2012/08/01
2012/07/31
Memorie del Carrubo di Elio Ripoli
Memorie del Carrubo
Testimone antico degli Iblei
Considerazioni a margine dopo la lettura di
"Memorie del Carrubo" di Elio Ripoli
Gino Carbonaro
Elio carissimo,
Ho ricevuto ieri il tuo “Memorie del Carrubo”.
Ti ringrazio. Ero curioso e ansioso di leggerlo. Qualcosa dentro di me mi diceva che mi sarei trovato davanti a un lavoro interessante.
Ed è stato proprio così.
Ho letto i primi quattro capitoli ieri pomeriggio,
ma ho cominciato (e finito) di leggerlo in piena notte, quando solitamente mi sveglio per una ventina
di minuti per poi riprendere il sonno nuovamente. Invece, l’ho letto d’un fiato, emozionalmente,
senza potermi né volermi fermare, malgrado
gli occhi di tanto in tanto dicessero di no.
Poi, quando ho finito, non ero più lo stesso di prima (forma di catarsi di aristotelica memoria) certamente modificato dentro di me dalla lettura di questo lavoro, che è uno dei più originali che abbia mai letto. Cosa c’è di pregevole in questa tua opera?
Cominciamo dalla scrittura che sostiene il racconto: pulita, cristallina, essenziale. Subito dopo, la bellezza che scaturisce dalla poesia che sostiene il racconto: poesia discreta, inappariscente, ma sempre presente, che è poi quella che dà forza all’opera. E ancora, da segnalare, la originalità dell’opera che non è assimilabile a nessuna delle forme letterarie trasmesse dalla tradizione, dal momento che sta a mezzo del tutto. In parte può sembrare una pièce teatrale, che vagamente richiama alla memoria lo schema della tragedia greca con prima voce recitante (quella del carrubo) e il coro (seconda voce narrante) mentre è palese una sotterranea rievocazione degli antichi racconti dei Cantastorie che recitano a un pubblico ignaro (Sintiti, sintiti chi vi cuntu!..) fatti di storia passata. E ancora, senti il sapore del documento dettato da un cronista-storico che rivisita un passato che è di tutti, dove il racconto avanza con un incedere maestoso, quasi sacrale per il modo di rapportarsi al contenuto, ai fatti rivissuti, adesso, in maniera quasi religiosa. Per questo, a me pare che l’opera riesca ad esprimere l’épos e dunque anima e cultura del popolo siciliano, anche se il lavoro è assimilabile anche alla poesia lirica per il modo con cui il Carrubo esterna le sue impressioni, per l’impasto della frase composta con parole che colpiscono la sensibilità del lettore.
Ma, ti accorgi subito che trattasi di lirica-oggettiva (così affermo, anche se il termine può essere considerato improprio) perché il poeta-storico-drammaturgo-cantastorie (cioè, l’Autore) ha pudore dei propri sentimenti, non scivola in facili sentimentalismi, non si lascia coinvolgere dai fatti che narra, ormai sottratti al tempo e capaci di vivere adesso la loro dimensione astorica, atemporale.
Poesia, dicevamo, che sa di religione, come dettata da un sacerdote che celebra un rito, mentre coglie il respiro del tempo, e della natura, in una sottile aderenza orfica che promana dalle viscere della terra iblea e che nel Carrubo, si fa corpo, mente, anima.
Originalità, ancora, per l’idea-struttura dell’opera, che pone l’io narrante in un albero che racconta in prima persona gli eventi del passato, quelli cui lui stesso ha assistito, non solo i maggiori, ma soprattutto quelli minori, che sono per molti di noi importantissimi.
Dinamica di fatti storico-sociali, alchimie della politica, angosce di condannati a morte, màrtiri innocenti sacrificati per la cosiddetta patria, ingiustizie e assurdità sociali di cui, forse, il Carrubo non comprende i motivi, la logica. Né comprende, il Carrubo il terrore notturno di quanti nel 1907 morirono sotto le acque dell’alluvione di Modica, né le assurdità delle due guerre mondiali.
E infine, con sensibilità che addolcisce la cruda storia, L’Autore non manca di evocare l’eterno idillio dei giovani innamorati, che spesso incidono i segni del loro amore sulla corteccia del Carrubo, o il gioco che facevamo da fanciulli, quando si cercava di rubare un suono alla foglia accartocciata dell’albero.
E ancora, originalità e bellezza, in queste “Memorie del Carrubo”, perché l’opera propone al lettore una antologia non solo di fatti storici solitamente poco conosciuti, ma anche di poeti come Quasimodo, e di altri ancora come Renato Civello.
Microstorie rubate al tempo, rese sacre dal tempo, ora immerse in una atmosfera senza tempo, e calate in un iperuraneo che custodisce quanto è stato conservato nella “Memoria del Carrubo”.
E sono fatti che, come fiori, compongono un bouquet di cui il lettore riceve sensitivamente il profumo antico di una storia che vive ancora in ognuno di noi.
Che dirti, mio caro Elio? Che da sempre ho privilegiato la musica alla poesia, fino a stanotte, però, fino al momento in cui le tue parole sono giunte alle mie orecchie con la dolcezza di un canto lontano e soave, che mi prendeva l’animo in forza di un equilibrio e di una forza che mi richiama la poesia dei classici greci.
Per chiudere, mi domando come si possa raccontare la storia rivivendola come fai tu, sull’onda delle emozioni e dei ricordi, restituendone tutta quella drammaticità che meriterebbe essere consegnata alla scena di un teatro.
Ora, più che mai, sono rammaricato per essermi lasciato sfuggire quella occasione, per non essere stato presente quella sera del 19 agosto quando tu hai letto in anteprima questo tuo lavoro. Ma forse si è trattato di una fortunata congiuntura. Difatti, non avrei mai pensato che dalla lettura di un testo di prosa, potesse sprigionarsi tanta dolcezza, tanta ricchezza spirituale, tanta poesia, che è poi quella che alberga nella tua anima e fa parte della tua cultura.
Gino Carbonaro
P.S. Adesso sono le sei meno un quarto.
Veramente questo libro non mi ha fatto dormire!
2012/07/26
Etiquette in the Middle-age
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Etiquette in the Middle-age
Once upon a time there was a book of etiquette. In the Middle-Ages it was forbidden to talk business at the table Gino Carbonaro
Translation in English by
Douglas Ponton
Nobody talks about etiquette, today. This must be because we are all educated. But all societies have long known rules of "etiquette" to encourage decent behavior. Some standards endure through time, others change, but all are concerned with the ethics and aesthetics of human behavior. To jump a queue, argue in public, make use of obscene words or swear, to yawn or fart in public are all considered unpleasant occurrences.
Etiquette is at the root of the concept of grace, decorum, and respect for those whom you live with.The goal (not an unimportant one) is to live with others in a world of respect, formal refinement and harmony.
From the Middle Ages, there has come down to us a friendly little list of rules of etiquette for being at the table. The anonymous author writes: "When you're at the table, your face should be ready to smile (Voltes hilares habeatis), you should sit with your back straight (sic sedeatis limbs), and if you need the salt, take it, but only with the tip of your knife (sal cultello capiatis); avoid asking for things to eat (quid edendum sit ne peteatis); do not eat what others have left (non depositum capiatis); do not give others what you are eating (nullis partem tribuatis), do not leave bitten or chewed deposits on the plate (non morsus rejecitatis); try not to talk business (inter pocula silent negozia), do not provoke quarrels, squabbles or disputes, nor speak ill of someone who is not present (rixas, fugiatis murmur). Finally, drink in small sips, and in moderation (sed modicum crebro bibeatis).
On the other hand, the Anonymous educator suggests that, while eating, one should not make noises with the mouth, remember that clothes should not be used to wipe grease from one’s hands (in those days the hands were used for eating), while he solemnly advises us not to burp, nor fart either silently or explosively at the table, not to stand up to allow the stomach to digest swallowed food and, above all, not to use one’s clothes as a sort of basket to carry home whatever should remain on the table.
Today, these rules are part of popular culture everywhere, and the rules for being at table have essentially been reduced to three: do not get up nor leave the table until the termination of the meal, do not smoke or talk loudly. Punctuality, it is understood, is essential at lunches, dinners and other formal occasions.
Good manners, however, are not confined to table manners. The Japanese today consider it "impolite" to eat and drink on the street, to touch one’s nose or blow it in front of others, to point a finger at a person, to groom or chew one’s nails in front of others. Equally, it is considered inappropriate to stare at strangers, or visit even well-known friends without an invitation.
Lord Brummel used to say that "form is not everything, but the man who lacks it is missing something important."
Gino Carbonaro
Translation in English by
Douglas Ponton
Date: Mon, 23 Jul 2012 10:43:46 +0200 Subject: Sul GALATEO di Gino Carbonaro |
2012/06/20
Life & Health
The School of Medicine of Salerno
Gino Carbonaro
Translation in English by Douglas Ponton
The greek physician Hippocrates dictated
two key principles to be observed with food: quantity and quality.
two key principles to be observed with food: quantity and quality.
Life and health are
Death, suffering and hunger? Those most feared. Food, meanwhile, keeps us alive and exorcises hunger and death.
Therefore, more food = more life, less food = less life.
A mother tells her son: "eat, and you shall grow." Fat is a reserve of energy, hence, a reserve of life. But things aren’t always what they seem.
We have two of Hippocrates’ aphorisms. One on eating: "Let food be your medicine, and medicine your food". The second on respect for your body: "Consider your body as a temple. Respect it, consider it sacred!"
The School of Medicine of Salerno, considered the first medieval European university, divided medicine into two distinct sciences: one dealing with the preservation of health, the other with curing disease. Since it was difficult to restore lost health, they suggested instead how to avoid getting sick. The teachings, collected into aphorisms, were collected in the "Regimen Sanitatis Salernitanum". Richard the Lionheart, king of England, on his return from the Holy Land, stopped at Salerno and asked for the elixir of life. Doctor Ursone replied: "If you want to live long, eat healthily and eat little. Drink in moderation, dismiss serious thoughts, avoid anger. Neither compress the anus, nor restrain the bladder for long. To sum up, these three things are doctors for you: "calmness, a happy mood, a moderate diet." The fundamental principles of medicinal health regard warding off disease to keep the doctor away: "Principis obsta, Sero paratur medicine." Above all, eat little at night because "ex magna coena stomacho fit magna poena". He advise walking, since "post coenam passus mille meabis". Similarly, given that the digestion is important (“Mala digestio, nulla felicitas”) he suggested to chew food well because "prima digestio fit in ore." All this to facilitate the functioning of the stomach in the morning, because "cacatio matutina est tamquam medicina." Remember, too, that during the act of urination it is good to fart with conviction: "mingere cum bumbis est bonum lumbis", which was Italianized as "tromba di culo sanità di corpo." The gas held in the stomach causes spasms, dropsy, colic and dizziness. Hygienic recommendations were also included in the "Regimen": "If you want to remain healthy, wash your hands often!" (“si fore vis sanus, ablue saepe manus"). Nor could tips on sex (last but not least!) be omitted, of which it is said that "every day is harmful, once a week is good, once a month is absolutely necessary" (“In die perniciosum, in hebdomada utile, in mense necessarium”). If someone had catarrh, they should remember that sex would even cure the common cold. The aphorism – infallible, of course - says: "Coito, medicina catarri!" Try it and see!
Gino Carbonaro
Translation in English by
Douglas Ponton
2012/05/29
Carusanza di Giuseppe Cavarra
Carusanza
un'opera di Giuseppe Cavarra
di Gino Carbonaro
Questo libro, Carusanza, di Giuseppe Cavarra sembra venire da lontano. Da una
dimensione spazio-temporale non definibile. Da un mondo che non c’è più. Là
dove le montagne parlano al cielo e il gheppio domina il vento e il silenzio
avvolge ogni cosa. Qui, ai limiti della realtà, sorge Límina, un paese antico, cullato dal tempo. Qui, in questo angolo
dei Peloritani, fra burroni e dirupi di capre, sono i natali e la fanciullezza
di Cavarra. Così, leggendo Carusanza, rivedo
montagne di fiaba. Respiro aria pura. Assaggio quel vento. Faccio mio il
silenzio, mistico, di quei luoghi.
Carusanza è un diario
dell’anima. Dialogo, forse monologo, che il poeta instaura con se stesso o con
i suoi fantasmi, ai quali cerca di ridare una parvenza, un corpo, una
definizione. Carusanza è un parlare
dolce, sottovoce, che un figlio fa con la Madre , oggi cenere muto, di un passato che
continua a vivere ancora nel presente della sua anima, della sua mente. Modo
per testimoniare un affetto, per confermare una identità, una corrispondenza elettiva
di sensi amorosi.
In questa operazione, l’evento è reso
possibile dal linguaggio. Bellissimo, inusitato, strano, diverso, vichiano. Linguaggio che pare levigato dal
tempo e vibra di una luce antica. È il parlare dei Liminesi, di coloro che
hanno abitato quei luoghi di mito, che sono vissuti per millenni in questa
isola di strapiombi e granito. Isola nell’isola. Essenza delle essenze.
In queste poesie, le parole sono pietre,
macigni, austeri, pesanti, forti. Pietre posate, una accanto all’altra, incastonate,
come muri a secco, logici nella loro positura, monumentali, maestosi, funzionali,
messi lì per ignorare venti ed e-venti
e sfidare il tempo. Pietre per costruire un ricordo, un riparo, un argine
capace di vincere contro le tempeste del nulla, della indifferenza, della
superficialità, del vuoto. Parole, per non cadere in quegli sbàusi ca l’òcchju nun tocca mai u funnu, intendi,
anche, lo strapiombo della morte.
Questo piccolo libro è come un nuraghe. Un
monumento (solitario) che non grida
la sua presenta. Ma è proprio lì, nel suo interno, custode di silenzi sacrali,
che cova la vita.
C’è in questa opera una forza che non è
consueta nella poesia. Un linguaggio arcaico, ma elegantissimo, finissimo, come
vuole la raffinatissima cultura di questo figlio della terra sicula, di queste
montagne austere che grondano storia. Immagini, ricordi, evocazioni, pensieri
vaganti, un filo di filosofia appena occultata, mistero del nostro esistere. Un
libro bello. Un dono che Giuseppe Cavarra fa alla sua Terra, ai suoi cari di un
tempo e a quelli di oggi, al suo essere stato “altro” da quello che è ora. Profumo
di nepitella. Verde e giallo di una selvaggia ginestra, riservata nel suo
vivere di roccia. Un libro che è documento, atto, testamento. Libro che, nella
estrema sintesi di chi conosce le siccità estive della nostra terra, e sa quanto
vale il poco che è tutto, custodisce un numero non definibile di messaggi, che emergeranno
lentamente, come fiori che aspettano il tempo per germogliare. Perché questo
non è libro di una sola lettura. È libro che va gustato, assaporato, pensato,
apprezzato, capito, poi, metabolizzato. Il suo messaggio appartiene a tutti.
Antologia di Spoon River? Forse sì, un poco, per quella volontà di evocare
fantasmi. Ma, in Lee Edgar Masters il
punto di vista è un altro. L’atmosfera è cimiteriale, le anime-morte sono
parlanti e protagoniste. Qui, è come davanti a un grande tribunale della
storia. D’altro canto Masters era stato un poco anche avvocato. Spoon River è una sorta di Inferno
dantesco visto da una angolazione diversa. Spoon River è altra cosa.
In Carusanza,
l’io-narrante è figlio di una terra sana e santa. Se proprio necessita un
accostamento, questo libro ha, semmai, un referente greco, omerico. Se di analogie
bisogna parlare, potremmo accostare Lee
Edgar Masters e Cavarra, insieme all’altra
grande Antologia, quella Palatina, alessandrina, dolce, forte, memoriale,
essenziale nella sintesi che non dà spazio all’effimero.
Gino Carbonaro
Ragusa, 22 novembre
’05
Gentile prof. Cavarra,
Due giorni fa, passando dal Centro Studi
F. Rossitto, Umberto Migliorisi mi ha dato il Suo libro, Carusanza. Io avevo sentito parlare di Lei, e forse in qualche
Premio Vann’Antò, l’ho anche intravista, ma nulla di più. Umberto mi ha
invitato a leggere il libro e a scrivere le mie impressioni quando avrei avuto
tempo. La stessa sera, però, incuriosito, cominciai la lettura di questo libro,
che mi sembrò subito diverso, strano nelle sonorità, atipico nel suo
linguaggio, nei suoi contenuti, ma anche di non facile lettura. Lessi più volte
le prime sei o sette poesie, poi spensi la luce, pensando a chi scriveva in
questo modo così nuovo.
La mattina dopo ritornai a leggere ancora
altre poesie, poi ritenni giusto scrivere le mie impressioni a penna (io non scrivo a penna da anni); ma,
scrissi una lettera a Umberto, e più tardi lo chiamai e gliela lessi. Mi invitò
a modificare l’apertura perché lo scritto era rivolto a lui e non era elegante.
In buona sostanza, sono delle mie “sincere” impressioni. Io, solitamente,
scrivo poco, e certo non avevo proprio adesso il tempo, né la concentrazione,
per una recensione, dal momento che sto mettendo a punto una mia conferenza dal
titolo Da Meyerbeer a Favara, Poesia e Musica Popolare Siciliana, che
terrò - come Le avrà detto Umberto
- a Messina presso la Filarmonica Laudamo , in Via Laudamo, alle 19 del giorno 30 novembre.
Comunque, la lettura delle Sue opere non è
finita. Ora il dolce Umberto mi ha passato un altro Suo libro, Vamparizzi, del 1975. Un altro libro che
mi sembra con la “L” maiuscola.
En
passant, devo dire che mi è piaciuta la veste tipografica di Carusanza. Veramente un gioiello di arte
libraria, soprattutto mi è piaciuta l’incisione. E se ce l’ha Lei, la tenga
cara.
Un caro abbraccio, e l’augurio di poterci
incontrare al più presto, magari a Messina il prossimo mercoledì 30 novembre.
Gino
Carbonaro
2012/05/25
Sesso & Afrodisiaci
Sessualità del maschio
Afrodisiaci nella
storia dell’uomo
In tutti i tempi, in tutte le
società, è considerata penosa
la perdita di sessualità del maschio.
Ma, già nei
tempi antichi, quando non erano stati scoperti i vigorosi effetti del Viagra, si
faceva ricorso agli afrodisiaci. Aristotele suggeriva agli afflitti di mangiare
la carne
degli sfrenati passeri capaci di “coīre”
settantasette volte in una sola ora (!!).
Ovidio,
nell’Ars amatoria, suggerisce a maschi adulti di non far mancare a tavola uova
di pesci, granchi di fiume e gamberi di mare, da consumare tre ore prima
dell’incontro amatorio; alla bisogna erano considerati autentici
toccasana testicoli di gallo, pappagallo, agnello
e toro, da assumere preferibilmente a digiuno. La Scuola medica Salernitana considerava
il fico “frutto che spinge a Venere”. L’analogia è chiara. Se fica era il sesso
femminile, mangiare il frutto del fico avrebbe agevolato il raggiungimento
dell’obiettivo.
Nel medioevo, gli alchimisti fecero la fortuna del “Satyrium
hircinium”, fungo falloide che diceva nel nome quanto prometteva. Chi lo assumeva
diventava un irco-satiro affetto da satiriasi insoddisfatta. Nel Settecento
libertino, alla corte di Versailles, si fece largo uso di polvere di cantaride,
prezioso ingrediente in una “cuisine d’amour” nella quale non doveva mancare il
vino, perché “sine Bacco frigescit Venus”. Di quel tempo sopravvivono ancora
ricette usate da favorite di sovrani e príncipi di casa reale: famosi i “Filetti
di sogliole alla Pompadour”, “La suprème di sogliola alla d’Estrée”, le
“Uova affogate alla Du Barry”, ma quest’ultima ricetta risaliva a “Cleopatràs
lussurïosa”, colei che incatenò a sé uomini del taglio di Giulio Cesare e
Antonio.
Da che mondo
è mondo, però, l’afrodisiaco per eccellenza è costituito dalla mandragora
(pampina di aona) la cui fama deriva dalla singolare forma delle sue radici che
(incredibile, ma vero) assumono sembianze di corpo umano, a volte di donna, a
volte di uomo. Dell’uso della mandragora e dei suoi effetti si parla in una
gustosa commedia del Machiavelli, ma altresì nella Bibbia, nella storia di
Giacobbe e della sue mogli. Rachele la prima moglie, che non ha figli, e Lia
che è una giovane schiava. Ecco cosa recita il libro sacro: “Ruben trova delle
mandragore e le porta alla madre Lia. Rachele si rivolge a Lia e le dice:
“Dammi un po’ delle mandragore di tuo figlio”. Ma Lia rispose: “È forse poco
che tu mi abbia portato via mio marito? Perché vuoi portare via anche le
mandragore di mio figlio?” La sera, quando Giacobbe arrivò dalla campagna, Lia
gli andò incontro e disse all’uomo: “Da me devi venire, perché io ho pagato il
diritto di averti con le mandragore di mio figlio”. Così Giacobbe si coricò con
lei quella notte” (Genesi, 30, 14). È questo un documento (biblico!) nel quale
si prova che l’uso degli afrodisiaci è antico quanto il mondo e che il potere
della mandragora era conosciuto migliaia di anni prima di Cristo. Adesso non
resta che provare per credere. Le mandragore si possono acquistare in
erboristeria!
Gino
Carbonaro
Joseph Carbonaro, Ragusan doctor
Knight of the Legion of Honor
Joseph Carbonaro, Ragusan doctor
Gino Carbonaro
Translation in English by Douglas Ponton
The Order of the Legion of Honour was instituted in 1802 by Napoleon Bonaparte to recognize the merits of "warriors having rendered service fighting for the Republic". As well as soldiers, however, it also recognized the merits of civilians, including foreigners, who were distinguished in cases of exceptional merit. The ten-pointed star of the Legion of Honor, considered one of the most coveted awards in the world, was awarded in 1851 to Dr. Joseph Carbonaro, a Sicilian doctor, for distinguishing himself in the study of cholera.
Cholera - not to be confused with the plague – made its first appearance in Europe, from India via Amsterdam, in 1826, and reached first northern Italy in '32, and Sicily in '37. Cholera victims suffered from acute pain, writhing, vomiting, convulsions and cramps accompanied by high fever and uncontrollable diarrhea. The causes and therapies of the deadly virus were unknown.The only effective defence against the evil was to abandon towns, to prevent contact and contamination. The nobles shut themselves in their country houses, but also priests, doctors and authorities responsible for managing public affairs abandoned their offices and fled. All this took place while the enraged populace looted barns and went looking for scapegoats. Posioners were widely blamed for the epidemic.
On this pandemic are founded the merits and fame of Joseph Carbonaro, a physician born in Ragusa Ibla, 4 May 1800. The son of a notary, he graduated in medicine at the University of Palermo, Naples, and studied surgery in the very years in which the "cholera epidemic" was spreading throughout northern Italy. While everyone fled, Dr. Carbonaro asked the King of Naples, Ferdinand II of Bourbon, for a safe conduct to go to Tuscany where the cholera was raging. The purpose of the young doctor was to study the Asian disease in the field. In Tuscany, Dr. Carbonaro took notes and recorded the symptoms of the disease and made a diagnosis. On his return to Naples he published the "Epitome on the Asiatic cholera disease observed in Livorno in 1835" (Naples, Bari, 1836).
When cholera arrived in the Kingdom of the Two Sicilies, King Ferdinand appointed him director of the Neapolitan hospitals, and entrusted him with the task of organizing the defence of the city of Naples. From this moment the name of Dr. Carbonaro became known througout Europe and he was invited everywhere to report on his first-hand experiences.
In 1848 the Iblan doctor was asked by the British government to travel to Malta - then an Anglo-Saxon dominion - to diagnose some cases of suspected cholera which had been detected on an arriving ship. The diagnosis was crucial, because if it were cholera, all ships would have to be detained in quarantine, with severe damage to the economy of the island. The diagnosis was therefore crucial.
In 1851, Dr. Joseph Carbonaro was invited to Paris to attend the "International Sanitary Conference." Here, sustained by his wide experience, he described his research on cholera to an audience of doctors. For these reasons, and on that occasion, Dr. Joseph Carbonaro became the first Italian to receive the coveted award of the Knightly Order of the Legion of Honour from the French government. It is recognition that should not be forgotten.
Gino Carbonaro
by Douglas Ponton
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