2012/02/26

Il Proverbio e la Donna

  Considerazioni sul proverbio
Il proverbio e la donna

                                                   di Gino Carbonaro

La lettura delle sentenze proverbiali 
porta chiunque a fare delle considerazioni 
sul ruolo che il proverbio ha avuto 
nelle società passate; ed è ovvio che possano sorgere 
degli interrogativi su come o su quando è nato 
il proverbio, sotto quale forma si presenta, 
che cosa lo distingue da formulazioni logiche similari e, infine, com’è stato percepito 
considerato nel corso dei secoli.

Per rispondere alle domande che ci siamo poste, il sistema più ovvio ci è sembrato quello di chiederlo direttamente al proverbio. Vediamo cosa ci risponde:

           ’I mutti su’ vanćeli’i missa,
           Muttu anticu è vanćelu nicu,
           Mutti antichi, vanćeli níchi,
           I mutti siciliani su’ pêzzi’i vanćeli,  [1]

dove è detto, che il motto (o proverbio) equivale a un pezzo di vangelo, dunque ad una verità totale, integrale, assoluta. Difatti, dice un’altra sentenza,

            Nuň  è `múttu si nuň  è `tuttu, [2]
           Nun ši  dici múttu si nuň  è `parti o tuttu. [3]

o, almeno, se non conterrà una parte di verità. Ma sentiamo ancora cosa dice appresso:

Lu muttu anticu lu modu ni ʼnšigna,
Lu muttu anticu currēggi la vita,
Lu mutti di l’antichi mai ti ’nganna,
Lu mutti di l’antichi ’n pó fallìri,
Li pruverbi su’ `tutti pruvāti. [4]

Dal rilevamento delle costanti dei proverbi riportati, riscontriamo che per ben sei volte è presente l’aggettivo antico; il che ci induce a credere che il proverbio, che intende essere tale, deve aver superato la prova del tempo: deve essere così antico da sembrare quasi nato all’atto della creazione, e il cui ricordo si perde nella notte dei tempi. Si tratta, in altre parole, di un’antichità dilatata, che coincide con l’eternità, o, se vogliamo, con l’Eterno che è Dio, e quindi con la Verità, che è il Verbo. E, come parola del Verbo, viene intesa la sentenza proverbiale, così come lascia trasparire l’etimo della parola pro-verbum, che potrebbe significare “verità che si usa al posto del Verbo”, o se vogliamo, che integra altre verità riconosciute come tali.
  
Nelle undici sentenze riportate è ancora specificato, che il motto è degli “antichi”; come dire che esso fa parte del popolo, anzi, ne è la sua voce corale, e lo dicevano i latini: Vox populi, vox DeiL’equazione è sempre la stessa: il proverbio è creatura, patrimonio del popolo, e voce di Dio ad un tempo, tramandato dagli anziani, ai quali ne è affidata la custodia, e che lo consegnano (anzi, lo consegnavano)  ai giovani, sempre dosandone l’uso ed evitandone l’abuso.   
   
Caratteristiche del proverbio sono la sua infallibilità (’u muttu di l’antichi ’n-pó fallìri), la certezza che non può ingannare (lu muttu di l’antichi mai ti ’nganna), la sua componente etica (lu muttu anticu curreggi la vita); ed infine, la sua finalità pedagogica (lu muttu anticu lu modu ni ’nšigna). Ultima fra le proprietà del motto è quella che lo vuole provato e sperimentato (li pruverbi su’ `tutti pruvati): senza il collaudo e la verifica verrebbe meno la garanzia su quella che è l’essenza stessa del proverbio, che è il suo essere portatore di verità e di saggezza. Questo è quanto ci dice il Motto, parlando di se stesso.

Anche Aristotele, che scrisse un libro sui proverbi, li ritenne frammenti di una antica saggezza-sapienza che è poi la sophìa (sojίa). Plutarco, invece, li considera misteri sacri, per mezzo dei quali si manifesta la volontà divina. Ma è vero che ancora oggi il proverbio si presenta sotto forma di messaggio magico-sacrale, avvolto in un alone di mistero, al quale si collega una forte carica evocativa e suggestiva, tale da sembrare dettato da una entità divina.

La stessa considerazione vale per i Latini, che dal proverbium sentivano promanare quell’horror, che era peculiare alle cose sacre: dall’horror sacer al tabù il passo è breve. Per questo, a nessuno è dato metterne in dubbio la sacralità e la veridicità (evidentemente per timore di mali terribili ed oscuri, che potrebbero da ciò derivare). Così, qualora il proverbio dovesse perdere la credibilità, allora lo si “iberna”, facendolo morire in modo indolore: insomma, non viene più usato, e pertanto va obsoleto.
   
È chiaro che il proverbio è protetto dal mana, che si manifesta nel senso di rispetto e di venerazione, che da sempre accompagna tutto ciò che ha prerogative di sacralità. Ed è in virtù del suo mana, che il proverbio viene accettato da tutti come verità dogmatica, della quale a nessuno è dato chiedere il perché.   

Formalmente, la forza intrinseca del Proverbio va ricercata nella struttura, cioè nell’uso di parole rimate e assonanti. Il proverbio: Cu’ havi dinari e amiçizia si teni ’nŧŗa lu culu la `giuştizia, presenta i termini “amicizia” e “giustizia” in rima assonante e com-baciante, che è quella che suggerisce una sottintesa e inequivocabile affinità fra le parole (nomen omen), e subito dopo, fra i concetti di cui le parole sono portatrici. Dalla similarità assonante dei termini si passa per simpatia all’idea del tutto implicita di rapporto, complicità e connivenza, fino a rilevare l’identità totale fra i due concetti. Diventa, così, facile, anzi logico, per il fruitore del proverbio, ritenere che amicizia ha qualcosa in comune con “giustizia” (primo livello); anzi, l’amicizia inquina la giustizia (secondo livello): e il denaro che accompagna l’amicizia fa da trait-d’union, da mediatore, quasi da mezzano e catalizzatore fra i due concetti.

Altra peculiarità del proverbio è quella di presentarsi sotto forma di messaggio oracolare: incrocio atipico di poesia e di saggezza ad un tempo. Difatti, per l’uso del linguaggio figurato e metaforico, il proverbio è portatore di messaggi sovrapposti a più livelli: dove il primo livello è dato dal senso letterale, mentre il secondo livello è costituito dal senso traslato. Rileggiamo il motto che dice: A li poviri e a li şvinturati `ci çhiovi ’nŧŗa lu culu anchi assittati; [5] in esso appare chiara la sovrapposizione del piano letterale e di quello metaforico: la pioggia che penetra nelle pieghe più riposte della carne, anche quando si crede di essere difesi (primo livello), simboleggia le disgrazie che provano gli “sventurati”: la pioggia-sventura dalla quale non ci si può riparare: l’impossibile che pure è possibile. Il Proverbio registra tutta l’amarezza di chi non riesce a parare i colpi avversi della Sorte.

Piano metaforico o traslato, che per la sua natura ermetica e la profondità del contenuto, chiama in causa la religione e la filosofia (ovviamente, non quella sistematica), in quanto entrambe hanno come obiettivo il raggiungimento della saggezza-sapienza (sophìa), la sola che può garantire la verità: verità, rac-colta, quasi rubata all’aria, per essere imprigionata e custodita dal proverbio, che in seguito la consegna all’uomo sotto forma di consiglio, di avvertimento, e a volte, con finalità consolatoria.

Se è connaturato al proverbio quel senso che per i Latini era horror sacer,[6] che ne protegge la credibilità, è vero che una analisi orientata in questa direzione, può condurre il ricercatore a considerazioni opposte a quelle suggerite dal proverbio, pervenendo a risultati che potrebbero mettere in dubbio la credibilità della sentenza proverbiale, se non altro per quel che riguarda il suo essere ritenuto portatore di verità “universali”.

Possiamo affermare, invece, che nei proverbi si riflette ed è custodito il patrimonio culturale di un popolo, e, più specificamente, tutto ciò che in una cultura è considerato valido, socialmente approvato, e quindi “vero e giusto”. Un proverbio siciliano, che Pitré fa risalire al secolo xvii, recita:

 Cu’ voli `beni a `fímmina maritàta,
             ’a sô vita ći l’hāvi ’mpriştāta. [7]

Quanto recita questo proverbio era vicino alla verità nella Sicilia di qualche secolo (o di qualche decennio) fa, ma non potrà essere considerato vero in assoluto e per sempre. Se ne deduce che, nel trasformarsi della cultura il proverbio non è più attendibile, e pertanto non è (o non sarà) capace di garantire la verità nel tempo. Ma, è qui che sta il problema: se il proverbio ha perduto la sua corrispondenza al vero, è però indiscutibile che quel concetto esprimeva il modo di credere della gente di un tempo.

Difatti, ritornando al passato (remoto o prossimo che sia) della Sicilia, era vero che il marito tradito, per un sincronico rapporto di causa ed effetto, diventava cornuto”; acquisendo una qualifica onoraria, recepita (chissà perché, poi) da tutti i Siciliani (di una volta!) come un disonore. In forza di questo nuovo e non ambìto status sociale, le sanzioni del gruppo non si lasciavano attendere per il malcapitato, e andavano dalla denunzia pubblica (chíđdu è-ni curnūtu!), alla emarginazione silenziosa (lássŭlu fúttiri! ’n-ci dari cunfidenza!) alla condanna ad opera di tribunali speciali.

La successiva reintegrazione dell’individuo all’interno del gruppo, poneva come condizione unica (sorta di fàida[8]) la eliminazione violenta dell’odiato rivale; ancor meglio, però, se fra gli ingredienti del cocktail fosse stata aggiunta qualche goccia di sangue muliebre. Scherzi a parte, si era davanti a un rito che aveva tutti i connotati del sacrificio; difatti, era sempre il sangue l’unico detersivo capace di lavare la macchia del terribile affronto. Ma, è perciò stesso dimostrato, che il proverbio riportato è prodotto da una cultura e in un periodo storico (il secolo xvii, per l’appunto) che di questi è l’espressione. 

Ne discende che alle sentenze proverbiali possiamo rivolgerci per capire come ragionava la gente per rilevare la qualità della cultura, che nel caso in questione è  - si è detto - fortemente manichea (e di conseguenza, maschilista), in quanto si registra in essa il permanere di schemi dualistici peculiari di tutte le società primitive: esistenza, cioè, di mondi contrari e contrapposti, coppie di concetti-entità-archetipi speculari e diametralmente opposti, come bene-male, destra-sinistra, maschio-femmina, cui vanno collegati altri concetti speculari come attivo-passivo, positivo-negativo, alto-basso, dominante-dominato, cielo-terra, e quindi nobiltà-plebe, sacro-profano, divino-demoniaco, vita-morte; entità polarizzate, che si attraggono e si respingono, ma che non devono perdere mai la loro sostanziale identità. In forza di questi principi speculari l’universo, il mondo, la società, la famiglia risultano spaccati in due, divisi da una linea invisibile, che pone da una parte la Destra, il Bene, il Maschio, ciò che è divino-sacro-nobile-solare-fortunato-attivo-fattivo-produttivo-creativo-stabile; e dall’altra parte la Sinistra - e gli eventi sinistri ad essa connessi - il Male, la Femmina, e ancora, ciò che è passivo-profano-demonìaco-sfortunato-improduttivo-inetto-parassitario-plebeo-mutevole. Schemi che i proverbi riflettono. Basti ricordare il motto che recita:

’U máşculu  è `mèli, ’a fímmina è `fēli, [9]

nel quale è possibile estrapolare i significati impliciti nel messaggio, dove il maschio è percettivamente associato al miele dolce e dorato, e l’oro è colore solare tipico delle divinità, di chi è luce, di chi detiene il potere, il giusto, la verità, la destra, che dona il miele, che nutre e rallegra e addolcisce la vita. Mentre la femmina richiama il fiele, risaputamente amaro e repulsivo, dal colore verdognolo, che è il colore del vomito, della suppurazione, della putrefazione e della morte. Concetto sinistro, quest’ultimo, che le culture del mondo hanno adattato alla donna e al suo ruolo, ritenuto secondario, passivo, socialmente improduttivo, parassitario, che avvelena la vita e la intossica.

Ed è da questo forte archetipo-collettivo, rilevato in questo proverbio, che scaturiscono anche i mastodontici lapsus collettivi, sempre riscontrabili nella proverbialità e nei modi di dire. Perché ai novelli sposi si augura ogni bene, e fra tutti i beni, si augurano figli-maschi (auguri e `fíġğhi-máşculi!) mentre tutti ci guardiamo bene dall’augurare figlie-femmine? Ci si chiede, se è l’inconscio a determinare certe scelte, oppure un esplicito dettato culturale, quello che rileviamo nel proverbio che recita:

Mala nuttata è a fíġğhia fímmina, [10]

o,  anche,      

           ’A toppa è `ciummu, [11]

nel senso che la figlia-femmina, già da quand’era nel ventre materno, era pesante da portare, come il piombo, e pertanto non è da augurare a nessuno! Queste sono le parole del proverbio, che riflettono archetipi dell’inconscio collettivo.

Ma, vediamo come si definisce l’immagine dell’uomo e quella della donna in altre massime. A proposito dell’uomo è detto che:

L’ômu porta `beni, [12]
Ogni `beni di l’ômu veni, [13]
L’ômu è comu l’oru, sempri luçi, [14]

mentre sul fronte della donna recita:

         Di lu mari nasci lu sali
e `đi la fimmina‿ogni `māli; [15]

e ancora

’A fímmina teni quatŧŗu `bannèri:
 càrzara, malatìa, furcae `galēri. [16]

Questo è quello che afferma il proverbio, che “non può sbagliare”. Lungo i secoli, e nel susseguirsi e sovrapporsi delle varie culture, la donna è stata violentata più volte, non solo fisicamente; e nulla è più pericoloso di un bombardamento di messaggi espliciti ed impliciti, il più delle volte subliminali, che arrivano codificati sotto forma di massime, proverbi, motti, che hanno da dire qualcosa sul suo conto.

Violenza terribile e mistificatoria, se si pensa che la donna è stata costretta da sempre a vedere se stessa riflessa nelle immagini, che le sono state recapitate dall'esterno, costituite da modelli approvati e filtrati da una cultura spietatamente maschilista. Messaggi che lungo i secoli hanno contribuito al suo condizionamento culturale. Idee e concetti pericolosi, quanto più sono stati presentati con l’autorità sacrale e coercitiva, che è propria della massima proverbiale.

Per il tramite dei proverbi, difatti, la donna ha definito la propria identità; grazie a loro ha saputo che lei è, potrebbe essere, anzi “deve” essere volubile, diabolica, vuota, perché “lo dice il proverbio”, che a fímmina è pampina di canna … ’a fímmina ha setti şpiriti com’ê jatti … ’a fímmina è `com’â jađdina, si perdi si `ŧŗoppu camina; ’a fímmina `ridi i quannu vò e `çhianci quannu pó; [17] e pertanto imparerà sul serio, se le fa comodo, a piangere e sghignazzare, e si sentirà tanto più donna quanto più farà l’oca. E la trappola è bell’e costruita. Perché, proprio per questo, la donna si ritroverà sempre più prigioniera di mille catene e di mille pregiudizi; difatti sa bene che non dovrà essere troppo alta, né troppo bassa, né grassa, né bella; né, una volta sposata, dovrà dire “ho fame” al marito; né quando è nubile (şchétta) dovrà farsi vedere per strada da sola, perché rischierà molto: soprattutto le terribili sanzioni sociali e fra queste, quella di non potersi sposare.

Qui tocchiamo altre dolenti note. Difatti, è proprio questa la lezione che lei ha imparato meglio di tutte, e sin da piccola: il fatto che la cosa più importante nella vita di una donna è il matrimonio, perché anche questo recita il proverbio:  

                            Di li fímmini lu papatu
                           è lu ştatu maritātu; [18]

e saprà pure che il marito non deve essere bello, né buono e comprensivo, e che dovrà concedersi al primo uomo che gli presenta il destino, o il sensale; e su questo argomento sempre il proverbio (cioè, la vox populi)  sanziona:

           Píġğhia l’omu quannu fēti,
           chi quannu fa `ciàuru nun voli a `tia. [19]

   Ligna virdi e mariti tinti
   Mêġğhiu  avilli ca pirdìlli. [20]

Dal che si evince che l’uomo, anche se violento ed egoista, ha sempre un suo intrinseco non-estimabile valore. Avere un marito è meglio di non avere marito.
   
Sotto questo profilo, il proverbio si configura come strumento di trasmissione di messaggi culturali codificati e strutturati in un sistema di norme, di valori, di usi, di costumi, che agiscono a tutti i livelli su chi li riceve: da quello cosciente a quello inconscio, fungendo da veri e propri mediatori e condizionatori culturali nella mente di chi tali messaggi riceve e ritrasmette.

Va da sé che una rilettura dei testi proverbiali sotto il profilo antropologico e semiologico, innesca un processo dissacratorio, irreversibile, che squarciando il velo di Maja, che da sempre ha protetto la massima proverbiale, disintegra il tabù e il mana che lo proteggevano dall’attacco dissacratorio della logica. È a questo punto che il proverbio, come avviene già per la mitologia, potrà interessare lo storico, l’antropologo e la psicologia, oltre che la linguistica, in senso lato. 

Noi abbiamo rivisitato i proverbi sotto il profilo storico-antropologico e abbiamo scoperto che in ognuno di loro è codificata la cultura siciliana arcaica, che non ha cessato ancora di essere operativa. Abbiamo inventariato, analizzato centinaia di proverbi. Dalla loro interpretazione è nato questo libro.

                                 Gino Carbonaro




[1]  I proverbi sono vangeli di messa/ Il proverbio antico è vangelo piccolo/ Proverbi antichi, vangeli piccoli/ I proverbi siciliani sono pezzi di vangelo.
[2]  Non è proverbio se non (lo) è tutto.
[3]  Non si dice proverbio se non è parte o tutto (e di verità).
[4] Il proverbio antico ci insegna come comportarci/ Il proverbio antico corregge la vita/ Il motto degli antichi non ti inganna mai/ Il motto degli antichi non può fallire/ I proverbi sono tutti provati. (Pitré, Prov. sic., I, p. 1 e sg.)
[5] Ai poveri e agli sventurati, la pioggia entra nel culo anche (se sono) seduti. Metafora: di fronte all’attacco delle sventure i poveri non hanno riparo.
[6] Horror sacer (lat.): orrore sacro. Senso di smarrimento, vertigine o angoscia provocato dalla suggestione di luoghi, generalmente selvaggi, che hanno qualcosa di solenne e di arcano. È sensazione che prende chi ritiene di trovarsi di fronte a cose che esprimono il senso del divino, nel caso specifico il proverbio. Ma, ancora oggi, uno strapiombo che fa paura e che si apre su una cava è detto “un orrido”. Virgilio lo usa come aggettivo per indicare la profondità delle ombre: “Horridae umbrae”.  
[7]  Chi vuol bene a donna maritata ha la vita in prestito.
[8] Faida: legge naturale che sancisce il “diritto-dovere” alla vendetta personale. Vedià Doc. n.40 
[9] Il maschio è miele, la donna è fiele.
[10] La figlia-femmina è mala notte.
[11] La femmina (toppa) è pesante come piombo.
[12] L’uomo porta bene.
[13] Ogni bene viene dall’uomo. Solo l’uomo è fonte di bene.
[14] L'uomo è come l’oro, risplende sempre.
[15] Dal mare nasce il sale, dalla femmina ogni male.
[16] La donna tiene quattro bandiere: carcere, malattie, forca, galere!
[17] La donna è pàmpina di canna, ha sette anime come i gatti, è come la gallina, ride quando vuole e piange quando può.
[18] Delle donne il papato è lo stato maritato.
[19] Prendi l’uomo quando puzza, ché quando è profumato non vuole te.
[20] Legna verde (cioè, non asciutta) e mariti cattivi , è meglio averli (in casa) piuttosto che perderli (non averne). 

La Donna nei Proverbi Siciliani saggio di Gianni Battaglia regista

Saggio su 
"La Donna nei Proverbi Siciliani"
di Gianni Battaglia regista

Nessun libro, nessuna rivisitazione storica,      culturale ha mai scandagliato il proverbio siciliano  da una molteplicità così esauriente di prospettive       e di segni come fa "La donna nei proverbi" di Gino Carbonaro.
Nessuno ha presentato il proverbio siciliano in chiave così leggiadra, spiritosa, vivace, dissacratoria, ironica, graffiante, come fa Gino Carbonaro ne La donna nei proverbi siciliani. È in questa opera che l’Autore svela una "terza via", deduttiva, per gustare, assaporare le piacevolezze del patrimonio folclorico siciliano.

Gino Carbonaro inventa la chiave succulenta della interpretazione del proverbio, tramite un’azione di recupero dovizioso e profondo di motivi esistenziali, credenze, pregiudizi, rapporti sociali, usi, costumi, situazioni di vita, principi etico-religiosi, di tutto quell’insieme di motivi e valori, dai quali il proverbio siciliano prende spunto. Una via che appare avanzata rispetto ai sentieri classici della demologia siciliana e al modello archivistico rinvenibile in Pitré, o ricostruttivistico e umanista prediletto dal chiaramontano S. A. Guastella. Potremmo affermare che i proverbi sono stati inventariati da Pitré e Guastella, interpretati da Gino Carbonaro, che del proverbio si serve per calarsi nella realtà dell’epoca, per leggere le forme mentali di una cultura siciliana oggi trapassata.

Gino Carbonaro immagina una storia comune, di due giovani siciliani, Turiđdu e Cuncittina. Una storia minore, di due personaggi esemplificativi della civiltà contadina, situabili fra il tardo Ottocento e la prima metà del secolo scorso (forse), le cui vicende sono descritte nella sequenzialità quotidiana.

Sul rapporto uomo-donna, Gino Carbonaro convoglia avvenimenti principali e secondari di una storia ipotetica (ma non tanto) mirabilmente intrecciati a un melting pot di fatti e micro-fatti, e a un insieme di citazioni, commenti, frammenti saggistici e documenti finali, riverberati dalla cultura del tempo, dalla storia dei due giovani e, in essi, dalla sentenza proverbiale.

Il Pitré ha trascritto il materiale riferibile al proverbio siciliano nel suo asettico "frasario" popolare. Con Turiđdu e Cuncittina e con gli altri personaggi a corollario, e con l’insieme tematico dispiegato e intessuto, Gino Carbonaro sembra umanizzare il proverbio, dargli un'anima. Ma, nella piena conoscenza della cultura popolare intorno al secolo scorso, nel dominio assoluto della materia che maneggia e manipola, egli sembra mosso da una intensa pulsione ludica, coinvolto da un gioco trasgressivo, dissacratorio, irriverente, o più semplicemente da una mordace e divagante ironia. 

A tratti, Gino Carbonaro sembra assurgere a recensore implacabile del detto proverbiale, al modo di colui che abbia scovato le magagne di un modus vivendi e di una cultura e ora le svergogni additandole al pubblico ludibrio. Tuttavia questo graffiante e al contempo giocoso profluvio scrittorio appare qua e là temperato da una sorta di bonaria indulgenza, anche perché da siciliano, Gino Carbonaro ha sentito e vissuto, in qualche tratto significativo della sua vita, i postumi reali, esistenziali di quella cultura.

E devo ancora rilevare ne La donna nei proverbi i tagli, i toni della commedia. E a Gino Carbonaro vorrei riconoscere, in questa occasione, taluni profili del commediografo. Il suo procedere nello schema di scrittura de La donna nei proverbi appare più vicino allo schema drammaturgico di un testo di teatro, che non ad uno schema narrativo o saggistico. E del testo vorrei sottolineare ancora la puntigliosa cura fonetica, territorio solitamente battuto dai professionisti della parola detta (attori, giornalisti tv, fonetisti), ma nella quale Gino Carbonaro sembra muoversi con assoluta naturalezza, e con la quale sembra dare implicito rilievo a un motivo primigenio del proverbio siciliano: la sua originaria, sostanziale, dimensione orale.

Va evidenziata, infine, la familiarità musicale di Gino Carbonaro con la tradizione musicale siciliana, con friscalêtti, tammurêđdi, jolle, fasòle, tubbiane, che La donna nei proverbi non riesce a dissimulare. E va notata la preziosa trascrizione degli spartiti musicali, le pregevoli schede documentali, "divagazione" rivelatoria a buon uso del lettore, che amplia il portato evocativo-semantico delle sentenze proverbiali.

Non so se sia utile leggere La donna nei proverbi come libro femminista, privo com’è dei connaturati presupposti ideologici e della tensione etica specifica del femminismo, anche se l’opera mette a nudo il modo di percepire la donna nella Sicilia di una volta.

Di certo, La donna nei proverbi siciliani nasce in Carbonaro nel punto in cui il suo vissuto si intreccia con quello dell'intellettuale. E so per certo che Gino Carbonaro, nel vaglio di uno sfondo sterminato di sentenze proverbiali, in fase di scrittura ha dovuto procedere per sottrazione, soffertissima, per eliminazione; al modo di Cervantes che nel suo poderoso Don Chisciotte confessava: "Si tributino lodi allo scritto non per quello che ho scritto ma per quello che ho rinunciato a scrivere!" (II, XLIV). E confessava ancora: "Ho voluto comporre un'opera nella quale il malinconico sia mosso alle risa; chi è allegro rida ancora di più; l'ignorante non si annoi; il dotto ammiri l'invenzione; la persona seria non la disprezzi; il saggio non manchi di lodarla".
                                               
                                           Gianni Battaglia regista

2012/02/23

Uomini e Topi, un racconto

                  Una storia di topi
                                               

                                                          di Gino Carbonaro


Chi abita in campagna sa di avere dei possibili, temibili interlocutori che sono proprio gli intelligentissimi topi. Vivono in comunità, e sono esseri viventi dall'odore repulsivo e dall'olfatto incredibile,  che si appropriano di un territorio (che tu riterresti tuo) e lo colonizzano. Lo fanno proprio. Lo difendono. Disperatamente. Se è necessario.
Il topo è il re della notte e dei tombini. Vive indifferen-temente su alberi, sottotetti, cataste di legni, mucchi di pietre, nella auto abbandonate (e in quelle non abbandonate), sotto terra anche, dove scava cunicoli. E siccome deve nutrirsi ed è un roditore, così come ha decretato il Creatore, rosicchia e metabolizza tutto, il credibile e il non-credibile, orinando su tutto, riuscendo a sopravvivere anche in assenza di acqua. 
Nella sua piccolezza, il topo è un gigante che ha colonizzato il mondo.
Una mia esperienza con i topi. 

Erano entrati nella cantina. I topi. Mea culpa! Avevo lasciato la porta semiaperta per qualche giorno. "Che bello! Che bello!" e si erano infilati, loro, i topi di una razza mai vista. Quasi neri, con una testa a forma di imbuto. Dagli occhi acuti e furbi. Di una agilità incredibile. Acrobati da circo.

Nel muro della cantina c'era un foro, e loro lo scoprono, vi entrano, si istallano sotto il pavimento della casa. 
Sopra i pavimenti della casa noi. Sotto abitavano loro. Erano i nostri poco graditi coinquilini, che sentivamo galoppare e rosicchiare di notte (che per loro corrisponde al nostro giorno). Di fatto vivevano nel buio più totale.
"Ma cosa mangiano?" Mi chiedevo io. E ho scoperto di cosa si nutrivano. Sotto la casa transitava un tubo di politene. Uno scarico d'acqua dolce. In cucina, però, in uno stanzino adibito, io preparavo il mangiare per i cani, che prima veniva cotto: testa, piedi e carcasse di pollo, verdure rimaste delle insalate, con aggiunta di pane duro che veniva ammorbidito. Ma, le pentole venivano pure lavate in quello stanzino, e i resti del cibo, non pochi, andavano nel tubo di scarico. Bene! I topi avevano intercettato che da quel tubo transitava acqua e cibo e lo avevano bucato con i loro dentini ben affilati. Così, residui di cibo proteico e acqua cominciarono a invadere la cantina venendo fuori da quel foro. Io scoprii tutto con difficoltà, e dopo molto tempo andai al contrattacco. Allargai il foro del muro. Rilevai il tubo di plastica perforato. Lo sostituii con uno di acciaio e, a lavoro finito, sigillai tutto con cemento. Ma, ahimé! un topo era rimasto fuori. Nella cantina. Fuori dalla tomba collettiva che avevo creato chiudendo la falla. La porta di uscita della cantina era chiusa. 

Quindi? Il duello. Topo contro uomo. Anzi, proprio io contro un topo mobilissimo, intelligentissimo, dalla livrea lucida e scura, dagli occhi attenti e volpini, disperato e deciso a sopravvivere, che cominciò a correre con quanta energia aveva in corpo, scomparendo sotto contenitori e scatole. Alla fine? forse per disperazione cominciò a correre sui muri, proprio sui muri, vincendo la forza di gravità, per saltare all'improvviso da una parete all'altra come una molla, con una perfezione da acrobata. Uno spettacolo indimenticabile. Incredibile. Io, rimasto con la scopa in mano, restavo immobile come una statua, incantato dallo spettacolo imprevisto, poco timoroso che il topo potesse saltarmi addosso. Cosa possibile. La battaglia che io conducevo contro quell'essere vivente  mi riportava indietro nel tempo, evocando ricordi ancestrali.
Non dimenticherò quella esperienza con quel topo, mio fratello naturale, che chiedeva solo una cosa, che tutto sommato gli spettava di diritto: avere il suo spazio di vita. Cambiai idea, e aprii la porta. Il topo intercettò la possibilità della fuga, mirò la fessura, e saettò fuori come un fulmine. Era la libertà che cercava e con essa la vita.
Piroettò incerto sulla direzione da prendere, ma qui una sorpresa che né io né lui potevamo prevedere: proprio davanti la porta, a distanza di rispetto, erano appostati in agguato otto dei nostri tredici gatti! Mors tua, vita mea! La ghigliottina della vita applicò la legge della natura. Il topo terrorizzato non ebbe scampo. Fu intercettato dai gatti e finì nelle fauci del felino più fortunato e più abile, che sornione e felice lo inseguì fino a quando non lo bloccò con una zampetta, addentandolo subito dopo. 
 
Morale della favola? Vita e Morte, gioie e dolori sono facce della stessa medaglia. Il senso della vita? Non si coglie. Io non lo colgo.
                                 
                                              Gino Carbonaro

2012/02/21

Dionisiache Antenati del Carnevale



Antenati del Carnevale    

   Dionisiache




Quando la Terra, dopo il solstizio d’inverno,  

invertiva il suo corso e la Natura indicava con mille 

impercettibili segnali il suo risveglio, gli uomini, essi 

pure, si preparavano ad accogliere la sua rinascita,  a 

festeggiare/partecipare a quel tripudio di vita.





Rinasceva la Natura, ma per i Greci era Dioniso che riemergeva dagli Inferi dopo il lungo riposo-letargo invernale (o infernale?). E si preparavano ad accoglierlo.
Erano le Menadi, le donne seguaci di Dioniso, ad avvertire per prime l’imminente ritorno del Dio. Ed era, improvviso, un fuggire dalle case gridando, uno sciamare di donne che, come scalmanate si riversavano di corsa per le strade. Questo, il segnale che dava inizio al periodo di feste. Ed era clima di gioia selvaggia che si tramutava in una incontenibile, frenetica baraonda.

Era consuetudine, allora, imbrattarsi* il viso con feccia di vino, uccidere il caprone, mangiare tutti insieme, spillare vino nuovo dalle botti, e bere in abbondanza, per sciogliere gli affanni, perché questo era il dono che Dioniso concedeva agli umani: uno stato di ben-essere, una possibilità di godere un periodo di libertà assoluta. Per questo, gli schiavi ritornavano liberi, e nessuno poteva essere ridotto in catene durante il periodo sacro delle Dionisiache, e a tutti, anche alle donne era concesso vivere una dimensione di libertà* che sconoscevano durante il resto dell’anno. Per questo, si diceva che Dioniso era il dio delle donne*, il dio che comprendeva le loro pene e le liberava da esse. Un dio femminista, insomma.

Ma, il cuore della festa era rappresentato dal corteo. Davanti a tutti, il simulacro del dio ornato con foglie di edera*, posto su un carro preceduto da pantere* e trainato pe le vie della città da Priapo* e da uno stuolo di uomini mascherati e coperti di pelli di capra simboleggianti Sileni e Satiri. Tutti portavano in mano il tirso*, il bastone sacro, pur esso decorato con tralci di edera, e calzavano tutti grandi zoccoli di legno con i quali battevano forte e ritmicamente i piedi per terra provocando cupi rumori. L’incedere di questa avanguardia era solenne. Austero, perché sacro, era l’evento. Solo il capo del corteo, l’exarcon, gridava al cielo frasi sconnesse (così sembravano all’inizio) come dette da chi il vino avesse sconvolto i sensi. Ma era la voce dell’uomo che parlava al Dio, e furono interrogativi sicuramente drammatici, se è vero che in questo primissimo monologo, rinforzato da un coro, si ponevano e si pongono tuttora le origini della tragedia greca.

Questa la sacra avanguardia del corteo di Dioniso. Dietro il carro con il simulacro, seguivano le Menadi, le sacerdotesse del dio invasate, col viso imbrattato con feccia di vino, coperte con pelli di volpe o di cerbiatto, che andavano in seguito perdute.
In tutti, poi, c’era una precisa volontà di far baccano con ogni mezzo, battendo pietre, suonando timpani, tamburi, cembali, fischietti traci dal suono acutissimo, dimenandosi nel mentre come scalmanate, sull’onda dei rumori (ossessivi) quasi a volersi liberare da qualcosa che sentivano in loro e ne agevolavano la fuoruscita. Ed era percezione di purezza e di potere, se è vero che alla fine si sentivano liberate da male, anzi capaci addirittura di dominarlo. Per questo portavano in mano i segni tangibili di quel potere: serpenti* vivi, addomesticati, dai quali le Menadi si lasciavano avvolgere il corpo, le braccia, il collo, la testa. Forma di potere simboleggiato anche dalle fruste*, con le quali staffilavano l’aria, il suolo e quanti si imbattevano sul loro cammino. Potere del tirso, del bastone sacro, con il quale battevano forte il terreno, convinte com’erano che da questo sarebbero sgorgati rivoli di latte e miele, e zampilli di vino. Aspirazione e speranza di una abbondanza* che è forma di  ben-essere.

All’imbrunire, poi, tutti si fornivano di fiaccole, con le quali fugavano le tenebre e illuminavano la notte. Così procedeva il baccanale-dionisiaco per le vie della città. Così perveniva la terribile calca nello spazio antistante il tempio del dio, dove alla luce rossastra delle fiaccole si immolava  il (dio-)caprone o il (dio-)toro, e l’exarcon ne mimava il belato, il muggito, i movimenti, per acquisirne i poteri*, ed era forma di “mimesis”*, identificazione dell’uomo con l’animale-dio e forma di transfer.

Nasceva così, nell’exarcon che imitava Dio e si identificava con lui, la figura del sacerdote-vate (profeta e poeta) che parla per Lui, gli presta la voce, ne interpreta le visioni e svela agli uomini assetati di sapere, le sacre verità, il senso delle cose, le coordinate della vita.
Così, da suoni sconnessi, caprini e taurini, emergono lentamente frasi, senza senso dapprima, poi sempre più chiare e decifrabili. Sono Detti oracolari, Proverbi sapienziali, proposizioni-risposte che chiariscono enigmi, verità alle quali è tolta la maschera che le ricopriva. Monologo, dunque, all’inizio, quello dell’exarcon, dell’uomo-dio-caprone, ma dialogo in seguito, nel ditirambo, che fa seguire al dramma satiresco la tragedia, e in essa i non meno importanti interrogativi, sempre sul senso delle cose*, sul perché del dolore “perché tanto ne spetta all’uomo, anche senza ragione”. (Sofocle, Edipo Re, vv. 1565/67).  

Ora le Menadi invasate, coi capelli disciolti, quasi furie, si precipitavano in corse sfrenate verso la montagna sacra, alla ricerca di animali da uccidere e da sbranare vivi, per succhiarne il sangue che è vita, e mangiarne le carni crude. Ed era modo per incorporare il Dio, che era sentito come presente nelle carni dell’animale (cerbiatto, lepre, agnello). Appropriazione di vita in ingresso, dalla bocca, e in ingresso subito dopo dalla vagina, quando nel cuor della notte, lasse e nude, le Menadi-baccanti spossate dalle fatiche si abbandonavano al suolo, dove le raggiungeva la schiera dei Satiri barbuti, cornuti e cazzuti ai quali si concedevano per ricevere dentro di loro l’altra divinità: Priapo, il Fallo, Dio della vita.  Ed era la discesa e l’ingresso del Dio che allontanando i mali del mondo dona e produce la vita. Ed era orgia di piacere e di pace. La felicità totale.

Queste le Dionisie cittadine, festività per le quali ogni individuo (uomo, donna) tendeva a diventare protagonista dell’evento (sacro) che lo coinvolgeva emotivamente e fisicamente. Dioniso giungeva con la nuova stagione e penetrava nel corpo di ognuno, segnalato da un improvviso bisogno di contorcersi/dimenarsi, quasi un volersi scrollare di dosso qualcosa, e nello stesso tempo frenesia di mangiare, bere, dimenticare, copulare, godere per esorcizzare con il bene-piacere e l’abbondanza di cibo e di sesso, la sofferenza, il male, il dolore.

Falloforie

Se le Dionisie cittadine si concludevano nel dimenarsi di falli, le Dionisie rustiche o campagnole rappresentavano il trionfo dello stesso strumento che elevato a divinità si venerava nelle Falloforie. Il sillogismo è semplice. Se Dio è colui che dà la vita e il Fallo è generatore di vita, il Fallo è dio.

Alla ricerca di una fonte di bene e di vita, di piacere e di gioia, l’uomo greco si attaccava al sicuro, elevava al cielo lo strumento divino, procacciatore di felicità, e lo portava in processione per le campagne, e con esso gongolante, entrava nelle case, perché venisse accolto anche al loro interno, baluardo contro la jettatura, protettore delle mandrie, delle greggi, delle api, dei pesci, dei campi, degli orti, delle vigne. Il protettore-creatore-generatore della vita. Colui che reca gioia, allegria, ben-essere, conforto nelle notti insonni, e tiene lontano i mali del mondo.
Anche qui un procedere ordinato, all’inizio. Innanzi a tutti le canefore che portavano ceste colme di fichi (chiara analogia alla sessualità femminile). Seguiva il Falloforo, il portatore del Fallo divino, di Priapo (figlio di Dioniso e di Venere) eretto e maestoso, pro-teso verso il cielo. Appresso, la calca dei partecipanti. Corteo di popolo gaudente e mascherato, trans-ferito nel ruolo di tanto personaggio, che godeva degli scherzi e delle battute salaci rivolte al Dio dei piaceri e delle voluttà, al simbolo priapeo armato.

Baldoria, baccano, euforia e allegria caratterizzavano anche qui l’evento felice, il festeggiamento del simbolo massimo, di colui che giustamente è considerato il padre del genere umano, l’unico che a qualsiasi momento può offrire garanzia di ben-essere fisico e psicologico.

Se il Fallo è bene, Priapo è il pene. Non restava dunque che invocarlo, adorarlo e propiziarlo (da maschi e da femmine) tenendolo caro, per usarlo alla bisogna, oggetto apotropaico per eccellenza, spaventapasseri o guardia campestre dai vistosi attributi, come rimedio contro ogni genere di mali.

A sera, poi, quando la processione sacra aveva esaurito la funzione, assembramenti di gente e baldoria, conversazioni amene e piccanti, battute inneggianti al dio gioioso, scambi di bicchieri di vino. Ed era delizia dei sensi e universale letizia.
Questo, in Grecia. A ogni primavera.

Ma chi è Dioniso? 

La tradizione lo definisce dio del vino, dell’uva, della vite. In verità, Dioniso è realtà molto più complessa. Difficile da definire nella sua essenza. Mitologicamente è un emi-dio, in quanto partecipa della natura umana e di quella divina. Figlio di Giove, capo degli dei, e di Semele, una comune mortale, una vergine donna che avendo osato accogliere in sé il seme della somma divinità era stata punita dalle divinità olimpiche a vivere in eterno negli Inferi. Ma, era proprio in virtù di questa sua doppia natura “umana e divina”, che Dioniso poteva comprendere gli uomini, le loro pene, i loro bisogni, le loro richieste. Proprio per questa sua particolare natura, Dioniso era solito abitare per metà dell’anno  nel mondo delle tenebre, nell’Averno, accanto alla madre Semele, e per metà nel mondo della luce, nell’Olimpo, accanto agli altri Dei. Dioniso era, dunque, un dio che ciclicamente appare e scompare, dio che nella sua discesa agli Inferi lascia gli uomini nella solitudine e nella tristezza, ma ritornando porta la gioia dello stare insieme e il piacere di vivere. Pertanto, Dio della vita, che vince sulla morte, ma anche dio delle tenebre che vince sulla vita. Mitologicamente, Dioniso simboleggia la Natura.  La “Natura” che è vita e morte. La Natura che ad ogni primavera risorge, presente anche negli animali, soprattutto in quelli che non fuggono davanti all’uomo: pantera maculata*, orso, toro, cavallo, caprone, cinghiale. Animali che attaccando mettendo a rischio la sua vita.

Ma è qui che si verifica il paradosso. Se l’uomo riesce a uccidere l’animale-che-è-Dioniso, l’animale-che-è-vita, da quell’ammasso di proteine subito fagocitate/introiettate  all’interno dell’organismo umano, si confermerà (dolce fonte di ben-essere) la vita, perché l’animale-che-è-Dioniso è contemporaneamente fonte di possibile male (prima di essere ucciso) e fonte di sicuro bene come ammasso di proteine, dopo che è morto-ammazzato. Così, gli opposti coesistono in un solo punto: nell’attimo in cui l’animale morto alimenta un’altra vita.

Si realizza così, il ciclo della vita e il concetto della alternanza, l’idea della possibilità/necessità della inversione, del capovolgimento che sostiene la speranza umana nei momenti di sofferenza e di dolore. Per questo si dice che “il morir di una notte apre il nascere di un nuovo giorno”.

È Dioniso, dunque, colui che si pone alle radici dell’essere, che è per l’appunto sintesi di opposti, di vita e di morte. Contemporaneamente. Se Dioniso è la Natura, la Natura è sadica quando mostra gli artigli insanguinati, o quando ci sfiora con l’alito gelido della morte. Eppure, nella proteiforme varietà del suo essere, la Natura non manca di essere buona, dolce, bella. È per suo mezzo che l’uomo conosce la gioia di vivere, la coscienza grata dell’esistere, conosce l’amore meraviglioso dei sessi, l’idillio bucolico, il dono georgico della stessa, e ancora i piaceri dell’arte, della poesia, le dolcezze della musica. La Natura è indifferentemente, anzi, contemporaneamente, “doppia”*, perché  fonte di benessere e di malessere, amica e nemica, madre e matrigna, che ci crea e ci distrugge, che si lascia comandare eppure ci comanda, che dà piaceri a piene mani, e dolori allo stesso modo.  
   
                                                      Gino Carbonaro