2013/02/18

Delitto d'onore in Sicilia


Ingabbiati dalla cultura

Delitto d’onore!

Storia dimenticata dei Siciliani di una volta

        Sino a qualche anno fa c’era nel popolo siciliano qualcosa  che probabilmente non si ritrovava in nessuna parte del mondo. Parliamo del concetto di onore.

        Due uomini parlavano, prendevano un accordo, si impegnavano sulla loro parola, ed era un patto che siglava un atto.
L'accordo era sigillato da una parola d’onore. Ed uomini d’onore erano quelli che si impegnavano a mantenere l’accordo.

Il patto d'onore

Il patto d’onore era indissolubile e poteva essere sciolto solo dalla morte. Non importava che l’accordo fosse commerciale, legale o illegale. L'accordo univa le due persone, le rendeva compari o complici, legati allo stesso destino nella indissolubilità di un patto che doveva essere rispettato. Tutto era compiuto all’insegna dell’assoluto, dell’immodificabile secondo una logica super-umana.
Era impensabile che il patto siglato da una stretta di mano e garantito da due persone d’onore non venisse onorato. Se ciò fosse accaduto, le conseguenze sarebbero state tragiche. E ciò era risaputo da tutti. Chi non manteneva l’impegno, agli occhi del Siciliano di qualche decennio fa, era un disonorato che non meritava di continuare a vivere su questa terra e pertanto doveva tornare là da dove era venuto. Seppellito. A mangiare terra (si diceva così!). L’affronto, gravissimo, che in dialetto si diceva "sgarru", poteva essere lavato solo col sangue, sciolto con la morte di chi aveva avuto la superficialità e l’arroganza  (ma si diceva superbia) di non mantenere la sacra parola dell’onore.
Parimenti veniva macchiato di disonore chi aveva ricevuto lo sgarbo, colui che era stato leso nella sua dignità di uomo, qualora non avesse provveduto a lavare nel sangue il terribile affronto. In questo caso avrebbe subìto una terribile sanzione sociale: il disprezzo della collettività  e con esso la emarginazione del gruppo (chiddu? eni omu di m-merda!).

Faida
La Legge dell’Onore era un aspetto della faida, di una arcaica legge naturale che sanciva il ricorso alla vendetta personale per lavare l’onta dell’affronto subito. Il principio della faida è etologico. La specie umana, come quella animale, seleziona i migliori, i più forti, ed elimina inesorabilmente i vigliacchi. Chi subisce un affronto, chi ha subito "’na tagghiatina ’i  facci" senza reagire è verme, e non merita di appartenere a un gruppo di persone onorate; e se non ha la forza di far valere il suo diritto, merita di non appartenere alla onorata famiglia dei siciliani. 

A ben vedere è la legge che regola gli appartenenti alla mafia. Ogni patto deve essere punto di riferimento assoluto, vita natural durante. Così per la punizione, che discende dallo sgarro e si potrebbe definire vendetta.
L’etica familiare dei Siciliani

        Da questa cultura dell’onore e del rispetto  discendeva l’etica delle famiglie. Nella Sicilia di una volta il marito era capo indiscusso della famiglia, aveva potere sulla moglie che era obbligata ad eseguire le sue volontà.
Ogni maschio è "uomo di rispetto" solo se si fa rispettare, ed è perciò "’ntisu",  cioè se la sua parola ha un suo peso specifico e viene ascoltata.
Chi gestisce l’immagine pubblica è il maschio. E' l'uomo che ha responsabilità sulla famiglia che, se vuole essere rispettata deve essere di riflesso "onorata". L’onore della famiglia è dato da tre cose fondamentali: dal lavoro del capofamiglia, dalla fedeltà della moglie e dalla verginità delle figlie femmine.
La moglie che tradisce il marito ha infranto una promessa fatta in chiesa davanti al sacerdote. Non ha mantenuto la parola data e di conseguenza rende "cornuto" il marito (affronto terribile!) disonorando la famiglia e il clan. Per il marito che ha subìto lo "sgarro" il dilemma non era "cornuto". Difatti, non offriva alternativa. La scelta? (si fa per dire!) Uccidere probabilmente in un giorno di festa o soltanto di domenica e sulla pubblica piazza, davanti a tutti, coram populo, in forma ufficiale e spettacolare, colui che gli aveva mancato di rispetto mettendogli la corona (corna o corona sono termini linguisticamente sinonimi). La stessa fine avrebbe potuto fare la moglie che solo nel migliore dei casi sarebbe stata arrestata, e dopo “equo processo” messa in carcere, colpevole di alto tradimento. Tanto prevedeva l'antico codice italiano.
Più grave era la situazione socio-familiare quando a subire violenza sessuale da parte di un uomo era una giovane donna. Tanto si verificava anche nel caso in cui un giovane fidanzato avesse preteso la “prova d’amore” prima del matrimonio, ma successivamente non avesse mantenuto la promessa di portarla all’altare. 

Ancora una volta, l’onta dell’offesa avrebbe coinvolto non solo la ragazza non più vergine, che perciò diventava svergognata, disonorata (si diceva "sbrugnata"), ma anche la famiglia estesa ai parenti collaterali, tutti disonorati per “simpatia” in seguito alla perdita della verginità della ragazza e all’atto violento. E tutti in attesa di recuperare l’onore. Anche in questo caso, per recuperare l’onore della famiglia la via era quella sacrificale.  Lavare nel sangue l’onta subita. Sola differenza era che in questo caso l’esecuzione di morte, per essere piena e totale, doveva essere fatta dalla ragazza che aveva subito l'affronto. Anche in questo caso il sacrificio doveva avvenire davanti a tutti. E la legge? La legge italiana, fino al 1 settembre 1975, prevedeva il delitto d’onore (e lo giustificava) facendo sì che la punizione del reo non superasse i due-tre anni di carcere. Ma si trattava di una "lex" che, paradossalmente poteva essere applicata solo in Sicilia (Regione a Statuto Speciale!). A riconoscimento delle sue arcaiche leggi.
E’ questa la cultura che regolava i comportamenti dei Siciliani sino o poco meno di quarant’anni fa. Tanto è documentato da un libro importantissimo, oggi dimenticato, forse rimosso, intitolato “Le svergognate”, pubblicato nel 1963, la cui autrice Lieta Harrison,  di padre americano e madre inglese è nata a Ragusa durante la seconda guerra mondiale.
Gino Carbonaro

gino.carbonaro.italy@gmail.com

2013/02/11

Raccomandazione in Italia


Ti rac-comando (di favorire) l’amico


La Raccomandazione?
Non esiste!
La Raccomandazione 
è una invenzione!


La più grande invenzione 
dopo la scoperta del fuoco
e della fionda!
  
    Come le vivande, esistono tante specie di raccomandazioni. Ci sono quelle “soft” che evocano il burro e la marmellata, e quelle “hard” che richiamano la carota e il bastone. Le prime hanno il tono mielato della preghiera. Sono quelle che la madre rivolge alla figlia che la sera esce con le amiche: “Giovanna, non fare tardi, mi raccomando”. E sanno di supplica le raccomandazioni che si ricevono in tempo di elezioni: “Si tratta di un amico, di grande disponibilità, non dice di no a nessuno, dobbiamo aiutarlo. Mi rac-comando”. Avvertimento che arriva alle orecchie di chi lo riceve, come mosca che a sorpresa plana in prossimità delle orecchie. Ed è vicinanza che disturba. Ed è ronzio che dà fastidio. Poi il dittero si allontana e di lui rimane solo la sgradevole memoria.   

  Alla seconda specie, appartengono le raccomandazioni hard, quelle vere, che innescano dinamiche forti e mettono in atto interessi legati alla sopravvivenza. Qui comanda la legge dei favoritismi.  “Se tu dai una cosa a me, io poi do una cosa a te”. 

   La ricerca della raccomandazione scatta immediata quando, bandito un concorso, si conosce la commissione esaminatrice. In quell’istante, i concorrenti si attivano con la solerzia delle formiche cui qualcuno ha messo sottosopra il formicaio. Scrutano l’orizzonte alla ricerca di ag-ganci  mentre attivano una catena di S. Antonio, ragnatela di favori che ricorda le strutture cellulari del cervello. Sinapsi che mettono in contatto cellule apparentemente lontane fra loro per trasmettere in tempo reale una nuova gamma di meriti e crediti. Per prima cosa bisogna trovare una autorità amica- degli-amici, che può parlare prudente e suadente al membro della commissione. La frase enunciata, “ti rac-comando”, ha la connotazione di un ordine. Favore attende favore. Sgarro si paga. Carota e bastone sono impliciti. E le leggi? ci si chiede. Sono simili alle “grida” di manzoniana memoria. Flatus vocis! Emissioni gassose del basso corporeo. Chi poi "vinceva un concorso (si fa per dire) con la raccomandazione, si vantava, anche, e fiero del suo indiretto potere esclamava: "Io trasìi co' cauçi. Ca pirata ro viscuvu pigghiai u puostu".    
     
     Era fondata su questi principi la società di una volta che, anziché selezionare meritevoli e qualificati impiegati, mirava a favorire clienti e raccomandati.

    Se la raccomandazione, come elemento culturale perverso non viene considerata atto mafioso, la logica è la stessa. Lo scopo è quello di favorire masse di privi-legiati, soggetti “privi legis” (privi di legge, al di sopra delle leggi) l’etimo aiuta) persone che non riconoscono la legge e la deprivano di senso e funzione. 

Ed è per questo, che nei servizi sociali ci si imbatte in persone che non sono funzionali al posto di lavoro e al servizio erogato. Il concorso è falsato? La società non cresce. La struttura sociale è quella del carciofo. Chiusa in se stessa.    

     I Borboni di Napoli che dicevano di essere  ligi alla forma e alla legge, squittivano: “La raccomandazione non esiste! La raccomandazione è una invenzione!” Certamente.. la più grande invenzione dopo la scoperta del fuoco e della fionda

                                            Gino Carbonaro




2013/02/05

Belgiorno Guardiani di Nuvole


Fra microstoria e poesia

 
Franco Antonio Belgiorno


I guardiani di nuvole
 
di Gino Carbonaro

Sosteneva uno scrittore del passato che il primo giudizio critico è quello del tipografo, perché è lì fra linotype e tavolo di composizione, che viene fatta in silenzio la prima diagnosi di un autore e di un’opera. È il tipografo – continuava lo scrit­tore – che valuta “a naso” l’opera e ne misu­ra la validità, con un giudizio professionale e disinteressato.

    Ho ripensato a questo autore, quando ho saputo che Roberto Cannata, Calogero Lo Sello e Pietro Ottimo, titolari de “La Grafi­ca”, la nota tipografia modicana, qualche anno fa hanno voluto fare un omaggio all’amico scrittore Franco Antonio Belgior­no, pubblicando in edizione fuori commer­
cio "I guardiani di nuvole", un libretto di una quarantina di pagine, contenente tren­tadue ricordi di personaggi modicani, ora scomparsi, che appartengono alla giovinez­za dello scrittore, e sarebbero stati dimenti­cati, se Belgiorno non li avesse fissati nel ricordo di pagine di splendida poesia.

    Sotto il profilo letterario, "I guardiani di nuvo­le" sono schede commemorative, che lo scrittore dedica alla memoria di personaggi umili, per l’importanza che gli stessi rivesto­no nella memoria dell’autore e per l’immaginario collettivo dei modicani, ai quali questi personaggi appartengono.
  Idealmente, "I guardiani di nuvole! richia­mano alla memoria le epigrafi della Antolo­gia Palatina, la storica silloge di epigrammi greco-­alessandrini, che fissano in estrema sintesi e bellezza il ricordo di persone segnate dalla sorte e dalla morte; e fanno pensare ancora alla Antologia di Spoon River (che alla Antologia Palatina si ispira, oltre che per il contenuto dell’opera, anche per il titolo).
    "I guardiani di nuvole", come i personaggi di Edgar Lee Master, sono vissuti ai confini della società, in una sorta di limbo sociale, senza far male a nessuno, semmai riceven­done, e cercando di essere accettati dagli altri.
  "I guardiani di nuvole" sono i paria della società, gli emarginati, come Neli Scaccia e Vanni u piecuru, gli alienati come U Cavaleri Poidomani, figure semplici e sorridenti, come «Angiledda, profumata e bella come i fiori di capperi, che andava raccogliendo lungo le lenze di Cartellone»; creature che sembrano appartenere a un mondo altro, dimenticate da Dio e dagli uomini.
     Sono questi i personaggi ai quali Belgiorno rivolge la sua attenzione, quelli che invita al suo cenacolo letterario, per gustare ancora il sapore delle cose autentiche, perché solo dove c’è povertà c’è semplicità e non trovi la alienazione che provoca la ricchezza e il benessere.
    Così, rivedi Vannìnu re sponzi scendere nei pome­riggi estivi con una cesta piena di mazzetti di gelso­mino, che avrebbe vendu­to ai signori seduti al Cir­colo Unione o al Caffè Orientale: questo è il lavo­ro che si era inventato Vanninu per racimolare qual­che lira, per sentirsi parte dell’insieme, e dare un valore alla sua giornata, un significato alla sua vita. «Ora – scrive Belgiorno – è anche lui uno stelo di fiore, una memoria del tempo perduto, un vascel­lo che scivola nel mare del nulla, e si lascia dietro la scia ineguagliabile del suo carico profumato».
    Immagini che si dissolvono, parole che suo­nano musica consegnata al vento, che si fa carico di trasportarla sulle nuvole, dove Van­ninu raccoglie ancora gelsomini per profu­mare gli altari del Paradiso «col suo odoroso groviglio di bianco».
    Ne "I Guardiani di nuvole", vengono rievo­cate queste presenze-­assenze, figure alle quali Belgiorno restituisce una dignità che percepisci superumana; personaggi unti dal Signore, ma segnati dalla sorte, che come fiori di campo hanno lasciato una debole, ma dolce e intensa traccia del loro passaggio su questa terra.
    Così, Luiggìnu l’uoviru (il cieco) che batte il tamburo facendosi guidare per mano da un bambi­no, fa il banditore per guadagnarsi la vita: «Ora imbonisce in Paradiso e dà la sveglia alle nuvole, chiama a raccolta i paesi aerei, quando è ora di ornarli con le trine degli arco­baleni, e in quei borghi assolati, in quei vil­laggi dove i ciechi sono tutti vedenti, non ha bisogno di chi lo conduca per mano. Sta bat­tendo che tutto va bene, ta­pum, che la città è felice, ta­pum; che la gente ha finalmente scoperto la giustizia e l’amore, ta­pum. Sta sognando nella sua pacifica morte». Ed è poesia eletta, e della più fine, quella che abbiamo appena riportato.
    E Pietru c’ô frischiettu, che per poche lire, suonava ad orecchio, con meraviglia di tutti, qualsiasi motivo, «fosse il Concerto n° 3 per violino di Mozart o la Quinta di Beethoven, non avrebbe sbagliato una nota».
    E il signor Di Rosa, che «per un modesto obolo offriva schedine della Sisal» che pre­parava di notte «in una foresta di uno, ics, due... perduto nell’ossessione di far ricchi i suoi simili». Lo vedevi apparire da lontano, alto, allampanato, «gongolante e pacifico», sventolando le schedine, passando da un marciapiede all’altro alla ricerca di clienti, e quando ti arrivava vicino gli sentivi sussurra­re sottovoce: «Milioni, milioni!». Poi, d’un trat­to non si vide più: si disse che era morto.
    Di questi personaggi, l’autore non dimentica nessuno, e ricorda Matteu, che tutte le mattine raccoglieva i «sacchetti con i fondi del caffè per le brodaglie che davano all’ospizio». Figure di un mondo dove tutti avevano un ruolo preciso e cercavano di inventarsi un mestiere per vivere.
    Ora, sono tutti dissolti nella nebbia, dileguati come ombre, «perché anche di ombre è fatta la vita, e di titoli e blasoni non è mai risorto un ricordo che si accompagnasse alla purezza e alla innocenza della povertà». Figure immense, simboli, che diventano eterni, ora che l’autore li ha trasportati nell’iperuranio della sua fantasia, nell’Eden dei ricordi. Ed è mestizia dell’anima, ed è dolore, quello che trasmette questa poesia, dal tono flebile, che canta sottovoce le cose che vanno
via, «perché la vita macina la memoria e la porta al macero della gloria».

    Sembra un bouquet, questo libretto, o anche un concerto di musiche giocate sui toni minori del blues, che cantano elegiaca­mente la vita.
    E c’è ancora Zuddu, che se n’è andato per sempre dai Ponti di Pulera, «... e ora sta sedu­to in un cupo silenzio sulla soglia del suo tugurio, nel fresco della sera che profuma di garofani e menta, in mezzo al volo basso di miriadi di rondini, dimenticato da Dio, come un pacchetto d’uomo che nessuno viene a ritirare». E siamo al tema centrale della medi­tazione poetica di Belgiorno: al senso della “dipartita” e della “assenza”, della esisten­ziale separazione della parte dal tutto, della spartenza e della solitudine, da lui sentita come massimo dei mali, forma di lacerazio­ne dell’io, che lo scrittore vive come evento fatale e tragico della vita; e sono temi cen­trali della tradizione poetica siciliana.
    Solitudine, spartenza, dimenticanza sono il leitmotiv che accompagna la produzione poetica di Belgiorno; temi che, a volte, si rifu­giano nello sfondo e sembrano attenuarsi, ma che ricompaiono all’improvviso per mate­rializzarsi nel grido della “di­-speranza”, o della speranza perduta, che nutre l’angoscia dell’esistere; elementi che assu­mono una valenza tragica. Ed è la prova che tutti sono andati via, tutti sono scomparsi e ci hanno lasciati, qui nel deserto della solitu­dine! Così, Angiledda, che «si perse dentro a un tramonto e portò via la nostra infanzia»; Donna Cuncittina, che «si spense nel sonno, e forse sognò i gradini del cielo mentre li sali­va uno per uno»; ed è andata via anche Rosetta Di Rosa, la dolcissima, che scomparve in un giorno, con la famiglia, cacciata via dalla miseria.
    Spartenza, solitudine, dimenticanza sono temi classici, ontologici dell’esistenzialismo poetico di Franco Antonio Belgiorno, che si prefigge ora un’impresa impossibile, quella di trattenere al di qua del «limitare di Dite» e della dimenticanza, che è forma di morte, quei personaggi che hanno nutrito la sua giovinezza, «perché la vita non può arrendersi alla falce della morte». Ed è questo che fa la misura e la grandezza della poesia di Bel­giorno.
    E siamo al “Tempo”, altra categoria dell’esistere, che è il vero protagonista dell’opera di Belgiorno. Il Tempo che è signore e padrone delle cose, il Saturno Kronos, che divora le sue creature; il Tempo che dà e ruba gli affetti, le albe, i tramonti, le bellezze, la vita, «il tempo che ci fa orfani di affetti, ... il tempo che incendia il passato ... anche le briciole di vita, che si racimolano alla luce del sole di casa»: il tempo che bloc­ca ogni cosa, ed è per questo, che ... «l’angolo del vicolo dove scompare don Tanuzzu è ancora senza lampadina».
    Tempo crudele, che paradossalmente ama le sue creature e «incorona i fichidindia di giallo e di rosso, e tinge gli ulivi d’argento, come se la polvere... del tempo... fosse caduta sulle loro foglie».
    Ma sulla solitudine degli esistenti e come forma di reazione all’oblio, si erge il canto del poeta, mentre la voce della poesia si fa memoria: custode dei ricordi e del tempo perduto. È così che l’amarezza del pessimi­smo si stempera e si addolcisce nel farsi poesia, e il poeta, che è lirico, si fa poeta epi­co, in quanto interprete dei sentimenti di tut­ti. Ultimo degli aedi di greca memoria, Fran­co Antonio Belgiorno, dall’alto della sua splendida casa di Cartellone, canta sulla cetra dei ricordi, l’immagine di Modica, ora pietrificata nell’afa estiva, ora addormentata avendo preso per cuscino una collina, ora «come ombra che salda i frammenti della sua sostanza sulle pietre e sul cielo», e materna ne custodisce anch’essa le memo­rie della vita. Ed è poeta vero, Belgiorno, che usa le parole come fossero note, con le quali evoca musica, echi, suggestioni, e quindi consonanze di amore per questi fra­telli minori della grande e incomprensibile storia degli umani. E sono belle le cose che scrive, i personaggi che descrive, le suggestioni che trasmette, che emanano un’energia e una verità che è vita, soffio vita­le, che è spirito, onda che ti porta e ti traspor­ta: ed è microstoria che ti fa pensare, ma soprattutto poesia che ti fa sognare e ti fa interrogare sul mistero della vita, sulla bel­lezza delle piccole­grandi cose che muoio­no e vengono salvate dal ricordo. Ed è bello quando la scrittura trasforma in simboli, i per­sonaggi di tutti i giorni, poggiando il discorso anche sulla filosofia dell’esistere, che il let­tore non manca di cogliere fra le righe di que­ste pagine stupende.

                                               Gino Carbonaro

2013/02/04

Storiella n. 3 Il pacco dall'America e la carta igienica -



Il pacco dall’America e la carta igienica   

Subito dopo la seconda guerra mondiale, io piccolo, ricordo la povertà e la miseria di molti di noi a Scicli. Donne che andavano alla fontana per riempire le brocche di acqua, venditori ambulanti che vanniavano la merce, bambini scalzi che stazionavamo nei vicoli e nelle stradette giocando. Il tutto condito dalla presenza di sterco di asini, muli, mucche e capre che passavano nelle strade, e quant’altro di galline, topi, gatti, cani, tutto un bendidio che nel corso dei millenni si era solidificato sull’impiatito e negli interstizi delle strade.Il tutto ancora arricchito dalla presenza di un esercito sterminato di mosche, a cui nessuno faceva caso. 


Qui, la vita era ferma, ma la novità veniva colta al volo, quando in divisa e berretto appariva  all’improvviso il Postino tenendo in braccio un pacco postale. Noi sapevamo che cosa era, e lo seguivamo per accompagnarlo fino alla porta in cui il pacco doveva essere consegnato. Era questo il pacco che veniva dall’America. 
Per capire, bisogna spiegare che molti siciliani, soprattutto i meno abbienti, avevano parenti in America. Parenti che durante la seconda guerra mondiale avevano con molta probabilità combattuto a fianco del “nemico”, contro di noi. Ma, finita la guerra, i parenti ricchi dell’America si erano prodigati per aiutare i parenti poveri della Sicilia e così, per aiuto o per conforto, mandavano pacchi di cartone ben legati da robuste cordicelle, pieni di ogni bendidio e di sorprese, di cose a noi sconosciute. Ricevuto il pacco, la stanza della casa fortunata si riempiva di tutti i bambini dei dintorni e di tutte le vicine di casa, avvisate porta a porta in tempo reale, che venivano disinteressatamente  a curiosare soltanto per conoscere il contenuto del pacco. Fra queste cose, io per la prima volta vidi un calendario con splendide foto di bambini così ben nutriti che mi sembrarono bambini di un altro pianeta, mentre noi, “adduvati a pani cuottu” sembravamo i bambini del Biafra. E sempre dallo stesso pacco, come dal cappello del prestigiatore Mandrake, audite audite, vidi tirar fuori un rotolo di carta igienica di cui nessuno a quei tempi riusciva a capire la funzione, perché nessuno lo aveva mai visto. Le più attente fra le donne, ritennero che si potesse trattare di un giocattolo di carta. Poi passarono ad altro.

Ma, cosa si usava in casa per pulirsi il sedere prima di alzarsi dalla tazza del gabinetto? A casa mia, si usava il giornale tagliato a quadratini e appeso a un chiodo. Ed era atto di civiltà, perché se si andava fuori per la bisogna si usava una pietra. Quella più vicina. Oppure qualche robusta foglia di Uriccia ra veccia, larga come un pannolino, quando si trovava.  
A casa di mia nonna, invece? Lo spettacolo (in latino, specta-culum) era il seguente. Fuori da un balcone che dava in un vicolo poco illuminato dalla luce del sole, mio nonno aveva fatto realizzare una cabina in legno a misura di uomo, che conteneva una tazza di gabinetto e un piccolo lavandino. Era questo “u cabbinettu” . E ciò vuol dire che a casa di mia nonna c’era il posticino-ino-ino dove si poteva andare a fare i propri bisogni, senza far più ricorso allo storico "catusu"). In prossimità della finestrella (a finistrula), era stato appoggiato un fil di ferro a forma di “S” (esse) al quale stava agganciato penzolante con atteggiamento dimesso, quasi indolente, uno straccetto di giusta misura. A casa della mia nonna materna, dunque, si usava uno straccetto morbido per le evenienze, straccetto che... quando era pulito, non presentava alcun problema, ma, siccome, non veniva cambiato molto spesso, e siccome veniva usato da entrambi i lati, accadeva che, per prenderlo e appoggiarlo al dito, bisognava cercare la parte che fosse miracolosamente pulita da entrambe le parti. Di tanto in tanto, quando mia nonna riteneva giunto il momento, ma solo quando lo straccetto cominciava a prendere la configurazione di una piccola tela di arte astratta, dunque, molto raramente, veniva sostituito con uno, diciamo pulito, dal colore grigiastro, ma morbido, mentre l’altro, quello sporco veniva immerso in una bacinella con liscivia, per fargli vivere al sole la bella esperienza del bucato. Fu questa mia precedente e casalinga esperienza che qualche anno dopo mi fece capire l’importanza e la nobiltà della carta igienica. 

E ancora tanti anni dopo scopriremo tutti la nobiltà e l’importanza del bidet!   

2013/01/29

Storielle del passato n.1 Usa e getta


Storiella n° 1
Usa e getta
                  Civiltà e benessere
                                                                                   Gino Carbonaro

Una volta le cose venivano fatte per durare in eterno.
Mio nonno Giorgio, detto il bisnonno Giorgio dai nostri figli, poco prima di morire mi chiamò e mi disse:“Gino, io nella mia vita ho conosciuto solo il lavoro. Soldi non sono riuscito a metterne da parte. La mia casa, tu lo sai, è costituita da una sola stanzetta quadrata, divisa in due, come tu vedi. La metà dell’ingresso, ospita questa buffetta, diciamo questo tavulino rettangolare, due sedie, una tuccena dove dormiva mio padre prima di morire, la piccola botte di vino, che è la mia unica consolazione e il mio conforto. Nell’altra metà della stanza divisa da questo separè di canne, ci entra a stento il nostro letto matrimoniale e questa cassettiera che per noi è stata sempre una specie di altare di cose preziose per quello che c’è dentro i cassetti e per quello che c’è sopra. Qui sono esposte le foto dei miei genitori e di tutta la nostra famiglia e anche le cartoline che tu mi hai mandato quando sei stato a Parigi.

Ora, siccome nessuno resta in eterno su questa terra, ti voglio lasciare un mio ricordo. E mi porse uno scatolo dentro il quale si trovava un piccolo coltello che lui prese  e aprì. Il manico era di un marrò consunto, la lama era ridotta quasi a zero  per quante volte era stata affilata. Mi spiegò che aveva acquistato quel coltello durante la prima guerra mondiale, quando si trovava sul fronte di guerra, e da allora era quello il coltello che aveva sempre portato con sè alla bisogna e per tutti gli usi.

Mio nonno era ultranovantenne e il coltellino era vecchio più di settant’anni. Una vita trascorsa insieme. A quei tempi si usava tutto. Non si buttava nulla.

                                         *    *    *

Sulla durata delle cose, ricordo ancora una scena fra mio padre e mio nonno. Mio padre, fotografo, subito dopo la seconda guerra mondiale aveva aperto uno studio fotografico a Rosolini, in provincia di Siracusa. Studio che veniva aperto al pubblico solo la domenica. Io piccolo, non mancavo di svegliarmi verso le quattro del mattino, quando mio padre si preparava per andare alla stazione ferroviaria per andare a Rosolini. D’inverno poi indossava un cappotto fatto dal sarto, perché allora era così che andavano le cose. I vestiti li facevano i sarti.
Di tanto in tanto sentivo parlare mio padre con mia madre e periodicamente faceva gli elogi del cappotto mormorando felice: “Questo cappotto ha sette anni”. E io che di anni ne avrò avuti quattro, quei sette anni del cappotto mi facevano sentire piccolo. Rimasi però stupito, quando qualche tempo dopo, il bisnonno Giorgio restituì il suo pensiero: “Questo mio pastrano ha sessantanni. Mio padre, che era nei dintorni non fiatò. Era stato battuto nel confronto. Oggi, i vestiti si acquistano periodicamente solo perché sono passati di moda. L’invecchiamento se c’è, è psicologico. Ma è proprio quello, che vince. I soldi ci sono e bisogna spenderli. Il concetto di economia è bandito.


Dal mio punto di vista, che era quello di un bambino, fissai quei concetti e osservavo ancora mio padre quando, in altri momenti della vita, per costruire qualcosa utilizzava i chiodi già usati battendoli con il martello per raddrizzarli. Così feci io da grande. Conservavo i chiodi usati e storti per riutilizzarli in seguito. Poi mi accorsi che i tempi erano cambiati e non ne valeva più la pena. La mia azione avrebbe fatto ridere chiunque mi avesse visto battere un chiodo storto per raddrizzarlo. E ci fu qualcuno che vedendomi fare quella insolita operazione rise sotto i baffi.

Oggi, le cose vanno diversamente. Un coltello non taglia più come quando era nuovo? Si butta. Se ne compra un altro. Un cappotto non piace più? Si regala. Siamo ricchi. E financo l’armadio dei ricchi finisce spesso per essere la discarica pubblica.   


Storiella n° 2

Prima di aprire la porta? Si bussa  
   
                                                                 di Gino carbonaro

Avrò avuto dodici anni quando mio padre mi chiamo e mi disse: “Gino vai al Municipio e fammi fare questo documento”. Io presi l’appunto scritto, e fiero per quell’incarico andai di corsa al Comune. Di corsa la strada, di corsa la scala. All’arrivo, mi informai. Mi indicarono un corridoio, una porta. Mi misi in fila e alla fine chiesi il documento. L’impiegato mi disse di tornare venerdì.
Tornai a casa, sempre di corsa e dissi a mio padre che il documento sarebbe stato pronto venerdì. Quando giunse il venerdì mattina, mi accorsi che mio padre non faceva più mente locale sul documento da ritirare. Io, sempre fiero di me stesso, pensai di fargli una sorpresa. Ero entrato nel mondo degli adulti. E, sempre di corsa per strada, sempre di corsa per le scale del Municipio, giunsi all’ingresso dove mi aspettava la sorpresa. Non ricordai più quale era il corridoio e soprattutto la porta. Nei corridoi non c’era nessuno e le porte erano tutte chiuse e senza indicazione. L’idea? Fu quella di aprire le porte ad una ad una, piano piano, per vedere se ricordavo.

Qui la seconda indimenticabile esperienza della mia vita. Aprendo la porta piano piano a fessura mi apparve una grande stanza, in fondo alla quale a sinistra c’era una scrivania con un impiegato seduto, che si girò verso di me gridando: “Porco! Non lo sai che si bussa?” Il porco ero evidentemente io, che chiusi altrettanto lentamente la porta e sgattaiolai nella seconda porta, bussando stavolta, e siccome quella era la porta giusta entrai per ritirare il documento che era pronto.

   Da allora ho imparato due cose:

1° Che bisogna bussare prima di aprire una porta.
2° Che se una persona sbaglia, non è educato rimproverare
     in quel modo violento.  
Nel tempo però, dimenticai quella esperienza per me traumatica. Ma, fui costretto a richiamarla alla memoria per spiegare a me stesso perché da grande, da Preside, bussavo sempre quando dovevo entrare in una classe, ma soprattutto mi chiedevo perché mi trovavo a bussare automaticamente, e di nuovo, quando uscivo dalla classe, suscitando la scatenata ilarità dei ragazzi. E, cosa non meno strana, a casa mia bussavo spesso prima di entrare in cucina o nella nostra camera da letto. Allora, mi costrinsi a pensare, per capire il perché di quel per me inspiegabile condizionamento, perché bussavo sempre, anche là dove non c’era un motivo. Ad un tratto mi venne l’illuminazione. E rividi me piccolo, quella porta che io stavo aprendo lentamente, e quell’uomo-dio, l’impiegato statale, sul trono del suo potere, dietro la scrivania e, infine mi rimbombò nella mente quel grido terrificante con il quale venivo associato a un porco.


2013/01/12

Orazio Busacca, un Agricoltore vittoriese dell'Ottocento



   Orazio Busacca


L'Ottocento, la città di Vittoria, l'Agricoltura
                                                                                                                     
                                           
     di Gino Carbonaro


      E’ opera originale, questa di Orazio Busacca. Opera che sta a mezzo fra il diario, il documento storico e l’opera didascalica. La forma è quella del diario.

      Fra il 1854 e il 1896, anno più anno meno, un piccolo proprietario terriero vittoriese decide di appuntare alcuni eventi salienti relativi all’andamento delle stagioni, all’abbondanza del raccolto, non trascurando i fatti politici che sembravano ripercuotersi sulla economia locale. 

     Dalle prime pagine, però, si rilevano le intenzioni dell’Autore.

      Busacca cerca di capire cos'è che danneggia un raccolto, e cosa bisogna fare per difendersi dall’attacco di tutto ciò che reca male alla produzione, che, in definitiva, rappresenta la ricchezza della società. Il principio è nella sostanza lo stesso che era stato a suo tempo intuito dai fisiocrati: la vera ricchezza delle nazioni deriva dalla campagna. Più si cura la campagna, più si potenzia la produzione, maggiore sarà la ricchezza del singolo e della collettività.
                                            

                                                                Uva bianca
      
     Ma chi poteva dire all’agricoltore dell’Ottocento non ancora soccorso dalla ricerca agraria scientifica come comportarsi di fronte alle brinate che provocavano la cascola; cosa fare di fronte alle gelate, alle piogge fuori stagione; ma soprattutto chi poteva difenderlo dalla fillossera, dalla peronospora e dall’oidio, calamità che distruggevano il raccolto causando crisi economiche e fame tra la povera gente?

      Per l’agricoltore siciliano dell’Ottocento l’unico libro al quale poter attingere era ancora il grande libro della Natura, che Busacca leggeva quotidianamente per cercare di capire come comportarsi per parare i colpi che la realtà infliggeva quotidianamente alle piante, e, di riflesso all’uomo.

      Lettura attenta della realtà, per accumulare esperienza. Esperienza che è ricchezza e non va perduta, anzi va conservata e  trasmessa agli altri, e soprattutto agli eredi, alle nuove generazioni, così come i genitori non mancavano mai di fare con i figli.

      Nasce così il libro didascalico che potrebbe essere definito “Il libro della vite”, o anche “Storia delle malattie della vite e di tutto ciò che può mettere in crisi il raccolto dell’uva”.

      Libro di insegnamenti e di esperienze, ma anche documento storico che ci illumina sulla vita vissuta a Vittoria nella seconda metà del secolo scorso.

      Orazio Busacca sostentava la sua famiglia e si guadagnava una certa considerazione sociale ricavando il tutto da una piccola proprietà terriera avuta in eredità dal padre e coltivata a vigneto.
      Attentissimo coltivatore diretto, antesignano dei tanti piccoli agricoltori che ancor oggi rappresentano la parte attiva e dinamica della economia vittoriese, Orazio Busacca, con l’eredità aveva ricevuto dal padre quelle nozioni necessarie per portare avanti la piccola azienda familiare: insegnamenti spesso basati sulla superstizione che ad Orazio Busacca dovettero, però, sembrare inadeguati.
  
    La sua ricerca trova una giustificazione in una legge economica: ogni operatore agricolo controllando tutti i passaggi della pianta, dalla infiorescenza alla fruttificazione, deve pervenire ad un raccolto pieno ed abbondante. Senza  questa possibilità la sopravvivenza stessa dell’uomo economico è a rischio.

      Nasce da qui l’esigenza di inventariare gli eventi salienti, di appuntarli, perché possano essere poi confrontati, per passare poi, dal possibile confronto alla valutazione che forma il bagaglio dell’esperienza.

      Forse, Orazio Busacca pensava a se stesso quando prendeva appunti, forse pensava agli eredi a cui trasmettere le esperienze fatte da chi della terra e della agricoltura aveva fatto la sua ragione di vivere.

      Da piccolo agricoltore illetterato, Busacca veniva perciò a capo di altre verità: prima fra tutte che la ricchezza della agricoltura e le annate con i buoni raccolti rappresentano ben poco senza la forza della esportazione. Il piccolo produttore di vino è soffocato se la sua merce non può essere esportata nei mercati stranieri, in Francia, per esempio, così come era accaduto verso la fine del secolo in seguito ad una infausta legge protezionistica e ad una non meno infausta guerra doganale.

      Da questa osservazione, Orazio Busacca scoprirà i vantaggi del liberalismo economico, mentre si rende conto che gli eventi della provincia, nel loro piccolo, risentono pesantemente gli effetti della grande politica nazionale.

      Dalla esperienza vissuta, Busacca comprenderà ancora, che poco può realizzare l’imprenditore, se non ci sono strade per trasportare il prodotto al porto, e se non ci sono infrastrutture per fare attraccare i bastimenti nel porto di Scoglitti. Dalla presa di coscienza alla iniziativa privata il passo è breve, perché una cooperativa di imprenditori agricoli vittoriesi sostituendosi allo Stato, si autotasserà  per fornire Scoglitti  delle indispensabili infrastrutture.

      Un affresco, dunque, diventa questo diario nel quale un individuo privo di velleità letterarie lascia un documento che si rivela anche uno spaccato di vita in una città siciliana nella seconda metà dell’Ottocento.

     Nell’opera trovi spesso lo sguardo rivolto alla sofferenza di tutti, delle piante, degli uomini, della società, nella consapevole certezza che il benessere delle piante si tramuta in benessere di tutti.

      Scrupolo, attenzione, dedizione, onestà, tutto rivolto alla decifrazione di una realtà molto spesso infida e capricciosa.

      Una pagina di storia? Sì, anche, e soprattutto, storia locale, che prende le distanze dalla storia ufficiale, solitamente non disposta alla considerazione di eventi minimi e minori che però riflettono la vita in tutta la sua freschezza e palpitante realtà.

      Elogi? Mi chiedo quali scuole insegnano a scrivere in modo così fresco, immediato, essenziale.
      
        In ogni caso è un lavoro che va salvato!

                                                   Gino Carbonaro

gino.carbonaro.italy@gmail.com 

2012/11/28

Sergio Givone "Metafisica della peste" saggio di Salvatore Scalia impressioni


Sergio Givone scrive "Metafisica della Peste" Eunaudi, pp. XVIII, 206, 

€ 22,00


Salvatore Scalia lo recensisce sul quodidiano "La Sicilia con questo titolo 


Fuoco, forca e oro

i rimedi siciliani

contro la pestilenza



Ignis, furca, aurum sunt medicina mali. Questa la formula sintetica ed efficace del medico Giovan

Filippo Ingrassia, nato a Regalbuto nel 1510 e morto a Palermo nel 1580, per affrontare la peste
che flagellava la Sicilia nel 1576. Ne scrisse un trattato "Informatione del pestifero et contagioso
morbo il quale affligge et have afflitto questa città di Palermo et molte altre città e terre di questo
Regno". "L'oro per le spese, - commenta il grande storico Carlo Cipolla nel libro "Contro un nemico
invisibile" (Il Mulino 1985) - la forca per punire chi violava le disposizioni sanitarie e spaventava gli
altri, il fuoco per eliminare gli oggetti infetti."

Per il protomedico la pestilenza era un fatto pratico: occorreva evitare il propagarsi del contagio,
isolare le vittime, purificare tutto ciò che era stato a contatto con esse, e, soprattutto, evitare il
caos sociale, le isterie e il diffondersi di psicosi di massa.

Anche riguardo agli oggetti non tutti erano ritenuti ricettacolo della pestilenza ma si distingueva
tra vetro e metalli, che ne erano immuni, e piume, pellicce, lane, coperte, stracci. "Le idee - dice
Cipolla - erano vaghe e non confortate da sperimentazione, ma non erano assurde. Noi sappiamo
che la peste bubbonica è trasmessa dalle pulci, e stoffe, pellicce, piume e tappeti offrono più
facile ricetto alle pulci che altre merci. La razionalizzazione del fenomeno da parte degli uomini del
tempo era ingenua, ma alla base stava un'osservazione attenta dei fatti."

Il risultato fu che a Venezia la peste causò sessantamila morti e a Palermo tremila.

Fatte le debite proporzioni, la stessa asimmetria si verificò tra Modica e Scicli, città separate
da tredici chilometri, per la peste del 1626, nella prima agì lo spirito pratico e le vittime furono
contenute, nella seconda la popolazione fu decimata.

Sulla peste a Modica ha scritto nel 1966 un saggio, acuto e brillante, lo scrittore Raffaele
Poidomani (1912-1979). Due sono i protagonisti principali di quella battaglia contro l'infuriare del
morbo: il governatore e capitano d'armi Paulo La Ristia, l'uomo che aveva bonificato il sito dove
sorse Vittoria, e il medico Pietro Manardo. L'uno ebbe polso fermo e prontezza di decisioni, l'altro

si sacrificò con abnegazione e sprezzo del pericolo.

Invece di almanaccare sulle cause della peste, punizione divina o congiunzione astrale, la prima
cosa a cui si pensò fu di procurarsi il denaro e le derrate alimentari per far fronte all'emergenza.

"Al primo insorgere del male - scrive Raffaele Poidomani - viene emanato un ordine perché, stante le pene
stabilite in calce ai contravventori, si ottenga una somma da pagarsi dagli abbienti, garantita sotto
forma di prestito forzoso, oltre ad una sufficiente quantità di grano per vitto di poveri, estratto
sempre dai magazzini dei ricchi con lo stesso sbrigativo mezzo."

I quartieri poveri dove maggiore infuria il morbo vengono sigillati, le case sbarrate, si ordina
di non mangiare pane o altro cibo toccato da animali e in particolare dai topi. Si organizza
l'approvvigionamento dell'acqua e la purificazione dei luoghi contaminati. Tutto vien posto sotto
ferreo controllo, sia l'uscita dei contadini per lavorare in campagna, sia gli spostamenti degli
animali domestici.

Questo pragmatismo contrasta con le proprietà curative che si attribuivano alle pietre preziose
e con i micidiali intrugli che prescrivevano fino al Settecento medici di fama. Poidomani ne dà la
composizione e poi commenta: "Ciò è ancora in uso quando già da oltre un secolo l'Ingrassia aveva
usato l'isolamento, la purgazione, la pulizia del corpo e i lavaggi con aceto e stabilito che i liquidi
che si potevano bere erano vino, aceto e sidro, cioè i fermentati alcolici."

Nel 1894 il medico svizzero Alexandre Yersin e il giapponese Shibasaburo Kitasato isolarono il
bacillo che da millenni aveva seminato la morte. La peste sembrava fosse divenuta dominio della
scienza, una questione di batteri, contagio e vaccini. La punizione divina, già esclusa da Tucidide
nella descrizione della peste di Atene del 430 avanti Cristo e più tardi da Lucrezio nel "De Rerum
Natura", sembrava definitivamente relegata alla superstizione. Eppure il perché della peste ha
continuato ad inquietare le coscienze: è una domanda che risuona in un vuoto apparentemente
senza risonanze, in un vuoto che crea angoscia e richiede risposte metafisiche. Interrogarsi sulla
peste, che è natura e allo stesso tempo flagello, significa porsi il problema del male, dell'origine
della colpa e del destino dell'uomo.

E' questo il filo conduttore del libro di Sergio Givone "Metafisica della peste" (Einaudi , pp. XVIII -
206, € 22,00). Il filosofo ci conduce sull'orlo dell'abisso e ci costringe a scrutarne il fondo invisibile.
E ci pare d'udire una risonanza lontana, un'eco debolissima, che forse è un'incrinatura, quella stessa
che si manifesta come esigenza metafisica persino nel materialismo epicureo di Lucrezio: se esiste
la peste è perché c'è una colpa nella natura, "tam praedita culpa."

La pestilenza è sconvolgimento sociale e morale, corrode i corpi e la mente, ci riporta allo stato
primordiale, il figlio dimentica i genitori, padre e madre dimenticano i figli, si scatena la lussuria,
si perde il pudore, s'intorbidano i sensi, si vede ciò che non c'è e non si vede ciò che è evidente.
Esemplare il saggio di Manzoni "Storia della colonna infame."

Attraverso gli scritti di Boccaccio, Berni, Defoe, Manzoni, Leopardi, Camus, Artaud, Givone
riflette sugli effetti della peste e sulla sua essenza. Il morbo è divenuto sinonimo della corruzione
del cuore e dell'anima, s'insinua prima nelle parole e poi invade tutto il corpo sociale, come ha

dimostrato Victor Klemperer a proposito del nazismo; secondo Givone è metafora persino di un
mondo tornato primordiale, con pochi superstiti inselvatichiti, perché devastato da un'immane
catastrofe nucleare come nel romanzo "The road" di Cormac McCarthy (2006). La peste dunque
ci fa regredire, ci rivela la fragilità umana e il nostro nulla, e le domande che ci poniamo sono solo
quasi più di niente.

Ciao Turi,

Il saggio sulla Peste?
Mi ha fatto sentire male.
Mi ha fatto riflettere.
Pensare o non pensare?
Su tante cose.
Mi dato emozioni. Forti.

Il saggio di Raffaele Poidomani (La peste a Modica nel 1926) è bello perché dimostra
che l'Avvocato era sostanzialmente uno storico
che frugava archivi di Stato per scovare la realtà,
e costruire affreschi di vita dai frammenti recuperati
e a volte anche trafugati (eufemismo per rubati!).

Per il resto Poidomani era ariostesco, 
per il modo con cui si relazionava con l'umanità.

Ma, il tocco fondamentale, la ciliegina sulla torta è rappresentata dal libro di Givone.
Una saldatura vera fra realtà e pensiero che non scioglie i dilemmi della vita.
Questo uno dei ruoli della Filosofia in questo spazio di tempo.
Se la filosofia vuole trovare una strada, un senso, un ruolo nelle sue ricerche.
Questo saggio  affonda il bisturi su questo bubbone della realtà. Sul senso delle cose delle quali non si riesce a cogliere il senso.

Ma, la forza del tuo saggio sul Libro di Givone, è nella sintesi, e nel montaggio, delle parti. Da regista che coordina per offrire concetti e visioni. E' un tema, quello della peste (o del colera) che potresti approfondire.
(Se tu capita leggi il mio saggio su Giuseppe Carbonaro, protomedico dei Borboni). Quello delle malattie endemiche è tema non sufficientemente approfondito, ma è tema centrale dell'esistere.

Bello il riferimento a Tucidide (una pennellata!). Bello il riferimento a Camus, e agli altri.

Tu? 
Tu hai scritto un capolavoro. Di giornalismo nuovo, serio, pensato, aderente alla realtà. 
Di giornalismo, ho detto? M'è sfuggito. Tu non sei stato mai un giornalista, dentro di te.

Il tuo è stato giornalismo per vivere di giornalismo.
(L'hai già scritto tu).
Tu non sei "un" giornalista. Tu sei un Uomo.. che scrive.
Un Uomo che osserva, scruta, fruga con discrezione, cautela, saggezza e cerca (soprattutto) di non farsi vedere,
(malgrado la stazza..) e poi? Poi scrive. 
Tu sei un Maestro. Questo sei. 

E in questo saggio? Sei lo stesso "tu" (Tu..ri Scalia) che ha scritto "La Punizione". Quasi lo stesso taglio, quasi la stessa attenzione e volontà di penetrazione.

La differenza fra Givone e te? 
Givone parlerà apertamente di Male, di problemi umani e dell'Uomo per cercare di capire perché noi uomini non conosciamo i nostri simili.
L'uomo che non conosce l'uomo?
Cioè se stesso. 
Paradosso.

Tu, ne la Punizione non ti lasci invischiare. 
Non dai giudizi. Non condanni. Non ti chiedi.
Non ti pronunci. L'ho detto! Tu, non ci sei.
Tu sei uno storico, forse anche filosofo che si nasconde 
e usa ovviamente la scrittura per comunicare..

Infine (sto tornando all'articolo), bellissima la chiusura". 
Grazie. 
Per avermi inviato questo articolo.
Un abbraccio
Gino
P.S. Ora una cortesia
Perché non mi mandi (quando vuoi o puoi)  quello che scrivi (o che hai scritto).
Questo perché quello che scrivi è dono che nutre lo spirito?
Fa riflettere. Conforta le nostre giornate.
                                 
P.P.S. Su  tema attinente (a Peste e Streghe) potresti/dovresti sfogliare (tempo permettendo)
un'opera eccezionale, titolata "Forza e Superstizione" di Carlo Lea, 1909. 
Opera fondamentale della cultura di tutti i tempi. 
Enrico Carlo Lea non era italiano, ma canadese, e l'opera
scritta in inglese, fu tradotta (e forse pubblicata "solo" in italiano) da manoscritto fornito all'epoca dall'autore. 

                                                       Gino Carbonaro