2012/03/18

"Corna, Cornuto" nella Sicilia di una volta



21.  ’I corna su’ comǚ a li đenti … 
                fanu mali a lu şpuntari
                       ma poi servuno pri manciari

Turiddu ha capito che la moglie lo tradisce. Da ciò 
discende che lui è cornuto. Per convincersi che lui, Turiddu, il maschio, non può essere cornuto, sviluppa un ragionamento qui sotto riportato ed estrapolato dal 21° e 22° cap. de "La Donna nei Proverbi Siciliani" 
                  
                                             di  Gino Carbonaro

La cosa più grave era il non potersi sfogare con nessuno, il non poter avere quella prova tangibile che lo liberasse dallo stato di angoscia che gli procurava il dubbio, l’incertezza! E non era possibile neppure fare delle scenate, dimostrare di essere geloso, perché in questo caso era come darsi la zappa sui piedi! Difatti si sa che

Cu è`gilusu è `beccu! e
    Lu maritu`gilusu mori curnùtu!

   Ma, è a questo punto, che Turiđdu riceve l’illuminazione! Si alza di scatto e decide! decide di continuare a comportarsi come prima, come se niente fosse: fare finta di niente, ma in effetti stare “alle viste”, controllare l’entrata e l’uscita della porta di casa per poterla soprendere “in fallo” con l’amico “di-letto”!

   Ma…! mentre sta definendo i particolari del suo diabolico stratagemma, sente uno strano prurito sul lobo destro della fronte, un po’ in alto, proprio là dove cominciano i capelli, e subito dopo sulla parte sinistra: due punti diversi della fronte epperò fortemente simmetrici. E, cosa non meno strana, questo prurito si stava verificando lontano dai pasti, il che lo faceva insospettire non poco, perché sapeva di certo che…

A lu curnutu quannu nun mancia
`ci mancianu li corna!

   Ma, per la verità, Turiđdu non riuscì a concentrarsi troppo su queste considerazioni, perché un male sordo, ma alquanto intenso cominciò a farsi sentire là dove prima era solo prurito. Il male, che era un incrocio fra il mal di testa e il mal di denti, e che si infittiva sempre di più, gli consigliò di fare ritorno a casa. Ancora una volta, a confortarlo fu il Proverbio, più che gli impacchi di lino bollente, ’i catabrasimi đi linusa , che la buona Concettina gli poggiava sulla parte dolente,

Li corna su’ comu li đenti
faňu mali  a lu şpuntari!
ma poi servunu`pi manciari!

  Si trattava, di un male scomodo, sì, ma passeggero, e pertanto la cosa in sé non destava alcuna preoccupazione.
  Il giorno dopo, difatti, levatosi di buon mattino, Turiđdu si sentì più disteso, più ristorato. E guardatosi allo specchio, ripetè, a bassa voce per non far svegliare la moglie:

Lu`re nun`fa`corna!

Li corna đi la soru … su’ `corna đ’oru!

Li corna đi la mamma… su`đi canna!

Li corna đi li parenti …nun šu’ `nenti!
Li corna di la muġğheri su’ corna veri …
            e`faňu piġğhiari lu fríđdu e la frevi!

   E fu proprio a questo punto che Turiđdu tornò a sentire un brivido gelido, che partito, sempre dall’álluce del piede sinistro, gli congelò ancora il midollo spinale facendogli irrigidire tutti i muscoli. “Che fosse l’effetto di quell’acqua ghiacciata di quell’autunno precoce?” pensò fra sé Turiđdu.

   Adesso il nostro candidato al concorso per merito distinto pensa che forse sta esagerando. E mentre cerca di minimizzare i fatti, sempre guardandosi allo specchio, sviluppa tutta una serie di ragionamenti serrati ed inesorabili nella loro consequenzialità, per montare una catena logica di tipo deduttivo, del tutto simile a quella usata nella sillogistica aristotelico-tomistica, tanto per capirci. Il ragionamento procedeva grosso modo, così. Seguiamolo insieme.

Davanti allo specchio:
 “Monòlogo di Turiđdu”

1°. Nessuno può mettere in dubbio che “tutte” le donne sono puttane. (Premessa maggiore del sillogismo)

2°. È risaputo, però, che da questa privilegiata categoria bisogna escludere la propria madre, la propria sorella e…la propria moglie!  (Premessa minore del sillogismo)

3°. Se ne deduce, dunque (e il ragionamento è chiaro, limpido, cristallino e trasparente come l’acqua) che le corna non possono mai… mai! attecchire all’interno della nostra propria famiglia. (…e qui si conclude il sillogismo)

Magnìficở!Štu.pendõ!
Potenzẩ della lỡgica!?
Acudèza ỷ Arte de Ingẻnio!

   Ma quale cosa più bella, più preziosa, avrebbe potuto donare Dio all’uomo? …La logica …il ragionamento … ché, si badi bene, non è proprietà degli animali, ma qualità che compete solo all’essere pensante, che è l’uomo, che per ciò si distingue dalle bestie. La Ra.gi.o.ne! … Questo strumento magico, vero e proprio manipolatore. e. trasformatore della realtà, in virtù del quale il bianco può diventare nero, e ciò che è tondo può diventare quadrato; e conseguentemente, ciò che è sbagliato,  ipso facto, può essere corretto; e ciò che è storto, voilà, può diventare diritto. Basta aver fede in lei ... nella Logica… nella Ragione! E Turiđdu aveva molta fede nella ragione!

   Con ciò, non si vuole dire che le corna non esistano! Le corna “e-si-sto-no!” come no!

Ma, non ci competono!
Non sono cose che ci toccano…
Non ci riguardano!

   Certamente il fatto in sé, cioè che uno sia `becco, può essere pensato, supposto, magari ipotizzato in sede puramente discorsiva, ma solo come possibilità molto remota, da far rientrare nel calcolo delle probabilità. In questo caso (ma solo in questo caso!) Turiđdu si sente disposto a poter accondiscendere, a poter addivenire, a poter fare suo il ragionamento. Ma, anche dissertando sulla “ipotesi” si sente affluire il sangue alla testa. E masticato appena fra i denti, ripete a se stesso che non è giusto, minçhia! non è corretto che qualcuno possa approfittare della sua Concettina, e con uno scatto amaro esclama:

 Iu simìnu  ’a lattuca
            e ’n-autru si manćia  ’a ’nšalata!

 Şparagnu a`mò muġğheri ’nti lu lettu
            e àutru si la`godi a lu`ruvèttu!

e sbattè la porta dietro di sé uscendo.

  A pranzo, non mancò di osservare con la coda dell’occhio la brava Concettina, che le parve, anzi, un po’ sfrontata e quasi euforica. Tutto nel suo comportamento sembrava dire:

Ştúppa mi đasti e ştúppa  ti filai!

   Turiđdu avrebbe voluto aprire il discorso, dire che che nella vita aveva sempre fatto il suo dovere, che non si era mai tirato indietro, ma si rese conto che la cosa non aveva senso, lui sapeva che la muġğheri víziùsa `cu lu maritu sa la şcusa, come pure che cu’ sapi fínćiri sapi tínćiri. Per questo, pensò di sorvolare, di lasciar cadere la questione, e rimase a mangiare in silenzio, con lo sguardo che girava a vuoto in quel piatto di fave bollite.

  
22. Níu! Níu!
                 Cu nuň è `curnǚtu
                            …è fíġğhiu ‘i `Điu!


   Finito di pranzare, Turiđdu pensò di fare quattro passi, tanto per distrarsi. Ma, come si dice…? la lingua batte dove il dente duole, il pensiero, come l’ago della bussola, per quanto girato e rigirato in tutte le direzioni finiva sempre per ritornare sullo stesso punto.

   Un gruppo di ragazzini che si inseguivano fra loro gli tagliò la strada. E quando si fu allontanato, gli sembrò di udire una strana tiritera, ripetuta in coro e ad alta voce:

           Níu, níu, cu nuň è`curnùtu è `fíġğhiu ’i `Điu!  
           Níu, níu, cu nuň è`curnùtu è `fíġğhiu ’i `Điu!

   Che ce l’avessero con lui? – pensò fra sé Turiđdu -. Ma poi si convinse di aver sentito male e continuò per la sua strada, diretto ora da suo cugino ’Ntò, il figlio di sua zia Minìçċhia, che in fatto di corna aveva una certa esperienza. Ma ’Ntò, che con l’età era diventato più saggio, dapprima fu molto vago, si tenne sulle generali.

Lui sapeva bene che…

Parrari pícca e`véştiri đi pànnu
            mai a lu munnu fíçiru`dānnu!

Acqua cunšiġğhi e`sali
senza ađdummannati nun ni đari!

e ancora

        Fra maritu e`muġğheri nun ci mintiri peđi,
          fra muġġheri e`maritu nun ci mintiri jitu!

   Anche perché i litigi fra marito e moglie prima o poi si risolvono felicemente:

      Li sciarri ’ntra maritu e`muġğheri
                  passanu`ni lu lettu.

   Ma, cionondimeno, alla fine si decise per il meglio, d’altro canto Turiđdu era suo cugino. E per prima cosa cercò di confortarlo, facendogli notare che

     Cu’ pri`picca, cu`pr’assai
                tutti avemu li noşŧŕi`guai!

   e, purtroppo,

Guai e`peni / cu l’havi si li teni!

   D’altronde si sa che in questo mondo infame,

A li proviri e a li şvinturati
            ci çhiovi ’nta lu culu anchi assittati!

E comu đissi lu sceccu a lu mulu,
            nascemmu `pi `đari culu!

e pertanto non resta che piegarsi alla sorte, ponendosi dolcemente ad angolo retto, cu lu culu a`ponti,  per assecondare i disegni del destino, e magari fare appello alla rassegnazione: 

Paçienzia`ci voli  a li `burraşchi
            ca nun si mancia`meli senza muşchi!

Li đinari vannu  e vennu,
            ma li corna sempri críscinu!

e lui, ‘Ntò, su questo argomento era abbastanza prepa-rato!  E sapeva molto bene che…

Corna  e`vastunati, cu l’avi si li porta.

   E mentre ‘Ntò faceva, le sue realistiche considerazioni, Turiđdu diventava sempre più scuro, sempre più cupo in volto. Il cugino comprese di aver calcato troppo la mano e cambiò argomento. “Ma perché prendersela tanto? … la vita è breve e bisogna goderla” – disse ‘Ntò al cugino, che lo guardava negli occhi con lo sguardo assente - “Bisogna farsi coraggio!” - continuò ‘Ntò, - e gli canticchiò addirittura la canzoncina che aveva appreso durante il se.vizio” di leva, quella che diceva:

Se oggi seren non è
doman seren sarà
      se non sarà seren
            si rasserenerà!

   E poi – sentenziò ‘Ntò – bisogna vedere se uno è veramente cornuto, perché

Lu veru curnutu
            havi la teşta comu ’n-šalici putātu!”
e lo fece mettere in controluce per vedere se il disegno delle corna richiamasse l’idea di un salice. “E se anche fosse – aggiunse ancora il cugino – ci sono rimedi e sistemi per cacciare via l’indesiderato male”, bastava fare una dieta a base di lumache, come lui stesso aveva sperimentato a suo tempo; perché si sa che,

Cu’ mancia `babbaluci, caca`corna!

   E pian piano il cugino diventò anche euforico, e disse che non tutti i mali vengono per nuocere perché…

Li corna sunu sicchi
            ma mantennu ’a casa grassa.

   Fece presente tutti i vantaggi, grandi e piccini, del nuovo status sociale, al quale era salito grazie ai riconosciuti meriti della buona Concettina. E glieli enumerò tutti, uno dopo l’altro, questi vantaggi. E gli disse che, tanto per cominciare, entrava nella categoria dei benvoluti, che sono solo tre in tutto il mondo:

Ŧŗi sunu li beni voluti:
            `buffùna,`ruffiàni e`curnùti!

   E non basta!, poiché solo chi ha le corna non corre pericolo che il tetto di casa o la volta celeste possano cadergli in testa, perché …

Lu curnutu teni lu tettu ( e ’u çelu)…
           `cu ’i corna!
           
   Vantaggi immensi, ai quali bisogna aggiungere dulcis in fundo, che siffatta condizione privilegiata tonifica il sistema nervoso. Difatti si dice:

            Đisietti curnutu ca la paçienzia ti veni!

   A tutto ciò – continuò ‘Ntò, ormai preso da una irresistibile foga oratoria – a tutto ciò bisogna ancora aggiungere che proprio lui, Turiđdu, in caso di pronunciata ramificazione delle corna poteva aspirare anche al premio Nobel. Ma in questo caso è necessario che il consenso popolare sia totale, plebiscitario, e che tutti siano concordi nel dire:

            Havia ni la teşta`çhiú`corna ca capiđdi!

Corna`n’havìa quantu ’n-túmmĭnu
’i vavaluçeđdi latini!

e tutto questo alla faccia degli invidiosi che non potendo aspirare a tanto vanno ripetendo:

Chi `bella sorti haňu li curnuti,
           ca senza siri`re su’ ’ncurunāti!

  Questo in sintesi il succo del discorso di ’Ntò.
  
   E mentre quest’ultimo parlava, il viso di Turiđdu tornava a distendersi, a rischiararsi, mentre gli occhi si illuminavano e riprendevano la consueta vivacità.

   Alla fine, però, ’Ntò chiese al cugino se aveva fatto la prova del sole. “La prova del sole? – fece TuriđduE che cos’è?”. ’Ntò stava per rispondere quando un coro di voci si levò dall’alto dei cieli:

Coro 

Lu vôi sapiri cu nuň havi corna?
            cu s’affaccia  a lu suli e nun fa ummira!

In quel momento, però, una nuvola si fermò dispettosa davanti al sole, e al nostro non più giovane amico non rimase che dirigersi lentamente verso casa ruminando fra sé, come il crasto-`bécco  di suo zio Angelino:

Nenti mi ’mporta se`sugnu curnutu
            `başta ca manćiu e`sugnu viştutu!

           Per omnia saecula saeculorum


Amen

Oremus!
                                                
   Qui finisce la storia di Turiđdu e di Cuncittina, anche se i vicini di casa e gli amici tutti, trovarono da ridire sulla ponderata decisione del nostro eroe.

   Poeti e cantastorie, poi, in aeternam rei memoriam, così de-cantarono i meriti del nostro Turiđdu:



   Curnutu, chi tò paŧŗi havìa li corna,
           e di tò nanna li corna tinìa.
           Quannu nascişti tu çhiuvèru corna,
           e ’n-launàru đi corna şcurrìa.
           La tò naca e lu lettu fořu corna,
          ’ntra corna e corna nutricaru a`tia:
           vantari ti`ni poi, çhianca đi corna,
           nun`c’è `curnutu pariġğhiu đi tia.

       
   Cornuto, ché tuo padre era cornuto / e di tua nonna teneva le corna / quando nascesti tu, piòvvero corna dal cielo/ e un torrente di corna scorreva / la tua culla e il tuo letto furono fatte di corna / non c’è cornuto che può reggerti al confronto.

(L. Vigo, Raccolta amplissima, n. 4371, p. 616)

                                                 Gino Carbonaro 

 Dal 21° capitolo de "La Donna nei Proverbi siciliani", Thomson Press, Oxford 2003  























2012/03/09

Argentinean Historical Tangos (1902-1929) Gino Carbonaro Musica

Gino Carbonaro
 interpreta 
Argentinean Historical Tangos

Questi gli URL


01 - Guapo Y Baron - (E. Delfino - 1920) --> http://youtu.be/jjfiGPFlJvw


02 - Tengo Miedo - (J. Aguilar - 1912) -->      http://youtu.be/VCoWJM2mECQ

03 - El Otario - (G. Metallo - 1907) -->            http://youtu.be/a_8xMQ9BX2Q

04 - Cata - (J.Fuster - 1914) -->                         http://youtu.be/ro491mYDN5w

05 - Gallo Ciego - (A. Bardi - 1919) -->           http://youtu.be/AnK_q95vG5o

06 - El Apache Argentino - (M. Aròztegui - 1919)
                                                                           -->       http://youtu.be/n8eAKdMAf6k

07 - Dinamita - (E. Arolas - 1912) -->              http://youtu.be/rxnkthw5GlA

08 - El Cachafaz - (M. Aròztegui - 1921) -->  http://youtu.be/Zy3WIioqY74

09 - Boedo - (J. De Caro - 1920) -->                   http://youtu.be/xfBd3mx1oTA

10 - El Choclo - (A. Villoldo - 1903) -->           http://youtu.be/H8BwSPvJjCE

11 - A Media Luz - (E. Donato - 1929) -->       http://youtu.be/4YNMTCqkzyw

12 - Caminito - (J. de Dios Filiferto - 1931)   http://youtu.be/Ft4-woUoziw

13 - La Cumparsita - (M. Rodriguez - 1917)  http://youtu.be/XXBXZkikvSo
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2012/03/08

Igiene sociale nella Sicilia di un Tempo

    Consuetudini igieniche 
     nella Sicilia di una volta 
                                              (Scheda n. 37  da "La Donna nei Proverbi Siciliani)         

                                                   di      Gino Carbonaro  

      La storia ufficiale non si interessa di igiene, gabinetti o  fognature, ma c’è da dire che nei tempi antichi il contenuto dei cantri-catusi veniva di buona mattina svuotato nelle strade. Chi si trovava in giro per il paese, lontano dalle campagne, per risolvere un piccolo o grande problema personale, si serviva del primo angolo che dava il conforto di una privacy

     Preferiti da questi “battitori liberi” erano ponti riparati, sottoscale, scorciatoie di strade poco battute: fantasia e bisogni facevano il resto. Per questo, chi possedeva un palazzo, teneva ben chiusi i portoni e là dove si creavano angolini naturali all’esterno delle case, faceva sistemare delle sbarre di ferro curvate e spinellate, per evitare che i posticini diventassero luoghi di deposito. 

     Andar per città, significava  essere ad ogni piè sospinto offesi alle nari da un odore acre di "urèa áurea" (pisciazza) 
e di elementi organici in decomposizione

    Si aggiunga che, in una società agro-pastorale, città e case accoglievano migliaia di animali domestici: asini, cavalli, muli, quindi galline, maiali, capre, pecore, gatti, topi e chi più ne ha più ne metta, ed è facile immaginare quanti rifiuti organici venissero quotidianamente depositati per le strade. 

     Le città murate ne erano i contenitori. D’estate, l’aria viziata diventava irrespirabile, ma abitando i piani nobili delle case, i ricchi usufruivano delle brezze e limitavano i danni. Soprattutto per questo i nobili andavano in campagna d’estate, per respirare un po’ d’aria "fine" (si diceva così). Da ricordare, infine, che per fare i complimenti ad una casa, qualora non si sentissero miasmi, si diceva: “Che bella aria fina che c’è qui!”

   In tempi più vicini a noi, in alcune città della Sicilia fu organizzato un servizio simile a quello della odierna nettezza urbana: tutte le mattine passava un carro su cui era stata installata una botte fornita di bòtola soprana. 

Carro-botte adibito al  trasporto 
dei rifiuti organici. 
Primo esempio di fognatura mobile.
Operatore ecologico in azione
(Fotografia preziosissima e rara)
Autore sconosciuto 



     Il conduttore del carro era fornito di trombetta o di "brogna", come un precòne,[1] e regalava, all’angolo di ogni strada, qualche  squillo. 

      Le donne avvisate dal suono, o forse anche dall’inconfondibile tanfo che sprigionava dal carro-botte, abbracciavano il catuso sul quale era posta una tavola a mo’ di coperchio e, messe disciplinatamente in fila, lo porgevano con candida disinvoltura all’operatore ecologico, che lo svuotava dentro la botte, mentre faceva i suoi immancabili commenti. 

     Nel "catusu" c’era tutto l’elaborato della giornata, tranne carta igienica che i Siciliani conobbero solo dopo la seconda guerra mondiale. Il carro-botte, rappresentava un fatto di estrema civiltà e una occasione che consentiva alle nostre Concettine di vivere l’unico momento sociale della giornata, quello durante il quale era consentito allontanarsi di qualche metro e per qualche minuto dalla casa. 
                            
    In tempi più recenti, furono istituiti i gabinetti pubblici per consentire a tutti di svuotare i contenuti in qualsiasi momento della giornata. All’interno del gabinetto-lavatoio c’era un filo d’acqua che scorreva da una fontanella sempre aperta e una lampada da 1 watt (l’equivalente di una lucerna) sempre accesa. La consuetudine a fare quella che in gergo era chiamata “pulizia”, si spostò alla sera, o per meglio dire, all’imbrunire. Ma, vediamo come si verificava l’evento. Cerchiamo di immaginare la scena della quale chi scrive ha memoria diretta. 

     Mentre tutti i bambini giocavano fuori, una madre chiamava la maggiore delle figlie: “Cuncittiiina!” La figlia capiva, e ubbidiente lasciava il gioco per entrare in casa, dove la madre consegnava il catuso per andarlo a svuotare. La bambina lo abbracciava con attenzione e partiva seguita da un nugolo di altri bambini, che avevano nel frattempo smesso di giocare e  le facevano compagnia: una sorta di processione sacra, gioviale, spettrale anche, perché si verificava quando le luci del giorno stavano per andare via.

     All’interno dello svuotatoio pubblico, però, entrava solo Concettina. I bambini che restavano all’esterno, sentivano i rumori degli interni versati e dell’acqua che sciacquava il catuso, mentre tutti cercavano di trattenere il respiro. 

In Carrube e Cavalieri, Raffaele Poidomani rievoca lo stesso episodio nel racconto Il paese delle terrazze. Ecco il racconto.  "Dal momento – dice lo scrittore - che la capacità ricettiva ed espulsiva dello stomaco aristocratico era abbastanza rilevante, giungeva in aiuto il soccorso della Gna Ninfa. Essa appariva nell’ora tarda, verso la mezzanotte, o anche un po’ prima , l’ora cupa del brivido e dei sortilegi; si soffermava a distanza dalla soglia delle abitazioni, e tendeva la braccia, pronta ad iniziare la sua fatica. Caricava così il pesante vaso di Caltagirone dove la famiglia aveva accumulato i residui di pastasciutta con melenzane, contorni di peperoni e caponatina; aveva stratificato le fritture di gamberi e triglie, i liquori e i dolciumi offerti sulle terrazze, tutto ciò che insomma era stato rinunciato nelle ventiquattro ore dai succhi gastrici. Di vasi, talvolta ne prendeva perfino due, e si dirigeva agli scogli dove scaricava gli interni. Per tale bisogna, le si davano quattro soldi; era scalza, e la sua notte era fatta di fogna, una notte di cloaca, un buio di tombino, durante il quale attraverso la pulizia delle anfore preparava i villeggianti a più nuove e ardite gozzoviglie. Mai la incontrai di giorno; ancora mi appare così, con i capelli scarmigliati di un bianchiccio diarroico, in una lacera veste, e sempre di notte, con le braccia ripiegate in quell’osceno abbraccio, l’unico amplesso al quale penso, si fosse mai donata, lei, donna, per quattro soldi”.        



Atmosfere del passato's photo.

Una donna siciliana pulisce il "Catuso",
gabinetto dell'epoca, davanti la porta di casa.

Documento fotografico prezioso
giuntoci via FaceBook

Autore della foto sconosciuto


La consuetudine di svuotare i vasi da notte nelle strade era in vigore anche ad Atene al tempo di Socrate. Del sommo filosofo si racconta che andando una volta per le strette e tortuose strade della città in ore antelucane, si era visto inondato da una di queste provvidenze! Può sembrare incredibile, ma gettare fuori di casa i residui organici della notte era, per i tempi, un atto di civiltà, se si pensa che per millenni, forse, l’uomo ha utilizzato come gabinetto lo stesso luogo dove le bestie (che all’epoca dormivano nella stessa abitazione dell’uomo) facevano i loro bisogni.

Questo atto di “civiltà” era invece sconosciuto nel xvii sec. nel castello di Versailles per il quale gli architetti non avevano previsto posticini adibiti a funzione igienica. Così, Re e Regine, principi e principesse, conti e contesse, svegliandosi al mattino, scendevano dal letto e subito lì accanto, sul pavimento di marmo, accompagnate dal suono delle scoregge, svuotavano budella e vesciche . Il tutto? 
Sarebbe stato ripulito dai servi!




[1] Precòne o precòvio era detto il banditore pubblico. 
[2] Nel gergo siciliano, “uomo di rispetto” è uno che dà ordini (capo, leader) che detta leggi che devono essere rispettate. Chi sgarra, di fatto non rispetta il dettato dell’uomo di rispetto e perciò paga. La punizione è sempre esemplare.

Igiene nei tempi antichi Catusu, Cantru, Silletta


Antenati del Gabinetto

Catùsu, cántaru, cànŧŕu, cascìtta, silletta

                                                                                               
                                                                                           di Gino Carbonaro




   Catùsu (a Modica), cántru (a Ragusa), cantarèđdu (vezzeggiativo), cascìtta (a Comiso), sillètta (a Scicli), cántaru (altrove), era il gabinetto “portatile” di una volta. Raffaele Poidomani - si è detto - lo definisce “espressione di una fognatura mobile”; per Parini erano “spregiate crete”; ma l’idea doveva essere buona e l’attrezzo funzionale, se qualcosa di molto simile è stato creato apposta per i moderni roulottisti, che pure si degnano di usarlo. Il catusu-canŧŕu classico è un recipiente fatto di argilla smaltata dall’altezza approssimata di cm. 35, che ricorda vagamente quella di un cappello a cilindro capovolto, con i bordi dolcemente slabbrati (per agevolare l’adesione e la concentrazione del fruitore), sotto i quali si trovavano quattro (a volte otto) orecchiette rotonde (anse, manici) che ne impreziosivano la forma, ne agevolavano la presa e quindi gli spostamenti, senza perciò temere il pericolo che potesse scivolare di mano.
                                       
Cantru-Catusu

      Detto “c-c”, questo attrezzo giustamente degno di minzione, era destinato al contenimento dei residui biologici liquidi e semisolidi, e veniva tenuto in casa, generalmente sotto il letto, o in una stanzetta a parte (ove questa ci fosse stata). Il catusu-cantru era usato generalmente dalle donne, dal momento che gli uomini, alla bisogna, si servivano di riservati posticini all’aria aperta. Così ci è stato raccontato, e così è riportato in un indovinello siciliano: Ogni ġğ-jôrnu all’ammucciuni fazzu visita ’nta `l’ôrtu/ Lassu `đà lu caviġğhiuni/ Lu pirtùsu mi lu pôrtu. [1] (trad. Ogni giorno mi reco di nascosto nell'orto, lascio lì il malloppo, ma il buco me lo porto).
   
     Famoso era all’epoca il modo di dire: “Ruppi ’u catusu” “Rumpişti ’u catusu”  (trad. Ha rotto il catuso!" Hai rotto il catuso) che si esclamava  quando una persona rompeva i delicati equilibri di una discussione affermando assurdità o anche arrabbiandosi. 

     Rompere il canŧŕu-catusu di ceramica di Caltagirone era possibile, e quando ciò accadeva era una sventura, in specie se era pieno. Proprio per questo, a Ragusa era abitudine usare secchi di latta  in luogo del canŧŕu-catusu di argilla cotta.  

     Il catuso-cantro - si è detto - era parte dell'arredo casalingo, tenuto in uno stanzino adibito alla bisogna nelle case dei ricchi, e comunque non in vista  negli abituri della povera gente. Ma, di necessità, doveva essere svuotato fuori, e questo avveniva in tanti modi. Se l'abitazione era vicina al mare, le donne di casa svuotavano tutto fra gli scogli, generalmente a ora tarda, di sera. Se le case erano nelle vicinanze di una campagna, il problema era ridotto. Se la casa era dentro l'abitato,  si utilizzavano gabinetti pubblici dislocati in varie parti del paese. Il lavoro poteva essere fatto anche dalla bambina più giudiziosa della famiglia che, di solito all'imbrunire, veniva incaricata dalla madre di attendere al delicato transfer. La bambina poi, se grandicella, poteva essere accompagnata dai bambini con cui stava giocando e che per questo sospendevano il gioco. 

     Lo scrittore Maltese, modicano della prima metà del Novecento, descrive un pozzo realizzato dal Comune ai bordi della città, dove le donne andavano quotidianamente a svuotare il catuso. Il problema serio sorgeva quando il pozzo si riempiva, l'Amministrazione comunale non provvedeva a svuotare e il materiale versato fuoriusciva fuori.   



Sistema primitivo di fognatura mobile.
Il contenuto svuotato nel carro
è quanto veniva raccolto veniva raccolto 
nel "Catuso-Cantro" durante la giornata. 


[1] Ogni giorno, di nascosto, vado nell’orto: lascio lì il punteruolo (cavicchio, piòlo o punteruolo è lo stronzo) ma il buco lo riporto.

2012/03/06

Malta da scoprire


  • MALTA 
  • da scoprire
  •                                                                 
                                                            di  Gino Carbonaro


  • Oggi parleremo di Malta.
  • Di quello che accade presso questi nostri vicini di casa.
  • Vicini, perché Malta è geologicamente parte della Sicilia (placca continentale iblea)  
  • Vicini, se si pensa che Malta è a poco meno di due ore di Katamarano dalla costa siciliana (stessa distanza  che ci separa da Catania).
  • Vicini, perché questo piccolo arcipelago di isole e isolotti ha avuto per secoli una storia simile a quella della Sicilia
  • Ha avuto gli stessi dominatori di turno:
  • Fenici (mille anni prima di Cristo) Greci, Romani, Cartaginesi, Vandali, Bizantini, Arabi, Normanni, Angioini,
  • Ma va ricordato che, dal 1380 al 1400, Malta fece parte integrante della Contea di Modica, e 32 titoli nobiliari concessi da Bernardo Cabrera nel 1400 esistono tuttora a Malta e, I Maltesi ne vanno fieri.
  • La storia di Malta è stata affiancata alla nostra fino al 1530, anno in cui Carlo V, Imperatore dei due Mondi, la concesse in usufrutto perenne ai Cavalieri di Rodi, già Cavalieri di San Giovanni d’Acri, che per questa investitura  presero il nome di Cavalieri di Malta.
  • Il motivo di questa concessione era semplice.
  • Dopo la caduta di Costantinopoli (1453) il Mediterraneo era diventato un lago musulmano, impraticabile per la presenza di quelli che in Sicilia erano detti Saraceni,. E, siccome  i Cavalieri di Malta erano un ordine religioso-cavalleresco, diciamo religioso e militare nello stesso tempo,  la concessione di Malta a questo ordine rappresentava la creazione di una testa di ponte avanzata per il controllo del Mar Mediterraneo. E non era fatto di poco conto.
  • In realtà, malta diventò un baluardo del Cristianesimo contro la pressione Ottomana.
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  • Il fine di questo Ordine cavalleresco-religioso era la difesa delle fede cristiana contro i Musulmani.
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  • Non va dimenticato, che Malta è stata da sempre una roccaforte di notevole importanza strategica. Malta, come la Sicilia si trovano al centro del Mediterraneo.
  • La concessione di Carlo V fu quindi politicamente azzeccata, tant’è che 35 anni dopo, nel 1565 i Cavalieri di Malta riuscirono a rigettare un poderoso attacco di Turchi, che per quattro mesi assediarono l’isola. Fu questo il grande assedio di Malta.
  • (I Cavalieri di Malta non tradirono le loro aspettative).
  • Anche per i Turchi, Malta rappresentava il grande baluardo della Cristianità e per questo fu attaccato con un esercito che da andava da 22.000 fino a 40.000 soldati (a seconda deicalcoli) mentre le truppe dei Cavalieri di Malta erano 6.800 in tutto.
  • 250 fra triremi e biremi dell’impero Ottomano, una delle più grandi armate, mai viste sino ad allora, attaccarono i Maltesi asserragliati nelle loro roccaforti, forniti di tecnologie belliche d’avanguardia: archibugi tedeschi a lunga gittata, armature leggere di acciaio su misura, fuoco greco (poltiglia incendiaria di pece, zolfo, calce idrata, salnitro e nafta che veniva scagliata sulle navi e sui soldati che tentavano l’assalto alle mura delle roccaforti) che rendevano  difficile l’assalto alle roccaforti e veniva usato per incendiare le navi turche.
  • La vittoria dei Cavalieri di Malta sulle forze Ottomane, fu quella che fece decidere le forze cristiane ad organizzare la Lega Santa la più grande coalizione di forze navali mai viste che affronterà e vincerà i Turchi nella battaglia di Lepanto (Golfo di Corinto, ottobre del 1571)


1798. Francesi e Inglesi a Malta  

  • Dal 1530 sino alla fine del Settecento, l’isola rimase (per circa tre secoli) sotto il governo dei Cavalieri di Malta. Nel 1798, la flotta di Napoleone Bonaparte, che transitava per andare in Egitto, espugnò il porto di La Vallette e quindi Malta.  
  • I Cavalieri di Malta in realtà cedettero l’isola (capitolarono in un solo giorno) soprattutto perché 200 dei 300 cavalieri di Malta, erano francesi, (ed essendo cristiani, si disse non potevano combattere contro i cristiani)
  • Ma, quella dei francesi fu una vittoria sulla carta. Difatti, poche settimane dopo, l’isola fu “liberata” (fra virgolette) dagli Inglesi di Nelson, che però non andarono più via da Malta.
  • Il Congresso di Vienna nel 1815 ratificò la occupazione, i Cavalieri di Malta furono costretti ad andare via. Malta entrò a far parte del Commonwealth britannico.
  • Di fatto, Malta sarà parte dell’Impero britannico fino al 21 settembre 1964 (il 21 settembre, oggi festa nazionale) quando diventerà Stato indipendente.  
  • Dal 2004, Malta fa parte della Comunità Europea.
 Malta e la cultura britannica

Ovviamente, i quasi due secoli di dominio britannico hanno lasciato il segno in questo popolo. Per prima cosa
  • L’adozione della lingua inglese come seconda lingua, studiata da sin dalla prima classe elementare.  
  • Adozione a pieno titolo della lingua inglese, perché molti libri adottati nelle scuole sono in lingua inglese.
  • Inglese che tende a sostituire lentamente la lingua maltese, che pure è quella che rappresenta l’identità nazionale.
  • Sul braccio di ferro che si combatte fra le due lingue (Inglese e Maltese) un segno poco edificante è dato dal fatto che la classe elevata tende ad adottare l’inglese anche in famiglia, “evitando” di parlare il Maltese. Un po’ come accade a noi con la lingua italiana.
  • Certamente, però, l’inglese diventa lingua veicolare importante per il cittadino maltese che vuole continuare i suoi studi in Gran Bretagna, e un valore aggiunto per il turismo che oggi sostiene l’economia maltese.

Percezione personale

  •  
  • Dunque, vicini di casa e parenti prossimi, questi Maltesi, dai quali, erroneamente, qualche volta riteniamo di poter prendere  le distanze, ritenendo i Maltesi culturalmente risultato di culture diverse dalla nostra.
  • Li rende soprattutto diversi il bilinguismo, l’uso del maltese come lingua a noi estranea, lingua che appartiene al gruppo semitico, come l’arabo e l’ebraico, lingua che alle nostre orecchie giunge  strana per l’accento, per le parole, fra le quali sono presenti il 20% di parole italiane.
  • Poco conosciuti, sebbene vicini, perché non si riesce a capire come vivono o sopravvivono in questo loro reale benessere sociale,
  • come hanno potuto, loro, che sono poco meno di 400.000 abitanti aver messo su una flotta aerea, la Air Malta di respiro internazionale, collegata con tutte le parti del mondo, per giunta con bilancio in attivo,
  • come hanno potuto, proprio loro mettere in mare un Katamaran, gioiello della tecnica navale, in servizio da un anno, e commissionato nei cantieri navali australiani,
  • e come può questo popolo essere l’unico Stato della Comunità Europea, che in periodo di crisi economica mondiale, fa registrare la piena occupazione, un bilancio dello Stato in pareggio, e il PIL di 24.000 euro pro capite?

Inviato speciale a Malta

Insomma, siamo curiosi di saperne di più su Malta, e per questo abbiamo colto l’occasione per fare un salto (o una nuotata) a Malta, per cercare di capire meglio
  • come è organizzata questa società, questa micro-struttura sociale,
  • come funziona il governo,
  • come sono i rapporti tra governo e cittadini,
  • capire se chi detiene il potere governa bene per il bene dei cittadini.
  • E ci rendiamo subito conto che qualcosa di diverso esiste nel rapporto fra politica e cittadini.
  • La prova del nove è data dal fatto che al momento delle votazioni si reca a votare il 94% dei cittadini, con punte del 96%.
  • Cercando di interpretare i dati ci sembra di capire che il cittadino maltese sa a chi è destinato il suo voto, può misurare lo spessore professionale e morale della persona (uomo-donna) a cui dà il voto.
  • Ma è soprattutto difeso dalla struttura parlamentare e da una etica mista fra puritanesimo e cattolicesimo. I Maltesi sono statisticamente molto cattolici.

Dai contatti avuti con intervistati, pare che nessun cittadino abbia da recriminare sulla gestione della Cosa Pubblica e pare ancora che gli  Amministratori della Cosa Pubblica gestiscono il tutto per il bene della collettività.

Né alcuno dei Rappresentanti del Governo Maltese è stato mai costretto a presentarsi davanti a un Magistrato per rispondere di scandali di vario genere: sottrazione indebita (truffa), interessi privati in atto pubblico, immoralità della vita privata, e così via.


  • Si pensi alle grandi decisioni politiche: alla creazione dei grandi impianti di desalinizzazione delle acque marine, che hanno risolto uno dei problemi dell’isola.
  • Si pensi ancora alla progettazione di un grande impianto che dovrà sfruttare le correnti sottomarine per lo sviluppo di energia elettrica. Ed è progetto che, vista la serietà dei Maltesi potrebbe essere realizzato nel prossimo decennio. E sarebbe uno dei primi nel mondo.

Per  questo e per altri motivi potremmo pensare che Malta è, socialmente e politicamente parlando, il Paese di Utopia, quello descritto e auspicato dal filosofo inglese Tommaso Moro.