2011/07/29

A Carnevale Indovinelli Osceni

indovinello & carnevale

Conferenza del 15 febbraio 2007, ore 19
Ristorante Acrille - Chiaramonte Gulfi

Fra storia e poesia


1. Indovinello e tradizioni popolari

     Sino a qualche decennio fa, l’indovinello era parte integrante del nostro patrimonio culturale, delle nostre tradizioni popolari.
     Da qualche anno, invece, l’uso di proporre indovinelli a Carnevale è  passato di moda. Se ne parla ancora, ma come di cose che appartengono ad un passato lontano.
     Le nuove generazioni non sanno di indovinelli, né delle abitudini siciliane di un tempo. Nelle scuole, i maestri invitano gli alunni a fare ricerche, a raccogliere indovinelli in famiglia, giusto per non perderli, per salvare il salvabile, ma la loro morte è stata decretata.
     Tre giorni fa era martedì grasso, ma nessuna famiglia, riteniamo, si è riunita attorno a un tavolo per godere di un momento, che una volta era autentico, sentito ed atteso. Eppure, sino a qualche decennio fa era prassi che nel periodo di Carnevale tutte le famiglie (famiglie patriarcali) riunite attorno a un tavolo trascorressero le serate sfidandosi a gara negli indovinelli.
     Non c’era televisione, né svaghi, perciò il passatempo era sano e la consuetudine risaliva alla notte dei tempi. 

2. Carnevale veniva anticipato dagli indovinelli

     Per capire la storia dell’indovinello, è necessario tener presente alcune cose:

-         Che l’indovinello è figlio del Carnevale;
-         che gli indovinelli potevano essere recitati solo nel  
    periodo di Carnevale, per una durata massima di quattro, cinque settimane, nell’arco di tutto l’anno. Fuori di questo periodo era proibitissimo proporli. Se a qualcuno veniva alla mente un indovinello durante uno dei periodi non canonici, cioè fuori dal periodo del Carnevale, lo chiudeva garbatamente negli armadi della memoria, proibendogli di uscire. Era peccato mortale ripeterli! Era proibito dalla Chiesa, dalla tradizione? Nessuno sapeva dire perché, ma era proprio così.
-  Il primo segnale, la prima avvisaglia che si stava per entrare nel periodo di Carnevale, veniva data proprio per mezzo degli indovinelli. Vediamo come:  

    Dopo l’epifania, ma non c’era un giorno ben definito, qualcuno in famiglia recitava un indovinello. Era sorpresa, ma era proprio quello il segnale che qualcosa stava cambiando nell’aria, e che si era entrati nel periodo del Carnevale.
      Lentamente, poi, ma sempre più intensamente, venivano proposti indovinelli, sempre nei momenti più impensati e anche a persone sconosciute.
     Una donna era in casa badando alle proprie faccende? Una vicina si affacciava alla porta, lanciava un indovinello e sorridendo andava via, lasciando l’interlocutrice a lambiccarsi il cervello nel tentativo di trovare la giusta risposta a quella strana combinazione di parole della quale bisognava trovare la soluzione.
     E ancora. I lavoratori (muratori, contadini) sempre nel periodo di Carnevale, si fermavano per pranzare? C’era subito qualcuno che proponeva un indovinello, mentre qualcun altro era pronto a continuare. Ed era gara per vedere chi ne diceva di più.

3.    L’indovinello come sfida

     In verità, l’indovinello non veniva proposto, quanto piuttosto lanciato in segno di sfida improvvisa alla intelligenza di un interlocutore. E la sfida andava raccolta. Ricordo con quanta attenzione si ascoltava l’indovinello, con quanta tensione si cercava di decifrarlo, e quanta gioia ancora accompagnava colui che riusciva a dare la giusta risposta e a vincere la sfida, e, parimenti, era facile immaginare quanta mortificazione e umiliazioni lasciava registrare nel viso colui che non riusciva a trovare la risposta, facendo la figura di uno sconfitto.


4.     L’indovinello è verità mascherata

     A questo punto, viene naturale chiedersi, che rapporto c’è fra l'Indovinello e Carnevale?
  Diciamo subito che, l’indovinello è una verità mascherata. Una verità che non vuole farsi riconoscere, e perciò indossa una maschera depistante.
    Adesso il problema si sposta sul Carnevale, e le domande potrebbero essere altre: “Perché ci si maschera in generale? Perché ci si maschera a Carnevale? E, Carnevale cos’è?” tenendo presente che :
-  Carnevale è la prima festa dell’anno.
-  Carnevale non è una festa religiosa.
-  Carnevale è festa che esiste, senza esistere, perché non è segnata in calendario. né è prevista alcuna vacanza.

     È così che torniamo a chiederci:
- Cosa è il Carnevale?
- Quando è nato?
- Se Carnevale ha degli antenati?
- C’è un rapporto fra Carnevale e la medievale Festa dei Folli, fra Carnevale e i Lupercali latini, e i Saturnali romani e i Baccanali greci? Tutte feste primaverili, tutte feste in maschera, tutte feste in cui erano consentiti comportamenti che sarebbero stati perseguiti in altri momenti dell’anno.
      Ma, a guardar bene, anche all’indovinello era concesso di vestire se stesso con un vestito osceno, a Carnevale. Ma, solo a Carnevale!        

5.    Il sesso era tabù
   
     È risaputo che la maggior parte degli indovinelli si presentava con forti referenti sessuali. E questo si verificava in una società dove per tradizione il sesso era tabù. Dove nessuno osava pronunziare la parola “partorire”, solo perché avrebbe potuto essere collegata a sesso. Eppure, a Carnevale, si rompevano gli argini, e tutti ripetevano a gara indovinelli di un osceno che più osceno non si può. E il nostro S. A. Guastella racconta che da piccolo era rimasto sconvolto da questa doppia anima della società.
     Che il sesso fosse qualcosa di cui non si doveva parlare, lo si capiva perfettamente quando i genitori discutevano fra di loro di argomenti “scabrosi”, e tutt’ad un tratto il loro ragionare si ingarbugliava, si caricava di doppi sensi e di ambigue allusioni, mentre occhiate ladre cadevano sui bambini per verificare sino a che punto avessero potuto capire ciò che non avrebbero dovuto sapere. Invece, i bambini capivano che, quando si parlava di sesso, dovevano fare finta di non capire! Perché il sesso era peccato, il sesso era una cosa brutta. Cioè, era una cosa bella, ma contemporaneamente era una cosa brutta!
     Questo, in qualsiasi momento dell’anno. Inspiegabilmente, però, le cose si capovolgevano in prossimità del Carnevale.
    
5. Gli indovinelli, quasi sempre sboccati,  erano consentiti solo a Carnevale a tutti e non si scontravano con la morale.

     Proprio qui sta il problema. Perché, gli indovinelli erano per la maggior parte sboccati, riferiti a quelle parti del corpo che la decenza comune evita di menzionare, e che per tutto l’anno erano coperti dal tabù, dalla morale, dalla religione, dal galateo: si è detto galateo, perché un tempo, le persone che nominavano parti del corpo sporche, i piedi per esempio, prima di nominare la parola erano soliti dire: “Con rispetto parlando, mi fanno male i piedi!” A Carnevale, invece, le stesse persone mettevano da parte il rispetto, e per non si sa quale motivo, finivano per recitare a diluvio, senza freni, `niminagghi `malaccriati, davanti a tutti:  grandi e piccini, maschi e femmine, donne sposate e vergini, servi e padroni, monaci e monache, senza che ciò si scontrasse con la morale, senza che ciò facesse arrossire il viso a qualcuno, o provocasse vergogna, sensi di colpa o sanzioni: solo risate, solo ilarità.
     S.A. Guastella, bambino, non si raccapezzava, e rifiutava di credere alle sue orecchie correndo con lo sguardo da sua madre a sua nonna, da suo padre a suo zio, ai parenti tutti che buttavano giù mucchietti di versi riferiti a qualcosa di molto pesante, subito supportato da un giuramento sornione:
Beđda maŧŗi `maculata
nuň è `cosa malaccriata.[1]
   
     Era per S. A. Guastella un enigma questo comportamento doppio delle persone e soprattutto della madre, la stessa che in altri momenti dell’anno si dimostrava rispettosa della morale, delle buone maniere e di quanto era riferito al sesso e all’atto sessuale.
     Ma, ascoltiamo qualcuno di questi indovinelli piccanti.

  1. A fimmina ca è di sutta joca e sciala,
’u maşculu ca è di supra si conšuma.

                                                                   Formaggio (ca è masculu)
                                                                   e grattugia (ca è fimmina)

  1. Ta mà che cosci apêrti
Aşpetta a `mia ca ci la `mêttu

                                           (pentola e pasta)

  1. Pi-lliccu pi-lliccu,
      nt’ô culu t’a ’nficcu
                                                (filo e ago)

                                                          Con rispetto parlando!

  1. Ta mintu nt’ô culu e m’â `diri grazi    

                                                           (sedia)
                                              Sempre con rispetto parlando!

  1. Dammi ’u culu comu mi l’ha’  datu
      ca ti lu juru ca ’uň è piccatu.            

                                                            (sedia)

  1.  È robba di culu
       e `merda nuň è.
                                                            (uovo)

  1. Ncugna maritu miu,
      ncugna, sputazza
 appuntiđda i pêdi ô muru,
nfilala nt’â şpaccazza.

                                             (ascia)

  1. Di fora pilu, di dintra pilu,
      spinci l’anca che t’a ’nfilu.     

                         (pantaloni di pelle di capra)
    
  1. ’U viscuvu l’havia lonća
’U papa l’havia ri cciu
’A monĭca çiancia
 Ca cciù lonća la vulia.      

                                           (tonaca)

  1. Trasi dura e nesci mođda 

                               (la pasta, gli spaghetti)

  1. Trasi asciutta e nesci vagnata  

                                             (iniezione)

  1.  A ża Cicca si curcau,
 u żu Ciccu ci accravaccau,
 menza canna ci ň’anfilau!
               
                 (’A briula, ’u briuni)

     Quest’ultimo indovinello sembra dire che una tale zia Francesca (ża Cicca) era andata a letto, che suo marito si era messo sopra di lei (a letto), e che lì era accaduto qualcosa (menza canna ci ňi ’nfilau) che decenza e decoro non ci consentirebbe di ripetere.
     Questo “sembra dire” l’indovinello così come è montato. Ma, la realtà era un’altra: ’a ża  Cicca è il piano di legno, dove una volta si impastava il pane (’a `briula); ’u żu Ciccu, il maschio, era l’asse (!) di legno che serviva ad impastare il pane (’u `briùni); la menza canna che entrava dentro la ża Cicca era il chiavistello di legno (’a tinniggia) che teneva insiema il piano e l’asse, o se si vuole ’a `brìula e ’u `briùni.
     È qui che si rivela la caratteristica dell’indovinello: la risposta vera non è quella che appare più ovvia e scontata, ma un’altra, quella che non si vede, ed è nascosta nel labirinto depistante delle parole.

    Anche l’indovinello, a Carnevale, si presenta come verità che ha indossato la maschera, mentre invita l’interlocutore a indovinare cosa si cela dietro questa maschera.
     La soluzione c’è, ma è il risultato di una capacità umana: quella di spingersi al di là delle apparenze, di andare dove non si vede, ma c’è la verità.
     Dunque, non c’era nulla di male nel ripetere ad alta voce, anche davanti ai bambini, questi indovinelli. Se qualcosa di male sembrava esserci, quella era la maschera, ed era solo allusione ed illusione. Quello che conta nella vita, ben si sa, è la sostanza[2] delle cose non l’apparenza, e l’argomento era candido nella sostanza, osceno solo nella forma, che, si sa, non ha valore.



6. L’indovinello propone un doppio se stesso


     Lindovinello è una verità mascherata, ed è quello che propone un doppio-se-stesso, e quello vero è quello che si nasconde sotto la maschera, per pervenire al quale l’ostacolo è rappresentato dalla interferenza della prima attribuzione logica, quella che ci porta a pensare ad un rapporto sessuale.
   
     I messaggi dell’indovinello sono in realtà due:

  1. uno scoperto e comprensibile
  2. l’altro nascosto e da scoprire

     Dunque verità doppia:[3] (double) che mette in dubbio il concetto di verità, e pone la realtà nella sua valenza ambigua, che si svela (che può essere scoperta) grazie a due componenti umane:

  1. la volontà-necessità di pervenire alla soluzione del quesito, e
  2. la forza mentale e logica per poter risolvere il problema.

     Si deduce così che, se la realtà indossa la maschera, la verità si pone sempre come enigma legato contemporaneamente al concetto di maschera e a quello di ragione.



7.  La maschera è una armatura     

     Ragione e maschera diventano protagonisti o simboli di una lotta-confronto antica quanto il mondo, che da sempre l’uomo si è trovato a combattere per districarsi nei labirinti delle incertezze, per trovare le soluzioni ai mille dilemmi che la natura gli pone quotidianamente davanti,  per sciogliere, insomma, i  nodi gordiani [4] della vita.
     Maschera, dunque, perché tutta la realtà risulta schermata/celata/coperta da un involucro altro.
     Ragione, perché è la ragione lo strumento “forte” del quale l’uomo si serve per capire-e-carpire, parare o pre-parare, in attacco o in difesa i colpi di una Realtà che si presenta doppia, infida e mascherata.
     Sfida, questa dell’enigma-indovinello, che simula nel piccolo, l’altra, quella vera e grande, che la Natura lancia quotidianamente all’uomo, e al suo strumento di massimo potere e di conoscenza, alla sua intelligenza, a quella che è in grado di inter-legere, cioè di leggere fra le righe di tutto ciò che è offerto come complicato/ complesso/strutturato/articolato e in ogni caso nella sua forma costitutiva che è per l’appunto enigmatica.
     Enigma, dunque, o verità mascherata, in quanto surroga la realtà, quasi a voler dire che tutto ciò che ci circonda custodisce o nasconde se stesso dietro un inestricabile labirinto di elementi che proteggono difendono e depistano l’avversario.



8. La maschera è il simbolo della vita, che è per l’appunto mistero.


     Sono le apparenze delle cose, quelle che la realtà ci presenta. Chi può dire cosa si cela dietro quelle maschere? Chi può di ognuno di noi indovinare i pensieri, le intenzioni, le volontà recondite? Se siamo portatori di bene o di male? Se si cela verità o menzogna dietro ogni parvenza di maschera-persona?[5]
     Tolta la maschera c’è verità? o, altre possibili maschere? Chi può dire cosa sono gli altri, se noi, per primi, simuliamo o dissimuliamo, per amore o per calcolo, agli altri, vicini o lontani, amici o nemici i nostri pensieri? Non è forse maschera la nostra? E non siamo forse un enigma, noi a noi stessi? Sappiamo forse chi siamo? Cosa vogliamo? Perché viviamo? E non è mascherato anche il nostro futuro, quello che incombe come una spada di Damocle su ognuno di noi? Tutta la Natura e il Destino si presentano all’uomo in una forma doppia, in una catena ininterrotta di possibilità alterne e “cornute”, ambivalenti e miste, perché il mistero è “miste[6] cioè doppio. Dunque, non solo l’indovinello e il Carnevale, ma anche la Natura è enigma: la maschera il loro simbolo, il simbolo della vita, che è per l’appunto mistero.

    
9. La Sfinge, l’Uomo e l’Enigma

    Per questo l’enigma è presente in tutti i popoli della terra, quasi sempre legato a funzioni misteriche e religiose. Famoso fra tutti il mito di Edipo e della Sfinge, che simboleggia la sfida offerta all’uomo da tutto ciò che ha la maschera, della natura, e dall’enigma, ancora, come arma del duello che vedrà soccombere inevitabilmente lo sconfitto.
     Racconta la leggenda che Dioniso-Bacco, per vendicarsi di un torto subito dai Tebani aveva mandato la temibile Sfinge contro questi ultimi.
     Accovacciata su una rupe antistante la piazza del mercato in Tebe, la Sfinge sceglieva le sue vittime tra i passanti e a questi poneva un enigma cantandolo nel modo tipico degli oracoli. Ma, l’enigma era stato fornito dal Dio, e l’oracolo che parla in nube et aenigmate è voce di un Dio che va pure indovinata, per questo si diceva che l’uomo doveva a-divinare o in-divinare, quasi a voler indicare che sciogliendo l’enigma si rubava la verità a-Deo, oppure che si riusciva ad entrare in-Dio (indovinare, indivinare) nella sua mente, nel suo esser vero.
     L’enigma, famoso, posto dalla Sfinge, che è la maschera per eccellenza, suonava così:

“C’è sulla Terra un animale che può camminare 
con quattro, due o anche tre gambe
ed è sempre chiamato con lo stesso nome.
Quando egli cammina appoggiato
ad un maggiore numero di piedi
la velocità delle sue gambe è minore”.

     Non è importante sapere cosa poneva l’enigma, quanto piuttosto il referente mitologico. La sfida fra Sfinge e Uomo era paritaria. La Sfinge, che è poi la Natura o Diòniso (che è lo stesso) poneva l’enigma: se l’uomo risolveva l’enigma la Sfinge sarebbe stata sconfitta e perciò sarebbe stata costretta a soccombere. Se invece è l’uomo a non risolvere l’enigma, allora sarà quest’ultimo ad essere sconfitto dalla Natura. Nell’un caso e nell’altro il rapporto fra l’uomo e la Natura ha come posta in gioco la vita.


10. L’Enigma

     Nel suo primo apparire l’enigma si pone come prova di abilità-logica, non dissimile da altre prove di abilità, che si manifestano in giostre, gare, corride, ma anche nel gioco della carte, che chiama in causa la sfida al Destino, il concetto di vita e vittoria, di sconfitta e morte. Simboli e principi pur sempre ricorrenti nel Carnevale.
     Nel mito di Edipo, come in qualsiasi gara, sono presenti i concetti forti della vita:  la sfida, il  rischio,  la  maschera, la ragione (quella alla quale si appella Edipo)  la  possibilità  della vita che è nella  vittoria,  e della  morte in seguito a sconfitta.
     Chi supera la prova (e l’enigma è forma suprema di sfida) vince e vive; che è sconfitto, perde e muore.
     Questa è la logica spietata della Natura, che è poi la logica di Diòniso e della Sfinge, senso arcaico e sotterraneo che presiede alla logica dell’enigma; e che, simbolicamente, ritornano  nel Carnevale,  là  dove sono  presenti  gare,  sfide, prove di abilità che se vengono superate danno all’uomo l’illusione di poter vincere contro la Natura, quando si presenta come portatrice di male. 
     Lo schema è in ogni caso visualizzabile nel seguente flow-chart:


natura =  realtà =  dioniso
(doppiezza: bene-male)
sfinge
maschera
enigma
mistero
aggressione
sfida  - lotta  - prova
difesa
maschera
come armatura depistante
Ragione
Logica Lineare
Scoperte forti arcaiche


     Se la realtà indossa la maschera si deduce  che  la verità è presente sotto  forma  di enigma,  legato  al  concetto di maschera e, di riflesso, a quello di ragione:

Uomo   contro   Natura
Ragione   contro  Maschera
    
     Sono protagonisti e simboli di una lotta-confronto: lotta,  che da sempre l’uomo ha dovuto  combattere per necessità contro la natura: maschera,  perché tutta  la  realtà risulta schermata, coperta da un involucro altro.








11. L’enigma di Edipo e i Dubbi: dalla Grecia antica alla Sicilia



     La mia sorpresa, come ricercatore, non è stata poca, quando mi sono accorto che il mito di Edipo era lo stesso che re-citava mia nonna, quando mi avvisava che si trattava di un Dubbio e non di un indovinello:

Qual è quell’animale
che da piccolo cammina con quattro piedi
da grande con due e da vecchio con tre?

    Un filo sottile lega, dunque, la storia del passato a quella presente: la storia delle maschere antiche a quelle dell’odierno Carnevale dove tutto è condito da risate e scherzi, anche pesanti e licenziosi per i quali però a nessuno era consentito offendersi. [7]


12.  Il Mercoledì delle Ceneri e la fine del Carnevale


     Ogni divertimento e gioia, ogni concessione e deroga alla licenza, finiva a mezzanotte in punto del martedì grasso, quando in piena notte giungevano i lugubri rintocchi delle campane che suonavano il tenebroso mortorio (pulvis es et in polvere reverteris): era il mea culpa a ricordare che Carnevale era finito e che si entrava nel Mercoledì delle Ceneri o dei pentimenti e della espiazione dei peccati, e con essi nel periodo della Quaresima.
     Da quel momento la consegna terribile era una soltanto: guai a proporre un solo indovinello. A tutti veniva ricordato che trasgredire a quell’ordine era peccato mortale. Mia nonna ricordava a tutti: “Zíttiti, ca ti càmmiri!”. Io non capivo cosa volesse dire quel “ti càmmiri”, ma intuivo qualche sventura se avessi continuato a recitare indovinelli.
     Così, tutti si rientrava nella norma: ciò che era stato scoperto (il tabù) tornava a coprirsi; ciò che era stato coperto (i visi mascherati) tornavano a scoprirsi, la gente tornava seria, tutto si ricomponeva e le cose riprendevano il corso naturale, così come era stato prima del Carnevale. Il rito esorcistico-propiziatorio del Carnevale era finito. 
     Era processo naturale questo avvicendarsi contraddittorio di due aspetti della realtà, ma, nessuno riusciva a spiegarsi il perché tutti sapevano che a Carnevale ogni scherzo vale e chi si offende è un gran maiale, e anche che semel in anno licet insanire, che una volta l’anno a tutti è consentito perdere la ragione, sospendere il giudizio, evitare di chiedersi il perché degli eventi.

(Vedi file: Carneval, Enigma pag. 67)










Altri indovinelli

1. Cu è ca sta-pi a moddu tutto l’annu
     e nuň infraçirisci mai?                               (pesce)                       

     Nell’indovinello siciliano si  pone l’idea di qualcosa di impossibile che pure è possibile. Nell’acqua, tutto subisce una inesorabile trasformazione. È certo impossibile che qualcosa possa restare in acqua senza marcire. 

2.  ’Nzirtàtimi cu è ca vota ’u culu o re?   (cocchiere)

     Mi si dica, di grazia, chi può essere tanto insolente (o, incosciente) da voltare le spalle al re? La risposta (scontata) dovrebbe essere: “Nessuno”. Invece, l’intelligenza scopre una possibilità-positiva: il cocchiere è colui che di necessità gira le spalle al re. Così il paradosso è solo apparente. 

3. Nuň ha vucca e parra,
    nuň  ha-vi  pêdi e camina.                         (lettera)

Altro paradosso, altra cosa impossibile. Difatti che può parlare se non ha bocca e chi può camminare se non ha gambe?



Indovinelli osceni

’Ntò, ’Ntò,
mintammilla i davanti
ca d’arreri nun ci vidu.

     È una frase colta al volo, che all’ascoltatore poteva offrire un doppio significato, uno quello normale; difatti, la buona Concettina, rivolta ’Ntò suo cognato, lo esortava a mettere la Lanterna davanti, com’è logico, in quanto, se continuava a tenerla di dietro (la lanterna) non avrebbe potuto vedere. Dunque c’era buio.
     La seconda interpretazione, coglie l’allusione metaforica, oscena o carnevalesca. Difatti cosa può chiedere  una donna a un uomo? a metterle davanti cosa?  
     L’indovinello con il riferimento al sesso mette l’interlocutore in imbarazzo rendendogli difficile la decifrazione dell’enigma, che non verrebbe mai risolto senza l’aiuto malizioso del dicitore. Si tratta, si è detto, della Lanterna, che risaputamente, quando si procedeva al buio nelle notti oscure di una volta andava messa davanti. 

     A questo punto il discorso continua, l’indovinello passa di mano e la vendetta non si lascia attendere. Chi non ha saputo risolvere il quesito risponde:

(Pil-)liccu, (pil-)liccu,
’nt’o culu t’a ’nficcu.

     L’indovinello simula l’atto di vestire l’ago. Cosa fa la donna per fare entrare il filo nella cruna: lecca, lecca il filo e poi lo infila. La cruna è detta culu, per portare fuori strada, è in realtà ci riesce, perché nessuno può indovinare se non è aiutato. La risposta nel giro dei dicitori non si lascia attendere.

T’a mintu ’nto culu e m’h’a diri grazi.

     Il riferimento è fatto anche stavolta a un oggetto comune, alla sedia, la quale ricorda, per l’appunto, che bisogna sempre ringraziare chi ti avvicina o te la mette (la sedia) a portata di mano o a portata di sedere, specialmente quando si è stanchi.

     A botta e risposta,

P’amuri di Diu e di li Santi
Livàmila d’arreri
E mintìmila davanti.

     Nel livello osceno il gioco è sempre riferito a qualcosa che va tolto di dietro e va messo davanti, ma in questo casa la risposta è di un candore assoluto.

     In chiesa di solito si stava seduti durante la funzione, ma, quando ci si alzava, gli anziani erano soliti spostare la Sedia e metterla davanti. Veniva utilizzata per appoggiarsi quando l’orante si piegava in avanti. La prassi era riferita ai vecchi che non riuscivano a inginocchiarsi e si piegavano appoggiandosi alla sedia che avevano posto davanti a loro.

     Solo chi pensa male può ritenere che questo indovinello sia sporco, mentre in verità non nasconde nulla di male. 
     Il trucco sta nel fatto che nessuno fa riferimento al soggetto della frase e quindi dell’indovinello.
     Quando, poi, il dialogo si riscalda, un uomo può farsi coraggio (ma non tanto) e riferito a una bella donna della comitiva può recitare questo indovinello:

M’h’a scusari se t’u dicu,
a spaccazzedda è sutt’o viddicu.

     Scusate la mia sfacciataggine, Signore, ma la fessurina (di ciò che dovrete indovinare) è sotto l’ombelico. Chi è che ha la fessurina sotto l’ombelico? È il salvadanaio di terracotta, che ha una specie di bottoncino (l’ombelico?), sotto il quale, guarda un po’, c’è proprio una fessurina .
   
     Insomma, non si finisce mai di pensare male, sporca mente umana, anche quando si tratta di cosa semplici, elementari e soprattutto tali da non poter far pensare a nulla di osceno.



Indovinelli Siciliani
osceni e graziosi


  1. Sedia in Chiesa

      Oh, signuri! Chi facistivu?
chi darrèri mi la minitistivu?
Iu prêju a Diu e a li Santi,
ca è darreri, ma mi la mittiti davanti?

       2. Sedia

           P’amuri di Diu e di li Santi
           Livàmila d’arreri
           E mintìmila davanti.

       3. Sedia

           Ta mettu ntò culu
           e m’ha diri grazi.

       4.  Sedia
            
            Ô scuru ô scuru
            Tirituppiti n-culu.

  1. Sedia

            Dammi lu culu comu mi l’hai datu
            Ca ti lu juru chi nun n’è piccatu.          

       6. Sedia
           
           O su’ beddi o sunu brutti
           Vaju tuccannu u culu a tutti

  1. Pane al forno (non suona bene)

Mmênzu ê cosci di tŏ sôru
c’è lu seculu maternu
Trasi cô scuru e nesci câ lanterna.

8. Forno

A gna Maruzza
Prima sô ratta
E pôi sô nnetta.

9. Pentola

Ci la mettu cu lu scuru
E ci la levu cu l’allustru.

  1. Cufularu

Tŏ ma ch’ê cosci apêrti
Spetta a mia ca ci la metti.

  1. Pasta

Trasi tisa-tisa
e nesci modda-modda.


12. La pasta, gli spaghetti in pentola

      A nficcu tranti e a niesciu modda.

  1. Cipolla arrostita

Trasi dura, bon sirrata,
nesci modda e vagnata.

      14.  Cipolla

Cômu! Ti spuogghiu e mi fai çianćiri?
     
15. Carciofo

La signora di miniminottu,
notti e ggh-jôrnu lu teni scupertu,
l’havi tuttu chinu di pilu
e duna spassu ô signurinu.

  1. A sbrìula, u sbriuni, a cavigghia (variante)
  
           
            A za Cicca si curcau
            (A Za purpita si stirnicchia)
            U Ciccu ci accravaccau 
            (u zu Purpitu ci accravacca)
Menza canna ci ni nficcau (ci ni carca)
      
      17. U sbriuni

            Sutt’ô culu di tŏ mà
            n-palu luoncu di cà a ddà.  

18. Formaggio grattugiato

A fimmina di sutta joca e sciala
U masculu di n-capu si consuma.

  1. Scaldino
     
            Haju nu sciccarêddu i malu viziu
            Mênzu li cosci di li fimmini sta saziu
            Quannu finisci i fari u sŏ sirvizu
            Si jetta com’ô sceccu i Mastru Raziu.

  1. Scaldino

Timpa e timpuni
A nzertimi chi ci ha tŏ mà
Sutt’ô picciuni?
      21. Scaldino

M’ha mannatu cà u signori Natali
Chiddu di sutta m’aviti a dari,
Vi lu preju pi la Nunziata
’gn’è palora malaccriata.
     
  1. Mutandoni
      
Li tŏ cosci su bianchi e lisci
Li mittêmu cosci cu cosci
E comu cazzu finisci finisci.

23. Fiammifero

Ô scuro ô scuro
T’appuntiddu ô muru.

  1. Occhi che si chiudono

Pilu cu pilu s’ancucchiǔnu a notti.

  1. Occhio

Di supra pilu, di sutta pilu
Dintra c’è l’argentu vivu:

  1. Salvadanaio
      Nun v’allagnati no si vi lu dicu
Haju la spaccazzedda sutt’o viddicu.

  1. Donna che allatta


Ventri cu ventri
Na manu n-culu sempri
Cu n-puzzuddu i carni cruda
Si cunorta a criatura.




  1. Pipa

Haju lu côddu a cirripìu.
Sucammilla fratuzzu miu.

  1. Sigaretta

N-carusu i chinnici anni
sâ trasi e nesci comu unu ’ranni.

  1. Orologio

Ih! Ah!
Chi cci penni a tŏ pà?

  1. Scarpa

Lêggiu maritu miu, nun vi ngravati,
Pirchì tantu ravùsu vi façiti?
Ca ccu lu pisu vôstru mi scacciati
E tutti li biddizzi mi luvati.

  1. Scarpa

Un parmu n’haju
Un parmu ni vurria
Sempri di carni io la jinchirìa.

  1. Chiavistello

Cu n-parmu ’i cosa dura,
a Signura stapi sicura.

  1. Sdagnetta

O juornu pinnulìa
A notti è ntò pǔrtusu.

 
  1. La chiave

Curri curriennu,
             Nficca nficcannu
             Fa’ da cosa e pôi si riposa.

  1. La chiave

        Ficca ficchiellu
rota rutiellu
   fa chidda cosa
   e puoi si riposa

  1. Chiodo

        Tuttu rientra, e a testa fora.

  1. Spaccalegna

Forza maritu miu, metti sputazza,
appuntidda li peri e metti forza.
Sta attentu, nun sbagghiari la çiaccazza,
se no si jetta fora a simintazza.

  1. Lo spaccalegna nel Bosco di Santo Pietro

Vinni a Santu Pietru
Pri futtirimi a tŏ mà.
A futtì, a rifuttì,
a carricai e mi nni ji’.
        
      36. Sega 
            Allarga a spaccazza
            E cari a simintazza.



37. Trapano
       N-cugghiuni i lignu
        e a minchia i fierru.
   
  1. Anello

Munzignuri l’havi grôssu
      l’havi duru comu n-ôssu,
      e lu teni tantu caru
      notti e ggh-jôrnu ’u teni n-manu.

  1. Anello

             Viegnu di Palermu
             e puortu robba fina
             all’uomini si ci ammuscia
             e fimmini si ci anfila.

  1. Manicotto da donna

U pilusu miu davanti
Pari bellu a tutti quanti
U pirtusu ci l’havi n-centru
E li dita ci vani dentro.

  1. Gatto

Haju na cosa pilusa pilusa
Chi trasi e nesci do to pirtusu.
     
  1. Tasca

      Caminannu caminannu
      Mi la vaju tuccannu.


    
  1. Pennello

Haju na cosa quantu n-parmu
Ca testa russa e va sculannu
E la stessa sculatura
Fa na bedda criatura.    

  1. Penna

N-picciuttêddu di nov’anni
Sa trasi e nesci comu unu ’ranni
Sa trasi asciutta e sa nesci vagnata
Cu la puntidda tutta macchiata
    
  1. Salsiccia

Se ci la mettu chi mi dici?
Bianca e russa idda si fici
Ma ci la mettu passu passu
E mi scanto ca ci lu scassu.

  1. Gelso nero

             Sutta l’arvulu di Capaci
             C’è tă sôru ca mi piaçi
             L’havi nivuru comu la pici
             Binirittu cu ci lu fiçi.


  1. Ficodindia

- Ahi, ahi!.. môru, môru !
- Nun mi tuccari ca ti fazzu mali
   Spógghimi e ti fazzu arricriari.

(var. Spógghimi açiddu ca tu fazzu tastari)



  1. Ficodindia

Nun mi tuccari ca mi fazzu mali
Fammi spugghiari ca ti fazzu arricriari

       51. Iniezione
           
Bianca russa e scaffittiata
Pê tŏ nátichi è priparata.

  1. Iniezione

Leviti ssa cammina
Quantu ti vidu tuttu ssu spavêntu
E quannu venu l’ura chi ti la cafuddu
Viri che ti veni lu rinfriscamêntu.

       53.  Aspersorio

Haju na cosa quantu n-parmu
A testa rossa e va sculannu.

  1. Cordone del saio

C’era n-monucu di Rausa
Menza canna l’avìa pilusa
Menza canna ci pinnìa
Trich e trach ci facìa.

  1. Corona del Rosario

Quannu sona avimmaria
      Ô zu Çiccu ci pinnulìa
      Rapi i cosci e s’â  talìa.

  1. Corona del Rosario

      Un vecchiu a menzu li jammi
      Lonća l’avìa e la muvia.
  1. La ricotta col pelo

A mŏ signora a vosi vidìri
E ju ci la musciai
Idda mi dissi:“Lu pilu lu pilu”.
Io ci dissi: “Lu culu, lu culu”.


  1. Uovo

È cosa di culu e merda nunn’è.


  1. U péttini

Mŏ maritu vinni di Palermu
Mi purtau na cosa quantu n-parmu
Mi la misi nta lu pilusu:
“Maritu miu quantu siti amurusu!”



  1. Catusu

Na cosa quantu na scutedda
Fa spinćiri ê fimmini a unnedda

      61. Catusu
           
Na cosa quantu n-parmu
Fa allaricari i cosci e fimmini.

62. Catusu

Ah! Ah! Patri Abbati!
Ca i cosi stritti allaricati!
   
      63. Catuso o vasino da notte

            Agghiu na cosa cô manichêddu
            Tiritappiti ntô baccalarieddu.

64. Imposte

      O jornu si talienu e a notti si vasunu
  1. Strada

Di davanti m’accurza
e di d’arreri m’allogna.

       66. Candela

Signora-signurina
Quantu siti malantrina
Quannu veni a vostra festa
Çiôvu n-culu e fôcu n-testa.

  1. La madre

Cu’ l’havi tutta
Cu’ l’havi menza
E cu nun n’havi nenti.

      68. Macchina da cucire

             U peri m’abballa, a manu m’ammutta
             Chi minchia è ca mi trasa tutta?

69. Ago

Lliccu e pilliccu
Nt’ô culu t’â nficcu.

  1. Ago del calzolaio

Mênzu a li cosci di tŏ pà
C’éni n-ponti. Ta mà lu sa.
Prima fa trásiri a punta
Poi tutta quanta.

  1. Ditale

Tutti i fimmini ci l’hanu
            Cu’ l’havi ruttu, cu ci l’ha’ sanu. 

       72. Ago e filo
     
             A têmpu ri sanacciola
             Ci la infilassi a tă sôra
             A têmpu di necessità
             a nfilu puru a tŏ mà.

       73.  Botte
           
             Haju na cosa tunna e liscia
             Ca la nfilu unni si piscia.
                      
       74. Ombrello

              Agghiu la minchia mia fulminanti
              Strinćiu u culu
              E allàricu l’anchi.

       75. Ombrello
            
              Aju n-mazzu i fulminanti
              Sticchiu apiertu
              E minchia tranti.

76.  Gesso

Prontu u purtusu ca m’attranta!
             Bedda matri maculata,
Nun è cosa malaccriata.

77.  Aspersorio

Haju na cosa lonća n-parmu
A testa rossa e va sçulannu.



       78.  La lanterna

            ’Ntò, ’Ntò,
Mintammilla ’i davanti
Ca d’arreri nun ci vidu.

       79. Campana

      Sutta la cammisa
      c’è na cosa tisa tisa.

        80. Campana

  Tira u lazzu
              e batti u cazzu

       81. Scaldino       

             Timpa e timpuni
             Dimmi: “Tŏ mà chi teni
      sutta ô picciuni?”

82. Fuso

     Mienzu a l’ anchii di tŏ sŏru
C’è na cosa ca si sa
Veni unu di luntano
Ci inchi a panza e si nni va.

83. Sonno

Ci-assai nni pierdu e ci-assai n’agghiu.

84.  Sonno

Qual è dda cosa
Ca a tutti piaci assai.
Si fa la notti
Di jôrnu mai. 

       85. Sonno

            È ciù aruçi dô meli e nun si mancia.     

       86. Rasoio

             Ti tocca, t’alliscia
              Ammienzu o pilu s’addummiscia.

87.  Pantaloni di pelle di montone

       Di fora pilu, di dintra pilu,
       spinci l’anca che t’a ’nfilu.    


 
 88.  Maiale

      Iddu è lairu, iddu è schifiusu
      Iddu è duci lu pilusu.

89.  Cocomero

O chi peddi ciaurusa
O chi fedda russicusa
Zittu, zittu, n-fari vuci
Veni, tastulu ch’è duci.

       90. Nobili

           Cu è u veru nobili?
U porcu, pirchì manćia, vivi e nun fa nenti.

       91. Uomo

            Cu è d’armali ca a matina   
Camina a quattro pieri
A manzuornu cu dui
E a sira cu tri (pieri)?

       92. Lo stronzo

U cavigghiuni u lassu
u purtusu mi lu puortu.


73. Telaio e navetta

          Tutti li buttani su n-cunzigghiu
              E si nni jerru a Palermu pi parrai:
             “Cunna, cunnazzi chi vinistru a fari?”
             “Vínnimu ca li cazzi n-li póttimu arriparari
  Rapìtici li cosci e façìtili passari”.




Indovinelli Osceni

1. La lanterna

’Ntò, ’Ntò,
mintammilla ’i davanti
ca d’arreri nun ci vidu.

     È una frase colta al volo, che all’ascoltatore poteva offrire un doppio significato, uno quello normale; difatti, la buona Concettina, rivolta a ’Ntò suo cognato, lo esortava a mettere la Lanterna davanti, com’è logico, in quanto, se continuava a tenerla di dietro (la lanterna) non avrebbe potuto vedere. Dunque c’era buio.
     La seconda interpretazione, coglie l’allusione metaforica, oscena o carnevalesca. Difatti cosa può chiedere una donna a un uomo? a metterle davanti cosa?  
     L’indovinello con il riferimento al sesso mette l’interlocutore in imbarazzo rendendogli difficile la decifrazione dell’enigma, che non verrebbe mai risolto senza l’aiuto malizioso del dicitore. Si tratta, si è detto, della Lanterna, che risaputamente, quando si procedeva al buio nelle notti oscure di una volta andava messa davanti. 
     A questo punto il discorso continua, l’indovinello passa di mano e la vendetta non si lascia attendere. Chi non ha saputo risolvere il quesito risponde…




2. L’atto di vestire l’ago

(Pil-)liccu, (pil-)liccu,
’nt’o culu t’a ’nficcu.

     L’indovinello simula l’atto di vestire l’ago. Cosa fa la donna per fare entrare il filo nella cruna? lecca, lecca il filo e poi lo infila. La cruna è detta “culu”, per portare fuori strada, è in realtà ci riesce, perché nessuno può indovinare se non è aiutato. La risposta nel giro dei dicitori non si lascia attendere.













3. La sedia

T’a mintu ’nto culu e m’h’a diri grazi.

     Il riferimento è fatto anche stavolta a un oggetto comune, alla sedia, la quale ricorda, per l’appunto, che bisogna sempre ringraziare chi ti avvicina o te la mette (la sedia) a portata di mano o a portata di sedere, specialmente quando si è stanchi.

     A botta e risposta,





















4. La sedia in chiesa

P’amuri di Diu e di li Santi
Livàmila d’arreri
E mintìmila davanti.


     Nel livello osceno il gioco è sempre riferito a qualcosa che va tolto di dietro e va messo davanti, ma in questo caso la risposta è di un candore assoluto.
     Durante la funzione n chiesa di solito si stava seduti. Per i poveri, le sedie sostituivano i banchi, che erano donati dai nobili e spesso indicavano un posto a loro riservato durante la cerimonia religiosa.
     Ma, quando ci si alzava, gli anziani erano soliti spostare la sedia e metterla davanti. Veniva utilizzata per appoggiarsi quando l’orante si piegava in avanti oppure si inginocchiava. La prassi era riferita ai vecchi che non riuscivano a inginocchiarsi e si piegavano appoggiandosi alla sedia che avevano posto davanti a loro.
     Solo chi pensa male può ritenere che questo indovinello sia sporco, mentre in verità non nasconde nulla di male. 
    

    Quando, poi, il dialogo si riscalda, un uomo può farsi coraggio (ma non tanto) e riferito a una bella donna della comitiva può recitare questo indovinello:






5. Il salvadanaio

M’h’a scusari se ti lu dicu,
’a spaccazzedda è sutt’ô viddicu.

    Scusate la mia sfacciataggine, Signore, ma la fessurina (di ciò che dovrete indovinare) è sotto l’ombelico. Chi è che ha la fessurina sotto l’ombelico? È il salvadanaio di terracotta, che ha una specie di bottoncino (l’ombelico?), sotto il quale, guarda un po’, c’è proprio una fessurina .
  Insomma, non si finisce mai di pensare male, sporca mente umana, anche quando si tratta di cosa semplici, elementari e soprattutto tali da non poter far pensare a nulla di osceno.












[1] Bella Madre Immacolata (ti giuro) non è cosa sporca (malacreata).
[2] Sostanza, dice l’etimo, è ciò che sta sotto: sub-stare.
[3] Doppio (in inglese double) e dubbio, sono linguisticamente  collegati. Là dove c’è doppiezza c’è ambiguità.
[4] Così come il labirinto, anche nodo gordiano è, nei miti greci, uno dei tanti problemi che nella vita l’uomo è portato a risolvere. Se scioglie il problema, vince e ha salva la vita, se non lo risolve, muore. 
[5] In latino la maschera dell’attore teatrale è detta persona.
[6] Mistero (greco: μυστήριον) è ciò che si nasconde, che è segreto, doppio, ambiguo, “miste”.
[7]  Gli scherzi molto pesanti, a volte anche tragici, facevano parte del Carnevale ed erano “consentiti” solo durante il periodo del Carnevale. Se qualcuno dei malcapitati reagiva, veniva cantata in italiano la frase: “Carnevale, ogni scherzo vale, chi si offende è un gran maiale!”.

2011/07/27

Franco Ciccio Belgiorno



Ricordi di infanzia  

                                                                di Gino Carbonaro



                         

                                                           Ciccio Belgiorno a 17 anni
la foto è stata scattata da 
Gino Carbonaro nel 1956


 



















Ho conosciuto Franco Antonio Belgiorno (Ciccio per gli amici) nel 1949. Avevamo entrambi dieci anni, o poco meno. Chi me lo ha indicato fu un compagno di giochi il quale, in un siciliano aulico mi disse: "U sai, dda ssupra ci abbìta 'n-picciuottu che rici ca ha b-bistu i marziani, e ddici ca ha n-cavaddu biancu, e ddi notti vola e ssi nni va supra a criesia ri san-Giorgiu. Ma, a-ssiri pazzu! E-ni marmanicu”. Per qualche tempo pensai a "questo" ragazzo che non avevo mai visto, il quale raccontava cose strane, di avere visto i marziani e di volare su un cavallo bianco. Qualche giorno dopo incontrai di nuovo colui che mi aveva parlato di Ciccio (perché di Ciccio Belgiorno, parlava) e gli chiesi di indicarmelo quando l'avesse visto. Io ero con le spalle girate al Teatro Garibaldi e, il ragazzo mi fa :"Gìriti, u viri unn’è!” Vedi dov'è. Io mi giro e vedo questo spilungone, magrissimo, allampanato, con i pantaloni corti fino al ginocchio. Gli vado incontro per parlagli. Diventammo amici. Mi disse che abitava con la nonna Giorgia e la zia Alba sulla collina. MI disse ancora che sua padre era "direttore" dell'aeroporto di Comiso, ma era anche giornalista e scrittore, e l'anno successivo lui sarebbe venuto a Modica per frequentare la Scuola Media. Sì, diventammo amici. E lui prese l'abitudine di venire a casa mia la mattina. E andavamo insieme a scuola. E un giorno mi disse che da grande voleva fare il giornalista e lo scrittore.  

Un segno, che sa di precognizione 

Ciccio Belgiorno andava a scuola solo perché tutti andavano a scuola o perché qualcuno glielo aveva mandato. Ma, tranne il francese e il disegno e l’italiano, non lo interessava quasi nulla della scuola. I suoi interessi erano altri: leggere libri, scrivere e parlare, raccontare fatti, essere al centro dell'attenzione. Lentamente, cominciò a portarmi i suoi primi 
racconti(-ni). Tutti i pomeriggi ne scriveva uno e arrivava correndo sulla scala di casa mia per farmelo leggere. Fu allora che dalla lettura di uno di questi racconti immaginai che Ciccio, forse, un giorno avrebbe potuto diventare uno scrittore. Chissà! E lui, Ciccio, all’epoca non aveva ancora undici anni. 

In un racconto di una paginetta che mi consegnò strappata malamente dal quaderno (ricordo come fosse adesso) scriveva: "La giornata di quella estate era afosa. Gli uomini erano sporchi e sudati. L'acqua non riusciva a dissetarli. Il caldo li aveva buttati fuori dalle case, ma... in una fetta d'ombra una colonna di formiche era occupata a trasportare... ecc". 

Mi colpì il “caldo” che “buttava” fuori la gente dalle case. Un caldo “personificato” e soprattutto quella "fetta d'ombra nella quale procedeva l’esercito mirmidone". In verità, fu sorpresa per me l’essermi accorto che l'ombra si potesse affettare. Ma, era vero! L'ombra esiste con una sua forma. E per Ciccio, che aveva finito di mangiare una fetta di anguria, l'ombra si poteva affettare. Fissai quel concetto per non dimenticarlo, anche per capire se veramente Ciccio sarebbe diventato uno scrittore.    
Da quel momento fissai bene il concetto: Ciccio aveva una vera grande passione, quella di scrivere, de-scrivere, raccontare, ri-creare atmosfere, sensazioni, e fare teatro.     
Godere della scrittura per lui era tutto. 
   
L'anno successivo, altra sorpresa. Ciccio aveva scoperto un libro (il suo primo libro di letture) che sarà fondamentale per la sua formazione artistica. Il libro era il "Cyrano de Bérgerac" di Rostand, famosa opera teatrale portata in scena nel 1897, e oggi considerata un capolavoro della letteratura francese.     

La storia narra di Cyrano, estroso poeta estemporaneo dal naso lunghissimo, uomo di teatro e abile spadaccino, dalla lingua anch’essa affilata che usava come una spada. Poeta squattrinato che amava i giochi di parole con le quali metteva in ridicolo i suoi nemici e declamava poesie per incantare la donna amata. Insomma un personaggio, si direbbe oggi.   

Innamoratosi del testo, Ciccio imparò a memoria passi dell’opera di Rostand, soprattutto le poesie, e lentamente in una sorta di transfer assunse il ruolo di Cyrano anche nel suo comportamento. Diventò più sicuro, cercando di sfidare gli uditori con battute di effetto, per essere al centro dell’attenzione. 

Pian piano, il Corso Umberto diventa per lui, novello Don Chisciotte, il palcoscenico di un teatro del quale lui era lo scrittore, il protagonista, l’eroe, il cantastorie, il tutto.   
    
Dopo un anno la scoperta de "Il barone di Munchhausen", altro romanzo fantastico, altro personaggio contafavole, che raccontava di essere andato sulla luna, e diceva delle sue pustolette che non erano vulcani. Il Barone di Munchhausen era quello che aveva girato il mondo a cavallo di una palla di cannone lanciata, e alla fine caduto nelle sabbie mobili, si era salvato tirandosi su per i capelli. 

Siamo davanti a un “cavalier Poidomani” ante litteram. Colui che avrebbe potuto distruggere Modica con la sua “bomba atomica alla ricotta salata”. (Vedi → I guardiani delle nuvole”) Ciccio resta incantato da questi affabulatori, da questi cantastorie alla Ciccio Busacca che lascia gli ascoltatori a bocca aperta.  
   Questo secondo transfer era facile per lui che a nove anni raccontava di aver cavalcato l’Ippogrifo alato, ma è chiaro che finzione, invenzione, scrittura, teatro, immaginazione, sogno, fuga dalla realtà, per lui erano un tutt’uno. 

Nel secondo romanzo letto, e scoperto non si sa come da lui, aveva nutrito se stesso di quello di cui aveva bisogno per vivere. Immaginare mondi altri, diversi. Superare il mondo della realtà per andare altrove, non importa dove, pur di vivere il non consueto, l'incredibile di un mondo sconosciuto, per poi rientrare nella realtà e scoprire, sempre da solo, lo scrittore americano William Saroyan di cui apprezzava la semplicità della scrittura, che fondeva realtà, sentimento e sogno. 


    Anche qui un innamoramento e una passione. Poi fu il momento di John Steinbeck. "Uomimi e topi", lo lesse in qualche pomeriggio. 

Subito dopo scopre i “Quarantanove racconti” di Ernest Hemingway. Hemingway, già premio Nobel (1954) fu per lui il modello di scrittore-giornalista che sognava di diventare. 



                                      


Gino Carbonaro e Ciccio Belgiorno 


1956


Intanto avevamo sedici anni. Io riuscii ad andare da solo a Parigi e da lì tornai con un libro di poesie di Jacques Prévert. Glielo prestai (me lo ha restituito dopo una quarantina d'anni). 

Ciccio aveva una grandissima predisposizione per le lingue e non trovò difficoltà nel divorarlo, farlo suo, portarselo a letto, imparare versi a memoria, fantasticare, mentre scoprivamo che "Les feuilles mortes" la classica composizione di Kosma, aveva un testo (poesia) di Jacques Prévert. Così, io suonavo la fisarmonica e lui cantava. Cominciò da qui il suo primo esperimento di canto, mentre cominciava a comporre poesie che mi portava perché glieli mettessi in musica. In realtà giocavamo. Non sapevamo di scherzare col fuoco che può scottare l'animo, la mente, e fare cultura. Poi Ciccio si dedicò al teatro con Marcello Perracchio, mentre io andavo all'Università ma, restammo in contatto, tant'è che quando incontrai Claire, mia moglie a Roma, lui, Ciccio, venne a stare con me per una settimana, e fu il primo a conoscere Claire. Intanto suo padre, Franco Libero Belgiorno, aveva messo su "Il mattino di Modica" e Ciccio comincia il rodaggio scrittorio proprio nel giornale di famiglia. 

    Nel 1969 conosce Brigitte, tedesca di Wiesbaden. Lo stesso  anno la raggiunge in Germania per sposarla. In Germania vivrà un trentennio, sempre curando la scrittura e tenendo contatti con "La Voce di Modica", prima,  e poi con "Il giornale di Scicli", e il “Corriere d’Italia” continuando a leggere autori che lo avevano colpito. Fra questi "Il sorriso dell'ignoto marinaio" di Vincenzo Consolo, "Cento anni di solitudine" di Garçia Marquez, Kafka, Italo Calvino, Pablo Neruda, Garçia Lorca, quindi James Joyes dei Dubliners che gli ricordavano Modica, per fermarsi infine al suo amato Fernando Antonio Pessoa, portoghese (1888/1935). Con Pessoa il rapporto è diverso. Pessoa è, di tutti gli scrittori, quello che lui sente più vicino. Non è un caso che entrambi si chiamano “Antonio” come secondo nome, che entrambi hanno trascorso metà della loro vita all’estero (Pessoa in Sud-Africa, Belgiorno in Germania), e non ultima affinità, sono nati entrambi il 13 di giugno. Ma certamente, le affinità elettive sono dovute al modo di trattare il racconto. In Pessoa il racconto scivola nel solipsismo, mentre Belgiorno consegna i fatti alla memoria. 

    In tutte queste letture, non senti la presenza di Raffaele Poidomani, che lesse dopo il 1975, quando io gli feci dono di una copia di Carrube e Cavalieri. Lesse in ritardo Poidomani, anche lui scrittore-giornalista, che fra l'altro era amico di suo padre. Però, quella lettura gli fissò qualcosa nel suo interno, se è vero che molti dei suoi racconti giovanili terranno presente il modello dello scrittore modicano. 

   Quello che qui si vuole rilevare, è che i referenti culturali di Franco Antonio Belgiorno, appartengono a un areale europeo e mondiale (non necessariamente tedesco o mittel-europeo), e nemmeno locale. 

    Sradicato dalla sua amata Modica e dal suo Corso Umberto dove era conosciuto da tutti come personaggio originale ed estroso, Ciccio soffrì molto il suo vivere in mezzo a un popolo che considerò diverso da quello italiano, con usi, abitudini, costumi, cultura diversa dalla nostra, e che di necessità mortificava la sua personalità, rendendolo insofferente. Non accettò mai la mancanza di sole, soffriva per quel cielo quasi sempre color piombo.  

    Ciccio è era nato nell'anno della lepre (pesci, segno doppio) e nel mese di giugno (gemelli, segno doppio) con un ascendente (bilancia, sempre di segno doppio). Fu sempre con due anime nei confronti di molti e di molte cose. 

Rapporto ambivalente ebbe con Modica e con i modicani, con la Germania e i tedeschi, malgrado amasse teneramente la sua Brigitte. E rapporti ambivalenti ebbe anche con gli amici. 
     Nel risvolto di copertina del libro “L’arca sicula”, Edizioni “Il Giornale di Scicli”, trovi scritto “Franco Antonio Belgiorno è nato a Siracusa nel 1939. Ha vissuto la sua gioninezza a Modica, città si suo padre”. Questo scriveva, ma a Modica, “città di suo padre, quindi “non sua”, ha dato tutto se stesso diventando il custode della memoria, un sacerdote di quanto di sacro possiede questa città che in realtà lui amava senza misura.    

Ma, fu proprio la lontananza dalla sua terra a determinare in lui quella carica di profonda nostalgia, che ovattò tutti i suoi racconti, trasformando la realtà vera in realtà sognata, trasportata in una atmosfera che è quasi sempre un iperuraneo surreale. 

A me viene da dire che la sua prosa è gouache, pensiero, poesia, musica, storia, danza. Tutto.
  
   In comune con Raffaele Poidomani? "La epicizzazione della Provincia" (Peppe Pitrolo). Le differenze? Sono i referenti letterari. Poidomani parte da "Le anime morte" di Gogol, e usa sarcasmo e  satira. Belgiorno, è nostalgico, i suoi referenti culturali sono molti, e hanno un respiro più largo, si è detto. 


                                                 Gino Carbonaro

                      

2011/06/30

Il dottor Fregalamorte e l'élisir di lunga vita


Successo della ragione e antinomia vita-morte

     È dilemma tragico quello che si trova a vivere l’uomo del xx sec. Percepisce ragione e scienza come strumenti di potere, e si illude perciò di essere riuscito ad avere il dominio della natura, e forse anche dell’universo, in un futuro non lontano.
     Comprende, l’uomo, di essere una macchina ricca di potenzialità non ancora conosciute; mentre, allo stesso tempo, l’uomo prende atto che esiste un limite invalicabile, rappresentato dalla estrema precarietà del suo “hardware”, dalla struttura biochimica che lo costituisce, materia vivente che dovrà inevitabilmente dissolversi nel nulla.
    Il paradosso umano sta proprio nel vivere la vertigine di potere derivata dalla constatazione “obiettiva” dovuta alle scoperte forti della scienza, e parallelamente dall’essere costretto a percepirsi fuscello in balia del Destino o della Natura, che hanno deciso per lui tante cose, soprattutto quella del suo esser nato e del suo dover morire.
     L’esistente-uomo vive in sé la coscienza di questa contraddizione: coscienza di dover fare un salto nel nulla, un passaggio dall’essere al non-essere, dalla consapevolezza di esistere, all’idea che dovrà comunque e in ogni caso dissolversi nel nulla.
     Ed è proprio questa doppia informazione inviata al cervello (positivo = vivere + negativo = dover-morire) questo rapporto infame, inaccettabile, incomprensibile  (ingiusto?) fra chi (ma, Chi?) ha deciso per lui il prima e il dopo delle cose, i rapporti e le leggi della natura, e noi, esseri viventi e devianti che ci portiamo appresso la centralina della rassicurante presunzione di possedere una forza, un potere (potere di che?) nella logica consonante della ragione.
     Diversità di potenziale fra due sfere opposte e contrastanti (mondo fisico/razionale e mondo che sfugge al controllo della ragione) che fa andare in tilt il cervello, che non può, non riesce a contenere il sovraccarico della lacerante contraddizione (dell’essere e del non-dover-essere) che a livello logico si annullano e si azzerano.
     Una trappola mortale (mai l’aggettivo è stato più appropriato!) che però finisce di essere tale se si assume per buona l’ipotesi elevata a postulato dalle religioni, che la vita continuerà anche dopo la morte.
    Pia illusione che scioglie la contraddizione implicita nell’antinomia vita-morte, facendola rientrare nell’alveo di una logica coerente (?) e rassicurante che non conosce soluzione di continuità, e compone il tutto in un riposato equilibrio di proposizioni razionalizzabili, e pertanto capace e di porre fine agli interrogativi, capace di richiamare all’ordine tutte le osservazioni dissonanti, che sono da rimuovere, da esorcizzare, per alimentare l’illusione, perché si addormenti e plachi l’angoscia della morte che congela il pensiero razionale.
     Malgrado ciò, l’uomo non cessa di coltivare la speranza, non dispera ancora di scoprire, novello dottor Fregalamorte, l’élisir di lunga vita, quello che dona l’immortalità, o l’eterna giovinezza a chi ne beve un sorso; o la pietra filosofale, che elargisce ricchezze e benessere a chi la possiede. La posta in gioco è alta: garantirsi l’eternità in questa vita, non in un’altra!

                                                                              Gino Carbonaro

2011/06/28

Franco A. Belgiorno, I guardiani di nuvole

Fra microstoria e poesia.


       Sosteneva uno scrittore del passato che il primo giudizio critico è quello del tipografo, perché è lì fra linotype e tavolo di composizione, che viene fatta in silenzio la prima diagnosi di un autore e di un’opera. È il tipografo – continuava lo scrit­tore – che valuta “a naso” l’opera e ne misu­ra la validità, con un giudizio professionale e disinteressato.
     Ho ripensato a questo autore, quando ho saputo che Roberto Cannata, Calogero Lo Bello e Pietro Ottimo, titolari de “La Grafi­ca”, la nota tipografia modicana, qualche anno fa hanno voluto fare un omaggio all’amico scrittore Franco Antonio Belgior­no, pubblicando in edizione fuori commer­
cio I guardiani di nuvole, un libretto di una quarantina di pagine, contenente tren­tadue ricordi di personaggi modicani, ora scomparsi, che appartengono alla giovinez­za dello scrittore, e sarebbero stati dimenti­cati, se Belgiorno non li avesse fissati nel ricordo di pagine di splendida poesia.
     Sotto il profilo letterario, "I guardiani di nuvo­le! sono schede commemorative, che lo scrittore dedica alla memoria di personaggi umili, per l’importanza che gli stessi rivesto­no nella memoria dell’autore e per l’immaginario collettivo dei modicani, ai quali questi personaggi appartengono.
   Idealmente, "I guardiani di nuvole! richia­mano alla memoria le epigrafi della Antolo­gia Palatina, la storica silloge di epigrammi greco-­alessandrini, che fissano in estrema sintesi e bellezza il ricordo di persone segnate dalla sorte e dalla morte; e fanno pensare ancora alla Antologia di Spoon River (che alla Antologia Palatina si ispira, oltre che per il contenuto dell’opera, anche per il titolo).
     "I guardiani di nuvole", come i personaggi di Edgar Lee Master, sono vissuti ai confini della società, in una sorta di limbo sociale, senza far male a nessuno, semmai riceven­done, e cercando di essere accettati dagli altri.
   "I guardiani di nuvole" sono i paria della società, gli emarginati, come Neli Scaccia e Vanni u piecuru, gli alienati come U Cavaleri Poidomani, figure semplici e sorridenti, come «Angiledda, profumata e bella come i fiori di capperi, che andava raccogliendo lungo le lenze di Cartellone»; creature che sembrano appartenere a un mondo altro, dimenticate da Dio e dagli uomini.
      Sono questi i personaggi ai quali Belgiorno rivolge la sua attenzione, quelli che invita al suo cenacolo letterario, per gustare ancora il sapore delle cose autentiche, perché solo dove c’è povertà c’è semplicità e non trovi la alienazione che provoca la ricchezza e il benessere.
     Così, rivedi Vannìnu re sponzi scendere nei pome­riggi estivi con una cesta piena di mazzetti di gelso­mino, che avrebbe vendu­to ai signori seduti al Cir­colo Unione o al Caffè Orientale: questo è il lavo­ro che si era inventato Vanninu per racimolare qual­che lira, per sentirsi parte dell’insieme, e dare un valore alla sua giornata, un significato alla sua vita. «Ora – scrive Belgiorno – è anche lui uno stelo di fiore, una memoria del tempo perduto, un vascel­lo che scivola nel mare del nulla, e si lascia dietro la scia ineguagliabile del suo carico profumato».
     Immagini che si dissolvono, parole che suo­nano musica consegnata al vento, che si fa carico di trasportarla sulle nuvole, dove Van­ninu raccoglie ancora gelsomini per profu­mare gli altari del Paradiso «col suo odoroso groviglio di bianco».
     Ne "I Guardiani di nuvole", vengono rievo­cate queste presenze-­assenze, figure alle quali Belgiorno restituisce una dignità che percepisci superumana; personaggi unti dal Signore, ma segnati dalla sorte, che come fiori di campo hanno lasciato una debole, ma dolce e intensa traccia del loro passaggio su questa terra.
     Così, Luiggìnu l’uoviru (il cieco) che batte il tamburo facendosi guidare per mano da un bambi­no, fa il banditore per guadagnarsi la vita: «Ora imbonisce in Paradiso e dà la sveglia alle nuvole, chiama a raccolta i paesi aerei, quando è ora di ornarli con le trine degli arco­baleni, e in quei borghi assolati, in quei vil­laggi dove i ciechi sono tutti vedenti, non ha bisogno di chi lo conduca per mano. Sta bat­tendo che tutto va bene, ta­pum, che la città è felice, ta­pum; che la gente ha finalmente scoperto la giustizia e l’amore, ta­pum. Sta sognando nella sua pacifica morte». Ed è poesia eletta, e della più fine, quella che abbiamo appena riportato.
     E Pietru c’ô frischiettu, che per poche lire, suonava ad orecchio, con meraviglia di tutti, qualsiasi motivo, «fosse il Concerto n° 3 per violino di Mozart o la Quinta di Beethoven, non avrebbe sbagliato una nota».
     E il signor Di Rosa, che «per un modesto obolo offriva schedine della Sisal» che pre­parava di notte «in una foresta di uno, ics, due... perduto nell’ossessione di far ricchi i suoi simili». Lo vedevi apparire da lontano, alto, allampanato, «gongolante e pacifico», sventolando le schedine, passando da un marciapiede all’altro alla ricerca di clienti, e quando ti arrivava vicino gli sentivi sussurra­re sottovoce: «Milioni, milioni!». Poi, d’un trat­to non si vide più: si disse che era morto. 
     Di questi personaggi, l’autore non dimentica nessuno, e ricorda Matteu, che tutte le mattine raccoglieva i «sacchetti con i fondi del caffè per le brodaglie che davano all’ospizio». Figure di un mondo dove tutti avevano un ruolo preciso e cercavano di inventarsi un mestiere per vivere.
     Ora, sono tutti dissolti nella nebbia, dileguati come ombre, «perché anche di ombre è fatta la vita, e di titoli e blasoni non è mai risorto un ricordo che si accompagnasse alla purezza e alla innocenza della povertà». Figure immense, simboli, che diventano eterni, ora che l’autore li ha trasportati nell’iperuranio della sua fantasia, nell’Eden dei ricordi. Ed è mestizia dell’anima, ed è dolore, quello che trasmette questa poesia, dal tono flebile, che canta sottovoce le cose che vanno
via, «perché la vita macina la memoria e la porta al macero della gloria».
     Sembra un bouquet, questo libretto, o anche un concerto di musiche giocate sui toni minori del blues, che cantano elegiaca­mente la vita.
     E c’è ancora Zuddu, che se n’è andato per sempre dai Ponti di Pulera, «... e ora sta sedu­to in un cupo silenzio sulla soglia del suo tugurio, nel fresco della sera che profuma di garofani e menta, in mezzo al volo basso di miriadi di rondini, dimenticato da Dio, come un pacchetto d’uomo che nessuno viene a ritirare». E siamo al tema centrale della medi­tazione poetica di Belgiorno: al senso della “dipartita” e della “assenza”, della esisten­ziale separazione della parte dal tutto, della spartenza e della solitudine, da lui sentita come massimo dei mali, forma di lacerazio­ne dell’io, che lo scrittore vive come evento fatale e tragico della vita; e sono temi cen­trali della tradizione poetica siciliana.
     Solitudine, spartenza, dimenticanza sono il leitmotiv che accompagna la produzione poetica di Belgiorno; temi che, a volte, si rifu­giano nello sfondo e sembrano attenuarsi, ma che ricompaiono all’improvviso per mate­rializzarsi nel grido della “di­speranza”, o della speranza perduta, che nutre l’angoscia dell’esistere; elementi che assu­mono una valenza tragica. Ed è la prova che tutti sono andati via, tutti sono scomparsi e ci hanno lasciati, qui nel deserto della solitu­dine! Così, Angiledda, che «si perse dentro a un tramonto e portò via la nostra infanzia»; Donna Cuncittina, che «si spense nel sonno, e forse sognò i gradini del cielo mentre li sali­va uno per uno»; ed è andata via anche Rosetta Di Rosa, la dolcissima, che scomparve in un giorno, con la famiglia, cacciata via dalla miseria.
     Spartenza, solitudine, dimenticanza sono temi classici, ontologici dell’esistenzialismo poetico di Franco Antonio Belgiorno, che si prefigge ora un’impresa impossibile, quella di trattenere al di qua del «limitare di Dite» e della dimenticanza, che è forma di morte, quei personaggi che hanno nutrito la sua giovinezza, «perché la vita non può arrendersi alla falce della morte». Ed è questo che fa la misura e la grandezza della poesia di Bel­giorno.
     E siamo al “Tempo”, altra categoria dell’esistere, che è il vero protagonista dell’opera di Belgiorno. Il Tempo che è signore e padrone delle cose, il Saturno Kronos, che divora le sue creature; il Tempo che dà e ruba gli affetti, le albe, i tramonti, le bellezze, la vita, «il tempo che ci fa orfani di affetti, ... il tempo che incendia il passato ... anche le briciole di vita, che si racimolano alla luce del sole di casa»: il tempo che bloc­ca ogni cosa, ed è per questo, che ... «l’angolo del vicolo dove scompare don Tanuzzu è ancora senza lampadina».
     Tempo crudele, che paradossalmente ama le sue creature e «incorona i fichidindia di giallo e di rosso, e tinge gli ulivi d’argento, come se la polvere... del tempo... fosse caduta sulle loro foglie».
     Ma sulla solitudine degli esistenti e come forma di reazione all’oblio, si erge il canto del poeta, mentre la voce della poesia si fa memoria: custode dei ricordi e del tempo perduto. È così che l’amarezza del pessimi­smo si stempera e si addolcisce nel farsi poesia, e il poeta, che è lirico, si fa poeta epi­co, in quanto interprete dei sentimenti di tut­ti. Ultimo degli aedi di greca memoria, Fran­co Antonio Belgiorno, dall’alto della sua splendida casa di Cartellone, canta sulla cetra dei ricordi, l’immagine di Modica, ora pietrificata nell’afa estiva, ora addormentata avendo preso per cuscino una collina, ora «come ombra che salda i frammenti della sua sostanza sulle pietre e sul cielo», e materna ne custodisce anch’essa le memo­rie della vita. Ed è poeta vero, Belgiorno, che usa le parole come fossero note, con le quali evoca musica, echi, suggestioni, e quindi consonanze di amore per questi fra­telli minori della grande e incomprensibile storia degli umani. E sono belle le cose che scrive, i personaggi che descrive, le suggestioni che trasmette, che emanano un’energia e una verità che è vita, soffio vita­le, che è spirito, onda che ti porta e ti traspor­ta: ed è microstoria che ti fa pensare, ma soprattutto poesia che ti fa sognare e ti fa interrogare sul mistero della vita, sulla bel­lezza delle piccole­grandi cose che muoio­no e vengono salvate dal ricordo. Ed è bello quando la scrittura trasforma in simboli, i per­sonaggi di tutti i giorni, poggiando il discorso anche sulla filosofia dell’esistere, che il let­tore non manca di cogliere fra le righe di que­ste pagine stupende.

                                                Gino Carbonaro

In “Pagine dal Sud”, aprile 2008.

2011/06/22

Pensieri, Considerazioni, Ri-flessioni 3.Verità e dubbio?

Capisci di non poter capire

La tua ragione ha torto!
E tu hai torto a non darmi ragione.
Ascolta.
L'unica certezza è che non ci sono certezze.
L'unica verità è
che ci sono infinite verità.
Adesso puoi dire che sai di sapere.
Capisci di non poter capire.

Gino Carbonaro