2012/11/10

Indovinelli & Carnevale


indovinello & carnevale

Conferenza del 15 febbraio 2007, ore 19
Ristorante Acrille - Chiaramonte Gulfi - Ragusa

Indovinello Siciliano
fra storia e poesia


                                                        di Gino Carbonaro    


 1.  Indovinello e tradizioni popolari

     Sino a qualche decennio fa, l’indovinello è stato parte integrante del nostro patrimonio culturale, delle nostre tradizioni popolari.
     Da qualche anno, invece, l’uso di proporre indovinelli sembra passato di moda. Se ne parla ancora, ne parliamo adesso, ma come di cose che appartengono ad un passato remoto.
     Le nuove generazioni non sanno di indovinelli, né delle abitudini siciliane di un tempo. 
    Nelle scuole, i maestri invitano i loro alunni a fare ricerche, a raccogliere indovinelli in famiglia, giusto per non perderli, per salvare il salvabile, ma la loro morte è stata decretata.
  Proprio tre giorni fa era martedì grasso, ma nessuna famiglia, riteniamo, si è riunita attorno a un tavolo per godere di un momento, che una volta era autentico, sentito ed atteso. Eppure, sino a qualche decennio fa era prassi che nel periodo di Carnevale tutte le famiglie (famiglie patriarcali) riunite attorno a un tavolo trascorressero le serate sfidandosi a gara negli indovinelli.
     Non c’era televisione, né discoteche, né svaghi notturni, il passatempo era sano, e la consuetudine risaliva alla notte dei tempi. 

2. Carnevale veniva anticipato dagli indovinelli


    Per entrare nel tema soprattutto per capire la storia dell’indovinello, è necessario tener presente alcune cose:

-        Che l’Indovinello è figlio del Carnevale.
-        Che gli indovinelli potevano essere recitati solo nel periodo di Carnevale, per una durata massima di tre, quattro settimane, nell’arco di tutto l’anno. Fuori di questo periodo era proibitissimo proporli. Se qualcuno ripeteva un indovinello durante uno dei periodi non canonici, cioè fuori dal periodo del Carnevale, si era soliti intimare "Attentu ca ti cammiri!" Era peccato mortale ripeterli. Era proibito dalla Chiesa, dalla tradizione? Nessuno sapeva dire perché. Ma, era proprio così.
-         Va ricordato ancora, che il  fatto che si stava per entrare nel periodo di Carnevale, veniva dato proprio per mezzo degli indovinelli. Vediamo come:  

    Dopo l’epifania (ma non c'era un giorno ben definito)  qualcuno in famiglia recitava a sorpresa con un indovinello. Era "sorpresa", ma era proprio quello il segnale che qualcosa stava cambiando nell’aria, e che si era entrati nel periodo del Carnevale.

     Lentamente, poi, ma sempre più intensamente, venivano proposti indovinelli, sempre nei momenti più impensati.  Anche da persone sconosciute.
     Una donna era in casa badando alle proprie faccende? Una vicina si affacciava alla porta, lanciava un indovinello e sorridendo si alluntanava, lasciando l’interlocutrice a lambiccarsi il cervello nel tentativo di trovare la giusta risposta a quella strana combinazione di parole della quale bisognava trovare la soluzione.
     E ancora. I lavoratori (muratori, contadini) sempre nel periodo di Carnevale. Si fermavano per pranzare? C’era subito qualcuno che proponeva un indovinello, mentre qualcun altro era pronto a continuare. Ed era gara per vedere chi ne diceva di più, chi proponeva il più curioso, il più difficile da indovinare.

3. L’indovinello come sfida

     In verità, l’indovinello non veniva proposto, quanto piuttosto lanciato come guanto in segno di sfida improvvisa alla persona, o alla intelligenza della persona. E la sfida andava raccolta. Ricordo con quanta attenzione si ascoltava l’indovinello, con quanta tensione si cercava di decifrarlo, e quanta gioia ancora accompagnava colui che riusciva a dare la giusta risposta.  A vincere la sfida. E, parimenti, era facile immaginare quanta mortificazione e umiliazioni lasciava registrare nel viso colui che non riusciva a rispondere, facendo la figura di uno che non vale niente.


4. L’indovinello è verità mascherata

     A questo punto, viene naturale chiedersi, che rapporto c’è fra Indovinello e Carnevale?
   
     Diciamo subito che, l’indovinello è una verità mascherata. Una verità che non vuole farsi riconoscere, e perciò indossa una maschera depistante.
    Adesso il problema si sposta sul Carnevale, e le domande potrebbero essere altre: “Perché ci si maschera in generale? Perché ci si maschera a Carnevale? E, Carnevale cos’è?” Ben sapendo che:
-  Carnevale è la prima festa dell’anno.
-  Carnevale non è una festa religiosa.
-  Carnevale è festa che esiste senza esistere, perché non è segnata in calendario, né è previsto alcun giorno di vacanza dal lavoro o a scuola.

     È così che torniamo a chiederci:
- Cosa è il Carnevale?
- Quando è nato?
- Se Carnevale ha degli antenati?
- C’è un rapporto fra Carnevale e la medievale Festa dei Folli, fra Carnevale e i Lupercali latini, e i Saturnali romani e i Baccanali greci?  Tutte feste primaverili, tutte feste in maschera, tutte feste in cui erano consentiti comportamenti che sarebbero stati perseguiti in altri momenti dell’anno.
      Ma, a guardar bene, anche all’indovinello era concesso di vestire se stesso con un vestito osceno, a Carnevale. Ma, solo a Carnevale!        

5. Il sesso era tabù. Una volta. In Sicilia.
   
     È risaputo che la maggior parte degli indovinelli si presentava con forti referenti sessuali. E questo si verificava in una società dove per tradizione il sesso era tabù. Dove nessuno osava pronunziare la parola “partorire”, solo perché avrebbe potuto essere collegata a sesso (che era peccato!). Eppure, a Carnevale, si rompevano gli argini, e tutti ripetevano a gara indovinelli di un osceno che più osceno non si può. E chi scrive racconta che da piccolo era rimasto sconvolto da questa doppia anima della società.
     Che il sesso fosse tabù, qualcosa di cui non si doveva parlare, lo si capiva quando i genitori discutevano fra di loro di argomenti “scabrosi”, e il loro ragionare si ingarbugliava, si caricava di doppi sensi e di ambigue allusioni, mentre occhiate ladre cadevano sui bambini per verificare sino a che punto avessero potuto capire ciò che non avrebbero dovuto sapere. Invece, i bambini capivano che, quando si parlava di sesso, dovevano fare finta di non capire! Perché il sesso era una cosa disdicevole!
     Questo, in qualsiasi momento dell’anno. Inspiegabilmente, però, le cose si capovolgevano nel periodo di Carnevale.
    
5.   Indovinelli sboccati.                                                
       A Carnevale non si scontravano con la morale.

     Proprio qui sta il problema. Perché, gli indovinelli erano per la maggior parte sboccati, riferiti a quelle parti del corpo che la decenza comune evita di menzionare, e che per tutto l’anno erano coperti dal tabù, dalla morale, dalla religione, dal galateo: si è detto galateo, perché un tempo, le persone che nominavano parti del corpo sporche, i piedi per esempio, prima di nominare la parola erano soliti dire: “Con rispetto parlando, mi facevano male i piedi!” A Carnevale, invece, le stesse persone mettevano da parte il rispetto, e per non si sa quale motivo, finivano per recitare a diluvio, senza freni, `niminagghi `malaccriati, indovinelli osceni davanti a tutti:  grandi e piccini, maschi e femmine, donne sposate e vergini, servi e padroni, monaci e monache, senza che ciò si scontrasse con la morale, senza che ciò facesse arrossire il viso a qualcuno, o provocasse vergogna, sensi di colpa o sanzioni: solo risate, solo gioia e ilarità.
     Chi scrive, da bambino, ha vissuto questa esperienza di schizofrenia sociale, e rifiutava di credere alle sue orecchie correndo con lo sguardo da sua madre a sua nonna, da suo padre a suo zio, ai parenti tutti che buttavano giù mucchietti di versi riferiti a qualcosa di molto pesante, subito supportato da un giuramento sornione:

Beđda maŧŗi `maculata
nuň è `cosa malaccriata.[1]
   
     Era certamente un enigma questo comportamento doppio delle persone e soprattutto delle donne, cui era socialmente concessa solo a Carnevale la possibilità di parlare liberamente sotto la copertura. Così, la donna che in altri momenti dell’anno si dimostrava rispettosa della morale, delle buone maniere e di quanto era riferito al sesso e all’atto sessuale si liberava parlando con diritto di parola.
     Ma, ascoltiamo qualcuno di questi indovinelli piccanti.

  1. A fimmina ca è di sutta joca e sciala,
  2. ’u maşculu ca è di supra si conšuma.
              La femmina di sotto gioca e gode
              Il maschio che sta di sopra si consuma.
                                                         Si tratta del formaggio (ca è masculu)
                                                                             e sta di sopra e della grattugia (di una volta) 
                                                                             (ca è filmina) e che stava di sotto.

  1. Ta ma' ch'ê cosci apêrti                                                  
  2. Aşpetta a `mia ca ci la `mêttu
                                           (pentola che attende (la madre) e pasta)

  1. Pi-lliccu pi-lliccu,
      nt’ô culu t’a ’nficcu
                                                (filo e ago)
                                                               Con rispetto parlando!

  1. Ta mintu nt’ô culu                                                                    
  2.  e m’â `diri grazi!     
                                                 (sedia)
                                                                           Sempre con rispetto parlando!


  1. Dammi ’u culu comu mi l’ha’  datu
      ca ti lu juru ca ’uň è piccatu.            

                                                                            (sedia)

  1.  È robba di culu
       e `merda nuň è.
                                                      (uovo)

  1. Ncugna maritu                                                                       
    • ncugna, sputazza
  1. appuntiđda i pêdi ô muru, 
  2. nfilala nt’â şpaccazza.
                                             (ascia/accetta)

  1. Di fora pilu, di dintra pilu,
      spinci l’anca che t’a ’nfilu.     
                                                        (pantaloni di pelle di capra)
    
  1. ’U viscuvu l’havia lonća
’U papa l’havia ri cciu
’A monĭca çiancia
 Ca cciù lonća la vulia.      

                                           (tonaca)

  1. Trasi dura e nesci mođda 
                               (la pasta, gli spaghetti)

  1. Trasi asciutta e nesci vagnata  
                                                     (pasta)

  1.  A ża Cicca si curcau,
 u żu Ciccu ci accravaccau,
 menza canna ci ň’anfilau!
                 (’A briula, ’u briuni)

   Quest’ultimo indovinello sembra dire che una non identificata "zia Francesca" (ża Cicca) era andata a letto, che suo marito si era messo sopra di lei (a letto), e che lì era accaduto qualcosa (menza canna ci ňi ’nfilau) che decenza e decoro non ci consentirebbe di ripetere.
     Questo “sembra dire” l’indovinello così come è montato. Ma, la realtà era un’altra: ’a ża  Cicca è il piano di legno, dove una volta si impastava il pane (’a `briula); ’u żu Ciccu, il maschio, era l’asse (!) di legno che serviva ad impastare il pane (’u `briùni); la menza canna che entrava dentro la ża Cicca era il chiavistello di legno (’a tinniggia) che teneva insiema il piano e l’asse, o se si vuole ’a `brìula e ’u `briùni.
  
   È qui che si rivela la caratteristica dell’indovinello: la risposta vera non è quella che appare più ovvia e scontata, ma un’altra, quella che non si vede, ed è nascosta nel labirinto depistante delle parole.

    Anche l’indovinello, a Carnevale, si presenta come verità che ha indossato la maschera, mentre invita l’interlocutore a indovinare cosa si cela dietro questa maschera.
     La soluzione c’è, ma è il risultato di una capacità umana: quella di spingersi al di là delle apparenze, di andare dove non si vede, ma c’è la verità.
     Dunque, non c’era nulla di male nel ripetere ad alta voce, anche davanti ai bambini, questi indovinelli. Se qualcosa di male sembrava esserci, quella era la maschera, ed era solo allusione ed illusione. Quello che conta nella vita, ben si sa, è la sostanza[2] delle cose non l’apparenza, e l’argomento era candido nella sostanza, osceno solo nella forma, che, si sa, non ha valore.



6. L’indovinello propone un doppio se stesso


     Lindovinello è una verità mascherata, ed è quello che propone un doppio-se-stesso, dove, la verità è quella che si nasconde sotto la maschera, per pervenire alla quale l’ostacolo è rappresentato dalla interferenza della prima attribuzione logica, quella che ci porta a pensare ad un rapporto sessuale.
   
     I messaggi dell’indovinello sono in realtà due:

  1. uno scoperto e comprensibile
  2. l’altro nascosto e da scoprire

     Dunque verità doppia:[3] (double) che mette in dubbio il concetto di verità, e pone la realtà nella sua valenza ambigua, che si svela (e può essere scoperta) grazie a due componenti umane:

  1. la volontà-necessità di pervenire alla soluzione del quesito, e
  2. la forza mentale e logica per poter risolvere il problema.

     Si deduce così che, se la realtà indossa la maschera, la verità si pone sempre come enigma legato contemporaneamente al concetto di maschera e a quello di ragione.


7.  La maschera è una armatura     

     Ragione e maschera diventano protagonisti o simboli di una lotta-confronto antica quanto il mondo, che da sempre l’uomo si è trovato a combattere per districarsi nei labirinti delle incertezze, per trovare le soluzioni ai mille dilemmi che la natura gli pone quotidianamente davanti,  per sciogliere, insomma, i  nodi gordiani [4] della vita.
     Maschera, dunque, perché tutta la realtà risulta schermata/celata/coperta da un involucro altro.
     Ragione, perché è la ragione lo strumento “forte” del quale l’uomo si serve per capire-e-carpire, parare o pre-parare, in attacco o in difesa i colpi di una Realtà che si presenta doppia, infida e mascherata.
     Sfida, questa dell’enigma-indovinello, che simula nel piccolo, l’altra, quella vera e grande, che la Natura lancia quotidianamente all’uomo, e al suo strumento di massimo potere e di conoscenza, alla sua intelligenza, a quella che è in grado di inter-legere, cioè di leggere fra le righe di tutto ciò che è offerto come complicato/ complesso/strutturato/articolato e in ogni caso nella sua forma costitutiva che è per l’appunto enigmatica.
     Enigma, dunque, o verità mascherata, in quanto surroga la realtà, quasi a voler dire che tutto ciò che ci circonda custodisce o nasconde se stesso dietro un inestricabile labirinto di elementi che proteggono difendono e depistano l’avversario.


8. La maschera è il simbolo della vita, che è per l’appunto mistero.


     Sono le apparenze delle cose, quelle che la realtà ci presenta. Chi può dire cosa si cela dietro quelle maschere? Chi può di ognuno di noi indovinare i pensieri, le intenzioni, le volontà recondite? Se siamo portatori di bene o di male? Se si cela verità o menzogna dietro ogni parvenza di maschera-persona?[5]
     Tolta la maschera c’è verità? o, altre possibili maschere? Chi può dire cosa sono gli altri, se noi, per primi, simuliamo o dissimuliamo, per amore o per calcolo, agli altri, vicini o lontani, amici o nemici i nostri pensieri? Non è forse maschera la nostra? E non siamo forse un enigma, noi a noi stessi? Sappiamo forse chi siamo? Cosa vogliamo? Perché viviamo? E non è mascherato anche il nostro futuro, quello che incombe come una spada di Damocle su ognuno di noi? Tutta la Natura e il Destino si presentano all’uomo in una forma doppia, in una catena ininterrotta di possibilità alterne e “cornute”, ambivalenti e miste, perché il mistero è “miste[6] cioè doppio. Dunque, non solo l’indovinello e il Carnevale, ma anche la Natura è enigma: la maschera il loro simbolo, il simbolo della vita, che è per l’appunto mistero.

    
9. Sfinge, Uomo, Enigma

    Per questo l’enigma è presente in tutti i popoli della terra, quasi sempre legato a funzioni misteriche e religiose. Famoso fra tutti il mito di Edipo e della Sfinge, che simboleggia la sfida offerta all’uomo da tutto ciò che ha la maschera, della natura, e dall’enigma, ancora, come arma del duello che vedrà soccombere inevitabilmente lo sconfitto.
     Racconta la leggenda che Dioniso-Bacco, per vendicarsi di un torto subito dai Tebani aveva mandato la temibile Sfinge contro questi ultimi.
     Accovacciata su una rupe antistante la piazza del mercato in Tebe, la Sfinge sceglieva le sue vittime tra i passanti e a questi poneva un enigma cantandolo nel modo tipico degli oracoli. Ma, l’enigma era stato fornito dal Dio, e l’oracolo che parla in nube et aenigmate è voce di un Dio che va pure indovinata, per questo si diceva che l’uomo doveva a-divinare o in-divinare, quasi a voler indicare che sciogliendo l’enigma si rubava la verità a-Deo, oppure che si riusciva ad entrare in-Dio (indovinare, indivinare) nella sua mente, nel suo esser vero.
     L’enigma, famoso, posto dalla Sfinge, che è la maschera per eccellenza, suonava così:

“C’è sulla Terra un animale che può camminare 
con quattro, due o anche tre gambe
ed è sempre chiamato con lo stesso nome.
Quando egli cammina appoggiato
ad un maggiore numero di piedi
la velocità delle sue gambe è minore”.

     Non è importante sapere cosa poneva l’enigma, quanto piuttosto il referente mitologico. La sfida fra Sfinge e Uomo era paritaria. La Sfinge, che è poi la Natura o Diòniso (che è lo stesso) poneva l’enigma: se l’uomo risolveva l’enigma la Sfinge sarebbe stata sconfitta e perciò sarebbe stata costretta a soccombere. Se invece è l’uomo a non risolvere l’enigma, allora sarà quest’ultimo ad essere sconfitto dalla Natura. Nell’un caso e nell’altro il rapporto fra l’uomo e la Natura ha come posta in gioco la vita.


10. Enigma

     Nel suo primo apparire l’enigma si pone come prova di abilità-logica, non dissimile da altre prove di abilità, che si manifestano in giostre, gare, corride, ma anche nel gioco della carte, che chiama in causa la sfida al Destino, il concetto di vita e vittoria, di sconfitta e morte. Simboli e principi pur sempre ricorrenti nel Carnevale.
     Nel mito di Edipo, come in qualsiasi gara, sono presenti i concetti forti della vita:  la sfida, il  rischio,  la  maschera, la ragione (quella alla quale si appella Edipo)  la  possibilità  della vita che è nella  vittoria,  e della  morte in seguito a sconfitta.
     Chi supera la prova (e l’enigma è forma suprema di sfida) vince e vive; che è sconfitto, perde e muore.
     Questa è la logica spietata della Natura, che è poi la logica di Diòniso e della Sfinge, senso arcaico e sotterraneo che presiede alla logica dell’enigma; e che, simbolicamente, ritornano  nel Carnevale,  là  dove sono  presenti  gare,  sfide, prove di abilità che se vengono superate danno all’uomo l’illusione di poter vincere contro la Natura, quando si presenta come portatrice di male. 
     Lo schema è in ogni caso visualizzabile nel seguente flow-chart:


natura =  realtà =  dioniso
(doppiezza: bene-male)
sfinge
maschera
enigma
mistero
aggressione
sfida  - lotta  - prova
difesa
maschera
come armatura depistante
Ragione
Logica Lineare
Scoperte forti arcaiche


     Se la realtà indossa la maschera si deduce  che  la verità è presente sotto  forma  di enigma,  legato  al  concetto di maschera e, di riflesso, a quello di ragione:

Uomo   contro   Natura
Ragione   contro  Maschera
    
     Sono protagonisti e simboli di una lotta-confronto: lotta,  che da sempre l’uomo ha dovuto  combattere per necessità contro la natura: maschera,  perché tutta  la  realtà risulta schermata, coperta da un involucro altro.


11. L’enigma di Edipo e i Dubbi 
      Dalla Grecia antica alla Sicilia


     La mia sorpresa, come ricercatore, non è stata poca, quando mi sono accorto che il mito di Edipo era lo stesso che re-citava mia nonna, quando mi avvisava che si trattava di un Dubbio e non di un indovinello:

Qual è quell’animale
che da piccolo cammina con quattro piedi
da grande con due e da vecchio con tre?
E quando cammina con più piedi
non sa correre? 

    Un filo sottile lega, dunque, la storia del passato a quella presente: la storia delle maschere antiche a quelle dell’odierno Carnevale dove tutto è condito da risate e scherzi, anche pesanti e licenziosi per i quali però a nessuno era consentito offendersi. [7]


12.  Mercoledì delle Ceneri e la fine del Carnevale


     Ogni divertimento e gioia, ogni concessione e deroga alla licenza, finiva a mezzanotte in punto del martedì grasso, quando in piena notte giungevano i lugubri rintocchi delle campane che suonavano il tenebroso mortorio (pulvis es et in polvere reverteris): era il mea culpa a ricordare che Carnevale era finito e che si entrava nel Mercoledì delle Ceneri o dei pentimenti e della espiazione dei peccati, e con essi nel periodo della Quaresima.
     Da quel momento la consegna terribile era una soltanto: guai a proporre un solo indovinello. A tutti veniva ricordato che trasgredire a quell’ordine era peccato mortale. Mia nonna ricordava a tutti: “Zíttiti, ca ti càmmiri!”. Io non capivo cosa volesse dire quel “ti càmmiri”, ma intuivo qualche sventura se avessi continuato a recitare indovinelli.
     Così, tutti si rientrava nella norma: ciò che era stato scoperto (il tabù) tornava a coprirsi; ciò che era stato coperto (i visi mascherati) tornavano a scoprirsi, la gente tornava seria, tutto si ricomponeva e le cose riprendevano il corso naturale, così come era stato prima del Carnevale. Il rito esorcistico-propiziatorio del Carnevale era finito. 
     Era processo naturale questo avvicendarsi contraddittorio di due aspetti della realtà, ma, nessuno riusciva a spiegarsi il perché tutti sapevano che a Carnevale ogni scherzo vale e chi si offende è un gran maiale, e anche che semel in anno licet insanire, che una volta l’anno a tutti è consentito perdere la ragione, sospendere il giudizio, evitare di chiedersi il perché degli eventi. 

                                                  Gino Carbonaro
gino.carbonaro.italy@gmail.com

( --> Vedi file: Carneval, Enigma pag. 67)



Altri indovinelli

1. Cu è ca sta-pi a moddu tutto l’annu
     e nuň infraçirisci mai?                               (pesce)                       

     Nell’indovinello siciliano si  pone l’idea di qualcosa di impossibile che pure è possibile. Nell’acqua, tutto subisce una inesorabile trasformazione. È certo impossibile che qualcosa possa restare in acqua senza marcire. 

2.  ’Nzirtàtimi cu è ca vota ’u culu o re?   (cocchiere)

     Mi si dica, di grazia, chi può essere tanto insolente (o, incosciente) da voltare le spalle al re? La risposta (scontata) dovrebbe essere: “Nessuno”. Invece, l’intelligenza scopre una possibilità-positiva: il cocchiere è colui che di necessità gira le spalle al re. Così il paradosso è solo apparente. 

3. Nuň ha vucca e parra,
    nuň  ha-vi  pêdi e camina.                         (lettera)

Altro paradosso, altra cosa impossibile. Difatti che può parlare se non ha bocca e chi può camminare se non ha gambe?


Indovinelli osceni

’Ntò, ’Ntò,
mintammilla i davanti
ca d’arreri nun ci vidu.

     È una frase colta al volo, che all’ascoltatore poteva offrire un doppio significato, uno quello normale; difatti, la buona Concettina, rivolta ’Ntò suo cognato, lo esortava a mettere la Lanterna davanti, com’è logico, in quanto, se continuava a tenerla di dietro (la lanterna) non avrebbe potuto vedere. Dunque c’era buio.
     La seconda interpretazione, coglie l’allusione metaforica, oscena o carnevalesca. Difatti cosa può chiedere  una donna a un uomo? a metterle davanti cosa?  
     L’indovinello con il riferimento al sesso mette l’interlocutore in imbarazzo rendendogli difficile la decifrazione dell’enigma, che non verrebbe mai risolto senza l’aiuto malizioso del dicitore. Si tratta, si è detto, della Lanterna, che risaputamente, quando si procedeva al buio nelle notti oscure di una volta andava messa davanti. 

     A questo punto il discorso continua, l’indovinello passa di mano e la vendetta non si lascia attendere. Chi non ha saputo risolvere il quesito risponde:

(Pil-)liccu, (pil-)liccu,
’nt’o culu t’a ’nficcu.

     L’indovinello simula l’atto di vestire l’ago. Cosa fa la donna per fare entrare il filo nella cruna: lecca, lecca il filo e poi lo infila. La cruna è detta culu, per portare fuori strada, è in realtà ci riesce, perché nessuno può indovinare se non è aiutato. La risposta nel giro dei dicitori non si lascia attendere.

T’a mintu ’nto culu e m’h’a diri grazi.

     Il riferimento è fatto anche stavolta a un oggetto comune, alla sedia, la quale ricorda, per l’appunto, che bisogna sempre ringraziare chi ti avvicina o te la mette (la sedia) a portata di mano o a portata di sedere, specialmente quando si è stanchi.

     A botta e risposta,

P’amuri di Diu e di li Santi
Livàmila d’arreri
E mintìmila davanti.

     Nel livello osceno il gioco è sempre riferito a qualcosa che va tolto di dietro e va messo davanti, ma in questo casa la risposta è di un candore assoluto.

     In chiesa di solito si stava seduti durante la funzione, ma, quando ci si alzava, gli anziani erano soliti spostare la Sedia e metterla davanti. Veniva utilizzata per appoggiarsi quando l’orante si piegava in avanti. La prassi era riferita ai vecchi che non riuscivano a inginocchiarsi e si piegavano appoggiandosi alla sedia che avevano posto davanti a loro.

     Solo chi pensa male può ritenere che questo indovinello sia sporco, mentre in verità non nasconde nulla di male. 
     Il trucco sta nel fatto che nessuno fa riferimento al soggetto della frase e quindi dell’indovinello.
     Quando, poi, il dialogo si riscalda, un uomo può farsi coraggio (ma non tanto) e riferito a una bella donna della comitiva può recitare questo indovinello:

M’h’a scusari se t’u dicu,
a spaccazzedda è sutt’o viddicu.

     Scusate la mia sfacciataggine, Signore, ma la fessurina (di ciò che dovrete indovinare) è sotto l’ombelico. Chi è che ha la fessurina sotto l’ombelico? È il salvadanaio di terracotta, che ha una specie di bottoncino (l’ombelico?), sotto il quale, guarda un po’, c’è proprio una fessurina .
   
     Insomma, non si finisce mai di pensare male, sporca mente umana, anche quando si tratta di cosa semplici, elementari e soprattutto tali da non poter far pensare a nulla di osceno.

                                   Gino Carbonaro




[1] Bella Madre Immacolata (ti giuro) non è cosa sporca (malacreata).
[2] Sostanza, dice l’etimo, è ciò che sta sotto: sub-stare.
[3] Doppio (in inglese double) e dubbio, sono linguisticamente  collegati. Là dove c’è doppiezza c’è ambiguità.
[4] Così come il labirinto, anche nodo gordiano è, nei miti greci, uno dei tanti problemi che nella vita l’uomo è portato a risolvere. Se scioglie il problema, vince e ha salva la vita, se non lo risolve, muore. 
[5] In latino la maschera dell’attore teatrale è detta persona.
[6] Mistero (greco: μυστήριον) è ciò che si nasconde, che è segreto, doppio, ambiguo, “miste”.
[7]  Gli scherzi molto pesanti, a volte anche tragici, facevano parte del Carnevale ed erano “consentiti” solo durante il periodo del Carnevale. Se qualcuno dei malcapitati reagiva, veniva cantata in italiano la frase: “Carnevale, ogni scherzo vale, chi si offende è un gran maiale!”.

2012/11/07

Umberto Migliorisi, Poeta


Gn-Jattu Níuru 

di Umberto Migliorisi
                                                         
                                                             Gino Carbonaro


     Ho finito di leggere per la decima, dodicesima  volta il tuo libro Gn-jattu níuru di Umberto Migliorisi. Confesso. Sono rimasto colpito.

     Prima ti conoscevo  come persona, ma dopo questa lettura (molto attenta) delle sue poesie, bellissime, posso dire di conoscerlo anche come poeta, e soprattutto come uomo.

     In questo libro antologico è venuto fuori il nucleo fondante della sua personalità, il suo modo di vedere il mondo, la sua gerarchia di valori, in una parola, la sua filosofia della vita. Perché, è da questi principi che discende la sua poetica, il “che cosa è la poesia per Umberto”. Poesia, che per me è anti-poesia, perché lui, Umberto Migliorisi, è   all’opposizione, sempre, ovunque, anche in letteratura. E non ama rinnegare se stesso, la sua cultura, il suo mondo, il suo passato. Neanche quando scrive.

     Il nostro Umberto non potrebbe mai essere fra quelli che credono nella “scrittura poetica”, che danno giudizi di valore misurati alla luce di iperboli e allitterazioni, assonanze e consonanze, similitudini, metafore, metriche e enjambement, e chi più ne ha più ne metta. Figure retoriche che spesso rendono la poesia un fatto tecnico, e servono per valutare impasti versificati di concetti qualche volta poco  comprensibili anche agli addetti ai lavori. Versi che suonano,  ma il più delle volte non creano. Parole metrificate di poeti per i quali arriva come un giustiziere l’autunno della vita, che li spazza via "come foglie morte" che a fine stagione vengono disperse dal vento, e di cui nessuno si accorge. Su questi non vale la penna aggiungere altro. E lui ne canta la dipartita in una poesia: 


’A morti rê pueta assŭmiġğhia 
â caruta rê pàmmini,
ca nuđdu si n’ađduna
pueta ammunziđdati,
pàmmini caruti, scurdati …
anfilati a siccari
a-mmienz’ê fuoġğhi
ri nu libbru ca feti, 
prima ri sordi e-ppuoi
ri ciùmmu e-mmiricina.

Ed è tema che ritorna ancora in un'altra poesia inedita, dove scrive che

            Ri palori cci nn’è tanti,
            ma se ’a testa l’hai vacanti
            puoi ’nzincari quantu vuoi,
            se nun-šu-ppalori tuoi
            …
            E ’u tă fuoġğhiu arresta biancu:
            şŧrippu, asciuttu, senza sancu. 

     Analisi che è propria della poesia engagée, che fa male a chi legge, perché scuote, fa svegliare, ti mette in linea, ti costringe a guardare dentro, ti prende la coscienza e il tuo modo pigro, indolente, ipocrita, spesso disonesto di vivere, fatto di compromessi che lordano l’anima, che ti fanno illudere di vedere il bello dove c’è il falso, il luccichio, l’artificio lurido del danaro, che ti fa stampare un libro che puzza di soldi, di piombo, di medicina. Sì! medicina, quella che inghiottono i malati, per cercare di mettere un po’ di colorito sul loro pallore esangue, per riacquistare la salute che non hanno.

     Ma, è accusa che il Nostro non rivolge solo ai poeti, né a quelli che cci appojunu ’u riscursu c’ô ŧrasi e nêsci; la sua è la denunzia di chi vede dall’alto la meccanica infame di questo mondo, la spietata legge del più forte, al quale volenti o nolenti dobbiamo sotto-stare, magari mettendoci ad angolo retto, per agevolare, oleare, il rapporto con il potente. 

     Non si può accettare questo mondo di melma, questo continuo inchinarsi, piegarsi di fronte alle leggi della realtà infame, ed è piega che a lungo si trasforma in piaga. Ed è rabbia che Migliorisi registra quando scrive..

        Frati miu, cci su-bboti
quannu jittassi ’na ’uci
ca pirciassi ancucciati
çientu  auricci ażzariati
comu cożzi iapri,
ri vavaluci.

    Lo stesso mugugno del povero Giufà, ca nun s’â putiennu piġğhiari c’ô sceccu, s’â piġğhiava c’â varda. Perché, tutto il mondo conosce la “forza della forma”, la vittoria del falso sul vero, dell’artificio sul naturale; difatti,  forza e forma sono per 4/5 uguali nella parola, e simili nella sostanza. Proprio questo Migliorisi denunzia l’artificialità, la superficialità di un mondo alienato, dove non c’è spazio per il buon senso, per qualsiasi forma di onestà.
     Ora, il mio ricordo corre al quadrato di terra dimenticato nella foresta di palazzi di periferia, dove

            Sulu nta ’n-cantiđdu,
            ammucciatu rarrieri ô ma palazzu
            şt’armali (che bello!) si scurdařu  n-matarazzu
            r’erva e quaŧtro macci:
            ’n-ċiesu, ’na carrua e `đu’ ficu..
            çientu metru quadrati ’n-tuttu
            ri pararisu.

            A sira quannu şcura,
            ’i `ġğhintuzzi nt’ê `barcuna
            Supra l’uortu faňu ’a cruçi:
            Paŧr’e fiġğhiu? Runni vinni
            Şt’arrifrişcu accussì aruci?
    o chi l’ancilu passau,
    o ’u cimênto ’un-ci `bastau!?

     Bellissime considerazioni espresse in una poesia vera, incisiva. Ma, è mondo, il nostro, unni si rişparmia a caniġğhia e si sfraca ’a farina. Mondo dove tutti corrono nella corsia di sorpasso, per essere i primi, gli assoluti, i migliori, con i riflettori sempre su di loro, in primo piano: tutti colpiti da faraonìde tremens, lo stesso virus da cui erano affetti i faraoni egizi, che amavano, beati loro, stare al vertice del tutto.

     E ogni mattina, queste formiche-giganti montano sui loro "Fuoristrada", rifiutando di procedere sulla strada dei comuni mortali, e non hanno tempo per accorgersi che in una giornata di pioggia, schizzano fango sulla povera gente anonima, che ha la dabbenaggine di prendere l’autobus o di tornare a casa a piedi. Şta ggenti - caro Umberto - nun virǔnu a nuđdu.

Passa ’na machina,
nun-zi ferma.
Passa n’auŧra machina,
e nun-zi ferma.

Passa a nummiru çientu:
nun ci scropi, com’ô vientu!
’A çienteđdui: camina açiđdu.

S’â pinšassi e- `điçissi:
Passa tu, ca si a-pperi.
Ma quali cażzu, mancu ti viri.


     Mondo folle, dove c’è spazio solo per questa vita e - di riflesso - per una poesia di pazzi, alienati, fatta di immagine, di note critiche avvallanti la grandezze del poeta di turno, con il marchio che dà l’editore di moda, la carta pregiata, avoriata, e il critico, che deve essere quello che va anch’esso di moda, che possa fare da garante all’ignorante, che possa far vivere ciò che è nato morto, e però continua a schizzare il fango della indifferenza sul povero poeta appiedato.
 
     Per questo dicevamo che la poesia di Migliorisi procede contro corrente, procede “di-verso”, cioè  di "verso" contrario a come va il senso della moda e della odierna scrittura. Ma, io dico che è poesia la sua, perché nutrita di verità, di bontà, di sincerità, di sostanza; poesia che crea, fermentata dal nutrimento che viene dalla filosofia dell’esistere, perché la dinamica del poeta-vero è la dinamica di chi ha capito come va il mondo e lo documenta senza illusioni, senza falsi infingimenti, senza inganni, senza comode ipocrisie: solo così il poeta è notaio della storia.

     E la lingua? quella con la quale comunichi le verità?

Hav’a ssiri ppi forza a linqua tinta,
…a lingua ri tŏ maŧri,
chiđda ca ti fa `çhiamari
ruffianu ’u  `ruffianu,
e ’u cażzu, cażzu!

     E dalla lingua si passa a un altro degli elementi fondanti della tuo pensiero e della tua poesia: la morte lenta delle cose più care: della lingua e degli esseri viventi. Ora è 

Ta żzu Turi,
travaġğhiaturi,
ca si nni jiu
menŧri ’a musica sunava
’n-lamiemtu..

E, ar ognu passu ’n-ciuri,
e ’n-autru appriessu…

Dunque l’esclamazione! Che racchiude un giudizio di valore.

Ah! comu si scippa
e ssi jetta şta vita!
     
     Considerazioni amare, che riprendi rievocando – ed è elegia - la morte di una tua nipotina: 

 ’A prima fiġğhia ca nascìu a mma suoru
… ’na rosa, ’n-šuli, ’na luna
… na cosa ri piġğhialla a muzzucuna
… arma ’nnuccenti,
nun ċiatava quas’acciù!

E all’urtimera, nta đa facciuzza
`bianca comu ’a çira
`ci calaru all’ucciuzza ’i pinnilara.

    Poesia stupenda, dove si trova quanto di più bello c’è nella vita: il rispetto per la bellezza di un fiore che germoglia e subito muore, il silenzio che conforta la rassegnazione; la preghiera, e la certezza che questa bambina, racchiusa in sé, come un bocciolo di rosa, vivrà per sempre nel ricordo di chi l’ha amata.

     Ed è sempre il tema della morte che si registra nella veglia a una donna estinta,

Abbiata supr’ô liettu,
’na şcatǔla vacanti, …
’n-perfettu nenti ri nenti;
’na morta
ca đuoppu tanta guerra
ora va-mmancia terra.

     Amen!


E, ancora, il concetto di una veglia che aspetta l’alba di un nuovo giorno e di una nuova vita;

            Bògghia, curuzzu, súsiti,
            fai n’autru sacrifiziu
            ’na para r’uri guòriti
            r’è vivi ştu suppliziu.                                  

Principio, quello della morte e della vita, che viene ripreso  nella poesia Scampàu, quando dopo la tempesta...

             ora pari c’aġğhiorna,
            ’a ġğhenti s’arricrìa,
            accuminza a vicarìa.     


     Morte ed emarginazione dei deboli è tema che ritorna in un’altra splendida lirica: quella che canta – ed è idillio elegiaco - la fine di una pianta da appartamento, indifesa nella sua malattia, dimenticata nel suo vivere prigioniera in un ambiente non suo, straniera in un mondo estraneo, strumento di una società che la pone in un angolo di stanza per dimenticarla, e poi relegarla in un angolo di balcone, all’acqua e ô vientu,  nell’attesa di una morte naturale: 

Nta ’n’agnuni ri ’na cámmira,
sa ppi-quali malađdia,
quarchi pammina pinnìa ..
quarchi rárica niscìa …
e ogni ġğhiuornu ca passava
’u żuccu cci abbuccava...
Ma, tinìa ancora a-đdritta,
nun-murìa.

E dalla descrizione al dialogo: 

Maccia ca nun-muori e-suffrisci,
ca nun šienti, ma capisci…
nta ştu munnu mbarbarutu,
mişchinu cu è malatu...
 
  Insensibilità di una umanità distratta, indifferente al dolore degli altri. Solitudine ontologica - mi si lasci usare il termine - e, infine, la morte. Sono i concetti fondanti della filosofia della vita, e di riflesso, della poesia di Migliorisi. Ma, sono anche i concetti portanti - si è detto - della natura e dell’universo, rilevabili ancora in una estate che finisce.

  Senza scrusciu né prummissu
  - comu ’a vita, ’u ştissu -
               Accurżarunu ’i jurnati.

  E ştu suli ca ni çianci
 ’a ştissa luçi ca lassa
  eni ’a morti ca passa,
         ’a morti râ ştati.

   Bellissimo, verissimo. Ed è l’ombra della tragedia greca che aleggia su di noi, e sulla questa poesia.
 
    Si conferma così che la poesia non ha confini, e non è legata alla moda, al consueto, al trito e al risaputo. Il poeta osserva il mondo, coglie il respiro delle cose, ausculta il suo animo, e scrive quello che vorrebbe dire, anzi, gridare al mondo. E denunzia con pacata amarezza e rassegnazione, quello che va denunziato: la superficialità e la insensibilità degli uomini, le assurdità della vita, la ipocrisia, la falsa amicizia (simu amiçi… rô barconi) e gli egoismi, le convenzioni, le vanità, le ingiustizie (i cacarinari) la fatuità dei sogni e delle speranze; in una parola il mondo per quello che è, e non come lo sognano i poeti dell’Arcadia.

     Se questa è poesia, è certamente - ritorno al concetto -una anti-lirica. Se la lirica classica è fatta di eleganti consonanze di parole scelte nel vocabolario del lessico pulito ed elegante, quello dei professori e dei poeti con la “P” maiuscola, dei perbenisti, dei formalisti, Migliorisi usa la lingua dei poveri, mai abbellita, mai assonante; la sua è la lingua perdente, morente; la lingua che non interessa nessuno, che nessuno ha più il tempo di ascoltare o di parlare; quella che stiamo dimenticando anche se di tanto in tanto andiamo a visitarla nel cimitero dei ricordi e dalla quale tutti, prendiamo elegantemente le distanze. Vedi, anche io rifiuto di scrivere nella mia lingua. Forse perché ci ricorda il nostro passato di fame, di miseria e di freddo, forse perché ci è comodo stare con i più, con i forti; forse perché anche la lingua è soggetta al principio della nascita e della morte, costretta a soccombere nel confronto con i forti e bisogna accettarne la fine.

     Queste sono solo alcune delle considerazioni, che discendono dalla lettura del libro. Perché, questa sua lingua siciliana è recupero della essenza, e rifiuto della forma facile, caramellata e ben confezionata della lingua italiana. Il siciliano, è per Migliorisi uno strumento antico, forte, molto spesso sgraziato, che però è un tutt'uno con la carne, la materia e la vita di chi nei secoli ha conosciuto la sofferenza e la vicarìa della sopravvivenza. Il siciliano come lingua è per Umberto Migliorisi come il pane di grano duro, forte ai denti e al gusto, sano e nutriente. Ma è pane che non conosce la concorrenza, che non si è mai incontrato nel forno con pane che conosce  ammorbidenti e conservanti.  

      In questa forma e nell’uso di questa lingua c’è il rifiuto della grazia, della eleganza e della raffinatezza, dimostrando con ciò che Migliorisi è quello che è, senza orpelli, né ori falsi.

     Il suo punto di vista? Non si vende a nessuno. Compromessi con la poesia colta? Impensabili. Temi poetici surrogati? Non se ne parla. Migliorisi fotografa, descrive e blocca il suo mondo. La sua poesia? E' un dialogo-monologante fatto con un interlocutore invisibile e assente, perché, è veramente l’assenza, l’essenza maligna di tutte le cose: il nulla che è tutto.
 
    Ora, il dilemma si fa cornuto: il mondo è quello che Migliorisi descrivi; ed è imperativo categorico che chi legge deve recepire, perché in caso contrario, o sî ttu ca sî n’àutru, o sî tu ca fai finta! E se sei un altro, scusami. Ma, se fai finta, sei ipocrita.

       Ora mi si potrebbe chiedere, qual è la poesia che mi piace? Risposta: Salì-Salò!

    Đa rubata ri lattuchi…
            đu mulinu ca furriava…
            đ’acqua limpia ri surgiva…
            đi papaređdi ca sbattieunu l’ali,
            đi lavanneri che cosci i fora…
            đu quarcunu ca taliava..
            e.. ssa minava!
            đu stuzzuniari i cula e laurunci…
             
     Tuttu nta ’na salata ri scola! Sono immagini immortali di un documento di storia minore, ma eterna, che descrive i fatti e pure il profumo dell’aria e dell’anima di ragazzi di periferia: storia vera e dalla bellezza indescrivibile; vita che nella trasgressione di un giorno conosce la libertà, il contatto con la natura e con la verità.

     Cosa penso di te, mio caro Umberto? Tu mi fai pensare a Raffaele Poidomani e al suo Carrube e Cavalieri. Quando lo lessi, cinquant’anni fa - avevo poco più di quindici anni - dissi a me stesso: questo libro è un capolavoro, questo Poidomani è un grande scrittore. Consèntimi. L’uomo del Fuori-strada, troppo impegnato a guardarsi allo specchio e a farsi guardare, non ha avuto ancora il tempo per accorgersi della sua esistenza, e ora della tua esistenza: non ti fa passare. Tu vai a piedi. È lui, forse, che potrebbe farti morire come `đa maccia ri `billimientu.  Tu, come Raffaele Poidomani, hai dato un contributo vero, sano alla cultura. Hai raccontato una parte di noi, della tua Ragusa, della nostra Sicilia. Un poeta che si aggiunge al numero dei grandi, anche se saremo in pochi a darti il giusto e meritato riconoscimento: un Premio Vann’Antò, perlomeno, perché solo lì qualcunoo si fa ancora carico di leggere poesie nella lingua tinta.

     Ma tu, caro Umberto, devi essere felice, perché da oggi, il tuo libro è anche nello scaffale speciale della mia biblioteca, proprio accanto ai libri che mi stanno più a cuore.

     Anche io, mi tengo alla larga da tutto, e cerco di non attraversare la strada per non farmi investire. Per questo, isolato nel mio eremo di campagna posso parlare alle cornacchie e dire (N-parmu sutta ’a luna) ca ’u pani si chiama pani e ’u cażzu nun si chiama peni, pirchì...

’I peni sunu sulu chiđdi
ri şta vita bbuttana”
   
       Con stima vera, sincera, ammirato e felice per te.

                                                                     Gino Carbonaro
  
gino.carbonaro.italy@gmail.com

2012/10/08

Xavier Marin Scultore Messicano, 1962

Xavier Marin
Scultore Messicano
                         
                                         di Gino Carbonaro


Giunge in Europa a sorpresa.
Le opere esposte in Lussemburgo presentano uno scultore dalla grande personalità, originalità e cultura.

La scultura cercava una strada nuova?
Xavier Marin l'ha trovata.
In queste opere c'è tutto il passato.
Artista nel sangue, sente di essere prodotto/figlio della storia e degli uomini
che hanno fatto la storia.
Nelle sue opere senti la presenza dell'arte greca-alessandrina (Nike di Samotracia... e Canova, dopo) rievocazioni  mitologiche (Il satiro di ...) simboli sovrumani, il Medioevo europeo con i suoi misteri, i suoi messaggi di morte, Durer con i suoi "Cavalieri dell'Apocalisse", Donatello (con il suo Gattamelata) Masaccio (con la forza dei suoi cavalli e cavalieri), Michelangelo (per la sua classicità) tutti risolti in chiave di cupa e tragica atmosfera barocca.

                   

E ancora, tutta la presenza della potente cultura figurativa messicana moderna e antica: Maya, Azteca con il suo messaggio di "sangre". Tutte le figure umane di Xavier Marin sono dei Titani, Uomini, Donne, semidei che sanno di dover essere sconfitti in un mondo dove tutto è intricato, aggrovigliato, complicato, incomprensibile. Dove si nasce per essere sconfitti. Questo l'impasto culturale espresso con la creatività dell'artista. La sua forza, la sua grandezza. Eccezionale. Unica.

                                            Gino Carbonaro

gino.carbonaro.italy@gmail.com