2012/03/08

Igiene sociale nella Sicilia di un Tempo

    Consuetudini igieniche 
     nella Sicilia di una volta 
                                              (Scheda n. 37  da "La Donna nei Proverbi Siciliani)         

                                                   di      Gino Carbonaro  

      La storia ufficiale non si interessa di igiene, gabinetti o  fognature, ma c’è da dire che nei tempi antichi il contenuto dei cantri-catusi veniva di buona mattina svuotato nelle strade. Chi si trovava in giro per il paese, lontano dalle campagne, per risolvere un piccolo o grande problema personale, si serviva del primo angolo che dava il conforto di una privacy

     Preferiti da questi “battitori liberi” erano ponti riparati, sottoscale, scorciatoie di strade poco battute: fantasia e bisogni facevano il resto. Per questo, chi possedeva un palazzo, teneva ben chiusi i portoni e là dove si creavano angolini naturali all’esterno delle case, faceva sistemare delle sbarre di ferro curvate e spinellate, per evitare che i posticini diventassero luoghi di deposito. 

     Andar per città, significava  essere ad ogni piè sospinto offesi alle nari da un odore acre di "urèa áurea" (pisciazza) 
e di elementi organici in decomposizione

    Si aggiunga che, in una società agro-pastorale, città e case accoglievano migliaia di animali domestici: asini, cavalli, muli, quindi galline, maiali, capre, pecore, gatti, topi e chi più ne ha più ne metta, ed è facile immaginare quanti rifiuti organici venissero quotidianamente depositati per le strade. 

     Le città murate ne erano i contenitori. D’estate, l’aria viziata diventava irrespirabile, ma abitando i piani nobili delle case, i ricchi usufruivano delle brezze e limitavano i danni. Soprattutto per questo i nobili andavano in campagna d’estate, per respirare un po’ d’aria "fine" (si diceva così). Da ricordare, infine, che per fare i complimenti ad una casa, qualora non si sentissero miasmi, si diceva: “Che bella aria fina che c’è qui!”

   In tempi più vicini a noi, in alcune città della Sicilia fu organizzato un servizio simile a quello della odierna nettezza urbana: tutte le mattine passava un carro su cui era stata installata una botte fornita di bòtola soprana. 

Carro-botte adibito al  trasporto 
dei rifiuti organici. 
Primo esempio di fognatura mobile.
Operatore ecologico in azione
(Fotografia preziosissima e rara)
Autore sconosciuto 



     Il conduttore del carro era fornito di trombetta o di "brogna", come un precòne,[1] e regalava, all’angolo di ogni strada, qualche  squillo. 

      Le donne avvisate dal suono, o forse anche dall’inconfondibile tanfo che sprigionava dal carro-botte, abbracciavano il catuso sul quale era posta una tavola a mo’ di coperchio e, messe disciplinatamente in fila, lo porgevano con candida disinvoltura all’operatore ecologico, che lo svuotava dentro la botte, mentre faceva i suoi immancabili commenti. 

     Nel "catusu" c’era tutto l’elaborato della giornata, tranne carta igienica che i Siciliani conobbero solo dopo la seconda guerra mondiale. Il carro-botte, rappresentava un fatto di estrema civiltà e una occasione che consentiva alle nostre Concettine di vivere l’unico momento sociale della giornata, quello durante il quale era consentito allontanarsi di qualche metro e per qualche minuto dalla casa. 
                            
    In tempi più recenti, furono istituiti i gabinetti pubblici per consentire a tutti di svuotare i contenuti in qualsiasi momento della giornata. All’interno del gabinetto-lavatoio c’era un filo d’acqua che scorreva da una fontanella sempre aperta e una lampada da 1 watt (l’equivalente di una lucerna) sempre accesa. La consuetudine a fare quella che in gergo era chiamata “pulizia”, si spostò alla sera, o per meglio dire, all’imbrunire. Ma, vediamo come si verificava l’evento. Cerchiamo di immaginare la scena della quale chi scrive ha memoria diretta. 

     Mentre tutti i bambini giocavano fuori, una madre chiamava la maggiore delle figlie: “Cuncittiiina!” La figlia capiva, e ubbidiente lasciava il gioco per entrare in casa, dove la madre consegnava il catuso per andarlo a svuotare. La bambina lo abbracciava con attenzione e partiva seguita da un nugolo di altri bambini, che avevano nel frattempo smesso di giocare e  le facevano compagnia: una sorta di processione sacra, gioviale, spettrale anche, perché si verificava quando le luci del giorno stavano per andare via.

     All’interno dello svuotatoio pubblico, però, entrava solo Concettina. I bambini che restavano all’esterno, sentivano i rumori degli interni versati e dell’acqua che sciacquava il catuso, mentre tutti cercavano di trattenere il respiro. 

In Carrube e Cavalieri, Raffaele Poidomani rievoca lo stesso episodio nel racconto Il paese delle terrazze. Ecco il racconto.  "Dal momento – dice lo scrittore - che la capacità ricettiva ed espulsiva dello stomaco aristocratico era abbastanza rilevante, giungeva in aiuto il soccorso della Gna Ninfa. Essa appariva nell’ora tarda, verso la mezzanotte, o anche un po’ prima , l’ora cupa del brivido e dei sortilegi; si soffermava a distanza dalla soglia delle abitazioni, e tendeva la braccia, pronta ad iniziare la sua fatica. Caricava così il pesante vaso di Caltagirone dove la famiglia aveva accumulato i residui di pastasciutta con melenzane, contorni di peperoni e caponatina; aveva stratificato le fritture di gamberi e triglie, i liquori e i dolciumi offerti sulle terrazze, tutto ciò che insomma era stato rinunciato nelle ventiquattro ore dai succhi gastrici. Di vasi, talvolta ne prendeva perfino due, e si dirigeva agli scogli dove scaricava gli interni. Per tale bisogna, le si davano quattro soldi; era scalza, e la sua notte era fatta di fogna, una notte di cloaca, un buio di tombino, durante il quale attraverso la pulizia delle anfore preparava i villeggianti a più nuove e ardite gozzoviglie. Mai la incontrai di giorno; ancora mi appare così, con i capelli scarmigliati di un bianchiccio diarroico, in una lacera veste, e sempre di notte, con le braccia ripiegate in quell’osceno abbraccio, l’unico amplesso al quale penso, si fosse mai donata, lei, donna, per quattro soldi”.        



Atmosfere del passato's photo.

Una donna siciliana pulisce il "Catuso",
gabinetto dell'epoca, davanti la porta di casa.

Documento fotografico prezioso
giuntoci via FaceBook

Autore della foto sconosciuto


La consuetudine di svuotare i vasi da notte nelle strade era in vigore anche ad Atene al tempo di Socrate. Del sommo filosofo si racconta che andando una volta per le strette e tortuose strade della città in ore antelucane, si era visto inondato da una di queste provvidenze! Può sembrare incredibile, ma gettare fuori di casa i residui organici della notte era, per i tempi, un atto di civiltà, se si pensa che per millenni, forse, l’uomo ha utilizzato come gabinetto lo stesso luogo dove le bestie (che all’epoca dormivano nella stessa abitazione dell’uomo) facevano i loro bisogni.

Questo atto di “civiltà” era invece sconosciuto nel xvii sec. nel castello di Versailles per il quale gli architetti non avevano previsto posticini adibiti a funzione igienica. Così, Re e Regine, principi e principesse, conti e contesse, svegliandosi al mattino, scendevano dal letto e subito lì accanto, sul pavimento di marmo, accompagnate dal suono delle scoregge, svuotavano budella e vesciche . Il tutto? 
Sarebbe stato ripulito dai servi!




[1] Precòne o precòvio era detto il banditore pubblico. 
[2] Nel gergo siciliano, “uomo di rispetto” è uno che dà ordini (capo, leader) che detta leggi che devono essere rispettate. Chi sgarra, di fatto non rispetta il dettato dell’uomo di rispetto e perciò paga. La punizione è sempre esemplare.

Igiene nei tempi antichi Catusu, Cantru, Silletta


Antenati del Gabinetto

Catùsu, cántaru, cànŧŕu, cascìtta, silletta

                                                                                               
                                                                                           di Gino Carbonaro




   Catùsu (a Modica), cántru (a Ragusa), cantarèđdu (vezzeggiativo), cascìtta (a Comiso), sillètta (a Scicli), cántaru (altrove), era il gabinetto “portatile” di una volta. Raffaele Poidomani - si è detto - lo definisce “espressione di una fognatura mobile”; per Parini erano “spregiate crete”; ma l’idea doveva essere buona e l’attrezzo funzionale, se qualcosa di molto simile è stato creato apposta per i moderni roulottisti, che pure si degnano di usarlo. Il catusu-canŧŕu classico è un recipiente fatto di argilla smaltata dall’altezza approssimata di cm. 35, che ricorda vagamente quella di un cappello a cilindro capovolto, con i bordi dolcemente slabbrati (per agevolare l’adesione e la concentrazione del fruitore), sotto i quali si trovavano quattro (a volte otto) orecchiette rotonde (anse, manici) che ne impreziosivano la forma, ne agevolavano la presa e quindi gli spostamenti, senza perciò temere il pericolo che potesse scivolare di mano.
                                       
Cantru-Catusu

      Detto “c-c”, questo attrezzo giustamente degno di minzione, era destinato al contenimento dei residui biologici liquidi e semisolidi, e veniva tenuto in casa, generalmente sotto il letto, o in una stanzetta a parte (ove questa ci fosse stata). Il catusu-cantru era usato generalmente dalle donne, dal momento che gli uomini, alla bisogna, si servivano di riservati posticini all’aria aperta. Così ci è stato raccontato, e così è riportato in un indovinello siciliano: Ogni ġğ-jôrnu all’ammucciuni fazzu visita ’nta `l’ôrtu/ Lassu `đà lu caviġğhiuni/ Lu pirtùsu mi lu pôrtu. [1] (trad. Ogni giorno mi reco di nascosto nell'orto, lascio lì il malloppo, ma il buco me lo porto).
   
     Famoso era all’epoca il modo di dire: “Ruppi ’u catusu” “Rumpişti ’u catusu”  (trad. Ha rotto il catuso!" Hai rotto il catuso) che si esclamava  quando una persona rompeva i delicati equilibri di una discussione affermando assurdità o anche arrabbiandosi. 

     Rompere il canŧŕu-catusu di ceramica di Caltagirone era possibile, e quando ciò accadeva era una sventura, in specie se era pieno. Proprio per questo, a Ragusa era abitudine usare secchi di latta  in luogo del canŧŕu-catusu di argilla cotta.  

     Il catuso-cantro - si è detto - era parte dell'arredo casalingo, tenuto in uno stanzino adibito alla bisogna nelle case dei ricchi, e comunque non in vista  negli abituri della povera gente. Ma, di necessità, doveva essere svuotato fuori, e questo avveniva in tanti modi. Se l'abitazione era vicina al mare, le donne di casa svuotavano tutto fra gli scogli, generalmente a ora tarda, di sera. Se le case erano nelle vicinanze di una campagna, il problema era ridotto. Se la casa era dentro l'abitato,  si utilizzavano gabinetti pubblici dislocati in varie parti del paese. Il lavoro poteva essere fatto anche dalla bambina più giudiziosa della famiglia che, di solito all'imbrunire, veniva incaricata dalla madre di attendere al delicato transfer. La bambina poi, se grandicella, poteva essere accompagnata dai bambini con cui stava giocando e che per questo sospendevano il gioco. 

     Lo scrittore Maltese, modicano della prima metà del Novecento, descrive un pozzo realizzato dal Comune ai bordi della città, dove le donne andavano quotidianamente a svuotare il catuso. Il problema serio sorgeva quando il pozzo si riempiva, l'Amministrazione comunale non provvedeva a svuotare e il materiale versato fuoriusciva fuori.   



Sistema primitivo di fognatura mobile.
Il contenuto svuotato nel carro
è quanto veniva raccolto veniva raccolto 
nel "Catuso-Cantro" durante la giornata. 


[1] Ogni giorno, di nascosto, vado nell’orto: lascio lì il punteruolo (cavicchio, piòlo o punteruolo è lo stronzo) ma il buco lo riporto.

2012/03/06

Malta da scoprire


  • MALTA 
  • da scoprire
  •                                                                 
                                                            di  Gino Carbonaro


  • Oggi parleremo di Malta.
  • Di quello che accade presso questi nostri vicini di casa.
  • Vicini, perché Malta è geologicamente parte della Sicilia (placca continentale iblea)  
  • Vicini, se si pensa che Malta è a poco meno di due ore di Katamarano dalla costa siciliana (stessa distanza  che ci separa da Catania).
  • Vicini, perché questo piccolo arcipelago di isole e isolotti ha avuto per secoli una storia simile a quella della Sicilia
  • Ha avuto gli stessi dominatori di turno:
  • Fenici (mille anni prima di Cristo) Greci, Romani, Cartaginesi, Vandali, Bizantini, Arabi, Normanni, Angioini,
  • Ma va ricordato che, dal 1380 al 1400, Malta fece parte integrante della Contea di Modica, e 32 titoli nobiliari concessi da Bernardo Cabrera nel 1400 esistono tuttora a Malta e, I Maltesi ne vanno fieri.
  • La storia di Malta è stata affiancata alla nostra fino al 1530, anno in cui Carlo V, Imperatore dei due Mondi, la concesse in usufrutto perenne ai Cavalieri di Rodi, già Cavalieri di San Giovanni d’Acri, che per questa investitura  presero il nome di Cavalieri di Malta.
  • Il motivo di questa concessione era semplice.
  • Dopo la caduta di Costantinopoli (1453) il Mediterraneo era diventato un lago musulmano, impraticabile per la presenza di quelli che in Sicilia erano detti Saraceni,. E, siccome  i Cavalieri di Malta erano un ordine religioso-cavalleresco, diciamo religioso e militare nello stesso tempo,  la concessione di Malta a questo ordine rappresentava la creazione di una testa di ponte avanzata per il controllo del Mar Mediterraneo. E non era fatto di poco conto.
  • In realtà, malta diventò un baluardo del Cristianesimo contro la pressione Ottomana.
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  • Il fine di questo Ordine cavalleresco-religioso era la difesa delle fede cristiana contro i Musulmani.
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  • Non va dimenticato, che Malta è stata da sempre una roccaforte di notevole importanza strategica. Malta, come la Sicilia si trovano al centro del Mediterraneo.
  • La concessione di Carlo V fu quindi politicamente azzeccata, tant’è che 35 anni dopo, nel 1565 i Cavalieri di Malta riuscirono a rigettare un poderoso attacco di Turchi, che per quattro mesi assediarono l’isola. Fu questo il grande assedio di Malta.
  • (I Cavalieri di Malta non tradirono le loro aspettative).
  • Anche per i Turchi, Malta rappresentava il grande baluardo della Cristianità e per questo fu attaccato con un esercito che da andava da 22.000 fino a 40.000 soldati (a seconda deicalcoli) mentre le truppe dei Cavalieri di Malta erano 6.800 in tutto.
  • 250 fra triremi e biremi dell’impero Ottomano, una delle più grandi armate, mai viste sino ad allora, attaccarono i Maltesi asserragliati nelle loro roccaforti, forniti di tecnologie belliche d’avanguardia: archibugi tedeschi a lunga gittata, armature leggere di acciaio su misura, fuoco greco (poltiglia incendiaria di pece, zolfo, calce idrata, salnitro e nafta che veniva scagliata sulle navi e sui soldati che tentavano l’assalto alle mura delle roccaforti) che rendevano  difficile l’assalto alle roccaforti e veniva usato per incendiare le navi turche.
  • La vittoria dei Cavalieri di Malta sulle forze Ottomane, fu quella che fece decidere le forze cristiane ad organizzare la Lega Santa la più grande coalizione di forze navali mai viste che affronterà e vincerà i Turchi nella battaglia di Lepanto (Golfo di Corinto, ottobre del 1571)


1798. Francesi e Inglesi a Malta  

  • Dal 1530 sino alla fine del Settecento, l’isola rimase (per circa tre secoli) sotto il governo dei Cavalieri di Malta. Nel 1798, la flotta di Napoleone Bonaparte, che transitava per andare in Egitto, espugnò il porto di La Vallette e quindi Malta.  
  • I Cavalieri di Malta in realtà cedettero l’isola (capitolarono in un solo giorno) soprattutto perché 200 dei 300 cavalieri di Malta, erano francesi, (ed essendo cristiani, si disse non potevano combattere contro i cristiani)
  • Ma, quella dei francesi fu una vittoria sulla carta. Difatti, poche settimane dopo, l’isola fu “liberata” (fra virgolette) dagli Inglesi di Nelson, che però non andarono più via da Malta.
  • Il Congresso di Vienna nel 1815 ratificò la occupazione, i Cavalieri di Malta furono costretti ad andare via. Malta entrò a far parte del Commonwealth britannico.
  • Di fatto, Malta sarà parte dell’Impero britannico fino al 21 settembre 1964 (il 21 settembre, oggi festa nazionale) quando diventerà Stato indipendente.  
  • Dal 2004, Malta fa parte della Comunità Europea.
 Malta e la cultura britannica

Ovviamente, i quasi due secoli di dominio britannico hanno lasciato il segno in questo popolo. Per prima cosa
  • L’adozione della lingua inglese come seconda lingua, studiata da sin dalla prima classe elementare.  
  • Adozione a pieno titolo della lingua inglese, perché molti libri adottati nelle scuole sono in lingua inglese.
  • Inglese che tende a sostituire lentamente la lingua maltese, che pure è quella che rappresenta l’identità nazionale.
  • Sul braccio di ferro che si combatte fra le due lingue (Inglese e Maltese) un segno poco edificante è dato dal fatto che la classe elevata tende ad adottare l’inglese anche in famiglia, “evitando” di parlare il Maltese. Un po’ come accade a noi con la lingua italiana.
  • Certamente, però, l’inglese diventa lingua veicolare importante per il cittadino maltese che vuole continuare i suoi studi in Gran Bretagna, e un valore aggiunto per il turismo che oggi sostiene l’economia maltese.

Percezione personale

  •  
  • Dunque, vicini di casa e parenti prossimi, questi Maltesi, dai quali, erroneamente, qualche volta riteniamo di poter prendere  le distanze, ritenendo i Maltesi culturalmente risultato di culture diverse dalla nostra.
  • Li rende soprattutto diversi il bilinguismo, l’uso del maltese come lingua a noi estranea, lingua che appartiene al gruppo semitico, come l’arabo e l’ebraico, lingua che alle nostre orecchie giunge  strana per l’accento, per le parole, fra le quali sono presenti il 20% di parole italiane.
  • Poco conosciuti, sebbene vicini, perché non si riesce a capire come vivono o sopravvivono in questo loro reale benessere sociale,
  • come hanno potuto, loro, che sono poco meno di 400.000 abitanti aver messo su una flotta aerea, la Air Malta di respiro internazionale, collegata con tutte le parti del mondo, per giunta con bilancio in attivo,
  • come hanno potuto, proprio loro mettere in mare un Katamaran, gioiello della tecnica navale, in servizio da un anno, e commissionato nei cantieri navali australiani,
  • e come può questo popolo essere l’unico Stato della Comunità Europea, che in periodo di crisi economica mondiale, fa registrare la piena occupazione, un bilancio dello Stato in pareggio, e il PIL di 24.000 euro pro capite?

Inviato speciale a Malta

Insomma, siamo curiosi di saperne di più su Malta, e per questo abbiamo colto l’occasione per fare un salto (o una nuotata) a Malta, per cercare di capire meglio
  • come è organizzata questa società, questa micro-struttura sociale,
  • come funziona il governo,
  • come sono i rapporti tra governo e cittadini,
  • capire se chi detiene il potere governa bene per il bene dei cittadini.
  • E ci rendiamo subito conto che qualcosa di diverso esiste nel rapporto fra politica e cittadini.
  • La prova del nove è data dal fatto che al momento delle votazioni si reca a votare il 94% dei cittadini, con punte del 96%.
  • Cercando di interpretare i dati ci sembra di capire che il cittadino maltese sa a chi è destinato il suo voto, può misurare lo spessore professionale e morale della persona (uomo-donna) a cui dà il voto.
  • Ma è soprattutto difeso dalla struttura parlamentare e da una etica mista fra puritanesimo e cattolicesimo. I Maltesi sono statisticamente molto cattolici.

Dai contatti avuti con intervistati, pare che nessun cittadino abbia da recriminare sulla gestione della Cosa Pubblica e pare ancora che gli  Amministratori della Cosa Pubblica gestiscono il tutto per il bene della collettività.

Né alcuno dei Rappresentanti del Governo Maltese è stato mai costretto a presentarsi davanti a un Magistrato per rispondere di scandali di vario genere: sottrazione indebita (truffa), interessi privati in atto pubblico, immoralità della vita privata, e così via.


  • Si pensi alle grandi decisioni politiche: alla creazione dei grandi impianti di desalinizzazione delle acque marine, che hanno risolto uno dei problemi dell’isola.
  • Si pensi ancora alla progettazione di un grande impianto che dovrà sfruttare le correnti sottomarine per lo sviluppo di energia elettrica. Ed è progetto che, vista la serietà dei Maltesi potrebbe essere realizzato nel prossimo decennio. E sarebbe uno dei primi nel mondo.

Per  questo e per altri motivi potremmo pensare che Malta è, socialmente e politicamente parlando, il Paese di Utopia, quello descritto e auspicato dal filosofo inglese Tommaso Moro.

2012/02/26

Saro Dipasquale, scrittore

Scrittori iblei

Il gioco della mosca cavallina
racconti
di  Saro Dipasquale


Questo libro, “Il gioco della mosca cavallina” di Saro Dipasquale è una gradita sorpresa. Personalmente conosco l’autore da quando lui ed io abitavamo a Modica ed eravamo vicini di casa. Ricordo la madre, maestra di scuola elementare e il padre, professore di disegno. Saro era per me un amico particolare, diverso dagli altri: discreto, osservatore acutissimo, grande ascoltatore, nelle conversazioni riusciva sempre a presentarti il suo punto di vista con la massima discrezione, con il massimo rispetto per l’interlocutore. Era come se questo giovane fosse nato adulto, maturo, saggio. Lo ricordo ancora amante della natura e con una tenace passione per il calcio, al quale dedicava la maggior parte del suo tempo libero.  

Quello che mi colpiva,  allora, di Saro Dipasquale, era questo riuscire ad essere per se stesso, questo vivere in un suo mondo che ai miei occhi lo rendeva amante di romitaggi urbani, e però, sempre amante dei contatti umani, aperto e disponibile a un dialogo sano e costruttivo con gli altri.

A distanza di anni, la sorpresa. Colui che era solo un amico e un appassionato pittore, pubblica per i tipi dell’editore “Genius Loci”, Il gioco della mosca cavallina. Si tratta di venticinque racconti nei quali, con una vena di velata e finissima ironia, Saro Dipasquale racconta, ma sarebbe bene dire, si diverte a raccontare, eventi che, nel nostro più o meno recente passato, hanno fatto parte della nostra cultura e del suo vissuto personale. Racconti divisi per categorie: Così scherzavano una volta, Imprevisti della vita, Nel mondo contadino, Dalla campagna alla città, che richiamano alla memoria tutta la tradizione di questo genere letterario che ha avuto nobili rappresentanti dell’umorismo, a partire da Le cento novelle del Sacchetti sino a Carrube e Cavalieri di Raffaele Poidomani.

Ciò che accomuna questi scrittori di racconti è il rapporto ironico con la materia narrata. Eventi quotidiani apparentemente insignificanti, come Un feroce mal di denti, Una gita al mare, Una domenica in campagna, fatti di ordinaria routine, vengono intercettati dallo scrittore, ritagliati dal contesto di altri avvenimenti e rivissuti come fatti a sé, sotto un’ottica nuova, venata di umorismo, che mette a nudo in modo spietato la dinamica dei rapporti umani, le nostre umane debolezze, le paradossali ambiguità della nostra cultura, per rinascere, come fatti nuovi nella dimensione del racconto, e nell’evento letterario.        

Volendo fare una analogia con la pittura, dico che ogni racconto è un guache, e tutti i racconti partecipano alla realizzazione di un affresco, che ridipinge una storia inusitata del nostro passato: microstorie delicate, curatissime, coinvolgenti, nelle quali in varia misura tutti potremmo riconoscerci; affresco che fissa, anzi fotografa, aspetti del nostro vivere, comportamenti, abitudini, che raccontati dal nostro scrittore fissano modalità linguistiche, dinamiche familiari, ma anche l’umorismo tipico del siciliano di un tempo.

Protagonista delle storie narrate è l’ambiente ibleo recuperato da una distanza spazio-temporale appena appena necessaria perché il tempo abbia avuto il tempo   di sfocarne i connotati, per rendere le storie narrate parte di una memoria che ora ha le connotazioni del mito.

Ma, il vero e unico protagonista di questi racconti è Saro Dipasquale, che in questa opera si rivela scrittore dalla capacità di osservazione assoluta, originale, finissimo e originale nella capacità di rilevare la realtà e di riproporla in una scrittura pulita, chiara e coinvolgente. Miscostorie, che entrano nel dettaglio in modo analitico, quasi scientifico per diventare documenti di vita, di storia, di verità.

                                                        Gino Carbonaro
    

    


La pittura di Salvatore Chessari

Considerazioni a margine delle opere
di
Salvatore Chessari

                                                                   di Gino Carbonaro
a. Il senso del dipingere

Mi chiedo sempre cosa vuole realizzare un pittore quando si mette davanti a una tela bianca e comincia a disporre i colori sulla tavolozza. Sicuramente si appresta a un rito. La tela bianca è il nulla, colori e pennello sono il mezzo. Ciò che verrà fuori è creazione, discorso, vita. Perlomeno nelle intenzioni. Il creatore è lui. Il rito è sacro.

Nel gioco dei simboli, il pittore è sacerdote. Lo studio che accoglie il pittore si fa tempio, spazio sacro dove si celebra la religione dell’arte, grande utero che assiste al travaglio dell’opera che vedrà la luce e dirà di quel mondo dal quale proviene.

È in questa ricerca l’essenza dell’arte. Perché, l’opera da realizzare è sempre una scommessa che l’artista fa con se stesso: obiettivo è quello di scandagliare se stesso per cogliere un rapporto e scoprire una parte sconosciuta del sé.


2.  Prigioniero del tempo

Per Chessari la pittura è religione. Io lo vedo così. Di giorno a inseguire se stesso, nell’inesausto correre appresso alla necessità delle cose, sempre teso al controllo di fatti ed  eventi;  incapace di pause, prigioniero del tempo, sopraffatto dalle mille urgenze del quotidiano; immerso, di necessità, nella vita che non concede pause e inaridisce gli animi. Meteora che appare e scompare. Questo è Salvatore Chessari. Di giorno.

Poi, la sera, i rapporti si invertono. Di sera, la metamorfosi. Chessari si cambia d’abito, si spoglia di ogni pensiero ed entra nel sacrario del suo studio per dare inizio al rito, alla ricerca, alla creazione.

Di fatto, la pittura è il momento del dialogo che Chessari instaura con se stesso, della comunione che ogni artista ha con le cose. La pittura offre possibilità insospettate alla introspezione dell'animo: discesa nella profondità della mente, per dire del mistero dell’uomo, della sua dimensione e grandezza, del suo rinascere e ricrearsi, per continuare a vivere in conseguenza dell’evento artistico.

Di qui, il viaggio di Chessari nel mondo magico della pittura. Da qui la fuga dalla realtà, per immergersi in un mare di colori, alla ricerca di un mondo altro, sconosciuto e diverso, fatto di luci e di silenzi, e approdare ad un’altra realtà  immaginata, sognata: quella che ora, Chessari ci propone in questa sua personale.

3. Lo spazio: acqua, aria, luce

Oggetto della ricerca di Chessari è il mare. È lì, nella profondità degli abissi marini che il pittore coglie la primordiale pulsione della vita. Perché la vita nasce nell’acqua, nei silenzi abissali che la luce feconda. È lì che il tempo si ferma e si dilata sino a coincidere con l’Eterno. È in queste opere che il colore sfuma nel colore e si fa luce che è armonia, serenità, pace.
    
È un mondo pittorico – quello di Chessari - fatto di acqua e di cielo, ma soprattutto di luce, e di rapporti cromatici. Un universo che non ha confine, che si dissolve nello spazio. Realtà indefinita, perché indefinibile è l’oggetto della ricerca. Realtà che ha perduto ogni definizione e peso, ed ha subìto un processo di levitazione dissolvendosi, quasi, nell’aria, diventando idea pura.
    
La grande scommessa è quella di imprigionare l’infinito all’interno di un quadrato. È questo il paradosso dell’arte: bloccare ciò che sfugge, dare una forma a ciò che non ha forma; cogliere l’attimo fuggente, lasciare un segno dell’esistere, proponendo un messaggio fatto di colori, trasparenze, atmosfere, vibrazioni tonali, che colgono l’indicibile, e dicono qualcosa sul mistero delle cose. Questo è quello che Salvatore Chessari si prefigge.

4.  Il silenzio e la luce
    
Ma, è bene chiedersi se le opere di questo pittore ibleo non aspirano a cogliere l’essenza della cose, a pervenire là dove tutto è serenità, armonia, bellezza. Mi chiedo se la verità non sia trasportata dall’aria, custodita dall’acqua, là dove la cerca Chessari. Di certo è nel mare l’incanto, e nei fondali marini la vertigine di bellezza, il miracolo della creazione. È nel mare che i colori diventano trasparenze cullate dal tempo, protette dal silenzio; ma è nel cielo l’ansia di infinito, l’idea che l’uomo può superare il limite e cogliere l’essenza delle cose: ciò che le parole non dicono, ma la natura trasmette.

All’alba del terzo millennio, questo pittore mediterraneo, riscopre la luce della Sicilia, le sconfinate visioni degli altopiani iblei, la realtà che circonda questa isola: il mare. Lo stesso mare che per i Greci era divino. Perché dalla spuma del mare era nata Afrodite-Venere, la dea della bellezza, pudicamente accolta dalle Nereidi, ninfe oceanine. E tutto era luce, poesia, incanto.

È vero. Mancano nella pittura di Chessari i  delfini che negli affreschi egeo-cretesi popolavano il mare. Ma, qui è lui il protagonista, il mare, non le sue creature. Oggetto-soggetto  classico, il mare, che consente a Chessari il gioco di una pittura sospesa tra suggerimenti del reale e allettante richiamo dell’informale.

5.  Riconoscimenti ed esiti
    
Al di là  degli esiti della sua pittura e delle personali interpretazioni che le opere suggeriscono al fruitore, nessuno può disconoscere che Salvatore Chessari è pittore valido, puro, di spessore, capace di dominare gli spazi immensi, di gestire il colore in maniera fresca, di suggerire atmosfere, di mettere sempre e comunque il quadro in tensione. È  quella di Chessari una pittura che ricerca atmosfera per pervenire a un sogno. Pittura dove il colore si fa aria, luce, atmosfera, per cogliere il silenzio, la magia delle cose, il passo ovattato dell’incanto, un mondo dove i colori non gridano, e consentono di pervenire a un sogno.   Pittura che punta ad una sorta di introspezione: quella della realtà e quella del suo animo, che placa il tumulto della vita nella serenità raggiunta dell’opera d’arte. È per questo che Salvatore Chessari merita altri esiti e più ampi riconoscimenti.  

                                                 Gino Carbonaro

Piero Guccione, Sonia Alvarez e il Gruppo di Scicli


Viaggio fra gli artisti iblei 

                                                                    di Gino Carbonaro


    Qui negli Iblei, non si era mai verificato che degli artisti si costituissero in gruppo spontaneo, aperto al dialogo, al confronto. In passato chi amava l’arte era solo con se stesso, senza referenti culturali, senza una committenza definita, diciamo senza identità. Ogni potenziale artista, se voleva crescere, farsi notare, arricchirsi professionalmente e soprattutto entrare nei circuiti privilegiati e integrati dell’arte doveva andar via da questo luogo che offriva ben poco, soggiacendo alle amare leggi della emigrazione. E il pensiero corre a Cappello, Ferma, Fiume, Meli e perché no, al nostro Piero Guccione che giovanissimo parte per Roma, dove io studente universitario andai a trovarlo in una pensione di via Vittoria, poco lontano da via Margutta. Abitava in una stanzetta piccola, poco illuminata, ingombra di quadri appoggiati alle pareti, e gli portavo un pacco di qualcosa, forse dei dolci che le mandava sua madre. Il segno di un affetto.

    All’epoca (era il 1958), Piero, poco più che ventenne, era già stato in Libia dove era rimasto svariati mesi con una spedizione di studiosi. Il suo compito era quello di riprodurre incisioni rupestri del paleolitico, che erano state scoperte sulle montagne del  Fezzàn, nel cuore del Sahara, e la eco della notizia che farà il giro del mondo, era giunta sino a noi, qui in Provincia.

    E’ in questo viaggio di lavoro, fatto un po’ con l’animo dell’artista, un po’ con lo spirito dell’esploratore e dell’eremita, che  Guccione vive la sua prima forte esperienza spirituale di arte e di cultura nella solitudine mistica del deserto libico a contatto con una natura incontaminata, nel silenzio assoluto del deserto africano, fra messaggi iconografici di un popolo scomparso da millenni. E’ questa, a mio avviso, l’esperienza che darà l’imprinting alla poetica del nostro pittore.

    A quel tempo, io ebbi la fortuna di vedere le riproduzioni fatte dal giovanissimo Guccione durante il soggiorno libico e rimasi colpito, sia per la suggestione che emanava il millenario messaggio dei graffiti, sia per la felicità della interpretazione: i colori, nel rispetto quasi religioso degli originali, sembravano impastati con sabbie del deserto, come fosse stata la natura, più che la mano dell’uomo ad aver plasmato quelle incisioni. In quelle opere custodite dal tempo, tutto parlava di mistero e tutto era calato in una atmosfera indefinita, fra magica e metafisica.

    Questa giovanile e mistica esperienza di Guccione, oggi recuperata dalla mia memoria,  la trovo tuttora presente anche nella vita, oltre che nelle opere di Guccione: nell’arte, dove rilevi la volontà di cogliere segnali che vengono da lontano, di decodificare i messaggi che gli consegna la natura per fissarli visivamente e materialmente nel quadrato di una tela, per creare una pittura che ruba le cose al tumulto del tempo e le cala in una atmosfera dove tutto è sereno, imperturbabile, quasi da iperuraneo platonico.

    Questo il senso dell’arte guccioniana che parte dalle definizioni del reale per approdare ad una realtà altra, diciamo metafisica.

    Questa è in buona sintesi la poetica, che si riflette ancora in una sorta di filosofia del vivere, che discende in parte dal carattere riservato dell’autore, in parte dalla scelta di vivere l’isolamento offerto da una casa in campagna: isolamento cercato da chi ama farsi cullare dal silenzio e solo nel silenzio riesce ad auscultare i messaggi che vengono dalla natura e dal fondo dell’ animo.

    Si giustifica così, perché vent’anni fa Guccione decise di tornare a vivere negli Iblei, in una casa acquistata  a Modica, in contrada Quartaredda.

    Il ritorno di Piero in Provincia, ebbe dell’incredibile: questo andare controcorrente, privilegiando la periferia al centro; questo mettersi quasi in ombra, schivando le luci della ribalta romana, fu ritenuto da molti quasi innaturale, illogico; ma era una scelta umana che derivava da considerazioni diverse e tutte giustificate.

    Ma il fatto fu che la presenza di Guccione mise a dimora nella Provincia di Ragusa un enzima culturale e artistico importantissimo. Si applicava in questo modo il principio della vasca di Archimede teorizzato nel famoso libro di Piero Angela. Da subito, la dinamica sociale nel campo dei pittori locali cambia, mentre Guccione diventa punto di riferimento per tutti gli artisti locali: la sua esperienza è indiscutibile, la sua disponibilità assoluta. Guccione è colui che incoraggia, suggerisce, dialoga e scrive, mentre il suo esempio invita altri artisti iblei residenti in altre parti d’Italia a rientrare nella propria terra.

    Veniva applicato con qualche decennio di anticipo il principio del villaggio globale già teorizzato da McLuhan: non esiste centro, non esiste periferia; il centro è ovunque siamo noi come singoli e come gruppo, e noi siamo quello che riusciamo a realizzare con le nostre forze. Nasce così una costellazione di artisti, che si aggrega attorno a Guccione, fra i tanti vanno ricordati Carmelo Candiano, Franco Polizzi, Salvatore Chessari, Salvatore Paolino,  Giuseppe Colombo, Giovanni Lissandrello, Mimmo Puzzo, Franco Fratantonio, Giovanni La Cognata, e ancora Emanuele Floridia e Giovanni Iudice, che con la presenza di Guccione prendono ulteriore consapevolezza della loro identità, si attivano ancor più nella ricerca e, in una parola, danno una spinta significativa alla cultura artistica della nostra provincia, che si inserisce così nei circuiti nazionali dell’arte. Prova ne sia che poche settimane fa, tutto il gruppo è stato invitato ad una mostra nella attivissima Galleria di Repetto e Massucco ad Acqui Terme, in Piemonte.

    Ma, il regalo a questa nostra terra viene anche da un’altra felice congiuntura: dal fatto che con Guccione fanno sodalizio la pittrice francese Sonia Alvarez e il pittore romano Franco Sarnari. Un triangolo splendido che si autoalimenta, un punto di riferimento preciso, si è detto, per gli artisti dell’intera provincia di Ragusa. 

    Di Sonia Alvarèz ho visitato presso il circolo Vitaliano Brancati a Scicli l’ultima sua mostra e devo ammettere che non vedevo da tempo una personale di così alto livello, né una artista di tale sensibilità e spessore.

    Chiunque ha visto la mostra avrà potuto notare il forte impatto che si  registra non appena si entra nel locale di via Mormino Penna e dà il primo sguardo alle opere. Poi la concentrazione per accorgersi che si è presi dalla atmosfera che promana da quei lavori, in realtà si è presi dalla poesia arricchita da tutta una gamma di messaggi impliciti.

    La peculiarità specifica di questa pittura è data dai soggetti, scelti tutti all’interno di una abitazione e tutti calati in una atmosfera schiva, sensuale, che fa parlare il silenzio. Ci si trova davanti ad una protagonista che sembra non credere nelle parole e predilige una comunicazione cromatica, empatica,  con tutto ciò che la circonda  all’interno della sua casa, lontano dal tumulto di una vita che spesso si dis-perde, all’inseguimento di pseudovalori alienanti.

    Quella di Sonia Alvarez è pittura che è manifesto nel quale è sommessamente affermato che al di fuori di noi non c’è nulla,  e tutto l’universo è in noi, attorno a noi, in tutto ciò che circondiamo con il nostro affetto, nella intimità della nostra casa; perché è qui che trovi le piccole cose da  amare, dove tutto ha un’anima, anche le persiane che guardano fuori mentre ci proteggono amorevoli e discrete da ciò che è invadente: dagli altri, innanzitutto, ma anche dalla luce del sole.

    Tesori fatti di niente nei quali puoi assaporare il piacere di auscultare il tuo animo. Pittura discreta, intimistica, pulita, onesta, sensuale, e anche ovattata, fatta di rapporti cromatici vellutati, il cui scopo è quello di dare ascolto alle cose, di renderle parti dell’animo, partecipi della vita, di noi stessi.

    Ed è allora che l’opera supera se stessa, e la pittura riesce a parlare diventando un mezzo, un linguaggio,  e non un fine a se stessa.

    Paradossalmente, però, fra Sonia Alvarez e Piero Guccione cogli più che una sottile affinità elettiva. Malgrado la matrice culturale fra i due sia diversa, è possibile rilevare più di un punto comune nella poetica che va considerata simbolista alla maniera di quanto teorizzavano gli intellettuali  francesi alla fine dell’Ottocento.

    Entrambi cercano di captare, di cogliere ciò che è nel visibile, ma l’obiettivo della loro poetica è quello di chiudere l’infinito nel quadrato di una tela definita. Ed è questa, in generale, la direttiva che al momento orienta tutto il gruppo dei pittori iblei che hanno Alvarez, Guccione e Sarnari come punto di riferimento.

    Da vent’anni a questa parte, anche grazie al loro lavoro, la nostra provincia è cresciuta, perlomeno nella ricerca pittorica.

                                                         Gino Carbonaro

   gino.carbonaro.italy@gmail.com