2012/04/23

RACCOLTA DELLE OLIVE Anno 2007


Una esperienza,                                     questa raccolta di olive!


 
Sono i primi di novembre del 2007. A raccogliere olive accade questo. La mattina, ci alziamo quando l’aurora tinge di oro la collina, e lentamente ci prepariamo a scendere nel Fondo Leone. Prima di andare, io affilo le forbici con la pietra inumidita con olio, preparo la motosega, olio e miscela, poi mettiamo tutto nelle carriole e via, giù nel campo degli ulivi. Qui ti organizzi. Scegli l’albero che ti sembra più carico, disponi le reti, avvicini le scale, sposti le carriole sotto i rami, così che alcune olive cadranno direttamente nel contenitore, infili i guanti, impugni il piccolo rastrello di plastica, afferri un ramo e  cominci dolcemente a far staccare le olive.
 All’inizio, fra noi, si fa qualche commento, che si ascolta a stento, poi non si sente altro che il fruscio dei rami e il ticchettio delle olivette che cadono sulla rete o nella carriola, mentre qualche oliva impudente e qualche fogliolina si infilano dentro la camicia e sotto la canottiera. Ma di questo ti accorgerai al ritorno a casa, quando vai nel bagno o nella camera da letto. 


Lentamente, accade il miracolo: il tempo sembra fermarsi e tu entri in un’altra dimensione, quasi un altro mondo. Il silenzio si fa profondo, appena rotto dal rumore delle scale che vengono spostate, della forbice che viene usata per alleggerire il fogliame e riuscire a entrare meglio con le mani dentro i rametti. Di tanto in tanto qualcuno di noi parla, dà un suggerimento: raccogliere le olive che si depongono sotto i piedi e potrebbero essere calpestate. Per un poco cambia il programma, si modifica la posizione del corpo e dei muscoli. Fra tanto procedere, ti accorgi che un uccellino curioso si è avvicinato per posarsi sulle frasche vicine, poi lo senti fuggire all’improvviso contento e timoroso della sua bravata, dell’essersi avvicinato così tanto, di aver rischiato tanto. 
Nel frattempo lo sguardo esplora tra le foglie per intercettare qualche olivetta nascosta o mimetizzata, e ti transitano vaghi pensieri per la mente. Ti chiedi perché nella vita si corre tanto. Ti chiedi cosa si insegue, cosa si vuole conquistare, e ti chiedi perché questa raccolta di olive, questa ginnastica delle mani, questo vagare dello sguardo, questo stare immobile e in movimento allo stesso tempo, fa bene all’animo, alla psiche, al corpo. 


Questo rapporto con la natura è un rapporto con te stesso, con gli altri che sono con noi, con i quali godiamo questo incanto, viviamo questa esperienza vera, profonda, ricca, fatta di un nulla che è il tutto, e ti fa parte del miracolo dell’Universo. Allora, chissà perché, penso ai Greci, ai Romani per i quali l’ulivo era simbolo di pace e di amore. E mi vengono in mente gli Ateniesi che avevano i campi attorno alla loro città pieni a distesa con piante di olivo disposte a quinconce e consideravano l’ulivo dono di Pallade Athena, la dea che avevano eletto protettrice della loro città. 
Nella raccolta delle olive percepisci esattamente il concetto di dono, la logica profonda delle cose: tu hai dato alle piante il tuo amore, le hai curate, le hai fertilizzate con abbondante concime stallatico, le hai dissetate nelle lunghe e torride estati della nostra terra, hai provveduto a far arare il terreno tre volte nell’anno, a gennaio, maggio e ottobre; le hai ripulite di tutto il seccume, le hai potate, ne hai curato le ferite prodotte dai parassiti, e, di ritorno, hai visto le piante rinverdire, sorridere, gioire, esplodere di salute nella sana gioia di vivere. Poi, dopo mesi, ritrovi il magico ritorno, il dono, il dire della pianta: questo è tuo, questo è il frutto del mio seno.  
Mondo bucolico, mondo georgico. Sono concetti obsoleti che non appartengono più al mondo moderno, ma erano intercettati e definiti da Greci e Romani. E vanno qui ricordati, perché vengono da lontano, da un  mondo che non c’è più. Bucolico è il rapporto che l’uomo ha con la natura, quando da questa senti emanare profumo, silenzio, poesia, ossigeno, e senti che un nume divino abita e protegge il luogo dalla bellezza sacrale che tu senti emanare dalle ombre fresche e profonde degli alberi, e di quel dio senti la presenza e il linguaggio nel fruscio discreto delle foglie, nel cullarsi dei rami sospinti da zéfiri, nelle due farfalline bianche che gioiosamente disegnano l’aria inseguendosi. Ma di quel nume senti ancora la sua presenza nel profumo violento dei carrubi in fiore che giunge alle nari ad una improvvisa levata di vento. Durante la raccolta delle olive, noi godiamo di questa atmosfera bucolica.
 Georgico è il rapporto che l’uomo ha con la natura quando questa ti riempie di doni che nutrono. Quando la natura è madre che nutre. Tu puoi raccogliere un grappolo di olive e senti il dono della madre-natura che ti dà la vita; ed è come quando tu prendi delicato un grappolo di uva matura dalla vite pregnante, porti l’uva alla bocca e succhi il nettare degli dei, dono della … natura. Ci sei vicino! Ma, non hai il coraggio di dire che quella è opera di Dio. A mezzogiorno poi, tutti a casa. C’è stanchezza, ma lo spirito è pulito, sazio di cose buone, soddisfatto, perché nutrito di cose belle. La raccolta delle olive è training che porta l’uomo a sentirsi bene, ristorato nelle forze, sano nel corpo, sereno nello spirito.
 Ed è così che si è consapevoli di possedere un tesoro, che si è coscienti di essere fortunati. Ora, finalmente a tavola, si aspettano gli spaghetti con la salsa profumata fatta dalla padrona di casa: pomodoro fresco con odoroso basilico, e caciocavallo grattugiato, un piatto regale. 
Maurice gioisce senza dire niente, ma si vede che è felice di questo rito, che è forma di comunione profonda. La mamma è serena e felice di essere mamma e moglie di un uomo che il destino le ha assegnato. Poi laviamo i piatti e sistemiamo aiutiamo a sistemare il tutto. Maurice e io facciamo il pisolino, la mamma continua i lavori in cucina, fa un salto al computer, legge le sue e-mail. 
Dopo, e, di nuovo al lavoro per continuare la raccolta, la comunione con noi stessi, il rapporto con la natura, mentre le gazze che stavano a curiosare nella nostra assenza svolazzano via al nostro arrivo.
Quando avremo raccolto molte olive, allora le sistemeremo nelle cassette di plastica, poi riempiamo la Panda e andiamo al frantoio per macinarle e prendere l’olio, che è il frutto del nostro lavoro. Il viaggio per andare a Scicli dura 40 minuti perché con la macchina carica si va piano.

Qui, nell’oleificio “Fidone”, forse lontano parente della nonna, si vive un’altra forte esperienza umana. Qui troviamo tonnellate di olive già poste nei contenitori e, in attesa, decine di contadini e raccoglitori dai visi stanchi e soddisfatti, non meno di noi, con decine di recipienti. Attendono in silenzio il loro turno. Il rumore dei macchinari in movimento non rende agevole la conversazione. 
I macchinari e le ruote in movimento del frantoio emettono un rumore combinato, omogeneizzato, impasto di mille diversi e strani rumori che coprono i gridolini di sofferenza delle olive frantumate. Ma, la gioia è tanta, quando arriverà il tuo turno, e ancora qualche ora dopo quando le nostre olive entrano per essere lavorate, e allora vedrai arrivare il tuo olio dal colore indescrivibile, proprio di un verde smeraldo quasi arcobaleno di verdi. Ora chi vuole può riflettere e dire che anche l’uomo è come le olive, al torchio dà il meglio di se stesso, ed è vita quella che produce.                                                   Gino Carbonaro
                            

 

2012/03/26

Artigiano o Arti-genio?


 C'era una volta l'artigiano 

                                                            di Gino Carbonaro

Chi visita il Castello di Donnafugata, qui negli Iblei, rimane stupito dalla bellezza di quanto vi si trova esposto: candelabri di cristallo, mobili d’arte, armature, strumenti musicali. E il pensiero corre alle dinastie nobiliari che hanno arredato quel fortilizio di campagna, senza contare che quanto si trova lì realizzato è risultato della genialità di anonimi artigiani.

Sono gli artigiani  che da sempre hanno custodito il patrimonio di scoperte fatte dall’uomo nel corso dei millenni; coloro che avevano capacità creativa e abilità per realizzarle.

Oggi, di questi arti-giani, o arti-geni, per scomodare le etimologie, si è perduta la memoria. Dimentichiamo che Leonardo da Vinci, genio assoluto dell’umanità,  si è formato in una bottega artigiana, quella di Andrea del Verrocchio, vera fucina di idee, dove si scolpivano e si fondevano statue, si realizzavano pale e quadri di altare. Lì, con la forza della mente e l’abilità delle mani si risolvevano tutti i problemi di una committenza esigente. Ma, artigiano era ancora Benvenuto Cellini, orafo e scultore, che fuse, con le sue mani e nella sua bottega, il Pérseo. E botteghe artigiane erano quelle dei ceramisti e vasai greci, dei decoratori di vasi che oggi sono vanto e patrimonio dell’umanità, fra le cose più belle che siano mai state realizzate dall’uomo.

Più vicini ai nostri tempi, il pensiero va al carro siciliano, struttura sulla quale riposa una millenaria esperienza artigianale; si pensi alla bellezza dei ferri battuti a mano, alle sculture, torniture, decorazioni, all’arte del mastro carradore.   
  
Oggi l’artigianato è scomparso. Di quella memoria sono rimasti i reperti, sorta di cadaveri che noi mummifichiamo nei musei. Difatti, l’anima di quel reperto è volata via; non c’è più, né può essere riportata in vita. Ma la società odierna dovrebbe riconoscere i meriti dell’artigiano, che dalla notte dei tempi ha rappresentato intelligenza e memoria dell’umanità. Si potrebbe pensare di dedicargli una statua, almeno, così come si è fatto per il milite ignoto, morto in battaglia per la gloria di generali e sovrani.

I Giapponesi hanno avvertito quello che stavano perdendo, hanno inventariato gli ultimi artigiani viventi, li hanno considerati beni dell’umanità, custodi della memoria collettiva che non può essere conservata nei libri o nei musei, e li hanno insigniti del titolo di Tesori viventi. Il loro compito è ora quello di lavorare per creare un ponte fra passato e futuro, per insegnare l’arte e i suoi segreti a degli apprendisti, che a loro volta la tramanderanno ad altri. Un passato che vive. Un debito di riconoscenza che quel popolo sente di avere nei confronti dell’artigiano.   

                                                             Gino Carbonaro


Il mulo Totò Storia di animali e di uomini


La storia del Mulu Totò 
e del suo padrone Tanuzzu, 
accaduta a Niscemi qualche anno fa, rappresenta un documento 
di archeologia culturale 
giunto sino a noi dalla notte dei tempi. 

                                                     di Gino Carbonaro 
 
     Nella Sicilia di qualche tempo fa, l’asino, il mulo rappresentavano la ricchezza di una famiglia.
     Da sempre, fedeli compagni dell’uomo, questi animali venivano adibiti nei lavori più pesanti ed ingrati: dai carrettieri per il trasporto di merci e derrate; dai contadini come animali da soma e per arare i campi; nei frantoi per girare le macine.
     Chi scrive, ricorda quando, decenni fa, al tramonto, i sagrati di alcune chiese si riempivano lentamente di carri che tornavano dalla campagna, e venivano sistemati gli uni accanto agli altri in bell’ordine, con le aste in aria, mentre gli animali venivano avviati nelle stalle, che solitamente si trovavano all’interno delle piccole case dei contadini.
     Sino a non molti decenni fa, stalla e camera da letto dei nostri contadini erano sotto lo stesso tetto, separati appena da una tenda o da un tramezzo di canne e gesso. Animali e uomini, gli uni accanto agli altri.
     Questa era la norma. Il modello, arcaico, risaliva alla notte dei tempi. Si pensi all’ovile di Polifemo descritto nella Odissea di Omero. La sera il gregge era accolto all’interno della grotta, al riparo da lupi e malintenzionati, guardato a vista dal legittimo proprietario. Lo stesso fanno tuttora i pastori sardi introducendo le pecore pregne o malate e gli agnellini all’interno del nuraghe, e lì passano insieme la notte.    
     Se Gesù, come si racconta, è nato in una mangiatoia, è  segno che per Giuseppe e Maria era naturale alloggiare in una grotta, accanto a questi preziosi amici dell’uomo.  
     In passato, gli animali che vivevano in paese erano numerosi: animali da lavoro, soprattutto, ma c’erano anche le mucche dei venditori di latte, le greggi che a notte, tornavano negli ovili di paese, qualche maiale con la sua figliolanza, e conigli posti dove c’era spazio, e galline, che di giorno sostavano nelle gabbie davanti le porte di casa, ma di notte venivano introdotte in casa; e ancora gli immancabili cani, gatti, topi e chi più ne ha più ne metta.
     La differenza fra ieri e oggi? Tanta e nessuna. Oggi, l’inquinamento è rappresentato dall’ossido di carbonio che rende l’aria irrespirabile e fortemente tossica; ieri l’inconveniente era rappresentato dalle tonnellate di escrementi, che gli animali disseminavano per le strade e che la gente povera raccoglieva per concimare gli orticelli. Un antico proverbio siciliano recitava: “L’acqua è oru. A merda è trisoru!” L’acqua è come l’oro, ma il letame  è tris-oro, vale cioè tre volte più dell’oro.
     Era ricchezza, insomma, non deodorata. Ma, nei tempi antichi, uomini, animali e cose venivano identificati dagli odori. Il fiore odorava da fiore, il mulo da mulo, gli uomini da uomini. Odori che cambiavano da persona a persona ed erano tanto più marcati in quanto l’acqua si attingeva alla fonte o nelle pubbliche fontane, e in casa non c’era acqua per uso igienico, né esistevano fognature. Nessuno aveva gabinetto e sciacquone, doccia e bagno per limitare le esalazioni personali; e, quanto era rifiutato dallo stomaco durante le ventiquattro ore, veniva raccolto da carri “strafitenti” addetti alla bisogna. Forme di civiltà primitiva, ed espressione di una fognatura mobile.
     Ed era odore di santità, quello dei monaci, e delle monache, soprattutto, cui era proibito toccare acqua e parti del corpo impure, proprio per un principio di castità. Il sapone, si diceva, era invenzione di Satana.
     E, se i paesi erano di necessità costituiti da una sommatoria di case-stalle, è chiaro che l’atmosfera all’interno dei nuclei abitati era pesante. 
     Dagli odori, che raggiungevano ad ogni piè sospinto le papille olfattive degli abitanti, si salvavano i ricchi che vivevano i piani nobili dei loro palazzi, e potevano usufruire delle brezze che visitavano le loro camere e provvedevano al ricambio dell’aria.
     Con l’arrivo dell’estate, però, esalazioni delle concimaie cittadine e mosche aumentavano in maniera esponenziale; per questo i benestanti si trasferivano in campagna, per respirare un po’ di “aria fina”, si diceva proprio così, per distinguerla dall’aria grassa di paese.
     Sono cose che fanno parte della nostra storia recente e che non vanno dimenticate.
  
Il mulo Totò e il suo padrone Tanuzzu   

      Il mulo Totò di Niscemi e il suo padrone Tanu (o Tanuzzu) protagonisti del poemetto di Tanino Preti, rappresentano un reperto di archeologia culturale giunto sino a noi dalla notte dei tempi.
     Tanuzzu, seguendo il modello paterno e quello trasmesso dalla tradizione, accoglie tuttora il mulo all’interno della sua casetta; d’altro canto la stalla è stata lì da sempre, a memoria d’uomo, così gliel’aveva lasciata il padre in eredità.
     Ma l’animale Totò, una volta fedele compagno di lavoro del vecchio ottantenne, ora è solo animale di compagnia, fratello di sofferenze del suo vecchio padrone. Ed è a lui, al suo amico animale, che Tanuzzu chiede conforto alla sua solitudine, ed è con lui che parla il linguaggio universale dell’amore. Idillio, che può essere ritenuto assurdo agli occhi di chi non ama gli animali, ma è evento che si registra ovunque una persona tiene in casa un animale verso cui rivolge le sue cure.

La civiltà e il tempo

     Ma, il tempo passa, tutto cambia (πάντα ρέι) e la civiltà avanza. Così, quell’anonimo abituro (quello dove vive Taninu col suo mulo) che ancora qualche decennio fa era situato appena fuori dell’abitato di Niscemi, viene raggiunto, prima, conglobato subito dopo dalla massa di conglomerato cementizio, figlio della ricchezza, del progresso e di una nuova logica del vivere.
     Quello che per millenni era stato un fatto naturale, la convivenza dell’uomo con l’animale, sotto lo stesso tetto, immediatamente diventa un avvenimento non più logico, non più accettabile.
      I nuovi vicini di casa di Tanuzzu, in buona sostanza le persone civili, non possono sopportare gli odori che esalano da quel tugurio immondo, dove le bestie convivono con gli animali, e denunziano il responsabile alle Autorità Sanitarie, che, accertati i fatti, multano il colpevole.
     Motivazione. Il mulo puzza e la puzza al naso disturba i vicini di casa.
     Il Sindaco di Niscemi, fatto partecipe della delicata questione, decreta che il Mulu Totò potrà svernare (’ntà mmirnata) nella sua stalla, accanto al suo padrone, ma transumerà in campagna, e alloggerà fuori dell’abitato, nei sei mesi estivi (’nta staçiuni), non appena i terreni schiumano le prime erbe e arrivano i primi calori.
     Ed è sentenza salomonica, che discende da un diritto che Tanuzzu ha acquisito per usu capione, tenuto conto che non è stato lui ad andare verso il paese civile, ma il progresso a farsi suo vicino di casa.
    Scontro di civiltà, dunque, fra passato e presente, fra persone per bene che pensano molto bene al loro bene, e un uomo povero, indifeso, e inascoltato nelle sue umane ragioni.

    Tanuzzu da Niscemi, defensor bestiae, convinto della sua innocenza, disorientato, non riesce a capire perché l’umanità niscemese si ostina a rendere il suo mulo orfano del suo padre e amico, colpendo entrambi di un dolore che non è proporzionato al danno che essi possono arrecare ai loro vicini di casa; né riesce a capire perché le amministrazioni cercano di fare un problema di un falso problema, distogliendo l’attenzione dai veri problemi.

Un monumento al Mulu Totò 
(e al suo padrone)

     A questo punto, l’imprevisto. Una parte della cittadinanza si ribella al decreto del Sindaco, e si attiva per far costruire un monumento al mulu Totò e al suo compagno; perché è giusto tramandare ai posteri una pagina della nostra storia passata: riconoscimento al Mulo e indirettamente a tutti gli animali da soma, che hanno aiutato l’uomo nella strada del progresso, anche se alla fine sono stati costretti ad abbandonarlo davanti alla porta che lascia entrare solo le bestie, ma non gli animali.
     In parole povere, è come se in Egitto qualcuno avesse deciso di elevare un monumento alla memoria non solo del Faraone, ma anche a quelle migliaia di schiavi che hanno costruito materialmente le piramidi: il merito è anche loro. Così per gli animali.
     E la casa con stalla di Tanuzzu? È anch’essa un reperto di antropologia culturale che va salvato dalle insidie dei folli e conservato come parte del nostro passato, che tutti vorremmo dimenticare e di cui nessuno cerca di parlare.
     Ci auguriamo che tanto venga fatto.

Gli ultimi cantastorie

     Tanino Preti, musicanti bonu, ma soprattutto uomo di vera cultura e ultimo dei cantastorie, sensibile e baciato dalla musa della poesia, sente lo stridore di questo mondo che ritiene di conoscere la verità e di gestire la giustizia, mentre costruisce attorno all’uomo un inestricabile labirinto di leggi, dalle quali pochi riescono a districarsi.
     E canta, non la storia di un mulo, come dice il titolo, ma la storia eterna di una umanità che spesso perde di vista le coordinate della vita e la luce della Stella Polare.
     In questo poemetto di 55 strofe, che segue lo schema della canzuna siciliana, Tanino Preti racconta a se stesso e agli altri, quanto è accaduto a Niscemi, rivolgendosi a qualcuno disposto ad ascoltarlo, e che gli possa spiegare perché non si devono amare gli animali? E, quale male può aver fatto un uomo, che ha scelto come compagno della sua vecchiaia un mulo? Rilevando che Gesù amava gli uccellini dei campi, S. Francesco ammansiva i lupi, e tutti sappiamo che la natura è creatura di Dio e pertanto bisogna proteggerla e preservarla.
     E allora? – si chiede Tanino Preti - perché c’è gente che provoca incendi e incenerisce i boschi, perché ci sono persone che praticando la caccia terrorizzano e uccidono creature di Dio? 
     Anche lui, Tanino Preti, come il protagonista della sua storia, non capisce il mondo in cui vive, e si ostina a convivere con i suoi valori, con i convincimenti, quelli che tengono conto, che gli animali sono nostri fratelli e vanno amati e curati, se necessario. E se un uomo aiuta un animale che ha bisogno, è segno che lui è la mano di Dio.
     Questo canta l’ultimo dei cantastorie, quasi vox clamans in deserto, ora che la civiltà ha capovolto la gerarchia dei valori sociali.


Il mulu Totò e la Baronessa di Carini    

     In buona sostanza, il principio colto da Tanino Preti è lo stesso che gli antichi cantastorie rilevarono nella baronessa di Carini. In quel tempo, la cultura vigente condannava a morte la donna, che aveva tradito il marito. Poco importava che si trattasse di un uomo storpio, gobbo, vecchio e cattivo, e che avesse preso in moglie una donna giovane e bella, che non aveva scelto di sposarlo.
     La legge del più forte, che allora era quella del maschio, giustificava la morte cruenta della baronessa di Carini per mano del proprio stesso padre. 
    Il cantastorie di una volta, aveva sentito l’assurdo in ciò che la cultura dell’epoca giustificava, e denunzia il fatto davanti a un nuovo tribunale, quello del popolo, offrendo a tutti una nuova versione dei fatti; quella che reclamerà i diritti dell’amore, e renderà eroina colei che la legge e la giustizia avevano condannata.  
     Così per il mulo Totò e per Tanuzzu, la legge moderna segna con il bisturi i confini fra ciò che è giusto e ciò che è sbagliato, fra chi ha ragione e chi ha torto. Tutto può sembrare logico e giusto, ma il nostro cantastorie non accetta la versione ufficiale dei fatti e passa all’opposizione, denunziando alla società le incongruenze di quella sentenza e le assurdità di questo mondo.

Cuntu e cantu

     Un antico modo di dire siciliano recitava: “Nun cantu e nun cuntu”, per significare che una persona non aveva voce in capitolo, che non valeva niente. Al contrario, era molto importante, per tutti, colui che nei tempi antichi cuntava e cantava,  cioè, il Cantastorie, una sorta di cantautore che componeva, cantava, recitava passi di storia minore.
     Come gli antichi aedi di greca memoria, il cantastorie rappresentava l’anima popolare, colui che custodiva e consegnava ai posteri l’épos di un popolo.
     Chi scrive ricorda ancora Ciccio Busacca, Turiddu Bella, personaggi passati oggi alla storia delle tradizioni siciliane. Arrivavano di domenica mattina sulla piazza più importante del paese, montavano il palchetto, molto spesso utilizzando il portabagagli della loro Seicento; esponevano  il telone con i riquadri sul quale era dipinta la storia che avrebbero dovuto raccontare e cominciavano ad arringare la folla accompagnando il canto, crudo ma bellissimo, con la chitarra.
     Erano loro, i cantastorie siciliani, che portavano nei paesi, l’eco dei grandi personaggi e degli eventi che il mito aveva consegnato alla storia.
     Ma, cuntu e cantu nascevano insieme. Difatti, cuntu è la parola-che-è-concetto “sonoro”, nel senso che si veicola nell’aria per giungere alle orecchie dell’ascoltatore;  il canto utilizza anch’esso il suono che è modulato in melopea: dunque suono-concetto, il primo, suono-melodia il secondo.     
      Tanino Preti, poeta per elezione, musicista per nascita, intellettuale onesto, che conosce la poesia  del grande poeta niscemese, Mario Gori, coglie al volo un evento misinterpretato della nostra tradizione: la storia di Tanuzzu  e del suo mulo, e ne fa una storia cantata, che si fa subito poesia. Storia, si è detto, che parte dalla realtà del fatto, ma si trasforma subito in evento metastorico che diventa favola e si fa mito; delicatezza di un racconto che trasporta il vissuto in una atmosfera surreale. Certamente, ci sono in essa forti pennellate di costume, vedi il carrettu cu la vutti prontu a ’nsaccari sicchia strafitenti, ma si tratta di eventi che il nostro cantastorie recupera dalla memoria e che la stessa dissolve.     
                                                    Gino Carbonaro

             
    

2012/03/21

Argilla & Terracotta Grandi Scoperte dell'Umanita'


Argilla & Terracotta
           Grandi scoperte dell’Umanità
   
Il cammino dell’uomo su questa terra è costituito da una catena ininterrotta di scoperte. Ogni nuova scoperta è servita
  • ad allontanare l’uomo dallo stato di natura, che lo poneva sullo stesso livello degli altri animali. Ogni scoperta è servita per
  • migliorare la qualità della sua vita.
Fra le grandi scoperte dell’umanità, c’è il fuoco che è servito all’uomo arcaico





1. Uomini trogloditici nell’atto di accendere il fuoco

  • per riscaldarsi         
  • avere luce di notte,  
  • cucinare cibi,
  • tenere lontani gli animali
  • fondere metalli.


Agricoltura, rivoluzionaria scoperta dell’uomo.

    Dopo il fuoco, l’agricoltura è un’altra grande scoperta dell’umanità, e nasce quando l’uomo scopre che la riproduzione delle specie dipende da un seme che può essere messo a dimora nella terra.  


2. Semi di vita


   Quando l’uomo scopre che può gestire la riproduzione di un cereale (orzo, farro) e scopre ancora che viti e ulivi e altre piante possono essere implementati, allora  nasce l’agricoltura.           
                                     3.  Uomo arcaico con aratro


Con la scoperta dell’agricoltura l’uomo rivoluziona il suo modo di vivere.
   
   Prima di questa scoperta, l’uomo viveva di quanto offriva spontaneamente la natura: erbe, radici, frutti, miele, caccia.


4. Uomini primitivi che cacciano  

    Ma, in questa ricerca quotidiana delle fonti di sopravvivenza l’uomo era costretto a muoversi, a cercare, a camminare.
    Invece, quando  l’uomo impara a dissodare la terra, quando l’uomo mette a dimora dei semi, allora è costretto a fermarsi,  
  • per proteggere i germogli,
  • per aspettare il tempo del raccolto,
  • per difendere il frutto del suo duro lavoro,
          ma soprattutto perché
  • non può trasportare i frutti del raccolto.
   Frumento, orzo, vino, olio hanno bisogno di essere conservati e protetti, dunque necessitano  di  contenitori                
5. Giare/contenitori, da culture e tempi diversi

   Ed è in soccorso dell’agricoltura che arriva benefica la scoperta dell’argilla e successivamente quella della terracotta.
         La prima creatura dell’argilla fu probabilmente una statuina  in forma umana, forse una donna dal grande sedere ad indicare il bisogno di abbondanza di mezzi di sopravvivenza.


6. Divinità femminile in argilla
   
La statuina fittile è servita all’uomo primitivo per avere l’illusione di una protezione da parte di una entità potente, dotata di potere magico. Ma l’argilla (attenzione) dovette pure sembrare una sostanza magica, se poteva essere modellata e modificata per prendere l’idea che l’uomo aveva nelle mente.
   Difatti, se ciò che è nella mente dell’uomo viene fuori, e da idea si può materializzare, grazie all’argilla, questo fatto, per l’uomo primitivo è certamente magico. Difatti, chi ancora oggi modella l’argilla,il ceramista,  è considerato un creatore.
   
  Sempre dalla argilla impastata con acqua verrà modellata la prima ciotola, che messa accanto al fuoco si asciuga, si indurisce, diventa ancora più capace di contenere un liquido, agevola una delle funzioni dell’uomo.



7. Ciotola greca

       La ciotola! Questo elemento semplice, ma importantissimo che ancora oggi è amato dai ceramisti. Ed era altresì amato dai ceramisti greci che solevano dire agli allievi: “Impara a far ciotola! Poi andrai avanti”
      Dopo la ciotola sarà il momento dei recipienti di acqua, poi della giara dalla forma ispirata dal guscio resistentissimo dell’'uovo




8. Giara nella forma di uovo

maestosa, quasi madre che custodisce nel suo utero, il frutto che è vita: vino, olio, acqua, cereali che vengono difesi dall’attacco dei topi, antichi nemici dell’uomo. Perché la terracotta non è solo un contenitore, ma è altresì una struttura che difende il prodotto. E poi ancora, lucerne, pentole, mattoni per la costruzione di case, tegole, sarcofagi

9. Sarcofago etrusco in terracotta

Villaggi di argilla

I villaggi che si formeranno lentamente presentano sempre l’uso dell’argilla, di questa pasta duttile, che prende la forma che l’uomo desidera. Si ha l’impressione che senza l’argilla e i prodotti da lei derivati, l’agricoltura non avrebbe potuto avere il progresso che ha avuto.
    

10. Villaggi con case in argilla (Africa sahariana)

   Comunque, l’uomo che fonda la sua economia sulla agricoltura è costretto a aggregarsi con altri uomini. E’ l’agricoltura che fa nascere le società. Difatti, gli uomini che vivono insieme hanno bisogno di leggi, che devono essere fissate su un supporto: su una pietra, su un quadrato di pelle, o anche su una tavoletta di argilla.
        
11. Mosè sul Monte Sinai con i Dieci Comandamenti

Le prime leggi, che conosciamo sono quelle che Dio consegnò a Mosè sul Monte Sinai
ed erano scolpite su tavole di pietra. Si tratta dei Dieci Comandamenti. E per molto tempo la scrittura ebbe come supporto la pietra, ma . Ma non tutti sappiamo che il lavoro per preparare la pietra e scolpirla era, ed è tuttora,  molto faticoso.
       Le altre leggi, che conosciamo furono dettate dal re assiro Hammurabi, 1700 anni prima di Cristo. Ma, ora le leggi furono stilate/scritte su argilla morbida,


12. Scrittura cuneiforme assiro-babilonese su tavolette di argilla  

dove, per scrivere bastava fare uso di un semplice listello di canna affilata, che sostituisce il necessario scalpello della pietra.
         L’uso di tavolette di argilla dimostra quale è stato il salto in avanti della civiltà. La scoperta dell’argilla come supporto per scrivere, può essere paragonata per i tempi alla scoperta dell’odierno computer. Si pensi al tempo risparmiato dagli scribi per vergare la scrittura. Stirare un foglio di argilla era forse più semplice che fare oggi un foglio di carta.
           Su tavolette di argilla furono scritti velocemente importantissimi libri di sapienza antica, giunti fino a noi, e furono stilati atti notarili e passaggi di proprietà, ma i cretai non costruivano solo tavolette corrispondenti alle pagine di un nostro quaderno, ma costruivano tutto quanto poteva servire all’uomo: lucerne, sedie, mattoni per edificare case e pavimenti, tegole per le coperture delle case, vasi di ogni genere, piatti, scodelle, e così via.

13. Manufatti in terracotta di origine e culture diverse
e lontani fra di loro nel tempo e nello spazio
                           
Mille usi dell’argilla.

       Oggi sappiamo che tutte le civiltà hanno conosciuto una “Era della argilla-cotta” (terracotta) dalla quale ancora oggi non siamo ancora usciti, malgrado la scoperta della plastica.
  • ll Giappone e i popoli dell’Africa Sahariana fecero uso di manufatti di argilla già 14 mila anni prima di Cristo.
  • Cina, Egitto, popoli Maya e Aztechi hanno conosciuto l’uso dell’argilla da tempi antichissimi con funzioni diverse.  

  Ma, va ricordato come utile curiosità che


14. La Grande Muraglia Cinese

            La Grande Muraglia Cinese costruita per volere del primo imperatore cinese Qin Shi Huang, lunga 8852 km, larga e alta oltre dieci metri, è interamente costruita con mattoni di terracotta. una muraglia che per i tempi fu cotruita in tempo record proprio perché furono usati grandi mattoni di terracotta.
       E va ancora ricordato che lo stesso imperatore Qin Shi Huang fu ancora colui che ordinò di costruire un intero esercito di soldati, statue ad altezza d’uomo, e cavalli che avrebbero dovuto proteggerlo nell’altra vita (afterlife).

    
15. Esercito di guerrieri in terracotta                                      
(China 2° sec. B.C.)

Ma, statue e cavalli, forse diecimila esemplari, sono tutte in terracotta.  Ancora in terracotta sono molti bassorilievi assiro-babilonesi (a parte l’alabastro), e di terracotta furono molti dei teatri romani, per esempio quello di Taormina in Sicilia  


16. Teatro greco- romano di Taormina
  
Ma, va ricordata ancora la immensa produzione di vasi e giare della civiltà egeo-cretese


17. Giare egeo-cretesi

vasi  di quella greca, maltese castellucciana


18. Sculture maltesi in terracotta






che si è sviluppata nella parte meridionale della Sicilia, migliaia di anni prima dell’arrivo dei Greci, civiltà che non conosciuta dai Greci che in Sicilia approdarono cinque secoli prima di Cristo.

      Per l’uomo arcaico e primitivo, ma forse anche per un ceramista di oggi, l’argilla sembra possedere  qualcosa di magico, di sublime. Il rapporto che l’uomo ha con l’argilla non è lo stesso che l’uomo ha con la pietra. Per modificare la pietra, lo scultore è costretto a usare la forza: martello, scalpello, oggetti di ferro. Il rapporto uomo-pietra è una guerra.
  Invece, il rapporto che l’uomo ha con l’argilla è un atto di amore, dolce, certamente sensuale, fatto con le mani, direttamente, senza intermediari. L’argilla simula la parte migliore della vita. La possibilità di plasmare con dolcezza, con amore, dove ciò che è dentro di noi può venir fuori, vedere la luce, materializzarsi, prendere corpo e farsi vita: la vita di una idea.


19. Mani di ceramista al tornio
       
       Di tutti i materiali esistenti, l’argilla è quella che si ama di più. Si può capire per questo, perché Dio abbia scelto l’argilla, ( la “Terra dei vasai - kéramaiòs”). per creare Adamo ed Eva. Dio, dapprima modella la sua creatura, poi gli dà il soffio della vita e si fa creatura.


20. Dio crea Adamo ed Eva

Ogni ceramista, rivive forse il momento di una creazione divina ogni qual volta plasma, modella l’argilla, questa materia sconosciuta, ma da tempi antichissimi usata anche per le sue qualità farmacologiche, e oggi largamente adottata dalla medicina omeopatica.
                                                                                                           
Gino Carbonaro