2013/06/05

Tigna e rogna

Tigna e rogna

                                                    di  Gino Carbonaro


    Tigna e rogna erano due temute malattie contagiose che affliggevano l’umanità di una volta. La tigna colpisce ancora oggi uomini e animali ed è causata da un fungo che colonizza qualsiasi parte del corpo, più spesso attacca il cuoio capelluto e le zone dell’ano e del pube, provocando prurito irresistibile. La tigna (un fungo) si intercetta perché la parte infetta forma un cerchio arrossato (ring worm, in inglese) che fa pensare vagamente a un piccolo atollo che si allarga lentamente facendo cadere peli e capelli.

   Nel siciliano antico, la persona calva veniva detta dispregiativamente tignusa, proprio perché senza capelli restavano coloro che erano afflitti dalla tigna. Impossibile era liberarsi dal fungo, che alcuni curavano spalmando la zona infetta con pece bollente: un rimedio che era peggio del male. Oggi, chi viene contagiato dalla tigna, può curarla cospargendo la parte infetta con pochi grammi di semplice bicarbonato in polvere. 

     La storia racconta che, Vittorio Alfieri fosse affetto da tigna che gli aveva fatto perdere tutti i capelli e anche per questo era costretto a portare la parrucca. La rogna, come la scabbia, è provocata da un microscopico à caro che si insinua sotto la pelle; scava cunicoli sottocutanei provocando prurito intenso e irrefrenabile. Chi veniva colpito dalla rogna era detto rognoso, e considerato individuo abietto, spregevole, da tener lontano come un appestato. In siciliano gli aggettivi rognoso e pidocchioso erano sinonimi di lurido, immondo.
  
     La suocera di Concettina, definendo la nuora con l’appellativo di rugnusa e tignusa, per una sorta di magia simpatica le augurava che potesse infettarsi con quella malattia. Oggi rogna e scabbia, si curano con zolfo in polvere spalmato direttamente sulla parte infetta della pelle. Ma la suocera di Concettina non lo sapeva. 

                                                   Gino Carbonaro


Da.. "La Donna nei Proverbi Siciliani" di Gino Carbonaro, Thomson 2003, Oxford. UK  

Basso corporeo & Odori senza Igiene

Un tempo piaceva il baccalà
                                            
                                                          di Gino Carbonaro 
   

    Una volta, quando tutti andavano alla fontana con le brocche per prendere l’acqua, e non era stato ancora inventato il bidé, l’igiene personale era un optional conosciuto da pochi, ma messo in pratica da nessuno. Il risultato era che uomini e donne avevano un forte odore personale che esalava da tutto il corpo, e che serviva per la identificazione personale, soprattutto delle donne. 
     
     Le parti più odorose (non ci va di definirle profumate) nelle quali gli odori si concentravano erano quelle intime del basso corporeo: la fettina schiacciata fra le chiappe, le cosce e il pube; parti quotidianamente usate e raramente sciacquate; soprattutto quelle della donna, dove l’odore, ancora oggi, si intènsifìca (come dice la stessa parola) a mano a mano che ci si avvicina alla pregiata parte.  

   Sta di fatto che, allorquando gli interessati, con delicatezza e garbo mans-turbavano (cioè, turbavano con le mani) quelle zone, chi vi avesse prestato attenzione avrebbe potuto sentire esalare un odore inconsueto, che qualcuno, bontà sua, riteneva afrodisìaco, mentre ad altri ricordava il profumo del baccalà bollito; e convinti ancora che la femminea parte in oggetto avesse una forma triangolare, vagamente simile - anche se in piccolo - a quella del baccalà essiccato, tutti i maschi per unanime consenso, si riferivano ad essa usando il termine “baccalà”: “Ieri sera ho mangiato una fettina di baccalà…! Anche stasera mi piacerebbe mangiare baccalà! Mia moglie mi prepara sempre il baccalà! Sento odore di baccalà!  

   Queste erano le innocue battute che circolavano di bocca in bocca.
   
   E ancora riferito a una donna: “Quella deve avere un baccalà!” Erano queste le frasi con le quali ci si riferiva a quella cosa coperta di cui all’epoca godeva più l’olfatto che la vista. Oggi i tempi sono cambiati; tutti abbiamo acqua in casa, i bidé non mancano e le docce non dispiacciono a nessuno. Così, in una società diventata asèttica, tutto viene quotidianamente sciacquato, disinfettato e scrupolosamente deodorato.


  Oggi, l’odore di baccalà non piace più a nessuno! Certamente è passato di moda. Il mondo gira! Provare per credere..  

                                              Gino Carbonaro

Da.. "La Donna nei Proverbi Siciliani" , di Gino Carbonaro, Thomson Editore,, Oxford, 2003 

2013/05/28

ROSA Rusina AGOLINO La mia vita

Rosa Agolino

Rusina
La mia vita

di Gino Carbonaro

Intelligenza & Povertà


Questo memoriale di Rosa Agolino è un documento storico di valore assoluto. Per tutti noi. Fino a pochi anni fa la scuola ci ha insegnato che la Storia è maestra di vita. E ci parlava di guerre, trattati di pace, battaglie combattute per motivi ignoti. Ma era storia scritta dai ricchi, da coloro che detenevano il potere e dettavano le leggi a loro vantaggio e decidevano della vita e della morte dei popoli.


Paradossalmente, anche questo scritto, recuperato dalla memoria di Rosa Agolino, narra di un’altra guerra. Quella che il popolo minuto combatteva per la vita. Contro la fame, il freddo, i bisogni che attanagliavano il corpo. Guerra combattuta giorno dopo giorno contro la miseria, contro un destino che metteva a rischio la vita, soprattutto quella delle donne spesso trascurate dai mariti, sulle quali ricadeva il peso per sfamare i figli.


Leggendo queste memorie, raccolte da quella Maria Teresa Spanò che si è sempre prodigata per aiutare e offrire agli altri, ai bisognosi, momenti di gioia, mi sono trovato spesso a dovermi fermare per riflettere, ma soprattutto per bloccare la commozione che mi faceva  appannare gli occhi.


Documento che è uno spaccato di vita, che ci consente di entrare nel mondo sconosciuto dei poveri. Nella loro tragica e rassegnata esistenza.


Nell’opera è ricordato, fra l’altro, il primo giorno di scuola, quando Rusina bambina, accompagnata dalla madre si presenta per entrare in classe. Una gonna rattoppata, ma pulita, ma a piedi nudi, scausa. E la maestra, nel notare tanta indecorosa povertà, suggerisce alla madre di Rusina di procurare almeno un paio di calze. Solo per andare a scuola.


Questa biografia scritta da Rusina Agolino, donna, sulla soglia dei novanta anni, ricorda proprio quel vestitino di allora. Una prosa rattoppata, con parole e modi di dire, oggi  sconosciute  alle nuove generazioni, ma pulite e sane nella loro sincerità, e soprattutto usate con amore, come il pane di casa di una volta, impastato e messo al forno per verificare alla fine che era venuto bello, profumato, e, si diceva, “co riddu”. Ed era la prova che l’infornata era riuscita.


Ora, posso assicurare che questo lavoro, per me capolavoro, di Rosa Agolino, le è venuto “co riddu”, come direbbe lei.


Ed è libro che si pone in linea con “Terra Matta” di Vincenzo Rabito. Entrambi favolosi e improvvisati scrittori, che costringono il lettore a rivedere le gerarchie dei valori, e dare spazio a un mondo vero e misconosciuto, popolato di Eroi veri, che la Storia (con la “esse” maiuscola) non riconosce.


                                                               Gino Carbonaro  


Scicli, 27 maggio 2015



2013/03/30

Storiella n. 5 Robba senza pìccili



Storielle del passato

Robba senza píccili
Una scheda del passato                   
    oggi dimenticata



“Robba senza pìccili!” Era il nomignolo con cui a Scicli lo conoscevano tutti. Venditore ambulante di panni. Girava nei vari quartieri della città col “carramatto” carico di stoffe, aghi, ditali, elastici, bottoni, fili di lana, filo di Scozia, e tutto l’occorrente per le donne, che al grido “Robba senza pìccili”, coglievano l’occasione per riversarsi sulla strada, attorniare il carro dove era esposta la mercanzia, per vedere, toccare, criticare le novità esposte sul carro e soprattutto per divertirsi a infastidire il paziente venditore.


Il “carramatto” di “Robba senza píccili” era tirato da un asino paziente, sulla cui testa, come una spada di Dàmocle, pendeva una carota legata  a una canna. Quando, la canna veniva abbassata dal padrone, l’asino, si vedeva comparire la carota, proprio davanti agli occhi, in prossimità della sua bocca. Per questo, cominciava a muoversi in avanti nella speranza di afferrare il prelibato ortaggio, che sadicamente si allontanava da lui, con lui, dondolando sempre alla stessa distanza, quasi a fargli le bizze. Quando poi, all’improvviso, la carota veniva issata, alta come una bandiera, tolta allo sguardo del quadrupede, l’asino si fermava di botto. Questa, la tecnica usata da “Robba senza pìccili”, per dare ordini al suo collaboratore.
E però, il signor “Robba senza píccili”, dalle donne dei vari quartieri veniva inteso con un altro e più piccante nomignolo, quello di “Minchiazza ’i ricotta”, quasi un secondo nome di battesimo, una  seconda “nciura”, che ne definiva meglio la personalità dolce e melliflua, ma sempre accondiscendente, proprio di chi aveva messo da parte ogni interesse per le giovani donne, che proprio su quel punto lo stuzzicavano pesantemente.

Eppure, malgrado continuasse a gridare al mondo che la sua mercanzia (“robba”) veniva venduta a pochi soldi (“senza pìccili”), la sua fama circolava ancora per una sua altra peculiare qualità. Difatti, “Robba senza pìccili”  riusciva ad occhi bendati a indovinare qualsiasi cosa una donna potesse mettergli sulla testa. E non sbagliava mai. L’unico limite era che per dimostrare questa sua capacità, la richiedente doveva essere una giovane e bella donna.

*  *  *       

E qui ha inizio la storia di una mia esperienza extra-scolastica.
*  *  *
Avrò avuto poco più di quattro anni. Mio padre in guerra. Mia madre, fotografa, abitava con sua sorella nella nostra casa-studio al n. 48 di Via Mormino Penna a Scicli. Un giorno, io bambino, sentii mia madre e mia zia Rosina parlare di “Robba senza píccili”, che abitava nelle vicinanze e passava tutte le mattine, percorrendo a piedi la Via Mormino Penna.  

Avrebbe dovuto venire nello studio per ritirare delle fotografie, e mia madre si riprometteva di mettere alla prova la sua capacità di indovino. Le foto erano pronte. Bisognava aspettare che l’ “indovino” venisse. E una bella mattina, tutti al balcone di casa aspettando che “Robba senza píccili” passasse. Chi lo vide per primo fui proprio io. Mia zia e mia madre avvertite da me si precipitarono alla porta. Lo chiamarono, gli dissero che le foto erano pronte e lo invitarono ad entrare. 

Ora la scena è questa. 

“Robba senza pìccili” viene fatto accomodare nel salottino della sala d’aspetto, mia madre gli consegna le foto. Lui le commenta. Quindi mia madre gli chiede se può gentilmente fare la prova per indovinare quello che lei le avrebbe posto sulla testa. “Robba senza píccili”  dapprima recalcitra, dice che ha fretta, poi accondiscende. 

Ora, mia madre tira fuori un fazzolettone con il quale gli benda gli occhi. Poi, va in cucina, prende una tazza con della salsa di pomodoro. Ritorna alle sue spalle e pone il recipiente sopra la sua testa. Quindi lo esorta a indovinare. “Robba senza pìccili”,  senza perdere tempo, sentenziò con la sua voce rauca: “Una nappa con la scarsa (salsa)”, facendo scivolare le “esse” per la mancanza dei denti. Quell’evento ebbe su di me bambino un effetto incredibile. Occhi bendati. Ciotola con la salsa sulla testa. E un uomo che indovina senza aver visto. Non credevo ai miei occhi. Osservavo, e nello stesso tempo facevo le mie considerazioni di bambino.  

Adesso, mia madre, certamente stupita non meno di me, torna indietro  a prendere un cucchiaio, lo pone in alto sulla testa dell’uomo, e rifà la domanda:“E questo cos’è?” E lui, senza indugiare: “Una cucchiara è... shignora!” 

Ora, mia madre vuole fare la prova del fuoco. Prende un santino di Santa Lucia. Lo pone sulla testa di “Robba senza píccili” e lo esorta a indovinare. Qui la reazione del malcapitato, che grida: “E’ una shanta!” E subito dopo strappandosi il fazzoletto dagli occhi grida: “Shignora. Non mi faccia più questi scherzi!” Si alza e si precipita giù per le scale. 

Questa sua reazione non la compresi molto. Però mi fu chiaro che il santino poteva averlo disturbato per qualche motivo che allora mi sfuggiva. Non lo rividi più, il nostro venditore di panni e indovino, anche se a Scicli era diventato una istituzione e tutti parlavano di questa sua qualità. 

Molto tempo dopo, sentii dire che era morto. Ma, il personaggio strano, mellifluo, con i denti marci,  come anche quell’inspiegabile evento rimasero scolpiti nella mia memoria.  Anche questa era una esperienza extra-scolastica.  

                                             Gino Carbonaro

2013/02/21

Le svergognate di Lieta Harrison


Alla scoperta di un libro bellissimo

Prigionieri della cultura

                                              Le Svergognate


di Lieta Harrison

Verginità della donna, delitto d’onore.
Un libro-inchiesta sulle forme mentali dei Siciliani 
alla fine degli anni cinquanta.

Una storia dimenticata
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                                                        saggio di Gino Carbonaro


Jean Jacques Servant-Screiber, editore e direttore del settimanale francese Express, scriveva anni fa che un buon libro si lancia come una marca di cioccolato. Senza di ciò il suo destino è segnato. Il principio vale anche per “Le Svergognate” di Lieta Harrison, un libro-inchiesta pubblicato nel 1963, non pubblicizzato, e oggi dimenticato.

Eppure l'opera era stata presentato da Pier Paolo Pasolini e Tullio Tentori, con una appendice di Federico Fellini. E non è poco. La copertina, poi, portava il ritratto di Lieta Harrison firmato dalla pittrice romana Anna Salvatore.

Il libro riporta i dati di una inchiesta condotta in Sicilia da una ventunenne studentessa palermitana, che voleva capire qual era, all’epoca, la percezione che i Siciliani avevano di una ragazza che avesse avuto la sventura di restare incinta o che fosse stata abbandonata dal suo ragazzo.
L’inchiesta verificava il rapporto tra verginità della donna e senso dell’onore nella Sicilia del tempo. Il discorso, poi, si allargava al concetto di "uomo d’onore, parola d’onore, delitto d’onore", e indirettamente andava sfiorando il concetto di "sgarro" e di "corna". Si trattava di un insieme di valori fondamentali nella cultura siciliana di una volta, su cui la ricercatrice affondava senza anestetico il bisturi della sua indagine.

   Il libro, che allora acquistai, mi (dis)-turbò non poco. Quella inchiesta mi parve una gratuita denunzia contro i Siciliani, e l’opera un escamotage di cattivo gusto per denunziare all’opinione pubblica italiana e internazionale il vero modo di pensare (non proprio bello) dei Siciliani.


L’Italia negli anni Sessanta

Sino ai primi degli anni Sessanta,  l’Italia era ancora spaccata in due fra settentrione e meridione in una sorta di manicheismo sociale che poneva al Nord il bene, e a Sud il male. Due culture contrapposte, due diversi modi di pensare che ponevano nella parte alta e dominante i continentali-industriali (industriosi) con valenza positiva (+), e il concetto  veniva associato all’idea di civiltà e di progresso. Dall’altra si trovava la parte sotto-messa e dipendente: terroni-cafoni, culturalmente arretrati e ignoranti. E il concetto veniva associato all’idea di passività-immobilità-disorganizzazione- inciviltà-sporcizia. Cultura agli antipodi del mondo civile. Il tutto con ovvia valenza negativa. 

In buona sostanza, da una parte c’erano i nordici, dall’altra i sudici. Ed io stesso, all’epoca studente siciliano a Roma, sapevo di passare per terrone nella considerazione dei miei colleghi romani. Tanto leggevo nei loro occhi quando mi chiedevano:“E tu da dove vieni?” E saputo che ero siciliano prendevano le distanze da me per poi tornare alla carica: “Ma, è vero che in Sicilia se lasci la fidanzata, quella ti spara?” Queste domande ed altre riempivano parte delle nostre conversazioni. Ma le notizie degli omicidi per motivi di onore, quando si verificavano, facevano il giro del mondo ed erano cose di cui ogni Siciliano era a conoscenza e si vergognava non poco.

Le svergognate

Il libro-inchiesta “Le Svergognate” era uno specchio crudele che Lieta Harrison metteva davanti agli occhi dei Siciliani, quasi a voler dire: “Guardate. Questa è la vostra cultura! Questo il vostro modo di pensare! Questa è la vostra considerazione della donna! L’avete detto voi! Ho prove e testimonianze di 686 intervistati”.

Leggevo quella terribile denunzia che mi costringeva a tirar fuori la mia testa di struzzo dalla sabbia dove cercavo di nascondere la mia vergogna, e mi sentivo come se qualcuno stesse mettendo sale nelle mie ferite. Proprio non mi andava giù quella inchiesta, fra l’altro fatta da una donna dal cognome straniero, che Lieta-mente ci svergognava ai quattro venti, come un banditore con trombetta e tamburo:"Udite-udite" come vengono messe alla gogna le donne siciliane, le svergognate!”

Ma, gli svergognati eravamo noi, 
i Siciliani!   


Se Lieta Harrison, nata a Ragusa (1938) avesse avuto una sola goccia di sangue siciliano - pensavo fra me - avrebbe dovuto sapere che i panni si lavano in casa. Mi pentii di aver comprato quel libro, e dopo averlo letto in uno stato di amara e rabbiosa sofferenza, lo riposi chissà dove per dimenticarne l’esistenza.

Qualche tempo dopo
Dopo qualche anno, quel libro mi capitò fra le mani. Lo rilessi senza acredine e senza prevenzione. Questa volta l’opera mi sembrò diversa. Con il tempo, tante cose erano cambiate. Adesso ero nelle condizioni di rilevare che l’inchiesta fatta da Lieta Harrison nei primissimi anni Sessanta era un documento di portata storica eccezionale.

Quel libro indagava sulla condizione della donna siciliana molti anni prima che il movimento femminista prendesse coscienza del problema della donna. Di fatto, l’ inchiesta di Harrison aveva  messo il dito in una delle piaghe della nostra cultura. Un libro che anticipava i tempi, e che per importanza potrebbe essere paragonato alla inchiesta fatta alla fine dell’Ottocento da Franchetti e Sonnino, perlomeno per quel che riguarda la “cultura” del popolo siciliano.

Potenza del tempo! Ciò che mi aveva turbato tanti anni prima, diventava ai miei occhi di interesse assoluto. L’inchiesta della Harrison, a cavallo fra storia del costume, antropologia, sociologia e psicologia diceva tutto sulla condizione della donna siciliana, ma indirettamente fissava e archiviava le forme mentali dei Siciliani di una volta. Insomma, uno spaccato di cultura siciliana con tutte le prevenzioni, prevaricazioni, fisime, stereotipi e ragnatele di (pseudo-)valori (quello dell'onore) che creavano la gabbia mentale all’interno della quale ognuno di noi viveva imprigionato.

Il concetto di onore

   
Giunti alle soglie del terzo millennio, chi vuole sapere come eravamo proprio cinquant’anni fa, come  veniva considerata la donna siciliana e soprattutto come si comportava la donna in ossequio alle norme culturali, deve leggere questo libro, sfogliare le schede contenute nell’album di ricordi messo a punto da questa intraprendente ricercatrice, che all’epoca dei fatti aveva poco più di vent’anni, perché è qui, per merito di questo documento che possiamo oggi vedere quali impensabili accezioni assumeva il concetto di onore in questo triangolo perverso di Sicilia.

    Due persone parlavano, prendevano un accordo e si impegnavano?... sulla loro parola d’onore.
Due amanti avevano una relazione sessuale?  Il contatto, la complicità sessuale era un fatto che si trasformava in patto, che siglava un atto.

Tutto chiamava in causa l’onore.

Solo la morte poteva sciogliere il patto. Non importava che la parola data sancisse un accordo amoroso, commerciale, legale o illegale. Tutto era compiuto all’insegna dell’assoluto, dell’eterno, dell’immodificabile, secondo una logica-etica super-umana.

Era impensabile che il patto non venisse onorato. Se quanto era nelle aspettative e negli accordi fosse stato disatteso da una delle parti, le conseguenze sarebbero state tragiche. E ciò, nella Sicilia del tempo, era risaputo da tutti.

Ma anche la verginità della donna prima del matrimonio era parte di un patto familiare e sociale non scritto. La figlia-femmina imparava da piccola il suo ruolo. Subordinazione al maschio, remissività e soprattutto il concetto che il suo onore era legato alla verginità, di cui si faceva garante tutta la famiglia, che era onorata  nella misura in cui riusciva a difenderla e a garantirla sino al giorno del matrimonio. Il capo-famiglia l’avrebbe condotta all’altare consegnandola immacolata, così come natura l’aveva fatta, al futuro marito della figlia.

La perdita della verginità fuori dallo schema della ritualità sociale, secondo il modello antico-ed-accettato, era causa di disonore per tutta la famiglia.

La ragazza siciliana sa di aver sottoscritto sin dalla nascita un patto-silenzioso con il padre,  con la famiglia e con la gente a cui tutti devono dar conto, sa di essere parte di questa cultura, soggetto inscritto in un sistema metasociale, la giovane donna era perfettamente edotta che un nuovo eventuale patto siglato con un uomo che le chiedeva la “prova d’amore” entrava in collisione con le norme sancite dalla società e dalla famiglia. Ma, sa altresì che un rapporto sessuale prematrimoniale non è socialmente e moralmente grave se verrà coronato dal matrimonio.

La tragedia (bisogna chiamarla per nome) scattava solo se la donna perdeva la verginità, ancor più se diventava ragazza-madre, e l’amante promesso-sposo non onorava il patto-atto (implicito e presupposto) di sposarla. In questa malaugurata evenienza la ragazza diventava “sbirugnata” (svergognata), cioè persa, perduta, per se stessa e per il mondo, mentre il padre che non era riuscito a custodire il “prezioso bene” della figlia, fallito nel suo ruolo di pater familias, diventava disonorato.

Il ruolo della Gente

Al di sopra di tutti, l'occhio vigile della Gente - che nella cultura siciliana era a metà fra il coro della tragedia greca e il tribunale di inquisizione -  che si ergeva a giudice spietato e condannava i disonorati, i trasgressori delle norme (anche se il codice penale aveva un occhio di riguardo per per l'omicidio d'onore). Prima fra tutti la ragazza privata della verginità che nessun uomo avrebbe più sposato (prima sanzione), subito dopo il padre fallito nel suo ruolo, in quanto aveva dimostrato di non avere autorità, di non essere stato ascoltato (dalla figlia); infine la famiglia della ragazza che infettava il corpo sociale con il suo esempio.

La sanzione sociale era immediata, il disprezzo della gente assoluto, l’emarginazione della famiglia era il risultato di un anatema, oggetto di condanna e di maledizione.



Il recupero dell’onore

E tuttavia, in questa cultura arcaica giunta sino a noi dalla notte dei tempi, il recupero dell’onore era possibile. Bastava eliminare la causa prima, l’ultimo anello della catena, lo stupratore, l’infame, anche lui senza più onore. Come dire, muore l’animale, scompare il male. Dopo l’affronto, per il d-disanuratu non c’era più spazio in questa terra dell’onore, egli è un cadavere vivente, che aspetta di essere vurricatu, seppellito: “Iu manciu  pani, ma iddu a manćiari terra!” Questo è il pensiero e queste sono le parole della giovane donna che in Sicilia sarà costretta a uccidere l’amante per ragioni d’onore.

Difatti, l’affronto gravissimo, che in dialetto si diceva şgarru, poteva essere lavato solo col sangue, sciolto con la morte di chi aveva avuto la superbia - si diceva così - di violare le regole e di non mantenere la parola d’onore.

In questa “etica” siciliana era parimenti d-disanuratu anche colui o colei che avevano ricevuto lo sgarro e per timore non avevano provveduto a far rispettare il patto lavandolo nel sangue. In questo caso, il reo-vigliacco avrebbe subìto una terribile sanzione sociale: il disprezzo della collettività  e con esso la emarginazione dal gruppo

(Chiddu? e-ni omu di m-merda!).


Faida. La legge per riscattare l’onore perduto


La legge dell’onore era un aspetto della faida, di una arcaica legge naturale giunta sino ai giorni nostri dalla notte dei tempi, ancora valida sino a sessant'anni fa. La faida sanciva il ricorso alla vendetta personale per lavare l’onta subita. Il principio della faida è etologico. La specie umana, come quella animale, seleziona i migliori, i più forti. Ed elimina inesorabilmente i deboli, i vigliacchi. Chi subisce un affronto, chi ha subìto ’na tagghiatina ’i  facci senza reagire è verme, ed è immeritevole di appartenere a un gruppo di persone onorate che sanno difendersi e che nessuno può riprendere. Se l'uomo non ha la forza di far valere il suo diritto è un perdente, un vinto che non merita di appartenere alla onorata famiglia degli umani, cioè dei Siciliani.

L’etica dei Siciliani
   
    Da questa cultura dell’onore e del rispetto – tanto si evince dall’inchiesta della Harrison - discendeva l’etica familiare. Nella Sicilia di una volta il marito era il capo indiscusso della famiglia. Aveva potere sulla moglie che era obbligata ad e-seguire le sue (di lui) volontà. Impensabile era la trasgressione.

Ogni maschio si diceva uomo di rispetto se faceva rispettare le regole e si faceva rispettare da tutti, cioè se era ’ntisu (sentito, rispettato),  se la sua parola pacata aveva la connotazione di un ordine e i suoi “consigli” venivano eseguiti.

Dall’uomo d’onore discendeva la famiglia onorata che perciò veniva rispettata. L’ethos della famiglia era fondato su tre valori:

1.    Sul lavoro del capofamiglia e sul suo carisma
(capace di farsi ubbidire)

2.    Sulla fedeltà della moglie e sulla sua remissività.

3.    Sulla verginità delle figlie-femmine.

Sui tre principi sopra elencati si fonda la inchiesta di Lieta Harrison, che però appunta la sua attenzione sui comportamenti che la società siciliana adottava nei confronti delle “Svergognate”. La donna sedotta (e abbandonata) – si è detto - diventata per un sincronico rapporto di causa ed effetto una svergognata, e la qualifica era una sorta di condanna ad una morte bianca (vedi la novella Nedda di Giovanni Verga) decretata tacitamente dalla società (che si ritiene pura e incolpevole) nei confronti di colei che era stata segnata dalla malasorte.


Il recupero dell’onore


Per recuperare l’onore della giovane donna e della famiglia - qui è il punto centrale della inchiesta della Harrison - c’era la strada sacrificale. Un coltello da macellaio o un colpo di lupara sparato a bruciapelo, che colpendo il responsabile finale della catena del disonore, avrebbe invertito il corso delle cose. L’esecuzione di morte per essere piena e totale doveva essere fatta per mano della vittima, e solo in subordine dal padre o da un parente di primo grado della ragazza; e il sacrificio doveva avvenire davanti a tutti, sulla pubblica piazza e nel giorno Santo della Domenica.


La Sicilia non è più la stessa


A distanza di tempo, viene naturale chiedersi come è potuto cambiare il corso della storia in così poco tempo, ma, viene altresì da porsi qualche domanda. Se una cultura può essere schizofrenica come sembra essere stata la cultura siciliana del passato. Se nelle culture è possibile rilevare le angosce e le nevrosi di un popolo. E ancora, se quanto è riportato in questa tragica inchiesta di Lieta Harrison (intendi la cultura arcaica e tribale giunta a noi dalla notte dei tempi) continua ad essere tuttora operante in ognuno di noi. Nella realtà, la sessualità non è più un tabù per la donna e la società.

La donna si è emancipata. Ma gli uomini?  E la società?

Per il resto, e per continuare le riflessioni, si rimanda a Le Svergognate, la bellissima inchiesta di Lieta Harrison.    
    
Gino Carbonaro


e-mail: gino.carbonaro.italy@gmail.com