2015/12/28

La Scomunica Kjérem di Baruch Spinoza TESTO

Testo di.. 

SCOMUNICA EBRAICA
Kjérem 
di 

Baruch Spinoza




Baruch Spinoza
(Amsterdam 1632-  L'Aja 1677 )


        Il 27 luglio 1656 fu data lettura di un testo in ebraico di 
fronte alla volta della sinagoga dello Houtgracht, il canale di 
Amsterdam che attraversava il quartiere ebraico: un 
documento di Kjérem (bando o scomunica), gravissimo e mai 
revocato, era assai esplicito e non faceva ricorso ad 
eufemismi:

     « I Signori del Mahamad rendono noto che, venuti a conoscenza già da tempo delle cattive opinioni e del comportamento di Baruch Spinoza, hanno tentato in diversi modi e anche con promesse di distoglierlo dalla cattiva strada. Non essendovi riusciti e ricevendo, al contrario, ogni giorno informazioni sempre maggiori sulle orribili eresie che egli sosteneva e insegnava e sulle azioni mostruose che commetteva – cose delle quali esistono testimoni degni di fede che hanno deposto e testimoniato anche in presenza del suddetto Spinoza – questi è stato riconosciuto colpevole. Avendo esaminato tutto ciò in presenza dei Signori Rabbini, i Signori del Mahamad hanno deciso, con l'accordo dei Rabbini, che il nominato Spinoza sarebbe stato bandito (enhermado) e separato dalla Nazione d'Israele in conseguenza della scomunica (Kjérem) che pronunciamo adesso nei termini che seguono:  


Risultati immagini per anatema








Simbolo della scomunica
   
Con l'aiuto del giudizio dei Santi e degli Angeli, con il consenso di tutta la Santa Comunità e al cospetto di tutti i nostri Sacri Testi e dei 613 comandamenti che vi sono contenuti..

Escludiamo, espelliamo, malediciamo ed esecriamo 
Baruch Spinoza. 


Pronunciamo questo Kjérem  nel modo in cui Giosuè lo pronunciò contro Gerico. Lo malediciamo nel modo in cui Eliseo ha maledetto i ragazzi e con tutte le maledizioni che si trovano nella Legge. 

    Che sia maledetto 
di giorno e di notte, 
mentre dorme e quando veglia, quando entra e quando esce. 
     Che l'Eterno non lo perdoni mai. Che l'Eterno accenda 
contro quest'uomo la sua collera 
e riversi su di lui tutti i mali menzionati nel libro della Legge.

 Che il suo nome sia per sempre cancellato da questo mondo 
e che piaccia a Dio 
di separarlo da tutte le tribù 
di Israele affliggendolo 
con tutte le maledizioni 
contenute nella Legge. 

     E quanto a voi 
che restate devoti 
all'Eterno, vostro Dio, 
che Egli vi conservi in vita. Sappiate che non dovete avere 
con 

Baruch Spinoza 




alcun rapporto né scritto né orale. Che non gli sia reso alcun servizio e 
che nessuno si avvicini a lui 
più di quattro gomiti. 

Che nessuno dimori 
sotto il suo stesso tetto 
e che nessuno legga 
alcuno dei suoi scritti.

«Durante la lettura di questa maledizione si sentiva di tanto   
in tanto cadere la nota lamentosa e protratta di un grande 
corno. Le luci che si vedevano ardere brillanti al principio 
della cerimonia, vennero spente ad una ad una, a mano a 
mano che si procedeva, fino a che alla fine si spense anche 
l'ultima, simboleggiando l'estinzione della vita spirituale 
dello scomunicato, e l'assemblea rimase completamente al 
buio».



Condanna al rogo di uomo scomunicato
(1673)


Considerazioni: La scomunica era conseguenza di una contestazione. Baruch Spinoza non era d'accordo sul fatto che Dio dovesse avere forma umana, né credeva nella immortalità dell'anima. Poneva altresì il principio che non tutto quello che era scritto nel Vecchio Testamento era credibile e accettabile. Sosteneva, invece, che si poteva discutere (e accettare) l'aspetto etico suggerito dai Profeti. La non accettazione di quelle che erano considerate verità assolute all'interno del Vecchio Testamento, provocò la rabbia-dei-rabbini che stilarono per lui la terribile scomunica. A  questo punto viene da dire che la verità è sempre stata quella proposta e imposta da chi detiene il potere. E tutti (i sudditi) hanno il dovere di accettare, ma non hanno il diritto di contestare.
Vedi la condanna al rogo di Giordano Bruno.      

Posted by Gino Carbonaro   
gino.carbonaro.italy@gmail.com

Risultati immagini per anatema

2015/12/19

Se il nudo è peccato



Les nudites

Il nudo e la morale


di Gino Carbonaro

               
Sentō (銭湯) - Bagno

I Giapponesi, che hanno prodotto lo shintoismo, non consideravano indecoroso  mostrare gli organi sessuali e, quasi tutte le famiglie avevano in casa il bagno comune, dove spesso tutta la famiglia si immergeva per rilassarsi (non per lavarsi che va fatto separatamente). Così, tutti a partire dal nonno alla nipote sedicenne si potevano trovare insieme nell'acqua della grande vasca comune. Questa consuetudine storica e tradizionale che ha radice "shinto" è durata fino alla seconda guerra mondiale, quando gli invasori americani fecero capire ai Giapponesi (o i Giapponesi capirono) che la esposizione delle "nudites", in altri paesi del mondo era considerato immorale, o perlomeno indecente.

   
Bagno privato giapponese

La doccia a destra si fa stando seduti
su piccoli sgabelli i servizi igienici non sono previsti
in questo spazio




  Lentamente i Giapponesi, che sono sensibili alle critiche e aperti ai cambiamenti, cominciarono a modificare le abitudini accettando modelli “allotri”. Malgrado ciò, ancora oggi nei bagni pubblici (alberghi, ristoranti e altro) e nelle numerosissime stazioni termali, gli uomini (in bagni per soli uomini) stanno tutti nudi, e così è per le donne.


   
Sentō (銭湯) - Bagno
in acque termali
(Giappone) 


  Per la cronaca va però detto che quando si esce dall'acqua del bagno comune (da pochi anni, però) gli uomini si affrettano a fornirsi di un asciugamanino piuttosto rettangolare, che fanno dondolare in modo nonchalante davanti al “pendente”. Sempre per la cronaca, confrontando il passato con i modelli sopracitati, va ricordato che nelle Olimpiadi ateniesi gli atleti gareggiavano “nudi”. E le donne che venivano accolte sugli spalti (solo quelle "invitate") potevano godere lo spettacolo della "nudite". 
 
Quel privilegio toccò a Ipazia Alessandrina nel 391 dopo Cristo, quando, recatasi ad Atene, ebbe la possibilità di assistere ad una Olimpiade alla quale partecipava il fratello. Più vicini ai nostri tempi, fino agli anni Cinquanta gli esploratori che entravano nelle foreste della Amazonia e quelli che esploravano il Borneo, restavano sorpresi nel vedere che popoli/tribù indigene, soprannominati con l'aggettivo di "selvaggi" o "primitivi", indossavano il vestito di Adamo (uomini, donne, bambini).    




Borneo
Pranzo collettivo


    E allora, ci chiediamo? Perché altri popoli si coprono?   Fra le grandi scoperte degli umani ce n'è una  fondamentale. I mali possono avere accesso dagli orifizi (orecchie, naso, bocca, ano, vagina). Da qui, la difesa delle zone, che per questo venivano coperte, e comunque protette. E siccome l'uomo arcaico e primitivo aveva scoperto che il rumore (baccano) era temuto dagli ani-mali, si pensò di mettere "pendenti sonori" alle orecchie delle donne (e degli uomini?) e anche piccole aste di legno infilzate sulla bocca e nel naso. I pendenti alle orecchie, servivano per spaventare e tenere lontani i possibili mali. Solo successivamente  diventarono elementi con funzione decorativa. 

Tornando al discorso, lo stesso vale per il seno (delle donne). Nulla di male a tenerlo esposto. Ed esposto, e bene in vista lo tenevano le donne greche, che di conseguenza allattavano i loro piccoli in piena libertà davanti a tutti. Il nudo era consentito e nessuno lo associava al concetto di peccaminosa sessualità.

Gino Carbonaro

2015/11/05

IPAZIA Alessandrina e lo scontro con il Cristianesimo

Ipazia Alessandrina

Mondo Cattolico e Greco-romano    
a confronto

Il vescovo Cirillo
e la purificazione dal Male

Lo scontro

                                                                         di Gino Carbonaro




Le colpe di Ipazia
    
    Ipazia, era nata ad Alessandria d’Egitto nel 370 d.C. Era figlia di Teone (335-405),[1] matematico, fisico astronomo,  e rettore del Muséion.

    Ipazia, che pur essendo donna aveva seguito la strada del padre e gli studi all’interno del Muséion, faceva notare ai cristiani della sua città che Platone, Socrate e altri filosofi greci del passato avevano enunciato principi etici sostanzialmente identici a quelli predicati da Gesù. Dunque, secondo lei, era possibile trovare punti di contatto per una convivenza pacifica con le altre comunità religiose di Alessandria d’Egitto. Lo scrittore Celso, nel suo “Alethés logos” (Discorso sulla verità) riporta alcune delle pagine nelle quali Platone[2] parla di un Dio “Primo Bene” che “non può essere descritto a parole, ma nasce all’improvviso nell’anima, come una luce accesa da una scintilla che vi sia balzata”.[3] 

     Certamente il punto di vista di Platone era quello di un filosofo che non prometteva la salvezza nell’aldilà, non predicava miracoli, non pretendeva una preventiva professione di fede dai suoi discepoli. Platone insegnava. Non predicava. E non poteva dire: “Dio è così e così, Dio ha creato questo e quello, Dio ha un figlio che ha fatto fare a una donna vergine, Dio ha mandato suo figlio a parlare con gli uomini, e soprattutto non imponeva. E non aggiungeva: “Tu devi credere a quello che dico io perché io detengo la verità”.[4]  Nelle sue considerazioni Platone procede sempre alla luce della ragione e sviluppa di necessità una catena logica consequenziale e discorsiva, mentre i Cristiani fissano concetti, e non provano i contenuti della loro dottrina. 

     Cionondimeno, esigono fede cieca e accettazione su tutto ciò che è scritto nella Bibbia o predicato da qualche autorevole uomo di religione.  Eppure, il messaggio di Platone non entra in dirittura di collisione con quello di Gesù. Tutt’altro. Difatti, le considerazioni di Gesù contro i ricchi si colgono in bocca anche a Platone, quando il filosofo greco afferma che “è impossibile essere particolarmente buoni ed eccezionalmente ricchi”.[5] Verità che scaturiscono da un’etica che rappresenta il fiore della logica. Platone e con esso Gesù, non enunciano verità discese dal cielo. In particolare, Platone non impone il concetto “se vuoi salvarti devi credere a quello che dico io, altrimenti vattene”. Questa non sarebbe filosofia. Per non dire che già cinque secoli prima di Cristo, Platone aveva sostenuto il principio di “porgere l’altra guancia ad ogni forma di violenza o di ingiustizia”.[6]
   
   La soluzione per un possibile incontro e una pacifica convivenza fra Ebrei, Greci e Cristiani sul problema religioso avrebbe potuto essere possibile, ma il fanatismo iniziatico dei Cristiani creava una barriera insormontabile. Il dictat dei cristiani era categorico: “O con noi in tutto, o contro di noi. E voi? Dovete accettare quello che diciamo noi”.[7] In caso contrario verrà applicato il diritto. Ovviamente, il diritto della forza, in ogni caso e comunque. E Ipazia verrà aggredita, per essere offerta in sacrificio al Dio dei cristiani, immolata all’interno di una Chiesa, in preda a furore iconoclasta che scaturiva dai monaci parabolani, polizia personale di Cirillo, vescovo di Alessandria d’Egitto. Vendetta! Contro tutte le Eve del mondo. E i suoi resti, infine, gettati nell’immondezzaio pubblico.
     La logica che presiede a questo omicidio? “Tu donna, sei creatura di Satana, sei melma, e nella melma devi finire”. Nel contempo verrà ridata alle fiamme la preziosa Biblioteca di Alessandria d’Egitto, che custodiva il sapere storico dell’umanità. Il sapere laico frutto della intelligenza e della logica umana. Era cominciata la vera guerra contro Satana e contro la Donna.  Da questo tragico evento ha inizio un tenebroso Medioevo.



L’uccisione di Ipazia nella testimonianza
di Socrate Scolastico,
vescovo cristiano e storico della Chiesa

     Era il mese di marzo del 415, e correva la quaresima. Un gruppo di cristiani «dall'animo surriscaldato, guidati da un lettore di nome Pietro, si misero d'accordo e si appostarono per sorprendere la donna mentre faceva ritorno a casa. Tiratala giù dal cavallo, la trascinarono fino alla chiesa che prendeva il nome da Cesario. Qui, strappatale la veste e denudatala, la uccisero usando affilati cocci di conchiglia. Dopo averla squartata e fatta a pezzi. Membro a membro, trasportarono i brandelli del suo corpo nel Cinerone, immodezzaio pubblico, e ne cancellarono ogni traccia bruciandoli. Il luogo e le modalità della morte di Ipazia esprimono simbolicamente le idee dei cosiddetti cristiani: “Tu sei spazzatura e nella spazzatura devi morire. Questo procurò non poco biasimo a Cirillo e alla Chiesa di Alessandria. Infatti, stragi, lotte e azioni simili a queste sono del tutto estranee a coloro che meditano le parole di Cristo.
  
     Ipazia Alessandrina è stata vittima di una violenta misoginia e di un comportamento ritenuto trasgressivo agli occhi di un gruppo di “Parabolani”, estremisti cristiani facenti parte di una confraternita guardia del corpo armata del Vescovo di Alessandria di Egitto, e per questo crudelmente assassinata per mano di fanatici dell’epoca che consideravano fuori da ogni logica il fatto che una donna poteva pensare in proprio, avere sue idee, proporre una filosofia dell’esistere diversa da quella cristiana e avere discepoli che la rispettavano, e seguivano le sue lezioni. Se Ipazia fosse stata cristiana e soprattutto cattolica, “forse” avrebbe potuto aspirare a diventare santa.

     Invece, Santo e Dottore dell’Incarnazione è stato eletto il vescovo Cirillo,  da Papa Leone XIII il 28 luglio 1882, quel vescovo che era stato l’indiretto (o diretto) responsabile dell’omicidio di Ipazia, così come denuncia lo storico Socrate Scolastico (allievo di Ipazia) a cui la Maestra aveva insegnato a considerare la filosofia «uno stile di vita, una costante, religiosa e disciplinata, per la ricerca della verità».
     Per la magnifica libertà di parola e di azione che le veniva dalla sua cultura, Ipazia interloquiva in modo assennato anche con i capi della città, e non era motivo di vergogna per lei lo stare in mezzo agli uomini. A causa della sua straordinaria saggezza e preparazione filosofica tutti la rispettavano profondamente e provavano verso di lei un timore reverenziale. Ipazia era sciolta nel parlare, accorta ed equilibrata nelle azioni. Tutta la città a buon diritto la amava e la rispettava grandemente. Anche i capi, ogni volta che si prendevano carico delle questioni pubbliche, erano soliti recarsi prima da lei. Così, come ad Atene era abitudine dei politici di consultarsi con i filosofi prima di prendere una decisione importante. Anche se la filosofia del IV e V sec. era in crisi,  ad Alessandria il nome di Ipazia restava degno di stima e di ammirazione per coloro che amministravano gli affari più importanti del governo».
--------------
(*) Socrate Scolastico, op. cit., Libro VII, cap. XV, p. 67/71.




[1] Teone aveva scritto un saggio sull’“Astrolabio piano” e ricopiato gli “Elementi di Euclide” e “L’Almagesto di Tolomeo”.
[2] Celso, p. 139 su Platone Ep.7, 341 c-d-b, Corriere della sera.
[3] Sembrano parole di un illuminato Zen,
[4]  Ed era quello che aveva predicato Paolo, Epistole VI, 9
[5]  Le parole di Gesù in Mt. 19,24; Mc. 10,25;  L. 18,25; la frase di Platone in Leg. 743a.
[6] Platone, Critone, 49 d-e; cfr. Mt. 5,39; L. 6,29).
[7] Celso, p. 139 su Platone Ep.8, 340 d, Corriere della sera.

2015/10/27

Italo

STORIA DI ITALO
Raccontata da..http://ingegniculturamodica.ning.com/…/addio-caro-vecchio-i…



Questa è la storia di un cane chiamato Italo, il cane-cicerone che da anni era una celebrità a Scicli. Da dove sbuca fuori Italo? Questo meticcio dal color miele arriva a Scicli all'improvviso. Qualcuno dice rimasto solo dopo la morte del suo anziano padrone, qualcun altro immagina perché abbandonato da un clochard. Ma Italo non ha mai voluto raccontare a nessuno la sua storia. Sceglie la via Mormina Penna come sua nuova dimora perché lì è sicuro di poter mangiare, davanti a una pizzeria. 
Poi inizia a «frequentare messa», a San Giovanni. Il parroco si arrabbia, giustamente: può un cane entrare in chiesa? E mette fuori un cartello: "E' vietato ai cani entrare". Italo finge di essere analfabeta e va a messa lo stesso. Passa qualche tempo e impara i tour delle visite guidate. Inizia a precedere i turisti, a instradarli. Il cane entra definitivamente nell'immaginario popolare in occasione del funerale di un giovane morto in un incidente stradale. La notte precedente il funerale fa la veglia davanti alla chiesa e il giorno dopo, tra lo stupore di tutti, apre il corteo funebre davanti alla bara. 
Chi è Italo? Cosa è Italo? La reincarnazione di qualcuno che ha amato Scicli, risponde il popolo. Presidia il centro storico Unesco, insegue le auto in transito nella zona a traffico limitato, abbaia. La domenica va a messa. Partecipa a funerali, matrimoni, feste religiose. Va a salutare i bambini all'uscita di scuola e, in un memorabile fuori programma, entra in scena durante la festa delle Milizie, quando l'emiro Belcane apostrofa il Conte Ruggero: "Cane d'un cristiano". E lui lì sul palco. 
Il sindaco, l'anno successivo è costretto a emettere ordinanza: durante la festa Italo deve essere tenuto al guinzaglio, non si sa mai conceda il bis... 
"Motore, azione". Beppe Fiorello gira uno spot a Scicli e lui entra in scena da consumato attore. Sgattaiola per i corridoi di palazzo Spadaro e riesce a fare gli auguri a Piero Guccione, il giorno del suo 75esimo. Fantasie? 
Tutto documentato, fotografato, filmato. 
Una nobildonna infine spende 2 mila euro per far realizzare la statuina del presepe in cui a Natale Italo ha fatto la sua apparizione. Accanto al bue, all'asinello, al bambin Gesù. A ricordare la lezione di Francesco d'Assisi. Ogni creatura loda l'esistenza di Dio. E non c'è gerarchia tra umani e animali. L'unico primato è l'umanità che ciascuno riesce a esprimere con la propria coscienza. Di essere animato. 
Ieri se n'è andato, dopo una breve malattia e nonostante l'assistenza del veterinario in cui era stato ricoverato a furor di popolo. Nella sua cuccia è comparso un lumino, con un mazzolino di fiori e una tenera dedica di uno sconosciuto, uno dei mille e più sciclitani cui questo tenero cane resterà nel cuore.
Un piccolo monumento ricorderà Italo in un luogo pubblico, dove i suoi amici potranno portare un fiore e ricordarlo con affetto. Come si deve a un cane che tanto ha dato e tanto ha ricevuto.
(seguici su I love Scicli

2015/09/10

Aracnide Atrax Robustus




Scopriamo un ragno nero, 
peloso e velenoso 
           
                       Atrax Robustus


Risultati immagini per atrax robustus

                                                             Atrax Robustus                                                              
                                                             fra i più velenosi e pericolosi per l'uomo

    Questa sera dopo cena, sulla nostra veranda
ho intercettato qualcosa che sembrava un ragno. E' uscito da sotto lo zerbino. 
Ho chiamato la mamma/Claire più volte per farglielo vedere e tenerlo d'occhio mentre andavo a prendere una lampada tascabile.

    Era un ragno nero, poderoso, e peloso, diametro 2,2/2,5  cm.


    L'ho fotografato alla meglio con il mio cellulare che non fa buone macro-fotografie, poi, subito dopo, d'istinto l'ho schiacciato con il piede. Faceva impressione, perché quando la luce lo ha illuminato, ha messo fuori una sorta di lingua grande e grigio-chiara che la foto di sopra non rileva.

    Dal momento che questo ragno era nero, pensavo si trattasse della famosa "Vedova nera" che ho subito dopo cercato in internet, ma non era lei. 

    Poi ho cercato sempre in internet "Aracnide nero peloso", ed è venuta fuori questa bellissima foto con un bellissimo e azzeccato nome. Atrax Robustus, ragno fra i più velenosi e pericolosi per l'uomo.
Era proprio lui (o lei, la ragna).

Questi ragni ci difenderanno dai ladri meglio dei cani  😁. Se ne trovo ancora ne faremo un allevamento, per regalare questi esemplari agli appassionati i ragni. Buona serata a tutti

Gino 

Da Elio Ripoli una considerazione

Caro Gino,
l'estate di festa se ne è andata sorniona  
tra  temporali e correnti africane, e siamo di nuovo al chiodo.
Impressionante l il tuo incontro con il ragno nero.

E' ovvio che il prefato non è figlio unico, né è vedovo, e neppure è orfano. Occorre vigilare  e possibilmente trovare la tana sua e dei suoi colleghi. In bocca al… ragno, per le fortune di tale ricerca. 
Un caro abbraccio Elio Ripoli

                                                            *   *   *

Buongiorno papà,


Sembra che l'habitat di questo Atrax Robustus di cui parli si trovi nel raggio di 100 miglia da Sidney in Australia. Forse sarebbe il caso di esaminare la foto che hai scattato. 
Nulla è impossibile, può darsi che una coppia di questi ragni si sia imbarcata su qualche "Arca di Noè" proveniente dall'Australia e sia sbarcata a Pozzallo... chi può dirlo con certezza?

Saluti e grazie di tutto.

Maurice

Maurice ciao,

Anche Flaminia ha detto che l'ATRAX ROBUSTUS viene dall'Australia. Ma, sarebbe meglio dire che si trova "anche" in Australia.

Perché? 
Non va escluso che non avendo in Sicilia
appassionati ricercatori di Aracnidi (che invece esistono in Australia) e se esistono, in Sicilia (appassionati studiosi di ragni) non hanno avuto la fortuna di imbattersi in un simile ragno 
che crea l'habitat in un buco e
sta costantemente fermo in attesa della vittima. 

Ora sappiamo che questo ragno è anche in Sicilia.
Il problema non sarebbe "come è arrivato" in Sicilia dall'Australia? ma sarebbe un altro: "Come fa da Pozzallo (dove non attraccano navi provenienti dall'Australia) ad arrivare a casa nostra". 
Ergodunque, non possiamo escludere che questo ragno 
possa essere autoctono. 

Buona giornata
Papà

                                       *  *  *
Ragusa 13 settembre 2015
Ciao Claire, Ciao Gino.

Visto che si pensa ad un possibile  allevamento  io potrei fornirti l'accoppiatore/accoppiatrice che ho trovato qui  nel terreno di Balata.
Ho fatto qualche  foto che vi mando.

Un abbraccio
Andrea e Giovanna
(Tomasello)