2012/08/16

Orazio Spadaro, Pittore della Luce


Riscoperta del passato

Canonico Orazio Spadaro
pittore della luce

                                         di Gino Carbonaro

Ricordo del canonico Spadaro   

     A Modica, il canonico Orazio Spadaro abitava a poco più di cento metri da casa mia. In Corso Garibaldi n. 124; lui, proprio sotto la Chiesa di San Giorgio; sul vico Giallongo, dall’altra parte del Corso Umberto, abitavamo noi.
     Io, da piccolo, lo incontravo spesso. Appariva a sorpresa dalla via Fratantonio, alto, magrissimo, intabarrato nella sua tonaca nera sulla quale portava spesso una mantella, anch’essa nera, con in testa l’immancabile cappello da prete dalla larga falda. Scendeva lentamente, con difficoltà, i gradini di via Magg. L. Barone.
     Erano i primi degli anni Cinquanta e lui, il canonico Spadaro, aveva di già superato i settant’anni.
     All’inizio, io non sapevo chi era questo personaggio che attirava tanto la mia attenzione, ma un giorno, il nostro sacerdote si trovò a passare, mentre mio padre ed io eravamo fuori, sul marciapiede, davanti al nostro studio fotografico. Mio padre lo osservava in silenzio, poi, all’improvviso esclamò: “Quello è un grande pittore!”
     Fu così che conobbi il canonico Spadaro, con questa inattesa e lapidaria considerazione di mio padre, ma fu un giudizio che si scolpì nella mia mente, e che custodii per sempre nella mia vita.
     Mio padre, appassionato d’arte, era fotografo di professione, e mi portava spesso con sé quando si recava  in Chiesa per servizi matrimoniali, e accadeva non di rado di trovare dipinti del canonico Spadaro, là dove si andava. Mio padre non mancava mai di osservarli, e alla fine aveva sempre da dire bene di quelle pitture che guardavamo con molta attenzione e molto rispetto.


La Chiesa di Pozzo Cássero

      Un giorno, il caso volle che insieme si andasse nella Chiesa del Sacro Cuore di Pozzo Cassero. Lì, la sorpresa fu grande. La Chiesa, molto luminosa, mi sembrò una Galleria d’arte sacra: San Pietro, un po’ calvo con le chiavi in mano, S. Giovanni che battezza Gesù, e la colomba dello Spirito Santo in alto; San Francesco di Paola, sguardo ascetico rivolto verso il cielo con corona in mano, opera molto bella; il ritratto da una immagine nota di Santa Gemma; Sant’Ignazio di Loyola; Sant’Antonio di Padova; San Giorgio a cavallo mentre uccide il Dragone e, ancora, una bella Crocifissione.
     Era quella la Chiesa, nella quale il canonico Spadaro aveva trascorso buona parte della sua vita espletando il suo ruolo pastorale.
     Capii, in seguito, perché il nostro sacerdote-pittore avesse deciso di accettare, già nel 1924, l’invito della nobildonna Grazietta Castro, quello di reggere la piccola chiesa di campagna.
     La proposta, giuntagli quando era nel pieno della sua maturità di uomo e di pittore, gli sarà sembrata un dono del Signore. Lì, nella pace reale di quell’angolo di campagna, nel francescano silenzio, dove è possibile ancora oggi cogliere il respiro della natura, lui avrebbe potuto appagare la sua grande aspirazione: quella di vivere per gli altri realizzando la sua vera natura di sacerdote, di uomo riservato e schivo, e soprattutto quella di pittore.

La sua religione era la pittura

     Forse, la sua religione era la pittura, e comunque, mai pittura fu più ricca di soggetti religiosi. Nei fatti, e certo con le dovute cautele, quella Chiesa disadorna sarebbe stata la sua piccola Cappella Sistina.  
     Ma la sorpresa, per me ragazzo, non fu determinata dalle grandi pale presenti all’interno della Chiesa, né dalle interessantissime icone della Via Crucis, dipinte con grande amore, con una pittura dalle pennellate agili e fresche; la vera sorpresa, per me e per mio padre furono due quadretti che trovammo, pochi giorni dopo, esposti nel salotto di una casa privata: il viso di una giovane Madonna Addolorata e soprattutto il volto straziato dalla sofferenza di un Cristo giovane: il viso appena rivolto verso l’alto, la bocca dischiusa, il bulbo oculare dominato dal bianco, la corona di spine sul capo. Il quadro, stupendo, caravaggesco per la forza realistica, registra la sofferenza dell’Uomo, forse di tutti gli uomini, e ha le connotazioni di una preghiera modulata con i toni del colore. Nessun discorso fatto con le parole potrà mai trasmettere, far capire agli altri quello che può aver provato Gesù, condannato a morte e al pubblico ludibrio, ingiustamente, e ora affranto dal dolore.  
     Il canonico Spadaro sentiva fortemente il personaggio di Gesù Cristo, non tanto il suo messaggio evangelico, quanto la sua sofferenza, la sua ingiusta condanna e di riflesso la nostra colpa, indiretta, metafisica. E dipingeva il viso del Cristo, come prova documentale di un danno arrecato a un innocente:  quasi atto di accusa, documento di un patimento ingiusto, la cui colpa avrebbe potuto ricadere su tutti noi.
     Il ritratto di Gesù è, comunque, stilisticamente figlio della cultura ottocentesca, ma la realizzazione del soggetto umanizzato, che sposa romanticismo e realismo, ha una luce nuova che il nostro pittore mutua forse dal Tiziano, suo pittore preferito, ed è soggetto che prende le distanze dagli stereotipi, che solitamente caratterizzano la pittura sacra del xix sec.

 Modernità del canonico Spadaro 

     Modernità e grandezza del pittore non si evincono solo dalla opere sacre, che seguono modelli dettati da una tradizione plurisecolare, dai quali il canonico Spadaro, dato il suo ruolo sacerdotale e la sua indole, non avrebbe potuto mai discostarsi, e che dovevano rispondere alle aspettative della committenza, soprattutto, dei fedeli che sono i veri fruitori delle opere sacre.    
     La modernità di questo artista è nel suo farsi parte di una corrente pittorica italiana, quella di cui diremo più avanti, e si evince  dalle opere di piccole dimensioni con soggetti profani, quelli che il canonico Spadaro realizzava per diletto, e nei quali il nostro pittore non si sentiva vincolato agli obblighi della committenza.
     Era nei piccoli quadri, oltre che in certi ritratti (vedi quello della madre) che il pittore si libera, segue il suo sentire, la sua fantasia, la sua poetica, il suo modo di fare arte e di fare pittura. Ci riferiamo a soggetti dove domina la campagna, il mare, il paesaggio, dove senti la suggestione del verde dei prati, del cielo celeste, del giallo delle nostre estati bruciate dal sole. È in queste opere che il nostro pittore mette in pratica le tematiche legate al rapporto luce-percezione, così come suggerivano i più moderni orientamenti della pittura italiana e francese.
     Da queste opere (quelle di piccolo formato, si è detto) si evince che il canonico Spadaro era consapevolmente legato ai maestri italiani dei primi decenni del xx sec., e che avesse perfetta conoscenza della corrente pittorica che partendo da Giovanni Fattori e dai macchiaioli, transitava attraverso il divisionismo di Giovanni Segantini, il colorismo di Francesco Paolo Michetti,  sino alla pittura del romano Giulio Aristide Sartorio.[1]
     E sembra certo, così come qualcuno ha scritto, che verso il 1908, il canonico Spadaro abbia frequentato a Roma lo studio del Sartorio, e che da lui abbia potuto prendere lezioni di pittura.
     Tanto può essere affermato, se si guardano le opere del pittore romano, non per cercare una univocità di soggetti con le opere del nostro prete-pittore, ma per confrontare il modo di gestire la pennellata, l’uso degli impasti e gli accostamenti dei colori, che in entrambi tengono conto dello spettro luminoso rilevabile nell’arcobaleno, e soprattutto la volontà di rendere la pittura figlia della luce. Tanto insegnavano certi impressionisti francesi e certamente tutti i “coloristi” italiani.
     Lo scopo, per i pittori di cui abbiamo parlato era quello di accendere di luce il quadro. 
  
La pittura come messaggio di purezza spirituale

     Questa lezione del “colorismo naturalistico” italiano, il canonico Spadaro non la dimenticò mai. Difatti, se è vero che il San Giovanni Evangelista (1931) della Chiesa di S. Giovanni in Modica Alta è opera piena di un candore luminoso, è solo nelle opere profane e di piccolo formato che il nostro pittore, si è detto, entra di diritto a far parte della corrente dei “pittori della luce”.
     A questo secondo gruppo di opere, appartiene lo stupendo "Campo di papaveri" (coll. privata) dove è possibile rilevare tutto il candore spirituale di questo sacerdote-pittore dall’anima pura. Nel quadro senti l’aria cristallina della nostra campagna, la luce e le trasparenze proprie della Sicilia, e puoi ancora sentire il profumo della primavera che rinasce dopo il riposo invernale e si veste con fiori di mille colori. Ed è possibile cogliere ancora il silenzio della campagna modicana, che il canonico Spadaro riprende sotto l’aspetto bucolico e georgico insieme, non arcadico come qualcuno ha scritto.
     In queste opere,[2] vanno rilevati due aspetti: la scelta dei soggetti, diversi da quelli religiosi in senso lato, e la purezza che il nostro pittore ritrova nei bambini, nella campagna in fiore e nella luce di cristallo della nostra aria.
     Come le cose che descrive, anche i colori sono puliti, semplici negli impasti, capaci di esprimere la serenità del creato, soprattutto quella incontaminata e primigenia, che in primavera si ritrova nella natura, come nella fanciullezza ignara del peccato e del male che alberga negli uomini.
     Da un punto di vista pittorico, alcuni di questi quadri sono ripresi in controluce, in un coabitare di luci e ombre, vedi l’opera Pergolato nel giardino. Temi difficilissimi da realizzare per un pittore comune, ma che il canonico Spadaro sceglieva quasi per scommessa con se stesso, per misurare la sua abilità di pittore, per cimentarsi nel gioco di colori infiniti provocati dalle luci e dalle ombre.        
  
Le due direttive della pittura del canonico Spadaro
  
     Nella pittura del canonico Spadaro si rilevano, dunque, due direttive: la prima, orientata verso i soggetti sacri, quasi tutti destinati alle chiese, che comprende opere convenzionali, dove il nostro pittore tiene presente i principi “canonici” dettati dalla tradizione ecclesiale. In queste domina una iconografia riconosciuta che richiama i concetti di santità, tripudio, gloria, vittoria sul peccato.
     Nella seconda direttiva, profana e laica, domina la luce, la sanità (sinonimo di santità?) di una natura intesa come creatura di Dio, natura capace di sprigionare un vero, sublime, spirituale godimento dell’anima.
     Insomma, presenza di Dio nei Santi dipinti nelle chiese, e presenza di Dio nella purezza di una natura incontaminata: quella che spesso la vita non ci fa notare e che non riusciamo ad apprezzare.
     La vera pittura del canonico è da cercare in questa sua seconda anima, in questo suo modo francescano di intendere la vita, la religione, la pittura e la presenza del Creatore nel creato, nella sua luce, nei suoi colori, nella sua bellezza incontaminata.

La pittura italiana a cavallo fra il xix e il xx sec.

     Per capire la corrente pittorica cui appartiene il canonico Spadaro, dobbiamo andare indietro, alla seconda metà dell’Ottocento italiano, quando nel campo della pittura si sviluppa una grande rivoluzione.
     I pittori che da sempre avevano dipinto solo all’interno dei loro studi e di ambienti chiusi, scoprono la bellezza della natura e con essa la luce, che diventa elemento centrale dell’opera pittorica.         
     Il colore posto sulla tavolozza non è luce, lo diventa se si adottano particolari accorgimenti al momento di distenderlo sulla tela: con l’uso accorto di colori-fratelli, gli stessi che stanno gli uni accanto agli altri nello spettro di luce dell’arcobaleno.
      I pittori italiani (chiamiamoli tutti “Pittori della luce”, per comodità) e i pittori francesi della seconda metà dell’800 (Impressionisti) si conoscevano, ed entrambi vivevano la suggestione della nuova scoperta, con ciò realizzando una pittura più vicina a ciò che offriva la moderna scienza fotografica, il cui etimo parla proprio di (de-)scrittura (γραφία) con la luce (φως/φοτóς).  
     Giovanni Fattori, che era stato a Parigi, aveva visto i quadri di Edouard Manet e aveva visitato lo studio di Camille Corot, caposcuola riconosciuto degli impressionisti; Corot, a sua volta, aveva soggiornato più volte in Italia. Tutti erano consapevoli della importanza della luce solare, che fa cambiare colore alle cose a seconda della ore del giorno e delle stagioni; luce che si poteva cogliere meglio in campagna, dove i pittori si recavano per trovare nuova ispirazione e captare dal vivo le suggestioni percettive offerte dalla luce naturale.[3]    
     La pittura, dunque, non si fa più all’interno di uno studio, ma all’aperto, en plain air, a contatto con la natura, là dove tutto è coperto da una atmosfera che rende romantici paesaggi, marine e campagne.

Il successo del canonico Spadaro

     Nella Contea di Modica della prima metà del xx sec., il canonico Spadaro è personaggio molto isolato; ciò nondimeno fa parte della corrente pittorica di cui si è detto; ed è consapevole del ruolo e della funzione di quella pittura.
     Che di lui, come pittore, si siano interessati in pochi; che pochi abbiano preso in considerazione la sua pittura da un punto di vista critico; il fatto che il nostro pittore non ha avuto risonanza in campo nazionale; tutto questo è dovuto, in parte, alla sua modestia, al suo carattere schivo e umbratile e al suo bisogno di appartarsi. Chi vive ed opera in campagna, lontano dalla città e dai grandi centri culturali; chi non ama partecipare a mostre, cioè a mostrare le sue opere per farsi conoscere, è destinato a restare uno sconosciuto.
     Si aggiunga ancora che la nostra provincia, terra che è periferia d’Italia e d’Europa, nel passato non era in grado di rilevarne lo spessore; e si capisce perché solo oggi, a quasi centoventicinque anni dalla nascita, grazie alla intelligente iniziativa della dr.ssa Anna Malandrino e alla  sponsorizzazione del Liceo Classico Umberto I° di Ragusa, nella persona del suo Preside prof. Vincenzo Giannone, si è pensato di riconsiderare ruolo, funzione e grandezza di questo uomo solitario, che visse facendo a gara con se stesso per non farsi notare, mentre, in realtà, era al centro della attenzione di quanti, soprattutto pittori di provincia e collezionisti, gli riconoscevano i meriti di un talento e di una superiorità fuori di ogni discussione.

                                                            Gino Carbonaro

gino.carbonaro.italy@gmail.com











La famiglia Assenza-Spadaro.
Le prime lezioni di pittura che il canonico dà ai nipoti
Beppe e Enzo Assenza e


    Il canonico Spadaro era zio di Beppe, Enzo e Valente Assenza, i quali hanno sempre ricordato l’affettuoso legame avuto con lo zio canonico, che aveva acceso la loro passione per l’arte, educato la loro sensibilità, dando loro le prime importanti lezioni di pittura. I tre fratelli modicani diventarono poi pittori, scultori e ceramisti di fama nazionale e artisti non secondari nella storia dell’arte italiana del XX sec.
   Di Beppe Assenza (Modica,1905 - Dornach,1985), poi fondatore di una scuola di pittura molto conosciuta in Svizzera, il prof. Emanuele Minardo, biografo ufficiale del pittore, racconta: “Nell’atelier dello zio, il piccolo Giuseppe osservava i quadri con devota ammirazione: considerava quello studio un luogo sacro, e lo zio era per lui non solo il Maestro, che gli risvegliava la capacità di penetrare nell’arte, ma era anche la guida nella sua vita culturale. A quindici anni, Giuseppe lasciò la scuola e iniziò, presso lo zio una preparazione più rispondente ai suoi obiettivi artistici. Durante le lunghe passeggiate giornaliere, attraverso i boschetti di cipressi, sotto alberi di ulivi, mandorli e carrubi del paesaggio siciliano, lo zio teneva le sue lezioni. Il pio uomo, compenetrato degli ideali di umanità, esponeva le sue conoscenze di storia dell’arte e di storia sacra (…) A diciotto anni, lo zio gli consigliò di cercare stimoli nuovi andando fuori della Sicilia. (Emanuele Minardo, Beppe Assenza, Edi Argo, 2005) Beppe Assenza fu seguace dei principi teorizzati dal pittore tedesco Rudolf Steiner. Principi di Antroposofia che si rifacevano alla teoria del colore di Wolfgang Goethe, e che si ridefinivano in un rapporto particolare uomo-spirito-colore. Il colore era, insomma, il mezzo attraverso cui cogliere le varie emozioni dell’anima e i messaggi più profondi dell’essere, insomma la vera voce dello spirito umano. In questa sede, serve rilevare come Beppe Assenza abbia fatto proprie le istanze dello zio canonico: la intima fusione fra pittura e sacralità dello spirito. Lo zio, insomma, aveva dato il suo imprinting culturale, quello che lo stesso avrebbe potuto definire “Chrisma”.
   Enzo Assenza (Pozzallo 1913 - Roma 1983) ceramìsta e scultore, oltre che pittore, ha lasciato una Madonna in bronzo, presso la cattedrale di Manila (Filippine); la ciclopica interpretazione dell’Apocalisse in ceramica policroma di 12x30 metri della Cattedrale di Saint Joseph ad Hartford (Connecticut, Usa)); la decorazione absidale della Chiesa di Saint John ad Atlanta (Georgia, Usa); la stupenda statua di Santa Lucia, in legno dorato, della chiesa omonima di Buenos Ayres. [4]  
 

 











[1] Su Giulio Aristide Sartorio, che ebbe incarico di dipingere scene della Prima Guerra Mondiale in Parlamento, i giudizi della critica non sono positivi: lo si disse pittore “pomposo”. Ma forse il giudizio va riveduto.
[2] Fra le centinaia di opere che il canonico Spadaro ha dipinto nella sua lunga vita ricordiamo: In vacanza, Il cancello del villino, Maggio in fiore, Girotondo all’aria aperta, bambino con arance e, soprattutto “Pergolato nel giardino, tutte in collezioni private.   

[3] In questo periodo fu messo in atto il cavalletto mobile.
[4]   “Il padre era decoratore e lo zio, il famoso canonico Spadaro, era pittore. Ma fu nello studio dello zio che Enzo, Beppe e Valente fecero le loro prime esperienze artistiche, ed ebbero le loro vere lezioni di pittura”. ( Renato Civello, Valerio Mariani, Gino Carbonaro, Enzo Assenza,  Thomson, 1972).  

2012/08/15

Santiago, King of the Mountain


A trip on Mont Blanc


  Gino Carbonaro
Translation in English by 
Douglas Ponton
From 15 to 19 July 1012, 
Lucas Carbonaro took his parents, Claire & Gino (both over seventy) for a trip on Mont Blanc (Chamonix).

Lucas, with his friend Evgeny Proskurnya, was to climb the highest peak of Europe (4810 m.), while his parents and Mr. Victor Proskurnya (the oldies) were content to have a sort of ramble uphill among views of unimaginable beauty, breathtaking cliffs and delightful colors, breathing oxygen of pristine purity.

The whole is enveloped in a veil of diamond silence.
The whole brushes our skin like some half-heard melody.
Puts simple mortals in contact with someone far above them.
I have not visited Olympus, the realm of the Gods for the Greeks.
But Mont Blanc might be a favourite holiday spot for one who, they say, lives on high.
(Whom St. Francis called the Most High).
And the evidence is there: eagles and gliding ravens.
Ibex approach, curious and without fear, flowers grow as if by magic, there are breathtaking views, pure oxygen and crystalline colors, mountains that seem to defy eternity, covered with snow that recall the "blanqura pequena" of the jasmine, in the words of Garcia Lorca in "Lament for Ignacio Sanchez Mejias”.
The mountain is magical, because only here can you purify body and spirit.
Only in the mountains can you perceive immensity, power and beauty in creation, serenity and candor.
More, that harmony which transmits an ecstatic expression of contentment and of eternity.
Mountains that speak in silence, offering purity and calm.

It must be said, though, that this climb/ hike was only possible because of the Alpine Guides.
So we were given another wonderful experience. We got to know men who are different, and who it’s hard to imagine meeting on the street.
Exceptional men, as exceptional as the feat they perform (because difficult and full of danger) of climbing the slopes of a mountain where the trails are marked by nature, where a stone cannot be moved without the risk of causing an avalanche, where in case of need you are alone with yourself, and have only your own ability to rely on.
At the end of our adventure I wrote an email to Santiago Padrós, a mountain guide who lives in Fornesighe (Belluno) in the Dolomites, who was the guide and organiser of our excursion.
A way of saying thanks.
A debt of gratitude.
Here is the letter.

Hello Santi,

Some people might think your work is routine for you, but not me. The Japanese, who are usually not far wrong, say

                            “Ichi go - ichi e”

Meaning

                          Every encounter is unique,
                                                              Unrepeatable, different, 
                                           never the same as those that came before.

This is true for everyone and also for you. Only like this are we renewed, nourished, and can live.

To meet you, my dear Santi, at my age, with the experience I have of men and things, was to meet a unique person. A sort of Mont Blanc or Everest among human beings.
Speaking professionally, you have it all. Health, intelligence, intuition, vigour, balance, athletic training, a sure touch, knowledge of languages, youth, and an unbridled passion for life, for the mountains, for your work as a Mountain Guide.
I saw you as a Samurai of the Mountains. One who knows that danger can be anywhere, in a badly positioned stone, in another kissed by dew or dressed in a slimy, invisible moss. In the smallest uncertainty or distraction, or in someone who makes a mistake and can bring you down.
These qualities of yours, developed over the years, I read in your eyes, in your simple, direct, essential way of communicating, but also in your decisions. All of them.
This is why Claire and I are saying thanks in writing. For letting us have this indescribable experience on Mount Blanc. On this astonishing creature of our world. Because we want to inscribe, on the tablet of memory, these moments of life spent with you and your colleagues. All experienced men of the Mountains, who communicate with a look, are always able to be "all for one and one for all", to solve every possible problem in good time, maybe by climbing on vertical walls with only the help of fingers, hands, arms and legs, knees and feet, moving with incredible ease, as well as amazing balance. Knowledge of the rock. Knowledge of one’s own body. Professionalism.

Well done, Santiago! And well done, too, the Spanish team.
Sergio Garcia Gomez, of Medellin Colombia, who got on with his work, holding in his heart the memory of his wife and two children left at Barcelona.
Manuel Alonso, immersed in his work, always careful how we moved, but also happy to talk about the "lady love" who didn’t want him to stray too far out of reach.
Ivan Silva, E, Euskera (Guasco) from San Sebastian Bilbao, Pamplona, ​​ always with a cheeky smile on his face.
Well done, your Spanish Alpine team!
Now I understand why in times past you were rulers of the world. But mainly, well done to you all.
Mountain guides, top leaders, special men known only to a few. Because only a few will find you and know how to value, appreciate your intelligence, prowess, and physical beauty.
This is why I wanted to give you another name, a nick-name, Claire would say.

To me you've been and will always remain,                                
                            
                      Santiago                              
            King of the Mountain

 A dynasty (that of the Mountain Kings) which has a long history of vastly different human types, each unique, that the Mountain has shaped. For she is the mother who has brought you up. A mother who can be sweet at times, but not always.
Finally. I invite you to pay a visit to us here in Ragusa, with your "girlfriend". To cut out a different space. We can decide on the period. We look forward to your reply.

If you meet Ivan, Sergio, Manuel .... a warm hug from us. Simple and sincere. As befits men of the Mountain.

Sincerely,

Claire from Aberdeen Scotland
&
Gino from Ragusa Sicily


Gino Carbonaro
Translation in English by 
Douglas Ponton


2012/08/12

Incendio a Hilton Park, sabato 28 luglio 2012



Incendio a Hilton Park 
Residence Carbonaro-Thomson
Contrada Cortolillo, Ragusa

Ieri mattina verso le undici o poco dopo,
ho visto fumo fuori dalla finestra 
e ho capito che si trattava di un incendio.
Stavo telefonando ai Vigili del Fuoco
quando dalla finestra della cucina mi sono accorto 
che nello spiazzale della Latteria 
c'era già il camion-cisterna dei Vigili del Fuoco.

Dopo qualche minuto è arrivata una  camionetta attrezzata con acqua. Purtroppo il camion-cisterna non poteva entrare.
Il cancello a pettine era un po' stretto.

Non mi ero accorto, ma il fuoco era già accanto 
alla nostra casa, sulla stradetta dei fichidindia. 
mentre le fiamme divoravano alberi 
dalla  parte della Roulotte.  
Mi sono avvicinato a uno dei Vigili del Fuoco e 
ho suggerito di orientare l'acqua da quella parte. 
Il rischio era che da lì il fuoco avrebbe potuto 
attaccare la copertura di plastica della Roulotte,
quindi il grande albero di carrubo, il noce e 
passare anche nel terreno della casa di Maurice, 
che in quel momento non era in casa.

Ma in altra parte, il fuoco era entrato anche dentro il nostro terreno dalla parte dell'Angolo Felice e aveva preso le tavole 
e i fogli di faesite che erano stati tolti dal tetto 
che stiamo rifacendo e si trovavano appoggiati agli alberi. 

Incendiate faesite e tavole (tutte asciuttissime), 
il fuoco passava sugli alberi. 

I Vigili del Fuoco chiamano aiuto.
L'elicottero non può venire, ma Forestale e Protezione civile arriveranno subito dopo seguiti dalla televisione di Media Set. 
  
In quel momento appare il signor Pluchino, nostro futuro vicino,  al quale do uno dei tubi di acqua della nostra cisterna, fortunatamente piena. Il signor Pluchino si prodiga, dà una mano per quello che può fare. Ma è stato fondamentale per difendere la parte della Roulotte dal momento che 
i Vigili del fuoco passavano come grilli da una parte all'altra
dove il fuoco si sprigionava più forte.
Nei primi istanti (o momenti) io sono rimasto immobile, quasi inebetito. Non riuscivo a capire cosa fare. Stavo per accendere la pompa sommersa, ma il Vigile del Fuoco mi intima di non avvicinarmi ai rubinetti che malauguratamente 
erano sotto gli alberi che bruciavano. 
D'altro canto i tubi di gomma e plastica 
si sarebbero incendiati. 

Intanto, come un fiammifero si incendiava la casetta delle bambole che in pochi minuti precipitava a terra
tra rumori e fiamme che in quell'istante si propagavano ad altri alberi vicini.

Dopo circa tre ore, tutto sembrava finito, 
e tutti gli aiuti sono andati tutti via per prestare la loro opera altrove, su altri fronti dove il fuoco continuava ad avanzare.

Il fuoco era partito dalla statale che porta a Modica, 
vicino alla biforcazione della strada che va a Giarratana
accanto alle tre villette dei Napoletano.

Verso le tre del pomeriggio, Vigili del Fuoco, Protezione civile e Gruppo della Forestale vanno via. 

E però, dopo una mezz'ora mi accorgo 
che l'incendio è ripartito davanti a noi dalla parte della Valle.

Telefono ai Vigili del Fuoco, quando, sempre dalla finestra del soggiorno, vedo tornare la squadra della Protezione Civile 
che era rimasta nei dintorni.

Ma, anche se loro erano presenti e al lavoro, 
tutto è stato ugualmente rischiosissimo. 
Le  persone della protezione civile  si prodigavano, 
ma con diversa professionalità dei Vigili del Fuoco. 

Cercavano di spegnere restando nello stesso posto. 
Due donne e due uomini con un solo tubo di acqua 
e con un mezzo che spesso si inceppava 
e non spruzzava acqua a pressione.

Per fortuna dopo un'oretta sono tornati in forza i Vigili del Fuoco, subito dopo un elicottero che ha fatto tre viaggi senza grossi risultati, facendoci il bagno con un pulviscolo di acqua micronizzata. 

A questi si sono in seguito aggiunti nuovamente quelli del Corpo Forestale,  mentre finalmente giungeva a marcia indietro come il grande camion-cisterna dei Vigili del Fuoco.

Intanto il fuoco avanzava allegramente, sempre aiutato da un vento di levante caldo e forte, che soffiava a ondate cattive 
e faceva il suo dovere per aiutare il fuoco 
che divorava la giungla di frasche, rovi e seccume 
che si trovano ovunque sotto alberi morti e  abbandonati.

Ora il problema era per me l'impianto fotovoltaico e la casa del forno,  mentre cercavo di farmi il conto 
di cosa c'era nelle Stanze dei Topi, nelle casette accanto.
Libri, attrezzature e quant'altro.

Ovviamente anche io lavoravo con il nostro tubo di acqua che faceva il suo dovere per il fronte che io cercavo di  contenere e rallentare nell'attesa che arrivassero rinforzi.

Insomma, una guerra contro le forze avverse della natura.  
  
Dopo altre tre ore (forse) è sembrato tutto sotto controllo. 
Io ero stanco e disorientato. Non sconvolto, perché mi rendevo conto che in definitiva eravamo stati fortunati.
Soprattutto, era stato fortunato Maurice la cui casa si sarebbe volatilizzata se non avessi orientato il signor Pluchino e i Vigili del Fuoco sul lato della roulotte. 

Quando tutto fu finito i Vigili sono andati via lasciando però dei focolai. 

Intanto Maurice era tornato dal mare e si attivava  spegnere con secchi di acqua per spegnere i residui focolai fumanti.

Il giorno dopo. 

Stamattina attorno alla casa c'è un quadro bellissimo: 
"Una bella Natura Morta".

L'emerito Autore  di questo incendio (autore anonimo al momento, perché di incendio doloso si tratta) 
potrà stamattina contemplare la sua opera d'arte ed essere sazio di soddisfazione nell'osservare il suo potere. 
Una sorta di divinità terrestre e sconosciuta che come dio, nessuno nessuno conosce.
  
Questo è tutto da Hilton Park.

Gino/Papà

Ragusa, 29 luglio 2012, domenica

2012/08/09

Santiago Padròs, Re della Montagna


Guide Alpine
           Scalata ed escursione 
                    sul Monte Bianco

                                                        
                                          di  Gino Carbonaro


Dal 15 al 19 luglio 2012, Lucas Carbonaro 
invita i genitori,  Claire & Gino, ultrasettantenni, 
a realizzare una escursione sul Mont Blanc (Chamonix). 

Lucas avrebbe tentato la scalata della cima più alta d'Europa  (4810 m.) insieme all'amico Evgeny Proskurnya, ai suoi genitori e Mr. Victor Proskurnya (i vecchi) che si sarebbero accontentati di fare una sorta di passeggiata  in salita fra panorami dalla bellezza indicibile, strapiombi mozzafiato, colori incantevoli, ossigeno purissimo. 
Il tutto coperto in una cornice di diamantino silenzio. 

Ed è un tutto, che arriva ai nostri corpi come musica 
che sembra mettere gli umani in contatto 
con Qualcuno che sta molto in alto i noi. Io non ho visitato l'Olimpo, la 
dove per i Greci abitavano gli Dei. 

Ma il Monte Bianco potrebbe essere luogo di vacanza privilegiato di Colui 

che (dicono) vive molto in Alto 

(quello che san Francesco definiva l'Altissimo). 

E le prove ci sono: aquile e corvi imperiali plananti. 

Stambecchi che vengono vicini curiosi e senza paura, 

fiori da incanto, vedute mozzafiato, ossigeno purissimo, colori cristallini, 

montagne che sembrano sfidare l'eternità, coperte di neve che ricordano 

la "blanqura pequena" dei gelsomini, per dirla con il Garçia Lorca del 

"Pianto per la morte di Ignacio Sanchez Mejias.   
L'alta montagna è magica, perché solo qui è possibile 
purificare corpo e spirito.  Solo in montagna è possibile percepire 
immensità, potenza e bellezza del creato, serenità e candore. 

E ancora, quella armonia che trasmette una estatica espressione di appagamento e di eternità. Montagne che parlano il silenzio offrendo 
purezza e quiete. 

Va detto però che questa scalata/escursione è stata possibile 
solo perché erano state contattate delle Guide Alpine. 
Così abbiamo vissuto un'altra esperienza stupenda. La conoscenza di uomini diversi, di quelli che non sembra possibile incontrare per strada.

Uomini eccezionali, così come eccezionale (perché difficile e piena di pericoli) è la risalita di un Monte dove i sentieri sono quelli segnati dalla natura, dove non è possibile muovere una pietra senza rischiare di causare una valanga, dove in caso di bisogno 
sei solo con te stesso e puoi contare solo sulla tua capacità. 

Alla fine della nostra avventura ho scritto una email a Santiago Padròs, Guida Alpina che abita a Fornesighe (Belluno) sulle Dolomiti,
ed è stato guida e coordinatore della nostra escursione. 
Un modo per dire grazie. Un obbligo di riconoscenza.
Ecco la lettera.             

Ciao Santi, 

Qualcuno potrebbe pensare che il tuo lavoro è per te routine, ma non credo. I giapponesi, solitamente molto acuti, scrivono

Ichi go - ichi e  

Volendo significare che 

                           Ogni incontro è unico 
                                  Irripetibile, diverso, mai uguale al precedente   

Questo vale per tutti e anche per te, perché solo su questa ottica, ci si rinnova, ci si alimenta/ si vive.

Aver conosciuto te, mio caro Santi, alla mia età, con la esperienza che ho di uomini e cose è stato come aver conosciuto una persona unica. Una specie di Monte Bianco o Everest degli esseri umani.

Tu professionalmente hai tutto. Salute, intelligenza, intuizione, prestanza fisica, equilibrio, preparazione atletica, sicurezza, conoscenza delle lingue veicolari, giovinezza, passione senza limiti per la vita, per montagna, per il tuo lavoro di Guida Alpina.

Mi sei sembrato un Samurai delle Montagne. Uno che sa che il pericolo può  essere ovunque, in una pietra mal poggiata, in un'altra baciata dalla rugiada o da un viscido  muschio invisibile, in una piccola insicurezza, distrazione, in qualcuno che sbaglia e ti può travolgere.

Queste tue qualità, che tu hai messe a punto negli anni, io le ho letto nel tuo sguardo, nel tuo modo di comunicare semplice, pulito, essenziale, ma anche nelle tue decisioni.Tutte.

Per questo Claire ed io ti diciamo grazie per iscritto. Per averci fatto vivere questa indicibile esperienza sul Monte Bianco. Su questa meravigliosa creatura di questo mondo.  Volendo con decisione fissare sulla pietra del ricordo questi momenti di vita con te e con i tuoi collaboratori. Tutti uomini esperti della Montagna che comunicavate fra di voi con lo sguardo,  capaci di essere sempre "tutti per uno e uno per tutti", di risolvere nella unità di tempo ogni possibile problema, magari arrampicandovi su pareti a strapiombo col solo aiuto di dita, mani, braccia e  gambe, ginocchia e piedi gestiti con naturalezza incredibile, oltre che da una grande capacità di equilibrio. Conoscenza della roccia. Conoscenza del proprio corpo. Professionalità.



 Santiago Padròs


Bravo Santiago! E bravo lo staff spagnolo che va ricordato.

Sergio Garçia Gomez, di Medellin Colombia, che lavorava portando nel cuore il ricordo della moglie e dei due figli lasciati a Barcellona.

Manuel Alonso immerso nel suo lavoro, sempre attento a come ci muovevamo, ma pure felice di parlare alla "morosa" che non voleva perdere il contatto con lui.

E Ivan Silvar, Euskera (Guasco) di San Sebastian Bilbao, Pamplona, dal sorriso dolce che sempre impreziosiva il suo viso.

Brava questa squadra alpina di Spagnoli!
Ora capisco perché in epoche passate siete stati dominatori del mondo.
Ma, bravi soprattutto voi.
Guide alpine, leader massimi, uomini speciali che pochi conoscono, perché pochi vi possono incontrare, valutare, apprezzare nella vostra intelligenza, prestanza,  bellezza fisica.

Per questo mi è piaciuto darti un altro nome  
(nick-name) direbbe Claire.

Tu per me sei stato e rimarrai
                                   
                                                    Santiago
                                   Re della Montagna

   
Dinastia (quella dei Re della Montagna) che ha una storia antica di esemplari umani diversi e unici, messi a punto dalla Montagna. Perché, è lei la Madre che vi ha educato. Madre che a volte è dolce, mentre altre volte non lo è.

Per finire. Ti ho invitato a fare un salto da noi, qui a Ragusa, con la tua "Morosa". Ritàgliati uno spazio diverso. Concordiamo il periodo. Restiamo in attesa di una tua risposta.

Se incontri Ivan, Sergio, Manuel... un abbraccio tenace da parte nostra. Semplice e sincero. Come uomini della Montagna.

Con stima,

Claire da Aberdeen Scozia
&
Gino da Ragusa Sicilia
                   

    
           Gino Carbonaro 9 agosto 2012

               gino.carbonaro.italy@gmail.com