone in particolare, considerarono Armonia elemento fondamentale delle società, obiettivo nella formazione pedagogica dei giovani, e, danza e musica, pittura e poesia furono poste come oggetto di studio nella formazione dei giovani e dei filosofi, cioè degli uomini di quel tempo.   


Non sorprende, dunque, se nelle società buddiste, confuciane e shintoiste il simbolo che viene tuttora esposto in alcune abitazioni e in tutti gli uffici pubblici è proprio l’ideogramma dell’Armonia,




Ai 
(Armonia)


che è obiettivo e valore massimo, sacrale, al quale ogni uomo, ogni famiglia, ogni società deve mirare.


Ed è ancora in quel simbolo, che è contenuto il concetto di rispetto. Rispetto per tutto: per i diritti degli uomini, per quelli degli animali e della natura. Rispetto che implicitamente comprende il concetto di dovere, di quello che noi dobbiamo agli altri, e implicitamente contiene il concetto di sincerità e di onestà.


Onestà è termine che deriva dal latino “onus” che vuol dire peso. Perché chi è onesto è “onusto”, se porta sulle spalle il peso di un dovere, di una continua responsabilità morale nei confronti degli altri. Anche l’onestà come il dovere applicati alla vita di tutti i giorni sono figli dell’Armonia, valori inderogabili. Sublime obiettivo dei viventi.


Gino Carbonaro

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2015/04/15

Giovanni Cultrera: Eccellenze Iblee e altro ancora in Musica


Elogio al pianista e Direttore artistico 
del Teatro Donnafugata di Ragusa Ibla 

M° Giovanni Cultrera

 di Gino Carbonaro
















                                             M°  Giovanni Cultrera 
                                                      Pianista


Nanni carissimo,

Sono felice per te.
Il tuo intervento costante, delicato, sensibile nel campo della musica in questa Sicilia Sud-orientale è eccezionale, 
e cresce a vista d'occhio.

L'altro ieri sera, nello spettacolo delle Eccellenze Musicali Iblee (e non solo) abbiamo capito quanto sia socialmente importante il tuo ruolo.

I giovani che studiano musica devono avere una meta, un obiettivo, una finalità. Hanno bisogno di avere un confronto,
di avere dei destinatari, degli ascoltatori 
per poter verificare il livello dei propri studi.

Esibirsi per una Serata d'Eccezione 
al Teatro Donnafugata, e poi per  mesi vivere
nel ricordo di quelle ovazioni, di quei sinceri consensi 
di  un pubblico sempre più consapevole,
di nutrire i propri studi con quei riconoscimenti 
che sono il lievito della vita e dei loro studi.

Anche tu Giovanni hai bisogno di feedback,
hai bisogno di sapere che il pubblico ti stima
e che tu sei sulla strada giusta. 
D'altro canto è un tuo diritto. Te lo meriti.

Ma al consenso, non va disgiunta una responsabilità,
un obbligo: quello di gestire sempre con la dolcezza del tuo carattere il tuo amore per la musica, e con la tua intelligenza.

Il pubblico ti aspetta e si fida delle tue scelte.
Il successo del Teatro Donnafugata è certamente dovuto 
al fatto che a Ragusa Ibla c'è un Teatro,
ma senza una attività musicale, questo Teatro  
sarebbe una scatola vuota,
una forma senza contenuto
un cantante che non ha voce. 

Tu hai dato un'anima al tutto.
Hai dato un nuovo senso anche alla tua vita.
Nessuno ti può sostituire e tutti ti dobbiamo qualcosa 
e per questo ti sosteniamo.
Parlo al plurale perché so che altri
sottoscriverebbero quello che sto affermando.
Di certo molte di quelle occasioni ti sono venute incontro,
ma tu le hai saputo cogliere, valutare, valorizzare.
La richiesta di gestire il Teatro Donnafugata
è venuta dall'avvocato Titì Scucces, da un uomo
dall'intelligenza sottile, grande intenditore di musica, 
che nella gestione delle cose
usa anche l'olfatto insieme agli altri sensi
e aveva capito che tu eri l'uomo che lui cercava.

Ma, anche Ruben Micieli rappresenta per te 
una occasione che ti è venuta incontro.
Un musicista con questo talento (parlo di Ruben)
non nasce tutti i giorni. Ed è vero che 
sei stato tu a scoprirlo, seguirlo e valorizzarlo, 
incoraggiandolo facendogli acquisire 
l'identità del concertista puro.

E Ruben ricambia volendoti bene, 
è felice dell'affetto con cui lo guidi 
nella difficile strada del successo. 

Ora sei sulla "Nave Ammiraglia", 
procedi maestoso, ma mai impettito, 
sicuro di te, ma sempre attento a non sbagliare,
e noi tutti siamo felici per te, 
per quello che dai a tutti noi,
per quello che dai alla società siciliana.

La musica è la vera religione dell'uomo.
E tu sei uno dei suoi sacerdoti.
Questo appuntamento con le Eccellenze Iblee
(e non solo, va aggiunto)
del 12 aprile 2015 è stato un successo. 
Ha fatto capire che in tutte le cose della vita
la funzione crea l'organo. E da queste (funzioni) 
emergeranno nuove speranze e una società migliore e
culturalmente più alta. 

Devo dirti grazie per averci fatto conoscere il "Trio Rosado",
con Santi La Rosa, pianista delicatissimo e attento nel sostenere la sicurezza interpretativa del violinista Rosario Salvatore Licitra e il clarinetto dalla voce "unica, splendida" di Donata Malpasso. Stupendo questo trio per l'affiatamento del gruppo nella interpretazione di Milhaud e di un  potente Shostakovich.

Grazie per l'assolo del violoncellista Riccardo Casamichiela per la sua sicura ed equilibrata interpretazione di Bach, e ancora grazie per il ventaglio delle cantanti che si sono esibite, e tutte dotate di grande studio e e capacità interpretative (chissà che fra queste non ci sia una Callas).  E cito i soprani Emanuela Sgarlata, Miriam Carsana, Giulia Mazzara, Maria Grazia Caruso, Martina Coppola e il tenore Dario Pometti.

Ma è d'obbligo ricordare quello è stato presentato come l'enfant prodige della serata, il quindicenne pianista Nicolò Cafaro che si è cimentato con un delicato e non facile Chopin e un complesso Scrijabin.  
           
Dulcis in fundo, lasciami dire, va considerata
la maturità interpretativa della pianista 
accompagnatrice Arianna Aurnia,
musicista dalla sensibilità struggente.

Abbraccio e stima

Gino